Partito Comunista Internazionale

Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi Pt.3

Categorie: Capitalist Wars, Italy, Military Question, National Question, Opportunism

Articolo genitore: Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi

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III.

Le considerazioni precedenti sono di indole molto generale, si dirà, e gli avvenimenti le avrebbero intaccate. Vediamo come e perché. Quei socialisti che sono per l’intervento dell’Italia a favore della Triplice Intesa dicono che questa rappresenta la democrazia contro l’assolutismo e il militarismo (?) e che la vittoria di essa assicurerà la risoluzione dei famosi problemi nazionali. Di fronte ad un momento così decisivo della storia il Partito Socialista Italiano dovrebbe lasciare le dissertazioni astratte e propugnare l’intervento armato dello Stato italiano.

Il caso della guerra di difesa dunque non c’e, poiché ci si propone di intervenire, ossia di aggredire. Restano le altre due motivazioni: guerra di nazionalità e di democrazia.

Secondo questa corrente valutazione, la Germania, Stato ancora semi-feudale, dominato dalle cricche militariste e da un imperatore che sogna l’egemonia del mondo, avrebbe assalita la Francia e la Russia recando un piano da lungo tempo preparato, trascinando seco l’Austria e trovando il pretesto nell’attentato di Serajevo per fare scoppiare il dissidio slavo-tedesco. L’Inghilterra sarebbe intervenuta commossa per l’avvenuta violazione della neutralità belga, e lo scopo attuale delle potenze della Triplice Intesa sarebbe di fiaccare la prepotenza germanica allo scopo di risolvere i problemi di nazionalità, assicurare il trionfo della democrazia contro il militarismo, e – secondo un certo comitato sovversivo romano – ammannire persino ai popoli un anticipo di socialismo sotto forma di un sistema di lavoro e di giustizia sociale (?!). Ora questa esposizione del momento attuale, che dovrebbe renderci fautori della guerra, e vorrebbe essere l’espressione ultima della più illuminata obiettività, è quanto mai parziale; è la derivazione di una infinità di pregiudizi e di sentimentalismi, sforza la realtà entro un quadro convenzionale, mentre pretende di irridere alla posizione di quei socialisti che non vacillano sotto il dilagare della marea retorica, accusandoli di voler chiudere il ritmo immenso della storia in poche formule preconcette…

Bisognerebbe almeno, prima di esprimere un giudizio, sentire l’altra campana. Secondo i tedeschi, e secondo l’opinione comune dei neutri che per essi simpatizzano, la cosa è puramente capovolta. La Germania moderna, industriale, ricca di forze di espansione commerciale non seconda a nessuno nel campo della scienza e della cultura, reagisce contro il pericolo dell’assolutismo russo che vuole soffocarla sotto la pressione della massa slava, incitata sotto mano dall’Inghilterra che vede ingigantire sui mari una nuova rivale. La Germania si difende e fa barriera al dilagare dello zarismo… Eresie? Si, eresie le une quanto le altre, poiché ogni Stato si disinteressa totalmente che la democrazia si diffonda e il socialismo si affretti… Ma ogni Stato ha interesse e necessita, per scongiurare i torbidi interni, di ingannare il popolo presentando la guerra come unica via per salvare la patria dal pericolo, e sostenendo di esservi tratto per i capelli.

Sulle cause della guerra non discuteremo a lungo. Tutti la preparavano da decenni. Alle smanie dell’Imperatore Guglielmo fan riscontro la mostruosa alleanza franco-russa, i brindisi guerrafondai del sig. Poincarè, e la lotta della borghesia francese per ottenere la ferma triennale.

La politica filantropica dell’Inghilterra venne accusata di ipocrisia da Keir Hardie in piena Camera dei Comuni dopo lo scoppio della guerra. I socialisti russi abbandonarono la Duma in segno di protesta contro le dichiarazioni guerrafondaie dello zar. I tedeschi, austriaci e francesi sono stati unanimi per la guerra. Ognuno è convinto di lottare per una causa di giustizia. Tutti sono vittime del daltonismo nazionale.

Dire che la Germania d’oggi è feudale è una enorme esagerazione. Se alcune forme politiche non si sono evolute, ciò non autorizza a disconoscere lo stupefacente sviluppo economico-sociale della Germania nell’ultima generazione.

Vi è, attorno all’Imperatore, una aristocrazia agraria. Vi sono forme cortigiane, avanzi d’altri tempi. Vi è alto il prestigio dell’esercito. Ma allora, di grazia, che dire dell’aristocrazia agraria inglese che circonda il suo re facendo sopravvivere il medioevo nel turbine della vita moderna inglese? Che dire del fanatismo francese per l’armée?

E come cancellare dal quadro a tinte rosee la gran macchia nera del dispotismo russo?

In Prussia vi è il suffragio ristretto: ma il voto plurimo che vige nel Belgio non toglie che oggi lo si classifichi all’apice della democrazia solo perché è stato invaso. Ma, per sciocca convenzione, se si parla della Germania, si allude alla Germania del Kaiser; se della Francia, si dice “La Francia dell’89 e della Comune”; se della Russia, “la Russia Rivoluzionaria del 1905”. Eh via, è un po’ troppo! Non si ricordano per avventura la Germania della riforma e del marxismo, la Russia autocratica e liberticida, l’Inghilterra e la Francia plutocratiche i cui forzieri grondano sangue umano…?

Ma a parte questo labirinto di osservazioni e reminiscenze accessibili ad ogni scolaretto di ginnasio, resta, dal punto di vista socialista, il fatto innegabile che non c’è antitesi tra militarismo e democrazia, e che la preparazione militare della Germania è in relazione al suo sviluppo moderno industriale e non a tradizioni di altri tempi. Il militarismo è internazionale.

D’altra parte solo gli ingenui possono credere che gli Stati della Triplice Intesa combattano per gli… “Stati Uniti d’Europa” e per ristabilire le nazionalità nei loro confini. Già le alte classi di Francia e d’Inghilterra sognano la spartizione della Germania – non parliamo dell’Austria! – e, come il Kaiser anelava alla marcia su Parigi, così lo zar è ansioso di riversare su Berlino il suo esercito sterminato. Non vi è posto che per la violenza e non vi è altro desiderio che l’annientamento del nemico. I popoli ne sono lo strumento come la polvere o il piombo dei proiettili. I gabinetti e gli Stati maggiori studiano l’offesa senza risparmio di materiale umano. Si risparmiano bensì le unità delle flotte che costano milioni e non si ricostruirebbero che dopo anni ed anni… In margine alla mostruosa tragedia, i Sudekum e gli Hervé conciliano il bestiale egoismo statale di monarchie e repubbliche con i sommi principi della democrazia e dell’Internazionale. Essi sono solo prigionieri di situazioni più forti di loro. La parola è al cannone e l’autorità è alla spada; il diritto delle genti figura nelle pagine della Guerre Sociale o dell’Arbeiterzeitung, complici più o meno in malafede dell’inganno proletario, ma sui campi di battaglia regge il diritto senza canoni, il diritto del più forte; si lotta senza esclusione di colpi.

È, come dice taluno, la vecchia rivalità delle razze che sopravvive e ritorna a costringerci a rettificare i piani e le vie dell’Internazionale? La storia demolisce il vecchio Manifesto marxiano? No. Quelle pagine dettate nel 1848, quando fervevano le rivendicazioni etniche e nazionali, sono oggi ancora più vere. Dove sono le razze e le nazionalità? In molti eserciti esse lottano sempre sotto la stessa finale unità dei militarismi statali. Pochi socialisti si sono rifiutati di combattere. È vero. Ma quanti uomini appartenenti a razze e a nazionalità oppresse hanno rifiutato il fucile che doveva difendere l’oppressore? Quale terra irredenta è insorta?

Ogni coscienza ed ogni senso di libertà e di fierezza umana hanno dovuto piegare sotto il giogo di questa modernissima tirannide. Non vi sono più che soldati. I soldati non sanno perché combattono: devono combattere. Sapranno, dopo, l’infame inutilità del sacrificio. Sono oggi poco mutabili le condizioni del conflitto immane. Ma nessun vantaggio saprebbe compensare l’enorme sperpero di vite umane e di ricchezze. Noi stessi, rivoluzionari convinti, non sapremmo augurare una redenzione proletaria che costasse la vita alla metà degli oppressi insorti in armi. La vita è il bene supremo. Eppure, molti rivoluzionari che oggi sono per la guerra si armano di pacifismo!

E molti sono oggi per la guerra, riformisti e democratici, che negavano alla causa santa del Socialismo la vita di pochi proletari caduti sul campo della lotta di classe e vorrebbero oggi sacrificarne migliaia in una azione che, se anche ci avviasse ad una maggior libertà sarebbe sempre la via più stranamente indiretta per raggiungerla.

Dalla guerra però noi attendiamo solo l’esaltazione del militarismo. Dopo tale esempio, democratici, repubblicani, riformisti varcheranno il Rubicone e saranno gli alleati della preparazione guerresca delle nazioni. Le grandi unità statali militari saranno difficilmente sfasciate e noi dovremo riattivare la lotta di classe più difficile – ma forse più aspra e risolutiva.

Intervento?

Ma veniamo ai socialisti fautori dell’intervento italiano. La loro tesi della necessità di assicurare la vittoria della Triplice Intesa non ha nulla a che fare col socialismo. Il possibile minor male che scaturirebbe da una tale soluzione del conflitto non ha riscontro col vantaggio socialista di tener testa almeno in un grande Stato, e sia pure profittando di circostanze speciali, alla marea guerrafondaia. E, concessa loro questa inguaribile francofilia, ammessa la loro strana concezione della guerra (domandando soltanto a questi socialisti quale guerra essi avverseranno se sono favorevoli ad un intervento italiano senza necessita e senza provocazioni) guardiamo un poco quale è la portata della loro folle propaganda guerrafondaia. Che partano dei volontari noi lo comprendiamo. E gente ancora convinta che i destini del mondo si decidano massacrando i lavoratori sotto la divisa dell’ulano.

Ma, dopo tutto, mettono la loro pelle come posta nel gioco. E vanno rispettati nonostante l’evidente accertata inutilità pratica del loro gesto. Osserviamo però come è difficile ottenere per diretta azione socialista un sacrificio anche molto minore di quello della propria vita, e ci domandiamo se anziché dinanzi a casi di cosciente eroismo non assistiamo all’inebriante ipnotismo del sangue. Non abbiamo però parole contro i criminali fautori dell’intervento statale. Desiderare che chi vuole o non vuole sia trascinato alla frontiera ed esposto alla mitraglia, che la gioventù austrofoba o austrofila, e magari indifferente, perché troppo occupata nel tormento quotidiano della patria miseria, vada al macello senza discutere, ecco ciò che é folle, antisocialista e inumano. Scatenare i turpi valori del militarismo statale, rinunziare all’autonomia di partito o di classe per affidare ogni direttiva a quella autorità militare che abbiamo sempre sognato di fiaccare e di distruggere, da liberi pionieri della Rivoluzione diventare i pretoriani di Sua Maestà, ah no, anche se giusta e santa fosse la causa per cui muoverebbe in guerra l’Italia; il che non è.

Pacifismo? No. Noi siamo fautori della violenza. Siamo ammiratori della violenza cosciente di chi insorge contro l’oppressione del più forte, o della violenza anonima della massa che si rivolta per la libertà. Vogliamo lo sforzo che rompe le catene. Ma la violenza legale, ufficiale, disciplinata all’arbitrio di un’autorità, l’assassinio collettivo irragionevole che compiono le file di soldatini automaticamente all’echeggiare di un breve comando, quando dalla parte opposta non meno automaticamente vengono incontro le altre masse di vittime e di assassini vestiti di un’ altra casacca, questa violenza che i lupi e le iene non hanno, ci fa schifo e ribrezzo. L’applicazione di questa violenza militare alle masse di milioni di uomini tolti agli angoli più remoti degli Stati, nelle tremende alternative di questa guerra, non può avere altro effetto che di livragare e soffocare quello spirito di sacrificio e di eroismo a cui potremo domani chiamare i campioni dell’insurrezione proletaria – e che è ben diverso dalla bestiale tendenza a distruggere, ad uccidere finché è possibile, con gli occhi velati dal fumo e dal sangue.

Noi pacifisti? Noi sappiamo che in tempo di pace non cessano dal cadere frequentissime le vittime dell’ingiusto regime attuale. Noi sappiamo che i bimbi degli operai sono falciati dalla morte per mancanza di pane e di luce, che il lavoro ha la sua percentuale di morti violente come la battaglia, e che la miseria fa, come la guerra, le sue stragi.

E di fronte a ciò non è la supina rassegnazione cristiana che noi proponiamo, ma la risposta con la violenza aperta a quella violenza ipocrita e celata che è il fondamento della società attuale. Ma la violenza sacra della ribellione per non essere colpevole sacrificio deve colpire giusto e dare al tronco. Furono ben morti le migliaia di comunardi caduti sotto il piombo dei versagliesi. Ma il mandare al massacro in nome della rivoluzione un milione di uomini, consegnandoli ai dominatori di oggi perché siano impegnati in un’impresa di successo incerto, che trova le sue ragioni in una discutibile e bolsa retorica incosciente e contraddittoria, non si giustifica col dirsi immuni da tenerezze pacifiste, no, perdio, ma è opera insana da macellai impazziti.

E contro essa noi restiamo al nostro posto, per il socialismo, antimilitaristi domani come ieri e come oggi, perché desideriamo al sacrificio delle nostre vite, quando fosse necessario, una DIREZIONE molto diversa.