Partito Comunista Internazionale

Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi Pt.1

Categorie: Capitalist Wars, Military Question, Social Democracy

Articolo genitore: Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi

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I.

È nel momento in cui il militarismo è scatenato sulla miglior parte del mondo che i valori della propaganda antimilitarista subiscono violenti tentativi di demolizione proprio da parte di coloro che ne erano gli assertori più decisi. Emerge dunque dagli avvenimenti che si vanno svolgendo una condanna così evidente della concezione e della tattica socialista fin qui accettate? Sono dunque infranti i “quadri” teorici del nostro modo di pensare il divenire sociale e il processo della storia, in modo tale che la nostra azione pratica debba precipitosamente ripiegare verso altri indirizzi? Non pochi compagni mostrano di ritenerlo e gettano via come inutile bagaglio dottrinale quello che era ieri il contenuto del loro pensiero e la guida della loro azione. Naturalmente essi ritengono di essere con ciò non meno socialisti di prima e di avere soltanto apportata – con quanta mirabile sollecitudine! – alle loro convinzioni la rettifica imposta dalla eloquente lezione dei fatti. Così noi vediamo in nome del socialismo rivoluzionario, del sindacalismo, dell’anarchismo, inneggiare alla guerra come fase ed episodio del processo storico da cui scaturirà la società nuova, e che potrà secondo la vittoria di questi e di quelli accelerarne il ritmo od infliggergli una remora di imprevedibile durata. Manca però l’accordo nel valutare l’indirizzo di questa colossale crisi storica, che alcuni ripongano ogni salute della democrazia, dell’Internazionale e di non so che altro nella vittoria della triplice intesa, altri in quella dei tedeschi, e gli uni e gli altri, da ogni lembo di Europa incendiato o prossimo all’incendio, irridano alla fossilizzazione dei pochi che osano restarsene sulla vecchia piattaforma del socialismo antimilitarista e pensano ed agiscono in conseguenza. Sudekum ed Hervé bastino come esempi.

Ebbene, a costo di essere tacciati di forcaioli, noi domandiamo la parola in difesa dell’antimilitarismo “vecchio stile”. S’intende che non esponiamo casi personali di coscienza, né discutiamo quelli altrui. Analizziamo soltanto, in modo necessariamente sommario, gli avvenimenti; e ci permettiamo di mostrare perché essi non hanno sorpreso né sconvolto il nostro pensiero socialista. Ostinazione cieca! Ma ostinazione che ha da prospettare, modestamente, degli argomenti.

La guerra era impossibile?

A quanto pare noi tutti si faceva una gran propaganda antimilitarista appunto perché… eravamo sicuri che non ci sarebbero più state guerre tra le grandi potenze di Europa. Scoppiata la guerra, sarebbe andata logicamente all’aria la base di questo tipico antimilitarismo, ed ogni socialista avrebbe dovuto di diritto dire: la guerra c’è, non resta che scegliere il minor male e parteggiare per questi o per quelli. Ragionamento che dai socialisti degli Stati impegnati fin dall’inizio si estendeva a quelli degli Stati neutrali. Ma quando e come aveva il socialismo profetizzato che di guerre non ne sarebbero più avvenute? Ed in tal caso, quale ragione restava di lavorare alla propaganda antimilitarista con la stampa, nei comizi, col “Soldo al soldato”, e con l’organizzazione dei giovani socialisti?

In verità la tesi dell’impossibilità della guerra aveva la sua maggiore formulazione nel famoso libro di Normann Angeli – un borghese – nella mostruosa concezione borghese della pace armata, e nel concetto specificamente antisocialista che la civiltà procedesse in modo evolutivo e educativo aprendo gli occhi a governati e governanti sull’enorme errore e la evidente follia di una conflagrazione europea, dati i “moderni mezzi di distruzione”.

Poiché la borghesia dei diversi Stati non poteva non essere cosciente dell’enorme danno che dalla guerra le sarebbe derivato, senza eccezione di vincitori, si pensava che le classi dominanti e i governi che ne sono la espressione avrebbero ad ogni costo evitato lo scontro immane. Si era anche prospettata, nel grande meccanismo della moderna economia, la complicazione del vastissimo intreccio degli scambi e dei rapporti internazionali, giunto ad uno sviluppo che la storia mai aveva registrato e costituito da fili delicatissimi che la guerra avrebbe spezzati, causando la rovina economica di tutte le classi sociali. Si confidava quindi che le diverse borghesie non sarebbero corse al suicidio. Ma la chiave del concetto socialista è invece che la classe dominante in regime capitalistico non può governare e reggere le forze che si sprigionano dagli attuali rapporti delle forme di produzione, e resta a sua volta vittima di certe contraddizioni inevitabili del regime economico, il quale non risponde alle esigenze della grande maggioranza degli uomini. Il grande quadro marxista della produzione capitalistica mette in luce questi contrasti e la impotenza della borghesia a dominarli. Poiché gli strumenti di produzione e di scambio non sono ancora socializzati, non ne è possibile un impiego razionale, non vi è giusto rapporto fra i bisogni e la produzione, che è basata soltanto sull’interesse del capitalista; e da tutto ciò conseguono le colossali e dannosissime crisi economiche che sconvolgono i mercati, le assurde sovrapproduzioni per cui dalla abbondanza si genera la disoccupazione dei salariati e la miseria; e come ultima conseguenza la rovina di alcuni degli stessi capitalisti, nell’interesse dei quali è montata la macchina mostruosa della economia presente. Da ciò consegue – seguitiamo a ricapitolare – che la vita moderna non è l’evoluzione continua verso una maggiore civiltà, ma è il percorso della fatale parabola che, attraverso un inasprimento delle lotte di classe e un aumento di malessere nei lavoratori, si risolverà nel crollo finale del regime borghese.

Ebbene, parallelamente a questo processo, per il quale la classe dominante prepara senza poterlo evitare il suo suicidio storico, noi assistiamo ad un altro assurdo. Lo sviluppo dei mezzi di produzione nel campo economico, la diffusione della cultura in quello intellettuale, la democratizzazione degli Stati in quello politico, invece di preparare la cessazione delle guerre e il disarmo degli eserciti fratricidi, conducono ad una intensificazione dei preparativi militari. È questa una sopravvivenza di altri tempi – ad esempio dell’epoca feudale -, è un ritorno ai secoli della barbarie, o non è piuttosto una caratteristica essenziale del regime sociale moderno, borghese, e democratico? Notiamo, intanto, che quelle borghesie statali le quali non possono in tempo di pace reggere le file della produzione, e scongiurare le catastrofi finanziarie, così, anche volendo, sono impotenti ad impedire lo scoppio delle guerre, che si presentano come la via di uscita unica e fatale da situazioni economico-politiche in cui gli Stati si trovano cacciati.

È, d’altra parte, così immenso il danno che le borghesie risentono dalla guerra? Questa è certo una distruzione di capitali, ma alla borghesia intesa come classe, più che il possesso materiale dei capitali, interessa la conservazione dei rapporti giuridici che le consentono di vivere sul lavoro della grande maggioranza. Questi rapporti, interni alle nazioni, consistono nel diritto di monopolizzare gli strumenti di lavoro, che a loro volta sono frutto di altro lavoro della classe proletaria. Purché, ad essere più chiari, resti intatto il diritto di proprietà privata sulle terre, sulle case, sulle miniere, dopo la devastazione della guerra il proletariato ricostruirà macchine, stabilimenti, ecc. e li riconsegnerà ai suoi sfruttatori, risentendo tutte le conseguenze del difetto di generi di consumo, ma ricostituendo i capitali necessari alla vita di tutti per farne nuovamente monopolio di pochi. Naturalmente, non pochi borghesi, come individui, saranno travolti, ma altri li sostituiranno. Si osserva che nella guerra resta schiantato il complesso organismo dei rapporti finanziari e bancari, della circolazione del denaro; ma a ciò i governi borghesi in parte suppliscono con speciali sospensive dell’ordinaria vita economica, in parte contano rimediare con l’indennità spettante al vincitore. In conclusione la guerra, disastrosa sotto ogni rapporto per il proletariato, è oggi purtroppo possibile; e la borghesia ne vede intaccata la sua ricchezza materiale, ma conservati e forse rafforzati i rapporti potenziali per ricostituirla, poiché la lotta di classe si assopisce e si spegne nell’esaltazione nazionale. Vi sono imprevedibili complicazioni dovute ad una ondata di rivolta per tante sofferenze; rivolta che avrebbe però poche possibilità di successo, condotta da un popolo stremato, dissanguato ed ottenebrato da odii sanguinosi verso i proletariati di oltre confine.

Guerra e democrazia

Dati i progressi della tecnica, i cannoni, gli esplosivi, le navi che si costruiscono oggidì sono senza paragone più potenti degli antichi mezzi di offesa. Lo sviluppo dell’economia borghese, e la enorme importanza assunta dagli organismi statali, accentratori di tante vitali funzioni, permettono a questi di investire nella preparazione bellica risorse finanziarie ignorate dagli antichi monarchi e condottieri di tutte le epoche. Inoltre, i vincoli con cui gli Stati moderni legano, sotto la vernice della civiltà democratica, i singoli individui, vanno diventando così stretti che lo Stato può disporre di masse enormi di armati, succhiando fin l’ultimo uomo valido alle popolazioni. Lo Stato militare dispone di gran numero di soldati addestrati alle armi e veterani grazie alla coscrizione obbligatoria, sistematicamente introdotta dopo la rivoluzione francese (fu deliberata proprio dalla Convenzione in Francia). La immensa rete di ferrovie, che è alla portata degli Stati moderni, permette di dislocare e mobilitare in poche ore masse enormi di uomini, che vengono reclutati, armati e portati al confine con celerità impressionante a milioni e milioni. Soffermatevi col pensiero su questo spettacolo delle mobilitazioni moderne! Quale maggiore insulto alla libertà individuale di questo, reso possibile dalle ultimissime risorse della cosiddetta civiltà e della costituzione degli Stati in regime borghese e sulle direttive democratiche?

Le guerre antiche non presentavano nulla di simile. Gli eserciti erano molto meno numerosi, erano formati in gran parte per necessità tecnica di veterani, tutti volontari o mercenari, ed i reclutamenti forzati erano limitati, episodici e molto più difficili di oggi. Gran parte dei lavoratori erano lasciati ai campi ed ai loro mestieri; fare il soldato era una professione o una libera decisione – si ignoravano le enormi masse di oggi e le carneficine delle battaglie combattute con le armi moderne. Le stesse invasioni barbariche erano migrazioni di popoli che muovevano, con le famiglie, gli armenti e gli strumenti del lavoro, a predare terre ridenti e fertili per il maggior benessere di tutti – sia pure assicurato con la forza bruta – mentre il soldato moderno, se anche sopravvive alla guerra vittoriosa, torna alla consueta vita di sfruttamento e di miseria, probabilmente aggravata, dopo aver lasciato a casa la famiglia che lo Stato sostiene… con pochi centesimi.

Le guerre dell’epoca feudale erano anche diverse. I baroni personalmente vestivano il ferro e mettevano a rischio la vita, seguiti da poche migliaia di uomini d’armi, per cui la guerra era un mestiere coi rischi inerenti ad ogni mestiere. La guerra cui assistiamo non è dunque un ritorno all’epoca barbara o feudale, ma è un fenomeno storico proprio del nostro tempo che avviene non malgrado la civiltà attuale, ma appunto a causa del regime capitalistico che cela sotto l’aspetto della civiltà una profonda barbarie. La possibilità e la fatalità della guerra sono inerenti alla costituzione degli Stati moderni, che in regime di democrazia politica mantengono la schiavitù economica ed estendono la propria strapotenza, apparentemente basata sul consenso di tutti, fino al punto che un pugno di ministri, esponenti della classe dominante, può portare in 24 ore sulla linea del fuoco e della morte milioni di uomini che non sanno dove e perché e contro chi saranno mandati: fatto impressionante che raggiunge il massimo dell’arbitrio tiranno che nel corso dei secoli ha oppresso moltitudini umane.