Partito Comunista Internazionale

Comunismo negazione storica della Democrazia

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Il rapporto, continuazione di quello esposto nel corso della precedente riunione generale, iniziava spiegando come ogni classe sociale è portatrice di una propria ideologia; quella che meglio corrisponde ai propri specifici interessi di classe.

La democrazia è l’ideologia tipica della borghesia e solo di essa.

La borghesia rivoluzionaria, prima del conseguimento della sua vittoria finale, aveva prospettato il futuro Stato post-feudale non di classe ma come Stato popolare, fondato sulla soppressione di ogni disuguaglianza davanti alla legge, pretendendo che ciò corrispondesse alla libertà ed uguaglianza di tutti i membri della società. Quindi, da un punto di vista teorico, nessuno sarebbe stato escluso dai benefici che la nuova società avrebbe indistintamente offerto a tutti i suoi membri, dopo aver spezzato le rigide strutture che impedivano la permeabilità delle classi dell’ancien régime.

Anche le prime organizzazioni operaie risentirono di questa ideologia; non solo quelle fondate, a scopo filantropico, da borghesi e perfino da nobili o re, ma anche quelle sorte all’interno della classe operaia.

Prima che venisse costituita la Lega dei Comunisti, fondata a Parigi da militanti ed esuli di vari paesi, le organizzazioni operaie erano in generale segrete, ad imitazione della carboneria, e come programma avevano quello di spingere al limite estremo i principi enunciati dalla rivoluzione borghese: uguaglianza, giustizia, fratellanza. Ma ben presto si venne a delineare una netta spaccatura tra queste ideologie umanitarie, filantropiche, cristianeggianti, e la nuova teoria che avrebbe guidato il movimento proletario anticapitalista.

La Lega dei Comunisti, adottando il principio che non vi può essere moto sociale rivoluzionario senza una autonoma teoria rivoluzionaria, rappresentò il primo esempio di partito classista, e fu appunto per la Lega dei Comunisti che Marx ed Engels redassero il Manifesto del Partito Comunista.

A differenza della borghesia, che mentre proclamava libertà e uguaglianza per tutti aveva solo mutato la classe al potere mantenendo, ed anzi, rafforzando i rapporti di schiavitù della classe oppressa, il comunismo, all’opposto, proclama immediatamente ed apertamente che il suo Stato avvenire sarà uno Stato di classe, cioè uno Stato che, finché le classi esisteranno, sarà adoperato da ed a profitto di una sola classe: il proletariato. Alle altre classi, di principio e di fatto, non saranno concessi diritti. La classe operaia, per dirla con Lenin, pervenuta al potere “non lo dividerà con nessuno”.

Ed infatti il Manifesto nasce come documento programmatico di un partito che non si rivolge all’umanità, ma ad una classe: «La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi […] La moderna società borghese, nata dalla rovina della società feudale, non ha fatto sparire gli antagonismi di classe; ha solo creato, al posto delle vecchie, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme della lotta».

Il proletariato non può quindi battersi per ricavarsi uno spazio all’interno della società borghese, per impossessarsi di una quota del potere: obiettivo del proletariato è la distruzione di questa società, della sua ideologia e della sua tipica forma politica, su cui poggia il suo potere. Così il rifiuto della democrazia, da parte del movimento proletario fin da suoi albori, non può essere messo in minimo dubbio. Mai potrà esistere società in cui le differenti classi sociali possano convivere in una situazione di collaborazione e di pace.

Ma il comunismo non si limita al riconoscimento dell’esistenza della lotta di classe, il comunismo ne dà una spiegazione materialista affermando che 1’esistenza delle classi è conseguenza di determinate fasi dello sviluppo storico della produzione e che la lotta di classe necessariamente conduce alla dittatura del proletariato, dittatura che non si limiterà ad impossessarsi della macchina statale borghese. Di più, il comunismo anticipa che la stessa dittatura del proletariato rappresenterà solo il passaggio verso la soppressione di tutte le classi.

Il rapporto continuava con la lettura di ampie citazioni dagli scritti di Marx ed Engels e delle loro polemiche contro le teorie democraticheggianti e piccolo borghesi di Proudhon e Bakunin.

Il rapporto si soffermava poi sulla obiezione, da sempre rivolta ai comunisti rivoluzionari dall’opportunismo socialdemocratico, che Marx, e Lenin stesso, alcune volte abbiano utilizzato il termine di “democrazia socialista” e di “democrazia proletaria” come sinonimo di socialismo, o di dittatura del proletariato, in opposizione alla “democrazia borghese”. Questa denominazione si spiega con l’intento di affermare che l’una non è l’altra, e che solo dopo l’abbattimento della democrazia borghese si potrà realizzare il suo affermato fine, cioè l’eliminazione di ogni genere di oppressione politica di classe. Il che è confermato dagli scritti di Marx, e da Lenin anche nell’azione, i quali preconizzano come unico mezzo per il trionfo del proletariato non l’impiego degli strumenti maggioritari e democratici concessi dalla classe dominante, ma l’affermazione della dittatura rivoluzionaria e lo schiacciamento violento della controrivoluzione borghese.

Il rapporto ha infatti dimostrato che fra democrazia, qualunque sia l’attributo con la quale si voglia accompagnare, e socialismo non vi è continuità ma opposizione: affermare l’una significa escludere l’altro.

Il partito di classe non presuppone per la sua esistenza l’accesso a “spazi” e a “libertà” che la democrazia lascerebbe sussistere, ma sulla pregiudiziale che questi altro non sono che delle armi di cui il potere borghese si serve allo scopo di disarmare la classe e narcotizzare fino all’ultimo cervello proletario.