Origine dei sindacati in Italia
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Lo studio, dopo avere seguita la storia dei sindacati in Italia fino alla loro ricostituzione nel secondo dopoguerra, abbiamo ritenuto di riprendere più in dettaglio la materia, e in particolare documentare l’atteggiamento della nostra corrente di sinistra nel primo dopoguerra, nei confronti delle diverse organizzazioni di difesa operaia allora presenti. Anche perché oggi, grazie al notevole lavoro di riproduzione effettuato dal partito, possiamo utilizzare in copia la collezione di organi fondamentali della stampa del P.C.d’I., come Il Comunista e Il Lavoratore, per spingere più in profondità il nostro sguardo sull’intervento comunista di allora nella classe.
Circa il rifiuto della “compatibilità” con le necessità delle aziende, su Il Comunista del 14 ottobre del 1921 troviamo un articolo titolato “I cerotti dei ciarlatani confederali”, da cui leggiamo: «L’organo direttivo della Confederazione avanza una pregiudiziale e un principio nuovo. Prima di dire se si possono ridurre i salari, occorre conoscere lo stato delle aziende. Se sarà necessario, si dovrà ridurre il salario dei lavoratori, parallelamente al reddito dei capitalisti». Il nostro articolo risponde che «non esiste un rapporto diretto tra redditi e salari». Come abbiamo già visto, le preoccupazioni per l’economia nazionale non sono nate con Lama o con Di Vittorio, ma sono sempre state presenti nella Confederazione Generale del Lavoro.
Sullo stesso giornale del 20 ottobre troviamo un bellissimo articolo titolato “Sindacalismo e Stato”. Qui si risponde ad un’intervista del teorico sindacalista Enrico Leone. «Leone preconizza lo sdoppiamento dei due fattori: il proletariato che si ritira sull’Aventino dell’azione puramente economica; il partito che divenendo apertamente organo della democrazia borghese e piccolo borghese si decide al logico passo di varcare le antiche soglie ministeriali […] Superfluo ricordare che il trionfo del connubio mostruoso tra socialismo e democrazia non si è generato che sul terreno del puro operaismo alimentato negli equivoci della neutralità politica e dei compiti puramente sindacali […] Quivi si rende evidente come quanto nel sindacalismo vi è di sostanziale, sia l’adattamento del compito economico del proletariato nei quadri angusti di un liberismo economico, che nell’affermare l’indipendenza dei fenomeni economici dall’apparecchio statale, non fa che enunciare un postulato tipicamente borghese».
Riguardo ai rapporti da tenersi con i sindacati diretti da anarchici – questione oggi quanto mai attuale – sullo stesso giornale del 25 ottobre, nell’articolo titolato “Contro il dilagare degli equivoci” si riferisce che l’Internazionale Sindacale Rossa aveva preso l’iniziativa di un convegno tra la Confederazione, l’Unione Sindacale e il Sindacato Ferrovieri, gli ultimi due diretti dagli anarchici. I comunisti anche allora erano comunque per l’unità di movimento ed organizzativa con questo tipo di sindacati. «I dirigenti confederali hanno sabotato tale iniziativa [il convegno] affacciando ridicole pregiudiziali, e tra esse quella che, avendo l’Unione Sindacale proclamata la inviolabile autonomia dei sindacati dai partiti politici, la Confederazione vedeva inutile ogni approccio perché dal canto suo non avrebbe mai rinunziato al patto di alleanza col Partito Socialista […] Fingono di scandalizzarsi di una formula che in fondo li avvicina più che allontanarli dai sindacalisti, come quella dell’autonomia dei sindacati dai partiti politici».
La rivendicazione di “autonomia dai partiti” veniva utilizzata a pretesto contro l’unità del movimento operaio sia da chi la rivendicava sia da chi la condannava. «Il Sindacato Ferrovieri, il Consiglio Generale, composto di socialisti, sindacalisti e anarchici, non aderisce all’I.S.R. perché ciò contrasterebbe colla autonomia dai partiti politici […] A parte il fatto che gli statuti dell’I.S.R. garantiscono in realtà una larga autonomia del movimento sindacale, è ridicolo che l’autonomia dai partiti politici venga invocata non solo dai ferrovieri sindacalisti e anarchici, ma altresì dai loro alleati socialisti, mentre lo stesso argomento, nel seno della Confederazione, serve ai socialisti per respingere ogni passo verso la unificazione con l’Unione Sindacale. L’autonomia dai partiti politici serve al socialista ferroviere per allontanarsi da Mosca, ma serve la negazione dell’autonomia stessa al socialista confederale per rimanere legato al partito di Barnum».