La questione militare – La rivoluzione Americana
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La seconda relazione sulla Rivoluzione Americana ha esposto i primi scontri fra le improvvisate formazioni armate dei coloni ribelli contro il ben organizzato esercito inglese. I primi avevano una forte motivazione ma scarso e diverso armamento, nessuna disciplina e coordinamento, molti non avevano neppure le scarpe o un’arma; fra i secondi era un ottimo addestramento, comando centralizzato, esperienza, ma anche supponenza e scarsa motivazione, specialmente nei corpi mercenari.
L’inizio dei combattimenti avvenne presso Lexington e Concord dove i coloni avevano stabilito i loro primi depositi di armi e munizioni. Gli inglesi organizzarono una semplice operazione di polizia per distruggerli e neutralizzare sul nascere la ribellione: con due colonne di 756 uomini, con la consueta scorta di carri, avrebbero dovuto cogliere di sorpresa i due villaggi. Ma la rete spionistica degli abitanti funzionò ed essi ebbero il tempo di mettere al sicuro le armi e disporsi per un attacco. Nata accidentalmente una piccola sparatoria, si vide l’inesperienza degli americani al combattimento, che si dispersero in modo disordinato. Ma, distrutti i depositi già parzialmente svuotati, sulla via del ritorno gli inglesi furono attaccati con imboscate e azioni di guerriglia dove persero 247 uomini, tra morti e feriti, tutti i loro carri e centinaia di fucili.
Questo primo fatto d’arme è un po’ lo stereotipo di tutta la guerra: gli americani al momento non sono in grado di affrontare gli inglesi in campo aperto ma possono solo colpirli con azioni di guerriglia, per poi ripiegare su basi sicure; gli inglesi sono molto rallentati nei loro spostamenti dal tipo della loro organizzazione militare.
Così Engels: «Quando scoppiò la guerra d’indipendenza americana le ben addestrate truppe mercenarie all’improvviso si trovarono di fronte schiere d’insorti che, pur non sapendo fare gli esercizi, sapevano però tirare meglio, erano dotati in gran parte di carabine precise e combattevano per la propria causa e quindi non disertavano. Questi insorti non facevano agli inglesi la gentilezza di ballare con loro in aperta pianura, a passi lenti, il noto minuetto della battaglia, secondo tutte le regole tradizionali dell’etichetta militare; essi attiravano l’avversario in fitti boschi, dove le sue lunghe colonne di marcia erano esposte, indifese, al fuoco di franchi tiratori sparsi ed invisibili; disposti in gruppi sciolti, essi utilizzavano ogni riparo del terreno per colpire il nemico e per di più, con la loro grande mobilità, restavano sempre irraggiungibili per le lente masse avversarie».
Gli americano decisero di occupare due colline sovrastanti Boston al fine di cingerla d’assedio e poi liberare la città simbolo della loro insurrezione. Gli inglesi ruppero l’assedio cannoneggiando le linee nemiche e poi riconquistarono le alture, ma furono respinti dai fucili Kentucky a lunga gittata. Gli americani dovettero comunque abbandonare le loro linee per mancanza di munizioni ma poterono ripiegare in modo ordinato attraverso una via di fuga incredibilmente lasciata sguarnita dagli inglesi. Persero la battaglia ma vinsero moralmente perché inflissero pesanti perdite agli inglesi. Per la prima volta avevano affrontato il nemico in una vera battaglia in campo aperto dimostrando una certa capacità militare.
Washington si occupò subito di organizzare le sue forze sul piano della disciplina e del comando, dotarle di un’uniforme per potersi riconoscere, ma soprattutto di impostare la produzione delle officine per la guerra, soprattutto l’artiglieria.
Una buona parte dell’esercito americano era convinto che gli inglesi avrebbero portato un attacco scendendo dal Canada, e organizzarono una spedizione di 8 mila uomini su due colonne allo scopo di occupare fortini e vie d’accesso contando sul sostegno dei coloni locali, che non arrivò. Partirono nell’ottobre del 1775 ma, a causa anche di un pessimo inverno, parziali successi non risolutivi, mancanza di rifornimenti, diserzioni, ferme volontarie non rinnovate, ed infine il vaiolo, tutta l’operazione si risolse in un drammatico fallimento perdendo metà degli uomini che erano partiti.
Le sorti di tutta la guerra sembrava volgere a favore degli inglesi ma un aiuto insperato venne dalla conquista del forte di Ticonderoga dove gli americani trovarono 50 cannoni da fortezza che, dopo immani sforzi, riuscirono a trasportare sulle alture di Boston per realizzare il piano di liberazione della città simbolo e grande porto loro necessario.
Gli inglesi, considerando la città non difendibile e priva di una popolazione lealista, decisero per una evacuazione ben organizzata di tutta la guarnigione, ora di 6.500 uomini. Questa durò ben 2 settimane durante le quali Washington non dette l’ordine di attacco. In entrambi i fronti, soprattutto a Londra, non si voleva colpire a fondo l’avversario per non compromettere i futuri accordi commerciali tra le parti. Dopo l’ordinata partenza degli inglesi Washington entrò da liberatore in Boston senza sparare un colpo, perdendo così irrimediabilmente l’occasione per annientare l’esercito inglese e conseguire una prestigiosa vittoria. Tra i suoi timori c’era anche quello verso i suoi numerosi “minut men”, che componevano il grosso del suo esercito: erano proletari che, iniziate le prime lotte a difesa delle loro condizioni di lavoro, terribili quanto mai, ora erano armati e avevano assaporato anche il gusto inebriante di alcune vittorie, anche se parziali.
L’indecisa politica inglese si tradusse in continui cambi di comandanti generali, ma il livello di scontro si alzò con il potenziamento degli effettivi cui si aggiunsero 22 mila mercenari provenienti dall’Assia e Hannover e da una forte flotta da guerra. Per tagliare in due le colonie ribelli fu organizzata la presa di New York con una manovra congiunta di una colonna di 10 mila inglesi discendente dal Canada lungo la valle del fiume Hudson e uno sbarco dalla flotta di fronte la città. Washington, considerando impossibile un’adeguata resistenza, alleggerì le difese della città, rafforzò le retrovie e mandò rinforzi al confine canadese con il compito di fermare la discesa inglese. Questo obiettivo fu raggiunto e con il sopraggiungere dell’inverno il fronte nord era tranquillo.
Ben diverso l’altro. Il 22 agosto 1776, 15 mila anglo-assiani dei 35 mila a disposizione di Howe, nuovo comandante inglese, protetti dal fuoco di 500 cannoni navali da 88 fregate, iniziarono lo sbarco a Manhattan provocando lo scompiglio fra gli americani che dovettero pian piano cedere le loro posizioni anche per la cronica mancanza di munizioni, qui necessarie in gran quantità. Le perdite americane furono grandi (2.000 uomini fra morti e feriti, contro le 660 inglesi). Dopo 40 giorni di continue scaramucce e un colloquio tra le due parti, fallito causa la dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio, di cui gli inglesi chiedevano la cancellazione, New York cadde sotto il controllo inglese.
Washington riuscì a riparare a nord con le truppe rimaste per riorganizzarle soprattutto con l’aiuto dei primi volontari europei tra cui l’eroe nazionale polacco Kosciuzko e il barone prussiano von Steuben cui fu affidato l’organizzazione e l’addestramento militare degli americani.