Partito Comunista Internazionale

I lavoratori non chiedano né credano nella pelosa carità dello Stato borghese ma lottino per difendere il loro diritto alla vita

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La borghesia è consapevole di quali pericoli correrà se il proletariato tornerà a lottare. Questo pericolo è taciuto, ma ogni tanto, leggendo tra le righe della stampa borghese, il pennivendolo si lascia sfuggire qualcosa.

Benché travolta dalla crisi la propaganda borghese si ostina a mostrare ”ottimismo”. Però di ottimismo, in realtà, la borghesia ne dimostra poco.

Ha scritto Marco Magrini sul Sole 24 Ore: «Senza lavoro non c’è pace. È il 1919. Sulle macerie della Prima guerra mondiale, il Trattato di Versailles prescrive la nascita del’Ilo, International Labour Organization, con l’idea che senza giustizia sociale non ci può essere stabilità politica. Novant’anni più tardi l’organizzazione di Ginevra, che nel frattempo è passata sotto i colori delle Nazioni Unite, si trova a fronteggiare una crisi ben meno dolorosa, ma ugualmente gravida di incertezze». Forse con quel “meno dolorosa” si intende dire che in quel periodo il proletariato, sull’onda della vittoria in Russia, era fortemente combattivo, cosa che oggi non è.

Nel suo intervento al “Ministerial Meeting” dei G8+6 di Roma il Direttore Generale dell’ILO, Juan Somavia, lanciò un monito non solo sulla gravità della crisi, che potrebbe comportare la perdita di quaranta milioni di posti di lavoro in tutto il mondo, ma altresì sulla lunghezza dei tempi di recupero dell’occupazione sia pure in una possibile ripresa. «Anche se la ripresa arrivasse quest’anno o il prossimo le difficoltà sul mercato del lavoro potrebbero protrarsi per sei, sette, otto anni. È questa la ragione per cui, indipendentemente dagli sviluppi della crisi ed anche in presenza di segnali positivi di ripresa, occorrerà tenere alta la guardia e continuare a rafforzare le politiche di protezione sociale. Il “Global Jobs Pact” adottato da metà giugno da governi, sindacati e imprenditori alla Conferenza annuale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro si prefigge questo obbiettivo. Un nuovo patto basato sull’avanzamento dei diritti fondamentali del lavoro, così come sul rilancio del dialogo sociale da realizzare in un nuovo contesto di grande cooperazione internazionale che non deve essere considerata “straordinaria” e finalizzata a superare l’emergenza, ma rappresentare in via definitiva e stabile il nuovo scenario destinato ad esprimere le politiche finanziarie e sociali di cui abbiamo bisogno per costruire il nostro futuro e non ricadere negli errori del passato».

Una giostra di parole che noi possiamo facilmente sintetizzare: stiamo attenti a che il gigante proletario non si risvegli per i troppi scossoni che gli si stanno preparando, ai quali possiamo, e dobbiamo, opporre solo le chiacchiere soporifere del “dialogo sociale” e del “nuovo contesto” assistenziale…

Ed ecco alcuni esempi pratici di “dialogo sociale”.

La British Airways, in conformità alle norme del Patto globale che prescrive misure per non licenziare, ha chiesto ai propri dipendenti di ridurre orari e stipendi al fine di evitare misure più dolorose (3.700 licenziamenti su 40.000 dipendenti), inoltre ha chiesto loro di lavorare un mese gratis. La British Telecom, sempre per non licenziare, ha proposto ai suoi 106.000 dipendenti la “vacanza della vita”: un anno senza lavoro con la paga al 30%. La Kpmg, un colosso della consulenza, ha fatto altrettanto proponendo dei periodi sabbatici da uno a tre mesi al 30% del salario. Oppure di ridurre temporaneamente la settimana lavorativa a quattro giorni, con una riduzione salariale del 20%. L’IG Metal, il sindacato tedesco dei siderurgici, ha firmato un’intesa per portare la settimana lavorativa a 30 ore nelle fabbriche dell’ovest e a 33 in quelle dell’est con riduzione del salario. Nella sola Inghilterra circa il 10% della forza lavoro è coinvolta in programmi per frenare la disoccupazione.

I governi per tamponare la falla continuano ad indebitarsi, nell’utopia di una forte ripresa economica che possa risanare questi passivi. Ma visto che questa ripresa non ci sarà, si genererà una rottura catastrofica che imporrà alla nave capitalista, prima di affondare sommersa dai debiti, di scoprirsi, da panciuto mercantile “assistenziale”, in corazzata da guerra di classe.

L’articolo del giornale padronale termina citando il punto 36 della Dichiarazione conclusiva del G8 che si è tenne a L’Aquila: «L’impatto della crisi economica sul mercato del lavoro può minare la stabilità sociale». Bene questo è quello che noi comunisti vogliamo e ci attendiamo. Che il proletariato mondiale riesca a togliersi le bende dagli occhi e a ritrovare la smarrita solidarietà di classe, fra chi nulla ha da perdere se non le proprie catene.