La Grecia, la guerra nella finanza e la crisi mondiale
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In questo convulso periodo, approfittando della crisi in Grecia, un paese particolarmente esposto nell’area dell’Euro, è andato in scena un attacco concertato alla moneta europea, insieme alle dinamiche degli scontri nell’ambito finanziario. Dietro ci stanno le frizioni tra i grandi Stati, di cui le finanze sono comunque l’espressione.
Certo per gli economisti conta solo la teoria, la politica ha altri tempi ed esigenze, ciechi – certo per scelta interessata – alle dinamiche tra Stati che si manifestano anche nella sfera della finanza, oltre che dell’economia.
Fallimento sì, fallimento no, tanto per i “troppo-grandi-per-fallire” quanto per gli Stati come la Grecia, e domani molti altri, che non riescono ad onorare i propri debiti. Sostegno delle autorità monetarie e politiche fino allo svenamento, o feroci purghe da cavalli per il ciclo economico.
Usarono questa dura ricetta nei lontani anni dopo il ’29, ma non ne furono troppo soddisfatti. Oggi va di moda il quantitative easing, la generazione di denaro senza alcuna remora di bilancio, la più facile e l’ultima della cure possibili. La regola attuale, accettata da tutte le politiche finanziarie, consiste nel trasferire il debito stratosferico del mondo finanziario allo Stato, dal privato al pubblico.
Voci discordanti da questa pratica, nello sterminato palcoscenico borghese, non mancano, critiche dell’abominio finanziario attuale, però, prigioniere del loro schieramento di classe, pretendono opporre un capitalismo etico, una razionalità morale alla follia di crescita senza freno del capitale produttivo di interesse. Critici delle malefatte delle politiche statali e dei grandi gruppi finanziari, ne denunciano i conti truccati, ma sono incapaci sempre di ribaltare e trascendere la visione di un sempiterno capitalismo.
Esprimono il punto di vista della piccola borghesia per la quale l’alternativa tra capitalismo e comunismo è pari a quella tra la forca e la sedia elettrica. Senza contare che in borsa qualche buon colpo, in modo etico, s’intende, è sempre possibile farlo, e poi per difendere i risparmi sotto il capitalismo non c’è altro modo.
Tutte le svariate teorie economiche borghesi affermano che le bolle finanziarie, le crisi del credito, i crolli borsistici e tutto quel che ne consegue, hanno la loro radice principalmente nel mondo del capitale finanziario, e che le regole di quello vadano modificate, o rese più rigorose e soggette a vincoli da parte delle autorità politiche e monetarie per evitare o ridurne gli effetti più perniciosi, innanzitutto nella sfera della economia reale – come da tutti loro è definito il ciclo produzione-consumo dei beni. Le ricette variano da scuola a scuola, così come l’individuazione della causa prima; ogni ramo della multiforme dottrina borghese ha le sue formule, i suoi modelli, le sue proiezioni econometriche.
Gli analisti più arditi, gli specialisti delle storture della finanza, non hanno dubbi: il problema è tutto nel campo dell’etica, una questione di umana follia o sconsideratezza. Ma più o meno, fatti salvi i distinguo scolastici e le sfumature di rito, il punto di partenza è lo stesso. È sempre la finanza che, sotto determinate condizioni, interviene nel processo della produzione e consumo, ne altera o peggiora il movimento, lo deprime fino alla recessione o rende talmente critica la fase dell’acquisto-consumo, innescando una dinamica mal controllabile dell’aumento dei prezzi, da mettere in crisi la stessa fase della produzione.
Relativamente a questo delicato passaggio si può assistere agli scontri teorici più accaniti. Beninteso, la teoria marxista è da tutti spregiata o negletta e demolita; in questo c’è accordo completo e il fronte è compatto. Siamo assolutamente ed orgogliosamente soli. Sulla formazione del denaro, sulle Banche centrali, l’intervento dello Stato nell’economia, sui meccanismi di generazione del credito e la sua moltiplicazione, sui debiti degli Stati il dibattito è feroce. Anche se quasi mai attinge il superiore livello della politica, della ragion di Stato.
Per portare qualche esempio, la Scuola Austriaca trae da questo spostamento pubblico-privato, con la forsennata emissione di moneta, auspici mortali per le sorti dell’economia intera. Il Fiat money, sia fatto il denaro, il meccanismo di generazione e moltiplicazione della moneta da parte delle Banche Centrali, sarebbe la radice di ogni sventura per il capitalismo, che potrebbe essere un sistema sano e sempiterno, portatore di ogni benessere a condizione che sia tutto stabile e fisso, ancorato ad un riferimento immutabile. Teoria cardine del piccolo borghese che non sopporta il pensiero delle minacce che da ogni parte subisce il suo capitale, a cominciare dall’ingordigia dello Stato con le sue tasse. È l’ottuso sogno della crescita ininterrotta senza che nulla cambi, a cominciare dalla base monetaria, dove solo il riferimento aureo garantirebbe stabilità, per finire con l’intoccabilità del capitale, visto quale prolungamento dell’esistenza individuale del suo proprietario, che solo a queste condizioni omeostatiche potrebbe crescere indefinitamente.
Proprio la teoria adatta nell’epoca del morente imperialismo monopolistico, espanso alla scala mondiale, senza limiti geografici, senza impicci di luoghi e di tempi, che è spinto dalle sue leggi a dover crescere senza posa. E quando il suo aumento come tasso scende tendenzialmente verso lo zero, sembra moltiplicarsi in un gioco di segni di valore senza alcun riscontro nel processo effettivo della creazione del valore, quello produttivo
Se le assicurazioni contro il fallimento delle obbligazioni – i famigerati CDS – non fossero stati usati, dicono, per un micidiale gioco al ribasso, addirittura contro il debito contratto dagli Stati medesimi!, se la finanza “derivata”, con i suoi incredibili strumenti produttori di utili di carta, non fosse stata così esasperata nell’utilizzare l’effetto leva per moltiplicarli oltre ogni ragionevole misura… Insomma, se la finanza fosse stata un po’ più al servizio dell’economia e non si fosse così prepotentemente sostituita all’economia stessa per generare profitto, forse non saremmo a questo punto e la strada della ripresa non sarebbe disturbata da accidenti di percorso che rischiano di far tornare indietro questo magnifico cammino.
Proprio ora che le borse stavano tornando ai livelli pre crisi in modo impetuoso, che le “trimestrali” di banche e grandi gruppi industriali mostravano utili in crescita, che il PIL delle prime economie mondiali era in netto aumento – nel settore bancario americano si registrano utili stratosferici – insomma ora che i segni della ripresa erano evidenti, proprio ora, una delle più deboli strutture economiche dell’area Euro dichiara di essere ad un passo dal fallimento, non potendo onorare le scadenze dei debiti contratti sul mercato mondiale!
Noi torniamo cocciuti ai fondamenti della nostra scuola, posizione che abbiamo sempre mantenuto con coerenza. La pretesa che sia la finanza, o i suoi effetti perversi, ad intossicare le sorti dell’economia è per noi falsa, il contrario del movimento reale. La finanza anticipa un valore che si prevede sarà prodotto in un futuro più o meno prossimo, valore che da subito però funziona esso stesso come capitale. Questa massa di segni, che non ha un corrispettivo reale in beni e in valori, di fatto viene usata ed entra nel ciclo del capitale produttivo di interesse e, conformemente alle sue leggi, è moltiplicata nel ciclo finanza-borsa-finanza.
È un debito, di entità sempre crescente, contratto “sul futuro” e che non può, oltre un certo grado, essere saldato. Questo livello è stato abbondantemente superato nell’ultimo scorcio del presente decennio.
Storicamente l’azzeramento di questo debito è realizzato dal capitalismo tramite le guerre, non ci sono altre possibilità. Pretendere che sia l’aumento mondiale del PIL, per quel che vale questo indice truffaldino usato per dimostrare tutto ed il suo contrario, in parole nostre la crescita costante del capitale in funzione e del valore prodotto, equivarrebbe a pretendere di svuotare una vasca con una pompa che aspira la metà di quanto liquido vi si getta. Infatti il debito aggregato del mondo capitalistico continua imperterrito a salire.
Noi, secondo la nostra dottrina, affermiamo che è nei frangenti come l’attuale che si misura la forza dirompente della caduta del saggio di profitto, che nessun aumento del PIL potrà mai invertire.
Ma anche senza scomodare questa asperrima legge di Marx è un fatto evidente che non è più possibile coprire con la “economia reale” lo smisurato debito accumulato per l’espansione senza limiti dei segni monetari. Tutti gli strumenti di “ingegneria finanziaria”, il cui uso ne aumenta “secondo bisogno” il volume, hanno il solo scopo di spostare oltre il momento di “fare i conti”; è questo ormai il solo loro fine, ulteriore conferma che del capitalismo non c’è proprio nulla da riformare o recuperare.
Siamo nella fase culminante della crisi generale. Da dieci anni l’economia capitalistica va avanti tra crisi, riprese e nuove crisi sempre più gravi. È questo il ciclo del capitale, ma sperarlo noi sempre con le caratteristiche del 1929 sarebbe un errore di ottimismo. Di venerdì neri, in questi anni, ne abbiamo visti parecchi: è una semplificazione prendere le crisi di Borsa, eppure profonde e dirompenti, come una premessa necessaria o sufficiente di ogni grave crisi di sovrapproduzione.
Tutte le dottrine economiche che affrontano le tragiche empasse del capitalismo, le sue crisi cicliche, di fase in fase sempre più profonde fino al salasso rigeneratore della guerra, siano esse “stataliste” o “privatiste”, di “destra” o di “sinistra”, stanno per noi nel campo dell’avversario, imbalsamatori del cadavere, pretesi medici del sistema fondato sullo sfruttamento della forza lavoro e sull’accumulazione del capitale.