Partito Comunista Internazionale

La rivolta dei braccianti immigrati – Proletari di tutto il mondo unitevi

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La rivolta degli stagionali africani, oltre a farci capire come il proletariato né ha nazione né alleati, mette in ridicolo tutte le chiacchiere sulla fine della classe operaia e sulla molle società post-industriale.

Oggi è un piccolo drappello della classe operaia internazionale, massacrato dalle politiche del capitalismo più moderno, ad esprimere una lotta, ma con il progredire della crisi sempre più ampi settori della classe saranno spinti in simili condizioni, e quindi alla rabbia e alla rivolta. Per il capitale i salariati sono tutti “negri”. Quella di Rosarno è stata una lotta effimera, soprattutto perché priva dell’appoggio della classe operaia italiana. Ma presto, travolti i tanti ostacoli che innaturalmente li dividono, tutti i lavoratori dovranno convergere nella lotta comune contro lo sfruttamento capitalista, che non distingue fra lavoratori immigrati o nativi, formando entrambi un’unica classe operaia costretta a battersi per i suoi obbiettivi immediati e storici.

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Il capitalismo avrà sempre bisogno dell’emigrazione, che permette ai borghesi di procurarsi forza-lavoro a basso costo, spingendo al ribasso la media dei salari di tutti i lavoratori. Quindi i flussi migratori sono necessari al processo di accumulazione nei paesi capitalistici avanzati. Ed è facile capire come faccia comodo alla borghesia alimentare il razzismo per dividere i proletari autoctoni dagli immigrati.

I braccianti immigrati in Italia sono circa 50.000. Il loro impiego in Italia nel lavoro dei campi è iniziato da circa vent’anni ed è andato progressivamente crescendo. Le aree di provenienza di questi lavoratori sono l’Africa subsahariana (Senegal, Costa D’Avorio, Sudan, Niger, Mauritania, Togo), il Magreb e l’Est Europa. Si spostano nelle diverse aree agricole seguendo la stagionalità delle colture.

La giornata di lavoro inizia con la sveglia alle 4 del mattino. Poi tutti in strada nei punti di raccolta della forza lavoro, dove i caporali dettano il salario giornaliero e il numero di lavoratori necessari. Il salario medio si aggira sui 20-25 euro giornalieri, per dieci-dodici ore di duro lavoro. Da questo bisogna detrarre circa 5 euro per il caporale, solitamente italiano ma spesso anch’esso un immigrato, piccola dimostrazione di come l’opposizione di fondo, fra i braccianti come fra tutti i lavoratori, non sia tra razze ma tra classi.

La maggior parte dei braccianti immigrati lavora in nero, ed è quindi clandestina. Spesso gli ultimi giorni sul finire della raccolta i proprietari fanno una telefonata alla polizia, che prontamente interviene a far rispettare la legge, arresta qualche clandestino per far fuggire gli altri, consentendo ai rispettabili borghesi agrari di risparmiare ancora sui salari: non c’è da dubitare che fra i braccianti cacciati da Rosarno dopo la rivolta in molti avessero da avere la paga delle ultime giornate.

Naturalmente esiste una differenziazione all’interno degli stessi braccianti, utile sempre a garantire piccole invidie, il tutto funzionale a un migliore sfruttamento della forza lavoro e a un maggior margine di profitto aziendale. Mentre magrebini e negri trovano rifugio prevalentemente in casolari abbandonati, fabbriche dismesse e altri ricoveri di fortuna, gli est europei riescono a permettersi spesso un piccolo appartamento in affitto da dividere fra molti di loro. Una manna per i proprietari di immobili locali. Diversamente da quanto fanno gli africani, che arrivano soli, gli slavi spesso portano con sé la famiglia; le donne cercano posto come badanti e quando non lo trovano s’impiegano anch’esse nell’agricoltura, ad esempio spostandosi fino a Tropea e Lamezia per la raccolta di cipolle e fragole nelle serre.

Tutti elementi noti e riproposti dalla stampa borghese in seguito alla rivolta. Ciò che invece è rimasto in ombra è come la crisi economica sia giunta a colpire anche il settore agrario, inasprendo la concorrenza internazionale (per gli agrumi in particolare di Marocco, Spagna e Brasile) e facendo calare i prezzi di vendita del raccolto talmente in basso che molti piccoli produttori preferiscono lasciar marcire i frutti sui rami e intascare le sovvenzioni europee. Queste sono stanziate secondo i criteri definiti all’interno della Politica Agricola Comunitaria (PAC) dell’Unione Europea, voce che impegna il 44% del suo bilancio! Dal 2007 gli aiuti agli agricoltori sono concessi non più in base alla produzione ma all’estensione del terreno; per gli agrumeti l’Unione concede 800-1.200 euro ad ettaro. Continuano a raccogliere invece le grandi aziende, che con tonnellate di prodotto hanno ancora un margine di profitto accettabile.

Si è venuta quindi a creare un’eccedenza di lavoratori rispetto al fabbisogno di mano d’opera per la raccolta. Rispetto alle stagioni passate, all’alba più lavoratori restano non ingaggiati nei luoghi di raccolta e tornano a languire nei loro miseri ricoveri. Se qualche anno or sono un bracciante riusciva a lavorare anche sette giorni su sette, ora le giornate lavorative sono drasticamente diminuite.

Pare quindi che le aggressioni contro i braccianti immigrati, elemento costante sempre verificatosi e che aveva la finalità di intimidire i lavoratori, impedendo loro di organizzarsi ed accampare rivendicazioni, negli ultimi due anni siano aumentate, avendo come obiettivo ulteriore quello di spingere i troppi lavoratori disoccupati ad andarsene. Lo scorso anno spararono a sei braccianti.

Quest’anno l’ennesima aggressione a colpi di fucile ad aria compressa, ha scatenato la rivolta, iniziata la notte di giovedì 7 gennaio, continuata la mattina del giorno successivo con una manifestazione dinanzi al municipio di Rosarno, e poi sopitasi.

Non ci è dato sapere se i braccianti abbiano avanzato delle rivendicazioni e se effettivamente siano riusciti ad andare oltre la prova di forza contro ulteriori aggressioni dei borghesi, dando sfogo alla collera accumulata. Questo sarebbe imputabile alle difficili condizioni di isolamento e precarietà di quei lavoratori, di cui non hanno colpa loro ma i razzisti sindacati dei braccianti. In caso contrario ben ha lavorato la censura dello Stato e l’autocensura dei giornalisti nell’impedire che ogni informazione in tal senso trapelasse e fosse d’esempio per altri lavoratori.

La forza pubblica è intervenuta a contenere la furia dei lavoratori, fino a che questi, stanchi, hanno fatto ritorno al fatiscente fabbricato in cui trovano abitualmente riparo. Qui li ha circondati e in seguito – nulla è trapelato nemmeno circa eventuali trattative – tradotti nei centri per gli immigrati di Bari e Crotone per l’identificazione e l’eventuale espulsione.

Ma molti sono riusciti a fuggire evitando il duplice pericolo del trasferimento coatto e le aggressioni delle varie bande che, una volta sentitesi al sicuro dalla minaccia della massa dei braccianti in rivolta, arginati dal cordone sanitario di polizia e carabinieri, si sono date a una “caccia al negro” che ha fatto vari feriti fra i lavoratori. Come sempre, una volta che i lavoratori abbassano le armi, dopo averle brandite, la borghesia sente lo scampato pericolo e parte alla controffensiva, in tutte le vili e schifose modalità ben note.

Questa dinamica degli eventi ripete la tradizionale collaborazione fra bande irregolari padronali e corpi regolari dello Stato. Collaborazione che avviene già nelle fasi di pacifico sfruttamento: lo Stato garantisce al padronato la possibilità di assoldare forza lavoro con modalità che sono fuori del diritto, contro la legge, col suo non intervento. Quando interviene invece, lo fa contro i lavoratori rastrellandoli, arrestandoli, deportandoli. Tutto ciò a dimostrazione ancora una volta di quanto sia fesso o carogna chi invoca a difesa della classe operaia la legge e lo Stato.

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Il mondo borghese si sta ora adoperando per nascondere il reale significato della rivolta. Nemmeno si erano posate a terra le ultime pietre scagliate da questi nostri fratelli di classe che già la nube mefitica dei commenti degli ipocriti benpensanti borghesi di destra e, soprattutto, di sinistra s’è alzata ad ammorbare l’aria, con le parole di non-violenza, integrazione, diritti.

I cattolici e l’opportunismo politico e sindacale sono in prima linea nello svolgere questo compito. La condizione dei braccianti immigrati è spiegata da costoro come un fatto eccezionale e patologico, non come un risultato naturale ed inevitabile nel capitalismo. I braccianti – lavoratori proletari – non sarebbero vittime del funzionamento normale delle leggi del libero mercato e dell’economia capitalistica, che ne richiedono uno sfruttamento sempre più intenso, ma della distorsione di queste leggi ad opera della malavita organizzata. La stessa mafia, in tutte le sue varie versioni locali, non sarebbe una struttura funzionale e parte integrante del capitalismo e del suo Stato, ma una escrescenza che – contro ogni evidenza – si va raccontando di poter estirpare!

A tenere i salari degli stagionali a livelli da fame, oggi e da sempre, è la condizione dell’agricoltura nel capitalismo e corrisponde agli interessi di tutti i borghesi della filiera che dal campo arriva sino al supermercato, che ingrassano dividendosi il plusvalore estorto ai lavoratori. Sono essi perciò tutti, “mafiosi” ed “onesti”, alleati contro ogni movimento che minacci di intaccare i loro guadagni. La legge li tutela e l’azione quotidiana dello Stato, che infatti da secoli, mostrando i fucili e molte volte utilizzandoli, in tutto il mondo garantisce il “pacifico” sfruttamento dei braccianti in condizioni bestiali.

Completa l’opera l’atteggiamento del sindacalismo di regime che mai si esime dal denunciare le ingiustizie, ed altrettanto mai si arrischia a mobilitare i lavoratori contro di esse.

Oggi molti proletari, privi di un sindacato di classe che li unisca e di un forte partito di classe che li indirizzi, non comprendono le cause di quanto accade e stentano a riconoscere chi è il loro vero nemico; riversano la loro frustrazione verso i loro fratelli di classe. Citiamo a riguardo Carlo Marx, che nella “Ideologia Tedesca” espone con chiarezza questo aspetto: «I singoli individui formano una classe solo in quanto debbono condurre una lotta comune contro un’altra classe; per il resto essi stessi si ritrovano l’uno contro all’altro, come nemici nella concorrenza».

Questa materiale divisione viene alimentata giornalmente: la classe dominante soffia sul fuoco, perché una eventuale unione dei proletari fa paura. La demagogia raggiunge apici, campagne di propaganda borghese si intensificano allo scopo di alimentare un clima di razzismo e diffidenza tra proletari italiani e immigrati, come sono testimonianza i giorni successivi a questa rivolta. Sono grandemente enfatizzati episodi marginali o di comune criminalità, spesso manovrata dalla mafia nostrana.

Se il capitalismo alimenta l’emigrazione forzata e dolorosa di masse di proletari, questo il marxismo lo ritiene, in generale, un fatto umanamente positivo e storicamente progressivo. Avanti barbari! abbiamo proclamato, certi che solo i barbari avrebbero potuto dare il colpo mortale allo schiavismo antico, come oggi solo i “barbari” proletari di tutti i paesi, metropoli ed ex-colonie, potranno abbattere un capitalismo sopravvissuto a sé stesso.

Difficile prevedere i flussi migratori domani, nella società comunista, e come e dove abiterà l’uomo, e per quanto tempo, nelle stagioni dell’anno e della vita. Intanto noi, rivolgendoci alla classe a Rosarno come in ogni altro luogo del mondo, gridiamo e invitiamo a gridare il loro, il nostro, unico motto: Proletari di tutti i paesi unitevi!