Partito Comunista Internazionale

La Fiat è una prigione – E la Fiom è il carceriere

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l nostro partito dalla seconda metà degli anni ’70 considera la Cgil un sindacato irreversibilmente perso alla causa dei lavoratori, impermeabile ad un indirizzo di lotta classista, e da allora dà indicazione ai lavoratori di uscirne per ricostruire un vero sindacato di classe. Le vicende attuali della lotta di classe in Italia vanno inserite in questo quadro.

La Cgil e la Fiom si trovano in difficoltà di fronte all’accelerazione della Fiat nel processo di attacco alle condizioni dei lavoratori. Ma ciò che sono e possono fare oggi è il risultato di ciò che sono stati e hanno fatto prima di arrivare a questo punto. Da 60 anni hanno cresciuto e formato tutta la loro struttura organizzativa per convincere gli iscritti e i lavoratori in genere della ineluttabile necessità della quadratura del cerchio fra interessi degli operai ed interessi dell’azienda, perché il bene dei lavoratori sarebbe condizionato dalla buona salute dell’azienda.

La Fiom non può oggi cambiare i binari su cui da sei decenni corre la sua politica per fronteggiare l’attacco della Fiat, separando le sue responsabilità da quelle dell’azienda e impostando una lotta aperta e basata sui soli rapporti di forza. Infatti la dirigenza Fiom nemmeno manifesta l’intenzione di scendere sul piano dello scontro, come ci si aspetterebbe da un vero sindacato di classe, ma continua con la litania opportunista e collaborativa di sempre.

Per Epifani «l’obiettivo principale della Cgil e della Fiom è di mantenere e di rafforzare l’industria dell’auto in Italia, di consentire alla Fiat di realizzare in sicurezza i suoi investimenti, di rendere più efficienti le fabbriche, di garantire i posti di lavoro» (L’Unità, 29 luglio). Questo non significa altro che continuare a sottomettere i lavoratori al gioco della competitività imposto dalla borghesia fra lavoratori dei diversi paesi. È certo infatti che per “mantenere e rafforzare l’industria dell’auto in Italia”, per “realizzare in sicurezza i suoi investimenti “, per “rendere più efficienti le fabbriche”, come per “garantire i posti di lavoro” c’è un solo modo: avvicinare i salari e gli orari degli operai degli stabilimenti in Italia a quelli degli stabilimenti in Polonia e in Serbia!

L’intesa col Marchionne è totale, e la loro direzione di marcia è esattamente opposta a quella classista dell’unità dei lavoratori per spezzare la concorrenza imposta dal capitale, che poi altro non è che la funzione originaria per cui nacque il movimento sindacale.

E non è solo Epifani, che rappresenta la maggioranza Cgil, che sarebbe “di destra”, a difendere queste posizioni. Per il “sinistro” Cremaschi «la chiusura di Mirafiori è un’aggressione senza precedenti a tutto il sistema industriale italiano», e la condotta di Marchionne in generale «una catastrofe per il lavoro e per l’industria del Paese». Ma di nuovo, difendere “il sistema industriale italiano” si può fare solo a spese degli operai.

Questo significa porre ancora una volta i lavoratori alla mercè degli interessi dell’industria nazionale, che – si dimostri il contrario – altro non è che il capitale nazionale, cioè la forza sociale che succhia il sangue e la vita dei lavoratori.

Il tradimento politico e sindacale prosegue per il suo fine: portare i lavoratori al completo sacrificio sull’altare delle esigenze dell’economia capitalistica. Gli operai possono rivendicare qualcosa solo e fintanto che le loro azioni non danneggino il preteso bene comune: il capitale!

La dirigenza Fiom, per difendere il suo ruolo di mezzana, si appella al padrone perché cessi dal suo comportamento “intransigente” e torni all’usato registro di “relazioni sindacali”. «La Fiat riapra la trattativa – chiede sul palco il segretario generale Fiom Maurizio Landini – Siamo disposti a una turnistica massacrante e a una redistribuzione delle pause che aumenti la produzione. Ma sia tolto dal tavolo ciò che mette in discussione i diritti civili dei lavoratori, come l’ eliminazione del diritto di sciopero e la malattia» (La Repubblica, 2 luglio).

Di fronte alla Fiat che mette in competizione i lavoratori italiani con quelli polacchi e serbi, ciò che sarebbe stato necessario fare in tutti questi anni, che sarebbe il dovere di un vero sindacato di classe, è la costruzione di una unità organizzativa con quei lavoratori, per arrivare ad uno sciopero contemporaneo contro i peggioramenti ovunque minacciati e per opporsi alla concorrenza fra lavoratori. Di fronte agli operai della Fiat di Tychy in Polonia che nel 2007 rivendicavano di alzare il minimo salariale in busta paga da 1.435 a 2.800 zloty (da 380 a 740 euro), l’indirizzo sindacale di classe sarebbe stato quello di scioperare anche in Italia a sostegno di quella lotta.

Nulla di questo è stato fatto, e nemmeno detto. La Fiom ha avallato perfino la competizione fra gli stessi stabilimenti italiani, fra Melfi, Termini Imerese, Mirafiori, ecc, a partire dalla firma di un patto territoriale in deroga al contratto nazionale per lo stabilimento di Melfi.

Oggi l’azienda Fiat è in crisi, con seria minaccia di fallimento e di definitiva chiusura di molti dei suoi stabilimenti, nonostante le finte e le fanfaronate del padrone. In questa situazione in particolare chiudere l’orizzonte sindacale all’interno dell’azienda significa necessariamente abbandonare chi ci lavora a ogni tipo di facile, e inevitabile, ricatto. La sola difesa possibile non è in quanto “dipendenti” di una impresa, che sta affondando, ma in quanto classe operaia, opposta a tutta quanta la classe dei padroni. Nella crisi è in fabbrica che i lavoratori sono più deboli.

L’ossigeno per la lotta sociale è fuori dalle fabbriche. La ricchezza reale non è nelle imprese in crisi di bilancio ma nella società, nelle banche, nel tesoro degli Stati ove è riposta la enorme ricchezza accumulata dalla classe borghese. Ed è da tutta la borghesia e dal suo Stato che la classe può e deve pretendere, con la lotta e con l’organizzazione, il necessario per la propria vita.