Dopo Cristo
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La vulgata dominante considera la classe operaia e le sue lotte una presenza ormai estinta nel divenire sociale, e smentite le dottrine scientifiche su di essa fondate. Il marxismo – proprio quando ogni giorno di più si dimostra l’unica teoria che fin dalla metà del diciannovesimo secolo riuscì a descrivere il divenire del capitalismo nel ventunesimo e la sua crisi – è declassato a vinta ideologia emanata da, e propria di, un passato nel quale la società non era ancora sufficientemente progredita per andare oltre una visione manichea della realtà. Un arnese da èra pre-cristiana, appunto.
Ma, in questa fase involutiva che qualcuno ha voluto chiamare del dopo Cristo, i capitalisti, dai grandissimi ai piccolissimi e di ogni taglia e paese, con le loro aziende che stanno imbarcando acqua e minacciano seriamente di affondare nei fallimenti, gettano a mare anche tutte le loro precedenti dottrine difensive e utili menzogne, come quella sulla “dignità del lavoro” e dei “limiti sociali alla iniziativa privata”, di origine prima socialdemocratica, poi fascista-nazista-staliniana, infine postfascista. Siamo ad un “si salvi chi può”, ad un “rompete le righe”, ideale e materiale, davanti ai marosi della crisi che sgombrano via ogni detrito e lasciano a nudo solo il duro scoglio del sottostante rapporto di produzione: il tasso del profitto.
Come la rivoluzione industriale avrebbe emancipato l’umanità dall’oscurantismo religioso, la società post-industriale l’avrebbe liberata dalla ideologia. Questo il consolatorio pensiero dominante, fatto di premesse e conclusioni false. E fallimentari: il mondo borghese di fatto ammette, vestendosi come per una moda di alcune parole delle vecchie scuole del pragmatismo, dello scetticismo e del cinismo, di aver rinunciato a comprendere e a dominare la realtà. L’ossessivo abbandono delle teorie del giorno innanzi, il continuo loro aggiornamento con l’eclettico opporsi, mescolarsi e riproporsi, esprimono solo l’inadeguatezza del pensiero borghese ad ogni minima previsione dello sviluppo della sua società.
La borghesia può arrivare a cogliere solo aspetti parziali e contingenti del suo mondo, ma sfuggendogli il nucleo essenziale, ne stravolge il significato collocandoli al di fuori del loro quadro storico, isolandoli ed esagerandone il peso e gli effetti.
La teoria che possa esistere una società capitalistica post-industriale, non fondata sulla produzione di beni materiali, è il paradigma di questo vero e proprio delirio nel quale è ormai precipitata la classe borghese, del tutto assimilabile alle mistiche e alle superstizioni che essa irrideva nella decadenza delle classi che l’hanno preceduta e che con la sua Ragione pretendeva combattere.
Questa “teoria” si basa sulla assolutizzazione dei cosiddetti processi di de-industrializzazione e de-localizzazione. Ma nessuno dei due neologismi significa de-capitalizzazione. Il loro reale significato e portata è ascrivibile senza difficoltà allo sviluppo complessivo del capitalismo, fin dalle sue ormai lontane origini, come nella splendida lucidissima e definitiva descrizione, e condanna, che il marxismo ne ha dato già dal Manifesto del 1848. Nel marxismo quelli sono fenomeni che dal capitalismo non escono, lo confermano e riaffermano né in niente lo negano.
Sono inoltre relativi, ed anche, localmente, invertibili.
Relativi nello spazio perché, mentre si “de-industrializza” in Occidente, si industrializza, e a ritmi forsennati, in molte e più vaste regioni nel resto del mondo. Il risultato complessivo è così esattamente opposto a quello preteso dalla – questa sì! – ideologia della post-industrializzazione: abbiamo davanti a noi un mondo con più fabbriche, più salariati e più operai manuali, sia in termini assoluti sia relativi, rispetto al totale della popolazione mondiale.
Relativo ad un tempo: quello degli ultimi pochi decenni, segnati da un notevole divario fra i salari degli operai in Occidente e quelli del resto del mondo, tale da rendere conveniente la de-localizzazione degli stabilimenti. Ma anche questa differenza non è assoluta e riposa su condizioni materiali in continuo mutamento. Mentre una robusta lotta operaia dei paesi a giovane capitalismo già costringe le borghesie locali a concedere aumenti dei salari, nei paesi a vecchio capitalismo la lotta di classe, oggi qui di iniziativa borghese, riesce ad abbassarli. È un processo che negli ultimi mesi è stato reso evidente dai forti scioperi, spesso vittoriosi, in Cina, Vietnam, Cambogia, Bangladesh, Pakistan, Sud Africa, Panama…
Il processo di progressiva riduzione delle differenze salariali e di condizioni di lavoro nelle diverse zone economiche è destinato a durare. La forza organizzata degli operai dei Paesi emergenti infatti, seguendo un processo materiale già avvenuto nei Paesi di più antica industrializzazione, non potrà che accrescersi, mentre nell’Occidente in fase di recessione, l’inasprirsi dell’attacco padronale alle condizioni dei lavoratori, come emblematicamente dimostra la recente vicenda Fiat, è destinato ad approfondirsi vista la difficoltà che dimostra la classe operaia a riprendersi dalla improvvisa perdita delle sue illusioni di progresso e di sicurezza sociale, a reagire e a trovare il suo proprio orientamento politico.
Domani quindi i flussi della de-localizzazione dovranno modificarsi ancora e non è escluso che tornino ad invertirsi.
La condizione attuale di debolezza del proletariato mondiale, addebitata meccanicamente alla cosiddetta globalizzazione, quando invece è il prodotto di un lungo ciclo storico di controrivoluzione e di temporaneo soccombere della prospettiva politica comunista nella guerra mondiale fra le classi, non è dunque un dato assoluto e incontrovertibile, ma destinato a mutare a causa delle stesse leggi capitalistiche che l’hanno determinata.
Questo processo, che è per così dire spontaneo, sarà di molto influenzato dalla capacità della classe operaia di attrezzarsi efficacemente per la lotta, determinandone velocità e profondità. Quanto prima i lavoratori sapranno dotarsi di una organizzazione di lotta che li unisca al di sopra delle aziende, delle categorie e delle frontiere nazionali, tanto più la condizione di attuale debolezza della classe operaia sarà capovolta nella posizione di forza di una struttura della classe che affascierà tendenzialmente i lavoratori del mondo intero. Questo processo è inevitabile e l’attuale crisi di sovrapproduzione, nei suoi colpi e contraccolpi, lo renderà sempre più necessario.
Il partito comunista mondiale non si nasconde le difficoltà che si frappongono e si frapporranno alla effettiva unificazione della classe lavoratrice. Considera sua funzione vitale, e di grande aiuto alla riorganizzazione proletaria il suo intervento nelle lotte del proletariato, per indirizzarlo sia nella difesa immediata sia nel riappropriarsi dello storico programma comunista, l’unico che può permettere di trasformare gli sparsi reparti operai in una armata in marcia per la sua emancipazione.