Partito Comunista Internazionale

[RG107] Il Terzo Libro del Capitale

Categorie: Economic Works

Questo articolo è stato pubblicato in:

Nella riunione di maggio si è sospesa l’esposizione ragionata dei capitoli della quinta Sezione del III Libro per presentare, in due distinte sessioni, una serie di indici, tabelle ed argomenti di finanza, in particolare elementi di teoria monetaria, perché la propaganda di tutti i governi del mondo maschera oggi in un modo ossessivo e continuo l’effettivo stato dello sviluppo della crisi capitalistica, in un turbine di notizie, smentite, dati ottimistici che paiono negare l’estrema gravità della situazione presente, con un continuo asfissiante mantra alla stabilizzazione del sistema finanziario ed alla ripresa che sarebbe “dietro l‘angolo”.

Troppe volte il nostro entusiasmo rivoluzionario, e le certezza della nostra scuola ci hanno fatto sperare prossima la caduta di questo infame mondo capitalista, con tutti i suoi miti, la sua follia, la sua disumanità.

Quanto sta scuotendo il mondo capitalistico, ipertrofico di merci e finanza come non mai dai tempi della grande crisi del ‘29, ci pare indicare in modo non equivoco l’esito da noi previsto per questa fase. Non dobbiamo però forzare i dati e quanto ci viene prospettato dalla stessa statistica borghese in senso necessariamente favorevole alla nostra visione del crollo, ma valutare con attenzione ciò che la critica dell’avversario ci mette a disposizione. Già la nostra scuola ha ottenuto una formidabile vittoria teorica, non fosse altro per il fatto che la crisi si è innescata e si va sviluppando proprio come da noi previsto e studiato. Pur se riuscisse il mondo borghese ad arginarla anche questa volta, possiamo vantare un altro colossale riscontro empirico del marxismo.

Questo lavoro su cui noi, modestissimi seguaci di una lunga tradizione di studio e di lotta, nel silenzio generale caparbiamente insistiamo, ha proprio questa finalità: verificare razionalmente la validità dei nostri teoremi storici ed economici alla luce dei fatti.

Per questo non ci sottraiamo ad affrontare lo studio e l’analisi della loro crisi anche con gli strumenti e gli assunti dei nostri avversari storici, per addivenire comunque ai nostri stessi risultati e alla doppia smentita dei loro errori.

Nella prima sessione dell’esposizione, al sabato, l’intervento si è aperto con la riproposizione di un brano potente e fondamentale, tratto dal Capitolo 30 del III libro, “Capitale monetario e Capitale effettivo”, in cui viene chiarito come a produrre una crisi sia la scarsezza, fino al blocco, dei mezzi di pagamento, che si accompagna alla discesa della produzione rispetto alle potenzialità della macchina produttiva.

Poggiando il sistema produttivo essenzialmente sul credito, quando questo viene a contrarsi o a mancare, la crisi pare assumere il carattere di crisi finanziaria, creditizia e monetaria, mentre nella sostanza è crisi che si fonda sul meccanismo della produzione che ha superato, nella ricerca del tasso di profitto più alto, l’effettiva capacità di acquisto sociale. Questo è per noi il concetto fondamentale: la crisi generale del sistema capitalistico, come studiata e descritta dalla nostra scuola, è crisi che si presenta come deflazione, per usare termini attuali.

Nel corso di tutto il rapporto l’analisi dei dati a nostra disposizione, gentilmente forniti dai centri di studio capitalistici, presi con le dovute cautele – le manipolazioni dei dati statistici sono all’ordine del giorno, e le forzature una costante – indicano lo stato deflattivo della finanza, anche se i fenomeni inflattivi da speculazione, posizione di privilegio o cartello, sui consumi di base o su comparti specifici delle materie prime e dell’energia possono suscitare l’impressione di un processo inflattivo in atto.

A proposito di dati manipolati, sono stati presentati alcuni valori statistici ufficiali cinesi relativi all’ultimo quadrimestre del 2009: per il Pil indicano aumenti superiori al 5,6%, che sarebbe l’incredibile 24% sull’anno, proprio il peggiore per l’economia mondiale; valori delle esportazioni con crescite superiori al 16%, ed altre forzature grossolane.

Di questi modi truffaldini di presentare i dati fanno scuola i centri studi borghesi e gli istituti di statistica di tutto il mondo quando, per negare la disgregazione progressiva, a volte più veloce a volte più lenta, del tessuto economico e produttivo, comparano gli scarti percentuali rispetto ai periodi di minimo più marcato. Si poteva leggere sulla stampa italiana, “A marzo produzione industriale +6%, ai massimi dal 2006”: si trascurava di aggiungere che il calcolo era fatto rispetto al minimo del marzo 2009, e quindi la lievissima ripresa valutata da gennaio a marzo 2010 produceva in realtà un incremento irrisorio. Ma tanto basta per istillare “la fiducia e l’ottimismo”.

Affrontando il problema del “debito”, che è nella fase di capitalismo declinante il vero motore finanziario dell’economia, si è accennato al rapporto debito pubblico su debito privato, cioè alle possibilità da parte degli Stati di raccogliere risorse finanziarie dai cittadini, mediante misure “di emergenza” (tasse, prelievi forzosi e così via) ove il debito “privato” fosse di bassa consistenza. Ma la situazione del debito totale, rispetto al Pil, appare molto critica: all’inizio del 2010 il Regno Unito presenta la percentuale del 450%, 308% la Francia, 342% la Spagna, Italia e USA oscillano intorno al 290%. In generale le curve dei debiti totali in percentuale sul Pil segnano una crescita marcata e costante nel tempo.

Un dato particolarmente significativo sulle effettive condizioni del capitalismo è dato dal debito federale – quindi senza considerare il debito delle famiglie, che per gli USA assomma a 13 trilioni di dollari, tredicimila miliardi – che non cessa di aumentare, su un Pil di circa 17 trilioni. Se consideriamo i metodi molto discutibili di calcolo del Pil (almeno da un punto di vista dell’effettiva valutazione della ricchezza prodotta), appare evidente che nelle condizioni attuali gli Stati Uniti impongono il peso del loro debito al mondo intero.

Relativamente al Pil delle diverse economie sono state esposte delle tabelle comparative a scala mondiale, anche se datate al 2008. La nostra considerazione della grandezza Pil è molto bassa, ce ne fidiamo poco. Riteniamo sia peggio ancora se utilizzata per confronti internazionali, quando è noto che si basano tutti su calcoli differenti, a volte notevolmente, da Stato a Stato, da un sistema di rilevazione ad un altro.

Stabilito questo, appare che, almeno all’inizio della “madre di tutte le crisi”, il Pil aggregato della Unione Europea sarebbe di gran lunga superiore a quello degli Stati Uniti, e che la Germania solo nel 2008 avrebbe ceduto il suo posto in classifica alla Cina, che si porterebbe al terzo dopo Usa e Giappone e davanti a Germania e Regno Unito. Se poi si andasse a valutare il Pil pro capite, cioè in relazione alla popolazione, la Cina risulterebbe ancora molto lontana dalle economie dell’Occidente.

Nella seconda sessione della esposizione, alla domenica, sono stati trattati temi specifici monetari, in particolare sono stati descritti quelli che si definiscono modernamente “aggregati monetari”.

Questa digressione nella teoria economica dei nostri avversari crediamo sia importante per comprendere meglio grafici, tabelle e dati che sono l’argomento principe delle analisi borghesi e per far avere al nostro Partito una migliore comprensione dello sviluppo ed approfondimento della crisi.

Per “aggregati monetari” si intende la quantità complessiva di moneta, in un certo momento ed in un certo spazio economico, nella sua forma di circolante o di moneta scritturale, che è moneta a tutti gli effetti, e di altre attività finanziarie che, per il loro grado di liquidità – cioè la possibilità di essere convertite in tempi più o meno brevi in “moneta” – possono svolgere le stesse funzioni della moneta stessa.

Vogliamo rimarcare che su quel “possono svolgere” si è fondato l’inizio della più terribile crisi finanziaria di questa fase.

Per quel che serve al nostro lavoro si distinguono quattro categorie di aggregati. Si parte da quello definito M0, o “base monetaria”, che è la “moneta” (in senso lato) prodotta, per così dire, dalla Banca Centrale – detta anche “moneta ad alto potenziale” – e comprende anche tutte le partite che sono immediatamente convertibili in moneta senza costi ed immediatamente, cioè passività della Banca Centrale verso le altre banche. Poi M1, “liquidità primaria”, è definita da M0 più attività finanziarie che operano come mezzo di pagamento (depositi in conto corrente, traveller’ cheque). Segue M2, definita anche “liquidità secondaria” o “quasi moneta“, composta da M1 più altre attività finanziarie, depositi bancari e postali non trasferibili a vista con assegno e libretti di risparmio. Infine M3, cioè M2 più attività finanziarie che possono operare come riserva di valore. Ogni aggregato insomma è dato dalla somma del precedente e da “valori” la cui convertibilità è via via più a lungo termine e con costi maggiori.

Per dare una stima dei volumi, a fine del 2008 nell’area dell’euro M1 valeva 3.970 miliardi, di cui 704 di circolante, M2 8.300 miliardi, ed M3 9.364 miliardi.

L’andamento nel tempo di queste grandezze, tutte correlate, e la loro velocità di circolazione definiscono lo stato del sistema finanziario. M0, la moneta emessa dalla Banca Centrale a fronte dell’emissione da parte del Tesoro di Buoni (o bond), costituisce il motore monetario con cui il sistema bancario nel suo complesso genera, mediante il meccanismo della riserva frazionaria, il surplus che permette il funzionamento del sistema economico – e quindi produttivo. Giusto quella massa di cambiali e valori convertibili citati nello splendido brano del “Capitale” con cui abbiamo aperto il rapporto.

Sulla scorta di queste semplici informazioni, sono poi state presentate e commentate quattro tabelle, aggiornate al 2009, che saranno riprodotte nella pubblicazione estesa del rapporto.

La prima, che riporta il volume delle valute in circolazione, espresse in miliardi di dollari ed in percentuale su tutte le valute circolanti, vede ai primi quattro posti l’Euro, seguito dal Dollaro, poi dallo Yen e dallo Yuan; la loro somma percentuale quota il 75% di tutte le banconote emesse. Che l’Euro sia in volume la prima delle divise circolanti spiega molte cose anche non attinenti a finanza ed economia, nel campo della politica internazionale.

La seconda tabella presenta la stima, dal 1971 al 2009, dei quattro aggregati monetari; è da notare l’impennata di M2 nel quadriennio 2005-2009 rispetto agli altri e la sua preponderanza, assieme ad M1 per la massa attuale della circolazione, e la crescita rapidissima di M3 nel biennio 2007-2009; questo aggregato è quello che più direttamente caratterizza l’espansione delle “bolle finanziarie”, ed è un indice, per certi versi, dell’inflazione monetaria – qui con “inflazione” non si indica la crescita costante dei prezzi delle merci, ma l’abbondanza oltre il necessario per gli scambi economici, di moneta. La sua grande disponibilità influenza i corsi delle borse.

Nella terza tabella, che mostra la crescita dal 1971 al 2009 delle principali quattro divise e del totale delle altre, si nota la crescita vertiginosa dal 2007 al 2009 delle prime tre divise, a fronte di una crescita molto più contenuta dello Yuan; un segno manifesto di come la principale attività finanziaria degli Stati sia quella di stampar moneta.

La quarta tabella infine, prodotta dalla Federal Reserve di St. Louis e riferita agli Stati Uniti d’America, riporta nel tempo la velocità di circolazione di M1, il moltiplicatore monetario, cioè il tempo in cui M0 e il suo derivato M1 si muovono nel sistema economico.

Dal 2008 al 2009 la velocità di circolazione di M1, malgrado l’incredibile quantità di moneta prodotta dalla FED nel quantitative easing più forsennato della storia del capitalismo (“moneta” che è però andata a tamponare le voragini prodotte dalla bolla nel sistema finanziario, e non nel ciclo della produzione o consumo!) ha subito un crollo drammatico, per continuare a scendere fino al 2010. Questo è un indice certo di un processo deflazionistico in atto, della spirale senza esito in cui si avvolge il capitalismo.