Dal ricatto di Pomigliano un monito per tutti i lavoratori
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Il rapporto di lavoro salariato si fonda, per sua natura, su un ricatto, da parte dei monopolizzatori del capitale, nei confronti di chi è costretto a vendere la propria forza lavoro per non fare la fame.
Le condizioni che la Fiat pretende di imporre ai lavoratori di Pomigliano, e che il padronato va imponendo in tutte le categorie, confermano che il capitalismo è oggi, ed è sempre stato, quello descritto da Carlo Marx: vive solo dello sfruttamento spietato e senza misura della forza lavoro. Il sistema della fabbrica, il cosiddetto fordismo, non è mai morto e il ricatto di Pomigliano è esercitato, e in termini anche peggiori, contro i lavoratori, pubblici e privati e di tutti i paesi.
Il capitale mondiale, stretto fra la folle sovrapproduzione di merci, per lo più inutili o dannose, e la caduta del saggio del profitto, è una forza sociale sempre avida di sopralavoro, sempre più nemica della classe operaia, sempre più incapace di consentire la vita di chi lavora.
Si costringono gli operai a 18 esasperanti turni, notte e giorno, per produrre un numero infinitamente crescente di automobili che nessuno vuole e di cui nessuno ha bisogno. Il capitalismo è una malattia grave dalla quale l’umanità deve liberarsi e guarire.
In questa società nessuna legge, diritto, costituzione o statuto potrà mai garantire la classe operaia, che può difendere salari ed orari solo quando riesce a schierare la sua forza organizzata contro la forza unificata del padronato.
Oggi invece i lavoratori non riescono a resistere al peggioramento del ricatto borghese perché sono deboli. E sono deboli sia perché la crisi economica esaspera la concorrenza fra venditori di forza lavoro, sia perché sono divisi, privi della loro organizzazione sindacale di classe.
I sindacati di regime Cgil, Cisl, Uil, Ugl non sono che i rappresentanti della borghesia all’interno della classe lavoratrice, incaricati di far passare con qualsiasi mezzo la politica padronale.
La Fiom usa talvolta un linguaggio diverso solo per illudere i lavoratori e i suoi stessi delegati di base, e ritardare il momento in cui questi si daranno una nuova e combattiva organizzazione difensiva. Nei fatti nemmeno la Fiom ha mai organizzato veramente una lotta decisa e generale per la difesa operaia. La dirigenza e i funzionari Fiom invece tengono e terranno sempre imprigionati gli operai e i delegati all’interno della Cgil, nonostante questa sia da trent’anni un organismo irreversibilmente passato dalla parte dei padroni e nonostante in ogni importante battaglia abbandoni gli operai a se stessi – esattamente come è avvenuto per Pomigliano. Gli iscritti alla Fiom devono invece rompere con la loro dirigenza, abbandonare la Cgil ed unirsi a quei lavoratori che da anni si sono già organizzati fuori e contro i sindacati di regime, per costruire un vero sindacato di classe.
In particolare nel precipitare della crisi mondiale del capitalismo, la difesa della classe lavoratrice richiede un indirizzo di politica sindacale opposto a quello, praticato da molti decenni, di sottomissione delle esigenze dei lavoratori a quelle della economia nazionale, della produttività, dei profitti industriali. Occorre tornare alla impostazione classica ed originaria della lotta operaia, che denuncia ogni solidarietà con la classe padronale e con il cosiddetto “sistema Italia”.
Il referendum è – indipendentemente dai brogli – una truffa in sé per i lavoratori: in esso il voto di quadri, crumiri, venduti di ogni specie e di semplici lavoratori che cedono al ricatto padronale, ha lo stesso peso del voto di chi lotta e sciopera. Dalla consultazione – individuale, locale e contingente – dei lavoratori, non può che uscire la sottomissione ai ricatti borghesi. La ragione e il fine del sindacalismo di classe è appunto sopravanzare la debolezza dei singoli per esprimere la forza di un movimento e di una coscienza collettiva. In tal senso un referendum è il contrario della lotta di classe.
Nella crisi è in fabbrica che i lavoratori sono più deboli e ricattabili. Si impone quindi il ritorno alla lotta sociale generale fra le opposte classi, alla solidarietà di categoria e fra categorie, fra assunti a tempo indeterminato e precari, fra indigeni ed immigrati.
Per finirla con la concorrenza al ribasso senza fine che i lavoratori sono costretti a farsi fra Occidente ed Oriente, Nord e Sud del mondo, occorre invece tornare a proclamare e ricercare nei fatti la solidarietà fra gli sfruttati dei diversi paesi, schiacciati dal medesimo ed unico capitale internazionale.
Questo richiede, da una parte una mobilitazione generale per rivendicazioni di tutta la classe operaia, come un salario a tutti i lavoratori licenziati, dall’altro una vera confederazione sindacale di classe che torni ad un indirizzo politico e a moduli di azione tradizionali e tipici della lotta operaia antipadronale.
Questo intransigente e sempre più vasto movimento di resistenza contro il ricatto borghese arriverà a porsi il compito della soppressione storica e definitiva del regime sociale che su quel ricatto si basa.
Questo il volantino che abbiamo diffuso fra i lavoratori a commento delle imposizioni padronali agli operai di Pomigliamo. Non fa che ripetere, nel caso attuale, quello che il nostro partito afferma da molti decenni: che Cgil e Fiom sono sindacati oggi irrecuperabili per la difesa e la mobilitazione della classe operaia.
Questa affermazione e previsione ha dato ai nervi all’interno di una certa “organizzazione” che si definisce, inspiegabilmente, “Lotta Comunista”. Il che non ci riguarda né ci interessa, ma lo prova il fatto che i nostri compagni di Genova, nel distribuire il 2 luglio agli operai in sciopero il testo qui sotto riprodotto, sono stati avvicinati da dei capetti Fiom, alcuni dei quali noti aderenti a questi “lottatori”, che gli hanno strappato di mano i volantini ed impedito di continuare a distribuirli.
Della cosa non abbiamo da stupirci e nemmeno da lamentarci, ovviamente, né ci attendiamo da chicchessia il riconoscimento di nostri “diritti”. Tantomeno, quindi, modificheremo i termini e le modalità della nostra propaganda.
Solo rileviamo sia il metodo, identico a quello staliniano-democratico della Cgil nei confronti dei suoi veri oppositori sulle posizioni di classe, sia il merito, l’effettivo indirizzo sindacale di simili “comunisti”.
Risulta che questi efficienti funzionarietti non mostrano mai altrettanta energia nel condannare il tradimento dei sindacati di regime. Ben infilati nella dirigenza Cgil e Fiom a tutti i livelli, accusano la Cgil non di tradimento, ma di essere «diretta da una burocrazia ripiegata su se stessa, priva della consapevolezza dei processi reali in corso». Si tratterebbe di una questioncella psicologico-culturale dei capi, e non la sottomissione piena ed organica di tutta l’organizzzione alla politica e agli interessi storici e contingenti della classe borghese. Il solito trito opportunismo della sinistra sindacale, insomma, ultima linea difensiva del sindacalismo borghese.
Hanno proprio dei buoni motivi per strappare i nostri volantini.