La classe operaia è debole perché non è organizzata per la lotta
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Allo sciopero del 5 giugno
La crisi economica mondiale del capitalismo non ha vie d’uscita e, come previsto da sempre dal marxismo, essa è destinata ad aggravarsi ben oltre lo stato attuale.
Sotto la sua pressione, nelle scorse settimane i governi di tutti i paesi europei, in questo uniti sebbene in guerra finanziaria e commerciale fra loro, con il beneplacito di fatto di tutti i sindacati di regime (in Italia Cgil, Cisl Uil, Ugl), hanno varato pesanti provvedimenti straordinari a danno dei lavoratori: taglio dei salari, licenziamento di decine di migliai di lavoratori precari, innalzamento dell’età pensionabile, demolizione delle provvidenze sociali.
Questo è un attacco della borghesia contro tutta la classe lavoratrice, ma colpisce per primi i giovani lavoratori precari e i lavoratori del pubblico impiego, che una interessata campagna propagandistica da anni oppone agli altri lavoratori. La borghesia – che procede con questo identico metodo in tutti i paesi d’Europa – cerca in tal modo di dividere la classe per evitare di affrontare la lotta comune di tutte le categorie.
In Grecia e in Spagna governi “di sinistra” hanno tagliato i salari nominali dei lavoratori pubblici del 20% e del 5%. Non sono provvedimenti eccezionali riguardanti paesi “mal gestiti”, come li dipinge la stampa borghese, ma rappresentano la strada che tutti i governi borghesi europei e mondiali – di “destra” come di “sinistra” – percorreranno nel prossimo futuro. La crisi è del capitalismo mondiale e sotto il suo procedere i capitalismi nazionali più deboli sono soltanto i primi a cadere in ordine di tempo.
La manovra del governo italiano è la medesima: riduzione del salario dei lavoratori pubblici col blocco del rinnovi contrattuali per i prossimi tre anni, licenziamento di decine di migliaia di lavoratori precari ed aumento dell’età pensionabile.
Ma il più importante intervento per far cassa è il drastico taglio dei finanziamenti a Regioni ed Enti Locali, col che lo Stato delega ai suoi organi periferici il compito di impoverire i lavoratori attraverso la cancellazione dei servizi sociali, che di fatto sono una parte del salario, e il licenziamento di migliaia di precari da essi impiegati. A questi vanno aggiunti gli oltre 40.000 licenziamenti previsti fra i lavoratori precari della scuola. La disoccupazione, in specie quella giovanile, già altissima, crescerà ancora.
Nessuno ha il coraggio di sostenere che questi provvedimenti avranno carattere temporaneo e che in futuro le condizioni dei lavoratori torneranno a migliorare. Si invocano invece – ancora da “destra” e da “sinistra” – nuove riforme della previdenza e del mercato del lavoro che già si annunciano peggiori ancora delle odierni condizioni contrattuali e normative.
Tutti, per altro, prevedono che, anche ammesso che la crisi temporaneamente si allenti, le condizioni di vita della classe lavoratrice comunque peggioreranno. La classe dei lavoratori si conferma a tutti gli effetti ciò che in realtà è sempre stata: una classe di PROLETARI.
Ma se gli effetti della crisi colpiscono i lavoratori, l’origine dell’attuale decadenza e disfacimento sociale non è nella classe operaia ma nel sistema capitalistico di produzione fondato sull’oppressione e sfruttamento del lavoro. La crisi è la prova dell’impossibilità del capitalismo a consentire ogni progresso e la vita stessa. La crisi è quindi la premessa a che i lavoratori maturino la loro totale sfiducia nel capitalismo, nelle sue istituzioni e nelle sue promesse e menzogne sociali, e tornino ad affidarsi per la loro difesa esclusivamente nella loro lotta intransigente e nella loro organizzazione.
Ciò avverrà attraverso il dispiegarsi di scioperi veri, cioè senza preavviso, a oltranza, estesi al di sopra delle aziende e delle categorie: ad un attacco mosso all’insieme della classe bisogna che la classe lavoratrice risponda unitariamente con lo sciopero generale.
Ma per tornare a lottare in questo modo è assolutamente necessario dotarsi di un’organizzazione adeguata, il sindacato di classe. I lavoratori hanno bisogno di un unico grande sindacato, che inquadri al suo interno tutti i lavoratori, occupati e disoccupati, al di sopra di qualunque divisione nazionale, religiosa o di ideologia politica.
Questo vero sindacato non subordina la difesa della classe operaia a nessun altro principio o condizione, come invece fanno gli attuali sindacati di regime che, per gli interessi aziendali e dell’economia nazionale, collaborano coi padroni e coi governi per far digerire ai lavoratori ogni nuovo sacrificio.
La Cgil invece nel XVI congresso ha ribadito la sua irreversibile natura di sindacato di regime, fedele agli interessi dell’economia nazionale, cioè del capitalismo, al quale consegna la classe lavoratrice legata mani e piedi. Di fronte all’attacco frontale in atto, solo per impedire l’insorgere di uno spontaneo movimento di lotta proclama una “manifestazione” per il 12 giugno e solo parla di una vaga possibilità di sciopero.
L’opera della riesumata sinistra CGIL – sconfitta senza appello e con disonore al congresso – conferma l’impossibilità di “cambiare la CGIL” e dimostra ancora una volta che la sua sola ed effettiva funzione è quella di impedire che i lavoratori l’abbandonino, a cominciare dai metalmeccanici.
La ricostituzione del sindacato di classe dovrà passare per lo svuotamento del sindacalismo di regime, ormai divenuto inconquistabile ad una politica di classe.
Il sindacalismo di base da decenni afferma di voler rappresentare, almeno in alcune sue componenti, una via di ricostruzione del sindacato di classe, ma dimostra di esser influenzato da deleterie forze centrifughe che ne minano la possibilità di crescere e di affermarsi. Il semplice fatto che nella intera vita di una generazione di militanti sindacali non si sia ancora riusciti a far progressi verso una unitaria opposizione ai confederali dimostra che questo non è, nonostante i proclami, l’obiettivo delle dirigenze attuali di queste organizzazioni.
Il comunismo di sinistra, rivoluzionario ed internazionalista, al quale il nostro partito è rimasto sempre fedele, ritiene necessaria la ricostituzione di un sindacato di classe, in opposizione al sindacalismo di regime, se possibile attraverso la fusione organizzativa dei sindacati di base. Questo processo sarà grandemente favorito dal ritorno alla lotta di sempre maggiori masse di lavoratori, spinti all’azione dalla miseria in cui li sta precipitando il capitalismo.
Le rivendicazioni generali del Sindacato di Classe saranno quelle classiche del movimento operaio, unificanti tutti i lavoratori:
– Aumenti salariali maggiori per le categorie peggio pagate
– Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
– Salario garantito per i lavoratori disoccupati.