Partito Comunista Internazionale

Il Capitale d’occidente ha conquistato l’Asia Ovunque la rivoluzione abbatterà il Capitale

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L’8 ottobre 1858 Marx scriveva ad Engels: «Non si può negare che la società borghese ha rivissuto per la seconda volta il suo secolo decimosesto, un secolo decimosesto che spero suonerà a morto per lei come il primo l’ha chiamata in vita. Il vero compito della società borghese è la costituzione di un mercato mondiale, almeno nelle sue grandi linee, e di una produzione che poggi sulle sue basi. Siccome il mondo è rotondo, sembra che questo compito sia stato portato a termine con la colonizzazione della California e dell’Australia e con l’inclusione della Cina e del Giappone».

L’industria meccanica, rovinando il prodotto degli artigiani dei paesi colonizzati, li aveva trasformati con la forza in campi di produzione delle sue materie prime. Così le Indie Orientali venivano costrette a produrre cotone, lana, canapa, iuta, indaco, ecc. per la Gran Bretagna.

Il costante “mettere in soprannumero” gli operai nei paesi della grande industria promuove una emigrazione intensa e artificiale e la colonizzazione di paesi stranieri che si trasformano in fornitori di materie prime per la madrepatria, come per esempio l’Australia, trasformata in un produttore di lana. Si crea una nuova divisione internazionale del lavoro: da un lato le sedi principali del sistema delle macchine, campo di produzione prevalentemente industriale, dall’altro, una parte del globo terrestre in campo di produzione prevalentemente agricolo. Questo sistema acquista una improvvisa capacità di espansione a grandi balzi che trova limiti solo nella materia prima e nel mercato di smercio.

Questo rivivere nel diciannovesimo per la seconda volta il suo secolo decimosesto è un salto di qualità del capitale produttivo. Questo primo periodo, nel quale la macchina conquista la sua sfera d’azione, ha un’importanza decisiva a causa dei profitti straordinari che essa aiuta a produrre, e non solo in Europa. Lo sviluppo economico degli Stati Uniti è anch’esso un prodotto dell’industria europea, e più particolarmente inglese.

Al 1858, nella rimanente grande area del mondo l’economia è ancora precapitalista, come in Cina, dove, con «la sua agricoltura minuta, ecc. ci vorrà un tempo enorme per metterla a terra». Marx ed Engels si chiedono allora: «Ecco la questione difficile per noi: sul continente la rivoluzione è imminente, e prenderà subito un carattere socialista. Non sarà necessariamente soffocata in questo piccolo angolo di mondo dato che il movimento della società borghese è ancora ascendente su un’area molto maggiore?».

Questo il grande problema al 1858. Una rivoluzione borghese nella più vasta area del mondo, che doveva inserirsi nella già potente economia delle macchine. La rivoluzione industriale aveva conquistato gli Stati Uniti e il Giappone, conquisterà poi i paesi coloniali, l’India e la Cina assieme oggi a quasi tutte le rimanenti aree del pianeta.
 

Dalla produzione alla finanza

Il capitalismo aveva prese le mosse dal capitale usuraio minuto, nato dalla piccola produzione mercantile al suo massimo sviluppo, quando anche la forza lavoro è diventata una merce.

La libera concorrenza è l’elemento essenziale del capitalismo e della produzione mercantile in generale. La libera concorrenza creò la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle grandi fabbriche altre ancora più grandi, spingendo tanto oltre la concentrazione della produzione e del capitale che da essa sorgeva e sorge il monopolio, cioè i cartelli, i sindacati, i trust, fusi con il capitale di un piccolo gruppo di una decina di banche che manovrano miliardi.

Così anche per le banche, la trasformazione di numerosi modesti intermediari in un gruppetto di monopolisti, costituisce uno dei processi fondamentali della trasformazione del capitalismo in imperialismo capitalista. La concentrazione del capitale e l’aumentato giro d’affari modifica radicalmente l’importanza delle banche. In luogo dei capitalisti separati sorge un unico capitalista collettivo. Il nuovissimo movimento di concentrazione non si arresterà.

Naturalmente gli stretti rapporti esistenti tra singole banche portano anche a un avvicinamento tra i consorzi industriali che si trovano sotto il loro padronato. Banche e industria camminano insieme. La borsa è dominata dalle grandi banche. Si verifica una simbiosi del capitale bancario col capitale industriale. Il capitale si avvia a esercitare una sorveglianza organizzata sulle singole imprese. Dato l’intimo nesso tra industria e finanza, ne resta compressa la libertà di movimento delle società industriali, costrette a ricorrere al capitale bancario, chiamato capitale finanziario, in quanto investito nell’industria.

L’inizio del secolo ventesimo rappresenta un’epoca che segna una svolta nei riguardi dell’incremento dei monopoli, cartelli, sindacati, trust, ma anche nell’incremento del capitale finanziario. Nel 1900 il capitalismo era già arrivato a separare il possesso del capitale dall’applicazione del medesimo alla produzione, e a separare il capitale denaro dal capitale industriale e produttivo, promuovendo la prevalenza del capitale finanziario su tutte le rimanenti forme del capitale.

Nel 1910 si calcolava la somma di 600 miliardi di valori cartacei in tutto il mondo, in Franchi. Quattro paesi: Inghilterra, Francia, Stati Uniti e Germania, possedevano l’80% del capitale finanziario internazionale. Quasi tutto il resto del mondo, in una forma o in un’altra, fa la parte del debitore e del tributario di questi Stati, che fungono da banchieri internazionali.
 

L’esportazione del capitale

L’ascesa della libera concorrenza è terminata. Sotto il dominio dei monopoli è diventata caratteristica l’esportazione del capitale, dato che in alcuni paesi il capitalismo è diventato più che maturo.

La definizione di Lenin dell’imperialismo è nei suoi famosi cinque contrassegni:
1) concentrazione della produzione e del capitale così spinta da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) fusione del capitale bancario col capitale finanziario, quindi di un’oligarchia finanziaria;
3) grande importanza acquisita dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti;
5) compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze imperialistiche.

Kautsky si schierò contro. Per lui non doveva intendersi per imperialismo uno stadio necessario dell’economia del moderno capitalismo, ma solo una politica preferita del capitale finanziario, la tendenza alle annessioni: a questo si riduce la parte politica della definizione. È caratteristica dell’imperialismo appunto la sua smania non soltanto di conquistare territori agrari, ma di mettere mano anche sui paesi fortemente industriali, quando è in corso una nuova spartizione, da parte di tutti i contendenti, come nella Prima e nella Seconda Guerra mondiale.

Lenin cita Hobson il quale, molto più giustamente di Kautsky, prende in considerazione due concrete peculiarità storiche con le parole: «Il nuovo imperialismo si distingue dall’antico in primo luogo per il fatto di avere sostituito alle tendenze di un solo impero in continua crescenza, la teoria e la prassi di imperi gareggianti, ciascuno dei quali è mosso dagli stessi avidi desideri di espansione politica e di vantaggi commerciali; in secondo luogo per il dominio degli interessi finanziari».

Kautsky preventivava anche, dal punto di vista strettamente economico, che il capitalismo potesse attraversare ancora una fase: quella cioè dello spostamento della politica dei cartelli nella politica estera. Si sarebbe avuta allora la fase del superimperialismo, dell’unione degli imperialismi di tutto il mondo e non della guerra tra essi, la fase della fine della guerra in regime capitalista, la fase dello sfruttamento collettivo del mondo ad opera del capitale finanziario internazionalmente coalizzato.

La fase della fine della guerra non si è avverata. Il mondo è ancora diviso in un piccolo gruppo di Stati usurai e una massa di Stati debitori. Piccolo gruppo che, oltre a terrorizzarsi fra loro, terrorizza la massa degli Stati debitori, con le portaerei e le bombe atomiche ecc., perché le alleanze interimperialistiche non sono altro che un momento di respiro tra una guerra e l’altra. I rapporti di potenza nei partecipanti alla spartizione si modificano in maniera difforme giacché in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami d’industria, paesi, ecc. Le leggi antimonopolio, del libero commercio ecc., sono solo ipocrisia perché applicate ad una economia in continuo movimento, con pause e accelerazioni, che non permette all’imperialismo una stabilità.
 

Decadenza planetaria del capitalismo

Il rivivere il secolo decimosesto, cui si è aggiunta ed affermata ovunque la rivoluzione industriale, è oggi compiuto.

Dove collocare gli operai costantemente messi in soprannumero e i prodotti eccedenti ovunque, fenomeni questi imposti solo dal rapporto sociale mercantile e dal profitto? L’attuale crisi non ha nulla in comune con le precedenti. Non può trovare nuovi centri al capitalismo, ma solo la morte del sistema. Quale sarà il braccio armato che abbrevierà la sua agonia?

In una lettera di Engels a Danielson del febbraio 1893 è detto: «Uno dei fenomeni che accompagnano necessariamente lo sviluppo della grande industria è che questa distrugge il proprio mercato interno con lo stesso processo mediante il quale lo crea, perché distrugge il potere d’acquisto del contadino, ecc. Ovvero è senza via d’uscita un paese senza mercato estero. Ancora, prendete l’Inghilterra. L’ultimo mercato nuovo che possa alimentare una ripresa almeno temporanea della sua prosperità è la Cina: ecco perché il capitale inglese insiste per costruirvi ferrovie. Ma queste significano la distruzione delle fondamenta della piccola agricoltura e dell’industria domestica patriarcale, e in Cina, dove manca il controveleno di una grande industria indigena, centinaia di migliaia di individui sono minacciati di indigenza completa».

La produzione capitalistica prepara la sua stessa rovina. Dove esportare se tutti devono esportare?
 

Conferma della grandiosa prospettiva

Negli anni 1990 le statistiche informavano che il maggior traffico di merci si era spostato dall’Oceano Atlantico al Pacifico. Quella grandiosa prospettiva che Marx aveva anticipato si è avverata e si va sempre più consolidando.

La rivoluzione in Cina, scatenata dal colonialismo con l’arma della concorrenza colà imposta con la violenza dei cannoni britannici, ora getta enormi masse di merci e di capitali nella polveriera sovraccarica del sistema economico mondiale.

La Terza Internazionale considerò la rivoluzione sociale in Asia uno dei compiti più immediati e importanti. Il tradimento della rivoluzione d’Ottobre e del comunismo mondiale interruppe il lavoro imposto da Marx e proseguito da Lenin e dall’Internazionale. Ciononostante, in tempi più lunghi e più dolorosi, la rivoluzione nei rapporti sociali dell’Asia è oggi compiuta. La storia ha percorso il suo segnato cammino, anche se quella rivoluzione, dall’alto, si è avuta sul massacro di proletari insorti e sulla dispersione e profanazione della sua dottrina e del suo organo comunista, tanto che oggi è ancora da ritessere ogni coesione fra la classe operaia d’Oriente e d’Occidente.
 

Un mondo intero da conquistare

Come disse Engels, noi “speriamo” che la crisi diventi profonda e cronica, in modo che la classe proletaria internazionale possa ritrovare la sua unità. Il proletariato colpirebbe meglio, con migliore conoscenza di causa e maggior accordo, obbiettivi che potranno essere raggiunti solo con la formazione del Partito Comunista Internazionale.

Il socialismo scientifico nel suo programma supera la nazione, non la organizza in forme nuove; prende atto che la stessa forma capitalista sviluppata è capace di superarla, ma a differenza di questa non vuole conquiste, oppressione, stermini e sfruttamento.

Quale l’attuale grado di superamento della nazione? Esso non sta solo nella continua interdipendenza degli Stati e delle economie, ma innanzi tutto nell’intreccio grandeggiante dell’organizzazione mondiale del lavoro che non può tollerare i confini nazionali.

Strade, gallerie e tunnel, gasdotti, oleodotti ed elettrodotti, l’uso di una lingua internazionale e l’annullamento delle distanze per le comunicazioni riproducono a scala gigante lo stesso medesimo intreccio del processo di produzione descritto da Marx, superando confini e mari, serrando in esso nazioni e continenti. Su questa base materiale, che condiziona tutta l’economia mondiale ad una unica disciplina, si impone la negazione dialettica delle nazioni. La barbarica dittatura del capitale non supererà mai la divisione nazionale, come non può superare il mercantilismo e la concorrenza fra aziende. Lo potrà solo la dittatura comunista mondiale.

Il centro del capitalismo è passato dall’Inghilterra all’America, la maggiore potenza economica e quindi anche militare. L’Inghilterra imperiale raggiunse il suo culmine alla vigilia della Prima Guerra mondiale; gli Stati Uniti al termine della Seconda. Oggi, a solo 60 anni da quella data, la Cina, con la sua forza demografica e il suo dirompente sviluppo economico, promette di diventare il nuovo centro economico, e quindi anche militare, del capitalismo.

Non per questo la storia si fermerà: più gigantesco e vitale il Capitale, più profonda la crisi che prepara a sé stesso, più matura e concentrata la classe operaia, che trova oggi, ovunque, già pronti un mondo da conquistare ed una sua incorrotta dottrina.