[RG108] Corso della crisi economica
Categorie: Capitalist Crisis
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Il 1974-1975 ha visto la fine di quelli che i vari propagandisti del capitalismo hanno chiamato “i trenta gloriosi”, cioè la fine di questo periodo fondato sulle distruzioni massicce e sui massacri della Seconda Guerra mondiale, che sola ha permesso al capitalismo di uscire dalla crisi del 1929 e d’infilare un nuovo lungo ciclo di accumulazione sostenuta. Nel frattempo si sono accresciuti i settori produttivi invasi dal capitale, che ha eliminato tutti quelli ancora rimasti alla fase piccolo borghese (nell’agricoltura, l’artigianato, nei piccoli commerci, ecc.). Così le contraddizioni proprie del capitalismo, la riduzione tendenziale del tasso di profitto e la sovrapproduzione di merci, hanno preparato nuove potenti crisi, simili a quella dell’interguerra ma ad una scala molto maggiore.
Uno spettro aleggia oggi sul mondo, quello di una crisi gigantesca di sovrapproduzione, che lo trascina in una spirale senza fine di deflazione dei prezzi e di deprezzamento massiccio del capitale. Il capitalismo ne ha già conosciute in passato, ad esempio nel 1848 e nel 1929, due date che ancora l’angosciano. Ed ogni volta ad una scala superiore rispetto alla precedente.
Per sfuggirvi, le borghesie dei diversi paesi industrializzati non hanno altro strumento che spremere sempre più il proletariato mondiale allo scopo di aumentare il tasso del plusvalore che controbilanci la caduta del tasso di profitto. Per dilazionare l’esplodere della smisurata sovrapproduzione di merci gli Stati ed i privati si spingono ad un indebitamenti colossali.
Le misure economiche e sociali adottate dai vari Stati (smantellamento del “welfares”, revoca della indicizzazione dei salari sull’inflazione, introduzione dei contratti di precariato e libertà di licenziare) e dal padronato (trasferimento della produzione dove il lavoro costa meno, riduzione del personale ed aumento vertiginoso della produttività con aumento del carico di lavoro) non potevano eliminare lo spettro della crisi ma solo di rinviarlo nel tempo.
Al contrario che nella prima grande crisi di sovrapproduzione alla scala mondiale, quella del 1929, in questo secondo dopoguerra non si è verificato un subitaneo precipizio di deflazione e caduta della produzione ma una successione di recessioni, 4 o 5 secondo i paesi. Oggi vari fattori sembrano indicare che questa volta la borghesia mondiale ha sparato le ultime cartucce e che si avvicina il momento in cui non sarà più possibile evitare la tanto temuta deflazione. Nella deflazione più ancora del proletariato a rovinare è la piccola e grande borghesia. Ed è allora che quest’ultima alla sua disgrazia preferisce la guerra.
Alla riunione abbiamo provato con i dati – qui riprodotti in una prossima relazione – che l’ampiezza della crisi che s’è aperta alla fine del 2008 è stata peggiore anche di quella del 1974-75 e che nessun paese ne è ancora potuto uscire.