[RG108] Il movimento operaio negli Stati Uniti
Categorie: USA
Questo articolo è stato pubblicato in:
Il relatore, richiamando i punti essenziali del rapporto precedente, descrivente la parabola dei Cavalieri del Lavoro, ha tirato un bilancio su quella esperienza della classe operaia nordamericana.
L’Ordine dei Cavalieri del Lavoro fu grande, in un dato periodo della storia del movimento operaio americano, nonostante l’Ordine stesso, cioè la sua dirigenza e l’ideologia di emancipazione sociale che questa perseguiva. E la sua fine fu determinata dalla ostinata adesione a quella ideologia, e dal rifiuto quindi di adeguare la poderosa macchina da guerra che si era andata formando ai veri bisogni della classe operaia.
I Knights of Labor avevano approfittato di un momento di grande crescita della combattività della classe operaia, e il loro atteggiamento di accoglienza di tutti i lavoratori nell’organizzazione aveva coinciso con la naturale tendenza alla fratellanza tra sfruttati. Una delle ragioni, forse la principale, del successo dei KL nell’inquadrare tanti lavoratori e creare innumeri sezioni, rispetto ai sindacati che li avevano preceduti, fu che in precedenza era stato difficile mettere insieme localmente un numero sufficiente di proletari dello stesso mestiere, per le caratteristiche intrinseche della società nordamericana e del suo capitalismo. L’Ordine superò il problema creando sezioni intercategoriali, e accettando anche semi specializzati, non specializzati, giornalieri, donne e negri (questi ultimi nel 1886 sembra costituissero il 10% degli iscritti). La loro parola d’ordine, “Un danno a uno è il problema di tutti” infiammò grandi masse operaie in tutto il Paese.
Ma la dirigenza dei KL fu capace in pochissimo tempo di distruggere sia un’organizzazione che non aveva precedenti sia il morale e la speranza di una generazione di proletari, che cominciavano a intravvedere un futuro diverso da quello predicato da politicanti, tradeunionisti di mestiere, preti e intellettuali borghesi. Era questa una condizione che predisponeva la classe ad accettare il verbo socialista che in quegli anni, sull’esempio del movimento europeo, stava penetrando di nuovo in America.
Ma la preclusione “meglio morti che anarchici o socialisti”, la ricerca del consenso dei padroni, l’odio mai abbastanza celato verso i sindacati di mestiere, che pure erano ammessi nell’Ordine, portò alla fine del movimento. Andarono perduti, per tornare solo dopo diversi decenni, anche gli aspetti positivi del movimento, che non trovarono accoglienza nell’A.F.L., prima tra tutti l’apertura a tutti i proletari.
Il rapporto è quindi continuato con la descrizione del risorto movimento per le 8 ore, che nella prima metà degli anni ’80 infiammò e unì tutti i proletari degli Stati Uniti. Il movimento culminò con la fatidica data del 1° maggio 1886, quando uno sciopero generale di tutte le categorie in tutto il Paese avrebbe dovuto imporre al padronato una generalizzata riduzione dell’orario di lavoro. Le lotte si erano sviluppate già nei mesi precedenti, e ottennero quasi ovunque un clamoroso successo in quanto i padroni non poterono rifiutare la concessione di fronte a un movimento tanto diffuso e determinato. Questo nonostante la resistenza passiva e il boicottaggio della dirigenza dei KL. Finalmente il proletariato, guidato dalle migliori organizzazioni sindacali e con il sostegno dei movimenti politici allora attivi, tra i quali si distinsero gli anarchici, rinunciava a ottenere risultati attraverso le pressioni sui politicanti (esperienza dimostratasi in passato fallimentare), e passava all’azione diretta.
Non mancarono episodi sanguinosi dovuti alla repressione delle forze borghesi tutte le volte che ritennero di poter impunemente colpire i proletari in lotta. Uno di questi fu un massacro durante una manifestazione a Chicago, il 3 maggio. Nel corso di un comizio tenutosi il giorno successivo in Haymarket Square fu lanciata una bomba che uccise dei poliziotti. La stampa eccitò l’isteria popolare contro gli agitatori operai, gli anarchici, i socialisti. La Polizia nel giro di due giorni fece irruzione in non meno di cinquanta pretesi ritrovi di radicali. Delle centinaia di operai arrestati ne furono scelti otto da processare, scelti per il ruolo fondamentale svolto nella lotta: vennero condannati a morte in un processo farsa, anche se non c’era alcuna prova che avessero a che fare con gli incidenti; quattro furono impiccati, un quinto morì in carcere, ufficialmente per suicidio.
Di fronte alla durissima reazione che seguì per un certo periodo il movimento dei lavoratori dovette arretrare, ma entro meno di dieci anni sarebbe risorto di nuovo. Già si stava sviluppando una nuova organizzazione, la American Federation of Labor, che aveva fatto tesoro delle lezioni dei fallimenti del KL e ne avrebbe preso il posto, non come fenomeno dalla breve vita, come era accaduto alle federazioni sindacali nazionali precedenti, ma come organizzazione destinata a restare, nel bene e nel male, nella storia del movimento operaio americano sino ai nostri giorni.