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[RG108] Teoria economica marxista – Il III Libro del Capitale

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Nella riunione abbiamo voluto riprendere l’esposizione ragionata dei capitoli della V sezione del Terzo Libro, nella sistemazione datagli da Engels.

Prima di iniziare l’esposizione del cap. 28, che nell’edizione italiana reca un titolo poco chiaro, “Mezzi di circolazione e capitale – La concezione di Tooke e Fullarton”, si è ritenuto necessario un excursus storico per renderne comprensibile la struttura e lo scopo. In effetti questo capitolo si spiega, ed appare chiaro il suo scopo, quando si considera che insieme al cap. 26, “Accumulazione di capitale monetario”, sviluppa la critica della nostra scuola alle due scuole borghesi che si contesero la conduzione dell’economia politica nella fase cruciale della seconda metà del 19° secolo, caratterizzato da una profonda crisi di sovrapproduzione e scoppio della bolla – si direbbe oggi – finanziaria, e che di pari passo vide il cambiamento della Banca d’Inghilterra da banca privata a banca centrale, nel senso moderno del termine.

Per chiarire le implicazioni di questi eventi ed i provvedimenti presi nel tempo dalle autorità di governo della moneta, il relatore ha trattato per sommi capi gli elementi distintivi delle due scuole, quella metallista, che si rifaceva alla precedente dottrina bullionista, propugnata da lord Overstone, Joplin, Torrens, e quella bancaria, rappresentata all’epoca appunto da Tooke e da Fullarton. Era chiamato bullion la verga d’oro, nelle varie pezzature.

Per la teoria bullionista, nella sua prima forma rozza di stretta derivazione mercantilista, la ricchezza di una nazione era data dalla quantità di moneta e metalli preziosi da essa detenuta. Dal momento che la base monetaria dello Stato d’Inghilterra appariva scarsa, la soluzione proposta era il blocco delle importazioni e la crescita delle esportazioni.

Quello che ci importa trarre dalla storia monetaria è rendere evidente come dopo oltre un secolo di crisi, riprese e nuove crisi, grandi “novità” teoriche, sconvolgimenti e guerre, nascita e tramonto di potenze imperiali, alla fine le diverse scuole economiche che hanno guidato nella seconda metà del ventesimo secolo le politiche, economiche e finanziarie borghesi si riconducano all’antico dibattito sull’emissione di moneta e sul suo rapporto con il paradigma di riferimento, il valore aureo. Dopo un secolo e mezzo continua a vanificarsi ogni sforzo di eliminare il riferimento al demone incarnato nel giallo incorruttibile metallo, benché in sé il più duttile e malleabile, e il “nucleo teorico” del monetarismo borghese resta ancora incagliato su quello scoglio. Eppure è dato per scontato il fallimento del marxismo e della sua teoria del valore…

I turbamenti e le drammatiche crisi nella sfera della circolazione monetaria non sono certo una scoperta del ventesimo secolo: gli studi astratti e le indagini empiriche sulla natura ed i meccanismi della moneta, le innovazioni tecniche ed i provvedimenti di politica monetaria nascono essenzialmente dalla volontà di disciplinare il fenomeno, riottoso alle regole e, come tutto nel campo dell’umano operare, incomprensibile nelle sue radici.

Già alla fine del diciottesimo secolo in Inghilterra, per ovviare ad una grave crisi finanziaria era stata sospesa la convertibilità della sterlina con l’oro, in contrasto con la dottrina vigente. Nel 1810 fu costituito il Bullion Commitee perché indagasse sul deprezzamento della sterlina (nulla di nuovo sotto il sole). Le conseguenze dell’inconveribilità erano manifeste, dal punto di visto della politica economica: con questa decisione si potevano finanziarie senza limiti le spese dello Stato, aumentando a piacere l’accrescersi della domanda. Questioni di inizio ottocento, ma le politiche economiche del capitalismo vertono ancora su quegli argomenti.

Dal 1815 l’economia della Gran Bretagna entrò in una fase caratterizzata da recessioni e brevi periodi di espansione. Infine, anche per le pressioni della scuola bullionista, nel 1821 la convertibilità venne ristabilita. In breve l’emissione di banconote avrebbe dovuto essere regolata secondo la importazione e l’esportazione dei metalli preziosi, secondo cioè il corso dei cambi, vale a dire che la circolazione monetaria sarebbe stata regolata dalla quantità di oro detenuta. Questo sistema fu detto Currency principle.

Al pari dei tempi odierni, tutti gli sconvolgimenti dell’economia e le crisi dei mercati – ristretti allora, oggi alla scala mondiale – e soprattutto la loro prevenzione e i possibili rimedi, erano ricercati nella sfera della circolazione del denaro, cioè nella sfera esteriore ed astratta del processo della produzione capitalista.

Abbiamo già trattato, nel resoconto della riunione di gennaio, dell’influenza della scuola metallista, del Bank Charter Act, una legge promulgata nel 1844 dal Parlamento del Regno Unito, che attribuì il potere di emettere banconote in Inghilterra e in Galles alla sola Banca d’Inghilterra, che dovevano essere però garantite, in una determinata proporzione, da riserve di oro e d’argento per stabilizzare i flussi monetari; e della divisione poi in due dipartimenti, uno di emissione e l’altro con funzioni creditizie, per rendere separate le variazione delle riserve auree dai depositi, ed infine di come, sotto l’incalzare della crisi successiva, il Bank Act fosse celermente revocato: il vergognoso fallimento della scuola monetaria.

La scuola bancaria parte invece da un concetto diverso per il controllo dell’emissione di denaro, perché ipotizza che sia l’equilibrio tra lo sconto delle cambiali commerciali, misura dell’attività economica in atto, e l’emissione di banconote a regolare nel modo migliore la circolazione monetaria. Al rimborso del credito la moneta emessa sparisce dalla circolazione. Finché l’emissione delle banche si limita allo sconto delle cambiali commerciali, la sua azione induce stabilità nei mezzi di pagamento.

Il capitolo 28 è centrato sulla demolizione di questa teoria, il che sarà materia dei prossimi rapporti.