Partito Comunista Internazionale

[RG108] Comunismo negazione storica della Democrazia

Categorie: Democratism

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Il rapporto presentato all’ultima riunione è stato la prosecuzione dei precedenti sul tema della democrazia ed allo stesso tempo è servito da introduzione ai prossimi, che tratteranno la nascita e lo sviluppo del movimento operaio in Italia fino alla costituzione del Partito Socialista nel 1892.

Facendo largo uso di citazioni tratte dai testi classici dei padri fondatori del marxismo si è ancora una volta messo in evidenza l’inconciliabilità tra comunismo e democrazia. La democrazia poggia sul presupposto della collaborazione, o quanto meno su una possibilità di coesistenza tra le varie classi sociali.

Il marxismo, come recita il Manifesto, afferma che «la storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi». Questa affermazione, sebbene accettata dai borghesi, viene interpretata nel senso della necessità della ricerca di una armoniosa collaborazione fra le opposte classi sociali in vista della realizzazione di un preteso superiore bene comune. Non c’è politico che non parli del supremo “interesse dalla nazione”.

È quanto avevano sognato gli utopisti: il socialismo non era che l’espressione della verità, della ragione, della giustizia assolute; e poiché le verità assolute sono indipendenti dal tempo e dallo spazio, una volta scoperte, non importa da chi o dove, avrebbero per la loro stessa forza conquistato il mondo. Se la società umana non offriva che ingiustizie e disuguaglianze, la ragione poteva eliminarle attraverso la realizzazione di un nuovo e più perfetto sistema di ordinamento sociale, divulgato o attraverso l’opera di proselitismo, o addirittura, dove fosse stato possibile, con l’esempio di esperimenti modello.

Naturalmente si trattava di teorie infantili, le quali però non sono state mai irrise dal marxismo perché rappresentavano geniali embrioni di idee che affioravano ovunque; il manto fantastico che le avvolgeva era determinato esclusivamente da fattori materiali: all’immaturo sviluppo delle classi corrispondevano teorie immature. Le teorie del socialismo utopistico prima dell’affermarsi della dottrina marxista ebbero, indiscutibilmente, una portata rivoluzionaria, tramutandosi poi in reazionarie quanto continuarono ad affermare la possibilità di un passaggio al socialismo attraverso la progressiva evoluzione della società democratica borghese.

Nel corso del rapporto si è accennato anche alla scuola del cosiddetto “socialismo giuridico”, che pretendeva cambiare la società con delle “buone leggi”, come se gli ordinamenti giuridici non servissero che a sancire il dominio della classe al potere sulle altre, assoggettate e represse. Certo che anche le leggi possono avere carattere reazionario o “progressivo”, ma ciò dipende solo dallo sviluppo della lotta di classe di cui non sono che lo specchio.

Il marxismo, ripetiamo, non si limita al riconoscimento dell’esistenza della lotta di classe ma afferma che tale lotta sbocca inevitabilmente nella trasformazione rivoluzionaria della società, attraverso la presa violenta del potere ed il suo mantenimento con la dittatura del proletariato. Non parla di rivoluzione e di dittatura perché consideri “ingiusta” l’appropriazione da parte della borghesia del prodotto del lavoro degli operai, ma perché sono i rapporti di produzione stessi che conducono necessariamente a questo sbocco.

Condizione sociale indispensabile è che il proletariato prenda coscienza di essere classe con interessi storici propri. Prima il proletariato non esiste ancora propriamente come classe, se non in senso statistico; è classe in sé, non per sé. Il proletariato inizia ad affermarsi come classe per sé quando si organizza in coalizioni di lotta permanenti che superino i limiti della fabbrica e delle categorie, e se ne serve nella sua incessante lotta di difesa contro la classe padronale. Ma anche questo è insufficiente se non arriva a dotarsi del partito politico di classe

Scriveva Marx: «Se il primo scopo della resistenza non è stato che il mantenimento dei salari, a misura che i capitalisti si uniscono a loro volta in un proposito di repressione, le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell’associazione diviene per gli operai più necessario ancora di quello del salario (…) In questa lotta – vera guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari a una battaglia che si prospetta nell’immediato futuro. Una volta giunta a questo punto, l’associazione acquista un carattere politico». Ed Ancora: «Le condizioni economiche avevano dapprima trasformato la massa della popolazione del paese in lavoratori. La dominazione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del capitale, ma non ancora per se stessa. Nella lotta (…) questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Ma la lotta di classe contro classe è una lotta politica».

Il rapporto proseguiva poi riferendo come il movimento operaio cominciò in Italia a muovere i suoi primi passi e come progressivamente sia stato in grado di liberarsi di tutte le tare democratiche, ossia interclassiste, per giungere alla costituzione del partito.

La fase conclusiva della formazione del Partito Socialista italiano (1892) cade subito dopo la costituzione della Seconda Internazionale. A quella data il movimento operaio in Italia ed il suo partito socialista dal punto di vista della maturità politica non si trovano per niente in una posizione di arretratezza nei confronti dei confratelli europei. Ma la strada per la quale vi si giunse non era stata di certo né breve né, soprattutto, lineare avendo attraversato un lungo processo le cui origini ci riconducono più indietro dell’unità nazionale e fino agli anni precedenti il 1848.

È questo il periodo in cui si trovano le prime associazioni operaie che, sebbene con caratteristiche che sarebbe azzardato definire di classe, già superano o tentano di superare le antiche organizzazioni di tipo corporativo. Si assiste ad un proliferare di raggruppamenti, società operaie, associazioni di mutuo soccorso, embrioni del suo futuro organismo complesso ed unitario. Sarà attraverso una progressiva e vivace evoluzione che si assisterà al declino delle vecchie impostazioni di tipo filantropico ed al sorgere di nuove; il mutuo soccorso e il paternalismo borghese, agli inizi dominante, passa via via in secondo piano mentre prende campo la coscienza socialista e, necessariamente, la pratica della lotta di classe.

Questa evoluzione progressiva si configura dapprima nello scontro fra le correnti politiche borghesi per mantenere il loro predominio sulle classi lavoratrici: o escludendo dalla politica le associazioni operaie (liberali moderati) o tentando di farne la base di un partito democratico (mazziniani e poi radicali). In seguito si assiste alla battaglia per l’affermazione dell’autonomia politica del movimento operaio, che sente la necessità vitale di liberarsi dalla tutela dei partiti borghesi.

Le condizioni di arretratezza dell’Italia fecero sì che fosse l’anarchismo a rappresentare la prima forma di ribellione del movimento operaio contro la democrazia borghese ed il suo Stato. Ma l’anarchismo, negando il concetto stesso di partito di classe, doveva arrivare a negare la lotta di classe stessa, e, rifiutando perfino ogni forma di sue organizzazione, ricadere di fatto nell’interclassismo.

La svolta determinante nella storia del movimento operaio italiano è la costituzione del partito socialista. Con esso solo la lotta di classe, oltre che strumento di difesa, dichiara di voler volgersi alla emancipazione dal capitale.

I momenti essenziali di questo processo storico si rilevano in occasione dei congressi operai e vi ricevono sanzione. Possono essere indicati nelle quattro scissioni che coprono quattro decenni: 1861, scissione dei mazziniani dai moderati; 1871-72, scissione degli internazionalisti dai mazziniani; 1879-80, prima scissione dei socialisti dagli anarchici; 1891-92, seconda scissione dei socialisti dagli anarchici.

Queste quattro tappe dell’evoluzione del movimento operaio verso il socialismo dal nostro punto di vista non hanno tutte la medesima importanza: lo sviluppo determinante avviene, infatti, fra l’80 e il 90, nel momento in cui si afferma il concetto della lotta di classe. Sono le necessità della lotta di classe che modificano profondamente il tipo di organizzazione operaia determinando la sua trasformazione da mutuo soccorso a società di resistenza e di lotta per l’emancipazione. Quando il movimento operaio italiano raggiunse questo traguardo, esso in altri paesi d’Europa si era già da decenni affermato.