Partito Comunista Internazionale

VIVA LA LOTTA DI CLASSE !

Indici: Questione Sindacale

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    Qui di seguito riportiamo il testo del volantino che i nostri compagni hanno distribuito a Genova venerdì 24 settembre alla manifestazione per lo sciopero di quattro ore indetto dalla Fiom provinciale.
    La manifestazione è stata molto istruttiva circa il modo di agire dell’ala sinistra del sindacalismo di regime, la cui colonna portante è appunto la Fiom. Poco più di un migliaio i presenti, dei quali buona parte rappresentati da funzionari e delegati di quel sindacato. Era evidente la discrepanza fra l’atteggiamento che si fingeva euforico e combattivo di questi, e il disgusto dei pochi lavoratori presenti.
    La Fiom indice scioperi divisi per provincia e di 4 ore, del tutto inadeguati ad esprimere l’attuale necessità di mobilitazione della classe: questa, di fronte ad un brutale attacco del padronato sul piano più generale e con modalità in parte nuove, potrebbe esprimersi solo in un diverso tipo di azione sindacale rispetto alla ritualità imposta dai confederali negli scorsi decenni, e con un indirizzo di politica rivendicativa diametralmente opposto.
    Questo in parte spiega la scarsa adesione dei lavoratori sia allo sciopero sia, soprattutto, alla manifestazione, il che era proprio quanto la Fiom, in particolare a Genova, desiderava, per non urtare i dirigenti di Confindustria a convegno, evitare scontri con la forza pubblica dopo le notizie sulla crisi della Fincantieri, e, prevalentemente, per suffragare tra i lavoratori la convinzione che di più non si possa fare.
    La manifestazione è stata predisposta come un perfetto teatrino per i media. Il concentramento è stato convocato all’insolito orario delle 13,00 e tutto si è svolto all’interno dell’area “Expo”, per la ragione che lì si svolgeva un convegno di Confindustria. Una volta raggruppatisi i manifestanti, nel numero ritenuto sufficiente e non superabile, il corteo, con in testa il cordone organizzativo Fiom, si è mosso percorrendo non più di 500 metri, fino ad un corridoio di transenne, appositamente steso per far avvicinare solo una parte dei presenti agli industriali, e non andare oltre. La maggior parte di questi, e i pezzi grossi, nonostante le parti, Fiom, Confindustria e polizia, fossero evidentemente d’accordo, erano fatti passare da un altro ingresso poche decine di metri più avanti.
    Ben appostate, le telecamere filmavano quello che i vari telegiornali erano stati istruiti a definire in coro “momenti di tensione”, quando, al passaggio di qualche politico o industriale volavano fischi e insulti. I numeri esigui sulla piazza hanno consentito alla Fiom di recitare la parte secondo il copione.
    Non che sarebbe servito a nulla, ovviamente, se qualche operaio fosse riuscito ad arrivare a qualcuno dei ributtanti figuri che si vedeva passare davanti, ma ciò avrebbe rovinato lo show della Fiom, che si vuol dare la nomea di sindacato combattivo ma, sempre e soprattutto, responsabile.
    Sotto questo tipo di volgari e inconsistenti messe in scena preme però la reale, materiale e primordiale lotta di classe e non sarà con queste manfrine che se ne potrà contenere a lungo l’esplosione.
 

Lavoratori!

Il capitalismo vive sul lavoro dei suoi schiavi salariati perché solo esso è la fonte del plusvalore, che è il fine e la ragione della produzione capitalistica.

La pace sociale è il miglior ambiente per la realizzazione dei profitti. Ma a minacciare i profitti oggi, più che le lotte dei lavoratori, sono le due malattie fondamentali dell’economia capitalistica: il calo del saggio del profitto e la sovrapproduzione. Sono questi due fenomeni economici, e null’altro, le uniche e vere cause della crisi economica.

Per rallentare l’avanzamento di queste malattie, degenerative e incurabili, del capitalismo, la borghesia ha un solo rimedio: ottenere più plusvalore dallo sfruttamento della classe operaia. Per i lavoratori questo significa licenziamenti da un lato, aumento del tempo di lavoro e dell’intensità del lavoro, riduzione del salario dall’altro.

Nel capitalismo quindi la lotta di classe è ineliminabile. La borghesia, i suoi governi di destra e di sinistra, e il suo Stato, ne hanno piena consapevolezza. Fermo restando il mantenimento in efficienza di tutto un apparato repressivo, sempre pronto a entrare in funzione dove e quando necessario, la borghesia si adopera per rimediare a questo suo problema nell’unico senso possibile: cercando di contenere la lotta dei lavoratori entro limiti per essa accettabili.

A tal scopo i padroni si appoggiano ai sindacati di regime la cui opera fondamentale è nascondere l’inevitabilità della lotta, e quindi la necessità di prepararsi ad essa.

Nei passati decenni la borghesia ha potuto concedere delle migliorie economiche e normative al proletariato, sempre ottenute con la forza della lotta dalla classe operaia. Sulla base di questi miglioramenti i falsi partiti operai e i sindacati di regime lungo l’arco di due generazioni hanno diseducato la classe alla lotta. Hanno illuso che queste conquiste operaie – che chiamano diritti – fossero difendibili non con la stessa forza che li aveva conquistati ma facendo appello ad un quadro di collaborazione sociale, espresso in regole, leggi e relazioni sindacali compiacenti. Invece la borghesia, o cambia le regole in suo favore, altrimenti prima agisce e dopo adegua il quadro normativo. A punirla non sarà certo il suo Stato.

Esauritosi l’effetto rigeneratore delle distruzioni della guerra e maturate le contraddizioni di questo modo di produzione, la crisi storica del capitalismo inevitabile si è ripresentata, più estesa e più profonda.

L’attacco al contratto nazionale

La borghesia, per tenere in piedi la sua economia, da anni ha iniziato a revocare, una ad una, tutte le conquiste delle lotte passate. Ora è il turno del contratto nazionale. Gli industriali puntano, attraverso deroghe e contratti di settore, ad avere solo contratti aziendali. L’obiettivo è dividere ulteriormente i lavoratori delle poche aziende in cui hanno la forza per difendersi, dagli altri.

Questo attacco sta avvenendo col dichiarato appoggio di CISL e UIL, e con la passiva complicità della CGIL, che ha negato ai metalmeccanici la solidarietà delle altre categorie, ed anzi, al referendum di Pomigliano, ha dato di fatto indicazione analoga a quella di CISL e UIL! Se è vero che sono tutti i lavoratori ad essere colpiti da questo attacco, allora tutti i lavoratori devono essere chiamati allo sciopero!

Ogni volta che gli operai disertano le galere aziendali, si uniscono nelle strade e nelle piazze, questa è già in sé una vittoria. Ma tutti i lavoratori sanno – e disfattismo non è affermarlo ma tacerlo – che 4 ore di sciopero non hanno mai fermato l’attacco degli industriali, e a maggior ragione non lo fermeranno nemmeno questa volta,.

La disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici anticipa quello delle altre categorie. Di fronte alla gravità di questa battaglia la lotta necessaria è lo sciopero generale e ad oltranza di tutte le categorie.

Il sindacalismo di regime – anche quello non dichiaratamente complice dei padroni – sostiene che la classe operaia oggi è troppo debole per condurre una simile battaglia. Questo, purtroppo, oggi è vero. Ma il sindacalismo di regime, che è il risultato, il prodotto consolidato di questa non recente debolezza, oggi è diventato il principale fattore che questa debolezza ribadisce e mantiene. Presentando una manciata di ore di sciopero come una mobilitazione adeguata alla gravità del momento i bonzi sindacali non lavorano per superare questo stato di sfiducia ma lo consolidano! La sfiducia nella classe operaia che è oggi innanzitutto il risultato di decenni di sindacalismo concertativo.

La necessità del sindacato di classe

Scioperi ad oltranza, estesi il più possibile al di sopra delle aziende e delle categorie, quali sarebbero oggi necessari, non si improvvisano: vanno preparati, organizzati, propagandati e spiegati ai lavoratori. Per fare questo serve una organizzazione sindacale che imposti la sua azione, a partire dalle singole lotte sul posto di lavoro, orientandola alla preparazione di questo scontro generale; un’organizzazione che ricostruisca la fiducia dei lavoratori nel metodo della lotta, non nei professionisti della trattativa e nelle pratiche legali. Questa organizzazione, che oggi manca, è il sindacato di classe.

Senza la loro organizzazione i lavoratori sono disarmati di fronte agli attacchi dei padroni. Peggio: sono prigionieri di organizzazioni che immobilizzano le energie a disposizione, tenendole chiuse in confini sempre più ristretti, della categoria, dell’azienda, della fabbrica, del reparto, della vertenza individuale.

Il sindacato di classe – confederazione unica per tutti i lavoratori – persegue l’obiettivo di far esprimere le energie di tutta la classe in una lotta generale. In senso opposto si muove il sindacalismo di regime: la combattività dei lavoratori – dove c’è – è esaurita in lotte condotte quasi esclusivamente entro l’azienda, se non entro uno dei suoi stabilimenti. Ad ogni gruppo di lavoratori i sindacalisti di regime non indicano di ricercare l’unione con gli altri lavoratori in lotta, ma di appellarsi agli Enti Locali, consolidandone l’isolamento, spegnendo la volontà di lotta nei corridoi dei palazzi.

Per le grandi aziende, i sindacati di regime chiamano a lottare gli operai per l’incontro ministeriale, nel quale invocare il finanziamento statale a sostegno di quella determinata industria (auto, cantieristica navale, elettrodomestici, ecc.). I lavoratori sono chiamati allo sciopero a sostegno del proprio padrone – che ben si augura la loro vittoria e l’apertura del portafoglio ministeriale – e di fatto sono messi in competizione coi lavoratori degli altri settori, in una lotta per chi riesce ad accaparrare più aiuti statali. Il tutto, naturalmente, ottenendo il disgusto e l’allontanamento dalla lotta sindacale di quei lavoratori – la maggioranza – le cui aziende mai riceveranno alcun aiuto dallo Stato. Il tutto accettando la competizione fra i lavoratori italiani e quelli degli altri paesi, in nome della “difesa dell’industria nazionale”, o ancora più meschinamente “cittadina”. Tutto questo sindacalismo ha diviso la classe mondiale dei lavoratori invece di unirla ed ha avvilito la fiera e vitale fiducia nella sua forza e nella sua autonoma prospettiva sociale, che va al di sopra e oltre le sorti della propria azienda e del proprio paese e della stessa economia capitalistica, in quanto ovunque la classe che lavora non ha bisogno dei borghesi e dei padroni !

La strada per la ricostruzione del Sindacato di Classe passa per la riorganizzazione fuori e contro tutto questo sindacalismo anti-operaio, che accomuna CISL-UIL-UGL, ed anche la CGIL, come trent’anni di sconfitte operaie dimostrano, e la sua condotta nella vicenda Pomigliano-FIAT ha confermato in modo evidente.

Gli operai metalmeccanici sono stati e saranno uno dei reparti più combattivi della classe operaia. Ma fino a quando resteranno dentro la CGIL la loro combattività verrà isolata, dissipata, capovolta.

La strada per la ricostruzione dell’organizzazione di lotta dei lavoratori può invece passare per il rafforzamento del Sindacalismo di Base (USB, CUB, Slai Cobas) che da anni lotta, fra mille difficoltà, contro i padroni e tutti i Sindacati di Regime. L’apporto di nuove energie operaie consentirebbe di vincere le reticenze delle attuali dirigenze all’unificazione delle diverse organizzazioni sindacali di base in un organismo unico. Questo sarebbe finalmente un’alternativa concreta ai Sindacati di Regime, capace di attrarre le forze migliori dei lavoratori anche delle altre categorie, e rappresenterebbe un passo in avanti decisivo per il sempre più necessario ritorno della classe operaia alle sue grandi tradizioni di impegno e di battaglia per la sua valida difesa oggi, per la sua piena emancipazione sociale domani.