8 Marzo: La lotta contro il patriarcato presuppone la lotta contro il capitalismo
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La società di classe ha assolto storicamente alla funzione di sviluppare la dotazione di forze produttive della specie umana. Oggi il persistere anacronistico delle classi sociali e delle categorie mercantili intrinseche al mondo borghese determina ogni aspetto della vita umana. Quel rapporto fra esseri umani che va sotto il nome di capitalismo porta dentro di sé le sedimentazioni del divenire delle società di classe attraverso la successione dei diversi modi di produzione e riproduce incessantemente il Behemoth del patriarcato che incatena la donna al ruolo di mero strumento della produzione materiale e della riproduzione della specie, non per la vita della specie stessa, ma per dare vita al capitale.
La donna attraverso decine di secoli ha subito una crescente deformazione del suo essere sociale rispetto quale esso era nell’ambiente delle comunità primitive, in cui ancora non esisteva quella frattura che l’ha imprigionata, attraverso condizionamenti sempre più stringenti, a un ruolo di avvilente subalternità.
La donna, a partire dal neolitico, con lo stabilirsi delle prime società agricole, ha subito la progressiva amputazione del carattere multilaterale della sua esistenza e ha incanalato ogni aspetto della sua vita nell’ambito angusto delle attività legate alla cura della famiglia e della prole.
Quando gli ingranaggi della macchina capitalista hanno iniziato a girare, la donna, che era già stata ricostruita a immagine dell’ideologia patriarcale, è stata anch’essa ridotta dalla borghesia alla condizione di proletaria, cioè di forza lavoro generica per fronteggiare la crescente richiesta di capitale variabile, braccia atte alla produzione. Questa condizione di proletaria ha permesso alla donna, a caro prezzo, di uscire dall’ambito familiare per trasformarsi in appendice della macchina.
La formazione degli eserciti femminili di forza lavoro per l’industria del capitale è avvenuto storicamente nelle forme più atroci e ancora oggi vede centinaia di milioni di donne incatenate alla produzione di merci nelle sordide galere del lavoro salariato, dalle quali escono sfinite dalla loro giornata di lavoro per dovere fronteggiare i compiti tradizionali che anche la società borghese assegna loro quali quelli della cura della casa e della prole.
Non inganni le proletarie il fatto che in alcune parti del mondo una parte delle donne abbiano visto un temporaneo miglioramento delle proprie condizioni e abbiano potuto mettere il naso fuori dal “nido” domestico. Tutto quello che le donne proletarie hanno ottenuto, attraverso lotte che soltanto in particolari momenti storici le hanno viste schierate contro entrambi i lati della loro oppressione, che è a un tempo di classe e di genere, nella società borghese continuerà a essere una conquista precaria che non le metterà al riparo dalle minacce di un futuro quanto mai incerto.
Le donne proletarie di ogni paese, oggi come sempre nella storia plurisecolare del capitalismo, devono fare fronte alla miseria, allo sfruttamento, a ritmi di lavoro frenetici, alla disoccupazione. Quante di loro vengono costrette dalla disoccupazione e dalla miseria alla degradante pratica della prostituzione che le priva, in cambio di pochi denari, dell’intimità col proprio corpo e a vedere svanire i sogni di amore fra esseri reciprocamente desideranti. Una possibilità che viene negata anche dal matrimonio che spesso si manifesta come una forma appena più ingentilita di prostituzione.
La nostra condanna dell’oppressione della donna in tutte le sue forme trova il suo apice di fronte alla prostituzione. Come non crediamo nella possibilità di superare la prostituzione con metodi esclusivamente coercitivi. In una società collettivista, non di classe e non mercantile, diverrà semplicemente impossibile. La prostituzione si estinguerà come accadrà all’economia mercantile, alle classi sociali e allo Stato politico.
Fondamentale quando si tratta dell’oppressione femminile la funzione della donna nella riproduzione della specie e del suo ruolo nella cura dei figli e della casa. Le tradizioni sedimentate storicamente attraverso la millenaria vicenda storica del patriarcato fanno sì che la gravidanza e la cura dei neonati siano considerate nella maggior parte delle culture come “cose da donne”. La donna lavoratrice soltanto di rado ha la possibilità di restare a riposo a ridosso del parto per un per un periodo di tempo sufficiente per recuperare le forze e accudire in maniera adeguata ai figli nei primi mesi di vita. Per molte donne, nella maggior parte dei casi, la gravidanza viene considerata come una malattia, così come da molti padroni è considerata una colpa che si riflette sulla produttività aziendale. In tali condizioni i sentimenti per le donne sono di enorme ambivalenza dato che si trovano dilaniate fra i propri bisogni di maternità e i condizionamenti sociali che alternano il richiamo al “dovere di dare figli alla patria”, e un senso di colpa per il fatto di venir meno al proprio impegno lavorativo. Dal punto di vista dell’ideologia dominante è come se le donne, pure considerate come “fabbriche d’uomini”, non lavorassero abbastanza nelle fabbriche per produrre merci di ogni genere.
Anche sul lavoro domestico il peso che grava sulle donne è allo stesso tempo fisico e psicologico. La donna proletaria una volta che ha venduto la propria forza lavoro per massacrarsi di fatica nelle galere del lavoro salariato, dovrà conservare una parte delle energie per fare fronte alle esigenze della famiglia, che prevedono la spesa, la preparazione dei pranzi e le pulizie domestiche. Tali fatiche non sono remunerate, anche se richiedono tempo e zelo.
Nessuno nella società di classe e patriarcale ammetterà che le energie elargite dalle donne sono essenziali alla produzione e riproduzione della specie, la linfa vitale della società umana.
La strada per superare l’oppressione domestica delle donne è stata già delineata in pieno Ottocento dai fondatori del socialismo scientifico: trasformare il lavoro domestico in un servizio pubblico.
Ma la catena, intrecciata di miseria, sudiciume e solitudine cui è condannata la donna, trova la sua massima espressione nel divampare delle guerre borghesi, che in parecchie parti del mondo sono già una tragica realtà. La guerra moderna uccide le donne nelle fabbriche e nelle case, dilania i corpi dei loro figli sotto le bombe, la mitraglia ed il cannone, che mai un giorno tacciono in tutto il pianeta, rinunciando solo per brevi interludi a sopprimere vite umane in gran numero.
In molte parti del mondo milioni di donne, sospinte dalla miseria e dalle guerre, si ammassano alle frontiere e sulle rotte di migrazioni infernali, portando con sé i figli e quel poco del loro che non ha distrutto la ferocia borghese. La borghesia, peggio di una catastrofe naturale, dilania intere regioni nelle sue guerre, anticipo del conflitto generale del capitale che avvolgerà l’intero pianeta in un mortale sudario.
Per molte delle proletarie sfuggite ai massacri e alla miseria si apre la prospettiva di sradicate dal proprio ambiente e di lavorare in un paese straniero nelle peggiori condizioni, soggette all’emarginazione, alla solitudine e all’esclusione. Le terre verso cui fuggono con la speranza di una vita migliore, o costrette per sopravvivere, offrono discriminazioni e salari più bassi per le donne immigrate.
Profughe e straniere in terre sconosciute sono condannate a partorire e crescere i figli in un nuovo inospitale paese: dopo essere state costrette a sopportare la vecchia dominazione di classe e di genere nei paesi d’origine, si trovano di nuovo a fare i conti con le minacce e le violenze del potere e della società borghese.
Le proletarie si trovano sole a lottare contro i traumi, lo stress e le malattie indotte dalla malnutrizione, da cibi scadenti e da condizioni igieniche precarie. Lo scarso salario guadagnato col duro lavoro è spesso appena sufficiente per sopravvivere in condizioni pietose, con ogni piacere e desiderio negato e sogni infranti, condannate a un’esistenza senza speranze. Nel caos malsano e distruttivo del capitalismo non potranno mai godere di aria pulita, acqua pulita, cibo sano e di un rifugio sicuro. Né spesso potranno vivere liberamente i loro affetti. In questo stato di cose appare in tutta la sua impotenza l’inganno riformista, progressista e socialdemocratico, la predicazione dei circoli femministi borghesi e dei sindacati di regime, chiacchiere che non soddisfano le più essenziali necessità umane.
In questo mondo in cui si produce solo per valorizzare i capitali si schiacciano i sogni e i bisogni e dove sempre scarso è quanto resta a disposizione dei proletari. Per soddisfare i bisogni umani bisogna sottrarre i mezzi di produzione al loro utilizzo ai fini del profitto, cioè alle borghesia. Essa dispone di tutti i mezzi di lavoro che sono orientati nella follia di una produzione finalizzata alla produzione stessa.
Gli Stati borghesi, oltre e costringere le donne a lavorare, strappano loro i figli, per farne gli operai e i soldati di domani, a riempire i vuoti lasciati dai lavoratori sfiniti e dai morti nelle guerre. Esposte allo sfruttamento, alla propaganda nazionalista, le donne, sotto la morsa del patriarcato, vengono spinte così a un doppio martirio.
Le donne proletarie devono riprendere in mano il loro destino. Fra di loro, oltre che insieme ai lavoratori maschi, devono trovare il modo di discutere delle loro condizioni e darsi il coraggio per cercare soluzioni ai loro problemi. Solo lotte sincere, in un clima di fraterno sostegno reciproco, possono fare maturare relazioni basate sulla fiducia e sulla solidarietà. Le lavoratrici in lotta davvero non saranno sole!
La solitudine della donna anche nelle più moderne delle società si capovolge nella loro degradante rappresentazione commerciale. Nella realtà della crisi economica e della mancanza di lotta di classe, un’incessante raffica di stimoli le intorpidisce e illude. Nel falso desiderio di merci reclamizzate, molte imitano lo stile di vita dei privilegiati e si massacrano di lavoro per dimenticare la loro miseria nell’inseguire quei falsi miti mercantili.
Per le lavoratrici, l’unico modo per difendersi è lottare per migliori salari, orari più brevi e ritmi meno frenetici. L’educazione alle lotte sindacali progressivamente sostituirà nelle menti quei falsi bisogni e quel ciarpame con l’aspirazione a soddisfare gli autentici bisogni umani, al di sopra del rumore costante della società borghese, che distrae le donne dalla coscienza delle loro grandi potenzialità di felicità e di vita.
Per secoli le donne si sono ritirate nelle loro stanzette, soffrendo in silenzio in case che spesso non erano che squallidi abituri. Hanno cercato una consolazione nel sostegno e nella commiserazione di altre donne con cui condividevano la stessa condizione, senza poter risolvere la loro dura condizione.
Come arriveranno le donne alla loro emancipazione?
Le operaie troveranno una prima base nella lotta e nella organizzazione sindacale, che resiste, collettivamente, allo sfruttamento capitalista e, assieme ad altre donne, alla sottomissione patriarcale.
Nei sindacati di classe le donne susciteranno l’attenzione sulle questioni femminili. Dei lavoratori maschi attireranno mogli e figlie nella lotta per far superare a mariti e padri gli atteggiamenti maschilisti e patriarcali. Dobbiamo dire ai proletari maschi che niente guadagnano dalla conservazione del cadavere del patriarcato, se non avvelenare le loro relazioni con mogli, sorelle, amiche e figlie.
Unendo i lavoratori del mondo in fronti sindacali di classe, le donne troveranno finalmente la condizione propizia per combattere la loro battaglia anche contro il patriarcato. È in questa lotta che maschi e femmine del proletariato potranno marciare uniti. La vittoria della rivoluzione e la sua conservazione dipendono da questa comunità di battaglia.
Una parte delle proletarie troverà anche la spiegazione delle cause storiche della servitù delle donne, e la strada per il loro riscatto sociale nel partito comunista e nella prospettiva della distruzione del capitalismo, e con esso del patriarcato.
Perché il metodo marxista del partito spiega come la eliminazione delle classi porrà fine all’oppressione di genere, chiudendo la lunga era della preistoria umana. Non possiamo abbattere un mostro antico come la sottomissione delle donne senza una guerra a tutto il mondo della borghesia e del capitale. Solo il comunismo sradicherà i semi che il patriarcato ha piantato nei nostri cervelli.
Sulla strada del comunismo, i compagni di ogni genere e orientamento sessuale marceranno fianco a fianco e insieme attaccheranno il comune nemico.
Mentre il capitalismo minaccia l’intera la vita sulla Terra, spetta alla maggioranza dell’umanità fermare il massacro creato dalla tirannide a due volti del capitale e del patriarcato. Il Partito Comunista Internazionale è l’unica formazione politica che conserva la teoria comunista sedimentata dalle lotte storiche e filtrata alla luce della teoria marxista.
Esso soltanto è in grado di proporre al proletariato gli indirizzi pratici corretti ed efficaci per sviluppare la lotta di classe volta all’annientamento dello sfruttamento. Di questa è parte la lotta contro ogni oppressione: contro il patriarcato, quella su base della razza o l’orientamento sessuale e contro tutto un retaggio ormai odioso del millenario percorso umano.