PiSdC – Segnali di ripresa della lotta operaia, fuori e contro i sindacati di regime e nel segno della unità di azione dei sindacati di base
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Segnali di ripresa della lotta operaia, fuori e contro i sindacati di regime e nel segno della unità di azione dei sindacati di base
Negli ultimi mesi si sono riscontrati alcuni segnali positivi sul piano della combattività dei lavoratori. Ciò si è verificato nel quadro di vertenze nazionali di categoria o aziendali. Le lotte di cui qui di seguito brevemente riferiamo hanno avuto tutte alcuni elementi in comune: 1) una buona partecipazione agli scioperi; 2) sono avvenute organizzandosi i lavoratori fuori e contro i sindacati di regime, o nei sindacati di base o in assemblee autoconvocate sostenute dai sindacati di base; 3) sono state promosse o sostenute dai sindacati di base in modo unitario.
È presto per dire se si tratti di una inversione di tendenza, in cui si assista finalmente a un ritorno alla lotta, più o meno rapido, della classe lavoratrice in Italia, al pari di quanto sta accadendo in diversi altri paesi, come negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito. Ma questi parziali successi dell’azione sindacale potrebbero essere sintomo del fatto che il peggioramento delle condizioni materiali di vita – un dato oggettivo e certo – inizia, come previsto dal marxismo, a determinare i lavoratori all’azione collettiva.
Lo sciopero del 24 gennaio degli autoferrotranvieri
Come riferito nello scorso numero, negli ultimi mesi i sindacati di base presenti negli autoferrotranvieri hanno proclamato tre scioperi nazionali in modo unitario. Per due volte il ministro dei trasporti e delle infrastrutture è intervenuto precettando i lavoratori, riducendo lo sciopero da 24 a sole 4 ore. Questo intervento del ministro è possibile in ragione della legge anti-sciopero 146 del 1990, voluta da Cgil Cisl e Uil e votata da DC, PSI e PCI.
Il TAR del Lazio, su ricorso dei sindacati di base, ha poi sentenziato il 28 marzo che il Ministro ha fatto ricorso a questa facoltà in modo improprio. Ma il problema di una legge che vieta di scioperare in modo adeguato rimane.
Il primo sciopero precettato è stato quello del 27 novembre. I sindacati di base hanno reagito spostandolo al 15 dicembre. Nuovamente il ministro è intervenuto con la precettazione. Questa volta i sindacati di base hanno deciso di mantenere lo sciopero, ridotto a 4 ore, ma si sono divisi su come reagire alla precettazione. Lo sciopero è andato male (“Precettazioni e leggi antisciopero”).
Il terzo sciopero unitario è stato proclamato dai sindacati di base per il 24 gennaio. Questa volta non vi è stata precettazione sicché è stato di 24 ore, il massimo consentito dalla legge 146/1990. Pochi giorni prima il Coordinamento Lavoratori Autoconvocati (CLA) ha redatto un comunicato in sostegno dello sciopero e che svolgeva alcune considerazioni sulle precettazioni, le leggi anti-sciopero e come il sindacalismo di base dovrebbe reagire (“Scioperi degli autoferrotranvieri: un contributo alla discussione su come opporsi a precettazioni e leggi antisciopero”).
Lo sciopero è andato molto bene, sia relativamente alle precedenti analoghe mobilitazioni nella categoria del sindacalismo di base, da molti anni a questa parte, sia in termini assoluti. A Roma e a Milano l’adesione è stata fra il 60% e il 70%, il che è sufficiente a implicare il blocco quasi totale del servizio.
Il diverso andamento degli scioperi del 15 dicembre e del 24 gennaio mostra come i tranvieri considerino inutile lo sciopero di 4 ore e siano invece disponibili a lottare se l’azione dispiegata è più radicale. Inoltre è sintomatico della cresciuta insofferenza per le condizioni di lavoro. A Roma e a Milano le aziende di trasporto pubblico locale (TPL) hanno sempre maggiori difficoltà a reperire lavoratori e non sono più rari i casi di tranvieri che si licenziano. Quello che è sempre stato un lavoro duro ma un tempo ambito perché ben retribuito, sta perdendo questo richiamo per i lavoratori.
Dopo lo sciopero sono stati pubblicati dai sindacati di base tre comunicati separati – uno di ADL Cobas, Cobas LP, Cub e Sgb, uno dell’AL Cobas, uno dell’Usb – segno che l’unità d’azione è ancora fragile. Eppure è evidente quanto sia necessaria, e come anzi dovrebbe essere consolidata, con la definizione di una piattaforma contrattuale unitaria, al pari di quanto fatto da Cub, Sgb e Usb nei ferrovieri.
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Venerdì 22 e sabato 23 marzo si sono svolti due scioperi locali dei tranvieri con una altissima adesione, proclamati da due diversi sindacati di base.
Il primo alla ATM di Milano, di grande importanza trattandosi della prima azienda di trasporto pubblico locale in Italia per numero di dipendenti, praticamente al pari dell’ATAC di Roma. Lo sciopero proclamato dall’AL Cobas, ha avuto un’adesione media in superficie del 60% nel turno mattutino, ancora più alta nel turno serale e ha portato alla totale chiusura di 4 linee della metropolitana su 5.
Il secondo sciopero si è svolto in Umbria e ha visto un’adesione molto alta a Terni e a Perugia. Lo ha promosso l’Usb. A Perugia nel turno del mattino nelle rimesse non c’erano più posti per parcheggiare gli autobus degli scioperanti. Nel turno del pomeriggio hanno aderito anche diversi giovani neoassunti.
Gli scioperi del 12 febbraio e del 23-24 marzo dei ferrovieri
Incoraggianti anche le ultime mobilitazioni organizzate fra i ferrovieri. Nello scorso numero abbiamo riferito dello sciopero a seguito dell’incidente di Thurio, riuscitissimo, come non si vedeva da molti anni (“I ferrovieri dopo l’incidente di Thurio”).
Anche in questo caso un fattore del successo è l’essere stato percepito come un’azione di una robustezza adeguata: non una fermata di 4 ore, infatti, e nemmeno di 8, bensì di 35. Inoltre è stato proclamato con solo 24 ore di preavviso, immediatamente dopo l’incidente. Ciò in virtù dell’unica scappatoia che la legge capestro dello sciopero consente al limite di 10 giorni di preavviso: quando si tratti di uno sciopero convocato a seguito di un grave evento legato alla sicurezza sul lavoro.
L’effetto positivo della durata dello sciopero e della sua pronta proclamazione ed esecuzione sono una conferma che quanto più si tratta di uno sciopero vero, libero dai vincoli imposti da padronato e sindacati di regime, tanto più è sentito come un’arma utile e da impiegare.
Fra i macchinisti e i capitreno – Personale di macchina (PdM) e Personale di bordo (PdB) – da alcuni mesi si è costituita una Assemblea Nazionale PdM-PdB. Da tre anni si è invece formato il Coordinamento Macchinisti Cargo (CMC), cioè dei treni merci. L’Assemblea dei PdM-PdB, il CMC, e i sindacati di base Cub, Sgb e Usb, hanno definito una piattaforma contrattuale il cui nucleo centrale riguarda la riduzione dell’orario di lavoro, l’aumento delle pause, una diversa organizzazione dei riposi fuori sede, il tutto finalizzato alla salute e alla sicurezza dei lavoratori. Oltre a ciò, vi sono le rivendicazioni salariali per un recupero reale dell’inflazione.
Il 12 gennaio è stato proclamato dall’Assemblea e dai sindacati di base (a esclusione del CAT) il primo sciopero per la vertenza del rinnovo contrattuale, che per la legge antisciopero (146/1990) non può superare le 8 ore. Nonostante in questo caso lo sciopero non fosse sostenuto dalla reazione emotiva a seguito di un fatto grave come l’incidente mortale di Thurio, l’adesione è stata la maggiore registrata da anni nelle analoghe mobilitazione promosse dal sindacalismo di base nei ferrovieri, con una percentuale di treni regionali bloccati compresa fra il 50% e 75%. Un successo e un segno di rafforzamento del sindacalismo conflittuale fra i ferrovieri.
Un secondo sciopero nazionale è stato indetto dall’Assemblea PdM-PdB e dai sindacati di base, per il 23 marzo, questa volta di 24 ore. In preparazione dello sciopero si è svolta, on-line, un’assemblea nazionale, la mattina del 29 febbraio, cui hanno partecipato circa 130 lavoratori. Lo sciopero questa volta ha visto associato il CAT, anche se questo sindacato di base non partecipa alle assemblee unitarie dell’Assemblea PdM PdB e di Cub, Sgb e Usb.
Lo sciopero si è svolto dalle 21 di sabato 23 alle 21 di domenica 24 marzo. Assemblea e sindacati di base hanno deciso di proclamare uno sciopero in un giorno feriale e uno la domenica, alternativamente. La domenica, giorno lavorativo per il personale viaggiante, offre il vantaggio di avere un numero minore di treni cosiddetti “garantiti”, ossia che i ferrovieri sono obbligati a far marciare.
Lo sciopero è andato ancora meglio di quello già riuscito del 12 febbraio. È aumentata la percentuale dei treni regionali cancellati e finalmente sono stati bloccati anche molti intercity e l’alta velocità. Numeri di adesione “straordinari”, ha affermato il comunicato unitario di fine sciopero di Cub, Sgb e Usb; “uno sciopero storico”, secondo il comunicato dell’Assemblea nazionale PdM-PdB.
Si tratta quindi del terzo sciopero consecutivo in quattro mesi, proclamato in modo unitario dai sindacati di base e dall’assemblea, ad avere adesioni come non si registravano da molti anni. Ciò che sembra iniziare a non poter essere definito un fatto incidentale.
La promettente mobilitazione degli operai delle manutenzioni ferroviarie (RFI)
Un positiva novità ha segnato gli ultimi tempi della vita sindacale del settore delle ferrovie: da gennaio sono entrati in agitazione i lavoratori di RFI, l’azienda di Stato che esegue la manutenzione della infrastruttura. Nelle ferrovie, protagonisti delle lotte sindacali, almeno negli ultimi decenni, erano sempre stati, fra alti e bassi, i macchinisti e il personale viaggiante. Questo dimostra che anche settori della classe operaia che finora apparivano poco propensi o estranei alla lotta, quando assistono al peggioramento delle loro condizioni riscoprono la conflittualità sfatando il pregiudizio che li vuole “pacificati”. La lotta di classe è un fatto materiale e non ideologico, così come lo è anche il suo rovescio, cioè il metodo della collaborazione sindacale, anche detto concertazione.
RFI conta in tutto 32.000 dipendenti, di cui circa 22.000 operai. La ragione che ha provocato la loro recente mobilitazione è un accordo firmato il 10 gennaio scorso dai sindacati di regime (Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl) e da quelli autonomi (Fast e Orsa), senza svolgere alcuna preliminare assemblea, il quale comporta un peggioramento sostanziale delle condizioni di lavoro: abolisce tutti i limiti finora vigenti sul ricorso ai turni di notte, al sabato e alla domenica. Sino a oggi l’orario di lavoro era organizzato sul singolo turno diurno dalle 8 alle 16, dal lunedì al venerdì; il ricorso al turno notturno era consentito in modo limitato e soltanto dal lunedì al giovedì. Questi operai si sono ribellati contro questa intensificazione del loro sfruttamento, che comporterebbe serie ripercussioni sulla loro salute e sicurezza.
Questo peggioramento dei ritmi di lavoro avviene dopo il tragico incidente di Brandizzo (Torino) nel quale, la notte del 30 agosto, 5 operai persero la vita. Questi non erano dipendenti di RFI, ma operavano per un ditta di manutenzione della rete.
Al pari di macchinisti e capitreno, anche gli operai di RFI si sono organizzati in una assemblea autoconvocata, denominatasi Assemblea Nazionale Lavoratori Manutenzione RFI (ANLM). Hanno aperto un gruppo Telegram di cui oggi fanno parte più di 3.000 lavoratori. Hanno già svolto 6 assemblee nazionali on-line con una partecipazione media fra i 200 e i 300 lavoratori.
Sono infuriati coi sindacati firmatari dell’accordo peggiorativo. Alla loro prima esperienza di lotta mostrano un sano entusiasmo, già prima di non avere maturato, nel loro complesso, la consapevolezza della necessità di costruire un nuovo sindacato di classe, fuori e contro i sindacati di regime e autonomi firmatari dell’accordo capestro del 10 gennaio. Tuttavia è probabile e auspicabile che, al di là dell’esito di questa battaglia, una parte di questi lavoratori aderisca ai sindacati di base che stanno sostenendo la lotta, oppure dia all’ANLM il carattere organizzativo di un sindacato.
Il 12 febbraio l’ANLM, insieme a Usb e Cobas, hanno proclamato il primo sciopero degli operai RFI, che è andato in tal modo a convergere e a unirsi a quello dei macchinisti e dei capitreno, in una mobilitazione che segna così una tappa assai significativa, diremmo addirittura storica per la lotta sindacale del settore ferroviario. L’adesione è stata ottima, intorno al 70%,
Sette giorni dopo, il 19 febbraio, l’ANLM ha proclamato un nuovo sciopero per il 13 marzo, con una manifestazione nazionale a Roma. Lo sciopero è andato meglio ancora di quello precedente, con un’adesione del 73%. Uno schiaffone ai sindacati firmatari e all’azienda. I dati di adesione sono precisi perché l’ANLM attraverso il suo canale Telegram ha ricevuto i dati dalle centinaia di Unità Manutentive distribuite sul territorio nazionale.
Anche la manifestazione è andata bene, con oltre 400 operai che, riunitisi a Termini, si sono mossi in corteo fino al palazzo delle Ferrovie dello Stato. Il clima era molto combattivo e i lavoratori, fra cui molti giovani, hanno letto volentieri sia il volantino del partito, qui di seguito riprodotto, sia quello del Coordinamento 20 ottobre, costituito da organismi del sindacalismo conflittuale e associazioni dei familiari delle vittime da stragi sul lavoro, di cui fanno parte i nostri compagni.
Una nuova assemblea nazionale è stata indetta per la settimana successiva, già con l’intenzione di proclamare un terzo sciopero, questa volta non più di 8 ma di 24 ore.
Lo sciopero a oltranza a Malpensa Cargo
Lo sciopero che ha espresso la maggiore combattività non è stato di categoria bensì in una singola azienda, la Milano Logistica Europa (Mle), che compie le operazioni di carico e scarico merci – il cosiddetto servizio handling – presso l’aeroporto di Malpensa, nella sua parte cargo, dedicata cioè al traffico merci e non a quello passeggeri.
Nel 2023 il sindacalismo di base ha proclamato 11 scioperi per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro del settore handling (assistenza passeggeri, bagagli, pista, carico scarico, merci) che impiega circa 10.000 lavoratori in Italia.
L’11 dicembre Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasport e Ugl-Trasporto Aereo hanno firmato il nuovo contratto con l’associazione padronale Assohandler, aderente a Confetra. Il precedente era scaduto da ben 7 anni. Il rinnovo prevede 100 euro medi di aumento suddivisi in tre tranche e 500 euro di cosiddetta una tantum come arretrati per i 7 anni di ritardo nel rinnovo. I sindacati di base hanno calcolato che la cifra per gli arretrati avrebbe dovuto aggirarsi intorno ai 4.000 euro. Il salario medio di un “operatore unico aeroportuale” è di circa 1.200 euro. I salari bassi sono una delle ragioni per cui molti lavoratori, appena possono, abbandonano questo lavoro, che un tempo era ambito, come tutte le attività che si svolgevano in ambito aeroportuale.
Ma già nei giorni successivi i sindacati di base presenti agli aeroporti di Malpensa e Linate – Adl, Cub e Usb – hanno iniziato, insieme al sindacato autonomo Flai, trattative con due aziende di handling – la Alha Airport e la Wfs – al fine di ottenere contatti integrativi aziendali migliorativi rispetto al CCNL appena rinnovato, ottenendo degli accordi preliminari a fine dicembre che prevedevano: ricezione dei 100 euro di aumento del rinnovo del CCNL in un’unica tranche a partire dal 1° gennaio 2024; calcolo dell’aumento delle indennità sulla base del salario attuale e non di quello del 2016, come previsto dal rinnovo del CCNL firmato dai sindacati di regime. Ciò ha garantito in media un aumento aggiuntivo di 100 euro mensili rispetto a quello stabilito dal contratto nazionale firmato da Cgil Cisl e Uil.
Per l’8 gennaio Adl, Cub, Usb e Flai hanno proclamato uno sciopero a Malpensa e Linate per i lavoratori di tutte le altre aziende di handling: Airpot Handling, Aviapartner, Ags, Mle, Sea, Swissport. Ma ricevuta la convocazione da parte della prefettura di Varese a un incontro con le aziende, i sindacati di base e Flai hanno deciso di rinviarlo al 9 febbraio.
Il 26 gennaio è stato concluso nella sua forma definitiva il contatto aziendale integrativo con l’azienda Alha Airport. La conclusione di due accordi aziendali migliorativi del contratto nazionale ha comportato un riconoscimento formale dei sindacati di base. Per questo la Ahla Airport è stata espulsa dall’associazione padronale Assohandler.
Non avendo la trattativa in prefettura prodotto risultati, il 9 febbraio è iniziato lo sciopero per la singola giornata dei lavoratori di Airpot Handling, Aviapartner, Ags, Mle, Sea, Swissport. Ma a sera oltre 200 operai della Mle, di fronte al rifiuto dell’azienda a trattare, hanno deciso di proseguire lo sciopero a oltranza, in aperta violazione delle leggi antisciopero (146/1990 e 83/2000) per le quali l’astensione dal lavoro nei servizi considerati essenziali non può durare più di 24 ore.
I lavoratori delle altre aziende di handling non li hanno seguiti e hanno terminato lo sciopero come previsto, nei limiti di legge. Alla Mle lavorano in quasi 500. La maggior parte dei lavoratori che non hanno scioperato sono precari o somministrati, assunti cioè attraverso agenzie interinali, e pertanto estremamente ricattabili.
La Mle gestisce anche il magazzino di Amazon. Gli operai hanno stabilito due picchetti, uno dal terminal l’altro dal magazzino Amazon. L’intervento della polizia ha fatto desistere e ritirare il picchetto nel magazzino Amazon, mentre quello al terminal è continuato compatto per tutti i 5 giorni in cui è durato lo sciopero.
Al secondo giorno di sciopero l’azienda ha inviato contestazioni disciplinari a tutti i 200 operai e il giorno dopo i sindacati di regime hanno iniziato a suggerire ai lavoratori che se avessero interrotto lo sciopero l’azienda avrebbe ritirato le contestazioni. I lavoratori invece sono andati avanti, sostenuti unitariamente dai sindacati di base Adl, Cub e Usb e da quello autonomo Flai, fino a che il quinto giorno l’azienda è scesa a patti e ha proposto: un aumento del ticket mensa da 5 a 8 euro, la revoca di tutte le contestazioni e l’apertura di una trattativa. I lavoratori in assemblea hanno accettato all’unanimità l’accordo e hanno interrotto lo sciopero.
Nella Mle, fra i sindacati che hanno sostenuto lo sciopero, il primo per numero di iscritti è la Cub, cui segue la Flai, poi l’Usb e infine l’Adl. I sindacati di base inquadrano circa la metà dei lavoratori. Nonostante ciò, l’azienda si è rifiutata di convocare i sindacati di base nella trattativa avviata dopo lo sciopero, e si è confrontata solo con la Flai. È probabile che queste indicazioni siano imposte dalla associazione padronale di categoria Assohandler, che, espellendo l’azienda Alha Airport, ha messo in riga le altre.
Il 28 febbraio la Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna di Mle per attività antisindacale contro la Cub, nel quadro di uno sciopero nel 2021. Il giorno dopo è stato siglato un accordo in prefettura in cui l’azienda ha confermato di revocare le contestazioni e i sindacati di base e la Flai si sono impegnati per 90 giorni a non intraprendere azioni di sciopero, nel mentre si porteranno avanti le trattative. I lavoratori quindi non subiranno sanzioni ma ma potrebbero essere colpite invece le organizzazioni sindacali. La Mle, nonostante la condanna in Corte d’Appello e l’accordo siglato in Prefettura, ha ribadito che non tratterà coi sindacati di base.
Questa lotta conferma l’importanza dell’unità d’azione del sindacalismo di base, che all’aeroporto di Malpensa è una strada imboccata da tempo e che sta dando i suoi frutti. Inoltre mostra come i lavoratori, se hanno un grado sufficiente di unità e determinazione, possono di fatto rendere nulla la legislazione antisciopero. Naturalmente si è trattato di un compromesso, ma il cui contenuto mostra questa forza che i lavoratori hanno in potenza nel loro seno.
La lotta delle lavoratrici OEPAC e delle maestre ed educatrici a Roma
Un’altra lotta caratterizzata da una forte partecipazione e dall’unità d’azione del sindacalismo di base, che anche in questo caso la ha diretta, è quella in corso a Roma delle lavoratrici OEPAC – sigla che sta per “Operatore educativo per l’autonomia e la comunicazione”, una figura istituita dalla legge 104 del 1992 – che forniscono il servizio di inclusione scolastica per gli alunni disabili. Sul piano nazionale si tratta di ben 70.000 lavoratrici. Il servizio da una ventina di anni è assegnato in appalto dagli enti locali alle cosiddette cooperative sociali.
A Roma le lavoratrici OEPAC sono circa 4.000, impiegate da 50 cooperative. Quelle in lotta si sono organizzate nel Comitato Romano AEC-OEPA (AEC, cioè “Assistenti Educatori Culturali”, la precedente denominazione degli OEPAC), nella Cub e nell’Usb, tre organizzazioni sindacali che agiscono congiuntamente.
Il Comitato AEC-OEPA si è costituito nel 2018 per battersi per la reinternalizzazione del servizio e, quindi, dei lavoratori.
A seguito dell’approvazione della nuova delibera della giunta comunale capitolina del 19 ottobre scorso, diverse cooperative hanno iniziato a ridurre le ore di lavoro alle lavoratrici part-time, la larga maggioranza, e, in caso di assenza imprevista del bambino, a non pagarle. Lavorando 35 ore la settimana, il salario di una giovane lavoratrice si aggira sui 700 euro. Una lavoratrice con 23 anni di anzianità e 38 ore settimanali ne guadagna 1.100. Le lavoratrici più anziane a tempo pieno arrivano nei casi migliori a 1.300 euro. Se l’assenza del bambino si prolunga oltre i tre giorni, le lavoratrici non vengono pagate.
Da un questionario promosso a Roma dai sindacati di base è risultato che la riduzione dell’orario, e quindi del salario, ha interessato il 25% delle lavoratrici, il 12% non si vede retribuiti i primi tre giorni di malattia, in violazione di quanto disposto dal Contratto Nazionale e il 32,8% lavora più ore di quanto accordato senza che queste vengano retribuite con la maggiorazione prevista per lo straordinario.
Il 19 ottobre Comitato AEC-OEPA, Cub e Usb hanno indetto un’assemblea in orario di lavoro dalle 8 alle 14,30 e hanno riunito i lavoratori dinanzi al Campidoglio, sede del Comune di Roma. Hanno partecipato oltre 200 lavoratrici. L’assemblea è in orario di lavoro ma la maggior parte delle cooperative riescono a evitare di retribuirla, sicché corrisponde a uno sciopero.
Il 27 novembre, il Comune, le centrali cooperative e i sindacati di regime (Cgil, Cisl e Uil) hanno sottoscritto un accordo che prevede il trasferimento degli OEPAC nel servizio di assistenza domiciliare (SAISH). In questo modo si opera una riduzione del salario, perché gli assistenti domiciliari sono inquadrati al livello C1 del CCNL delle cooperative sociali, mentre per gli OEPAC il livello è il D1.
L’Assessore Claudia Pratelli si è ostinata a non voler incontrare i sindacati di base e a trattare solo con Cgil, Cisl e Uil. Così i sindacati di base hanno indetto una nuova assemblea in orario di lavoro, dalle 14 alle 19 del 12 dicembre, presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio, che è stata riempita da un centinaio di lavoratrici, e poi uno sciopero il 19 dicembre, con una manifestazione che ha riunito circa 200 lavoratrici. Il 19 gennaio una nuova assemblea ha deciso uno terzo sciopero, questa volta di due giorni, il 30 e 31 gennaio.
Pochi giorni prima dello sciopero, Comune e Cgil, Cisl e Uil hanno siglato un verbale d’intesa cercando di fare delle minime concessioni, che i sindacati di base hanno giudicato insufficienti.
Nonostante il tentativo del Comune e dei sindacati di regime di indebolire lo sciopero questo è andato meglio dei procedenti. Il 30 gennaio i lavoratori hanno manifestato sotto la sede della LegaCoop in oltre 300. Quasi tutte donne, di cui molte giovani. Il giorno dopo hanno manifestato di fronte al palazzo dei gruppi consiliari in oltre 500, per poi partire in corteo. Anche qui una conferma che lo sciopero se dura più di un giorno, in condizioni favorevoli cresce di forza.
Il primo febbraio una Circolare del Dipartimento Scuola, Formazione e Lavoro del Comune di Roma ha chiarito alcuni punti in favore dei lavoratori, fra cui il pagamento delle ore di lavoro in caso di assenza imprevista del bambino assistito. Inoltre l’Assessore Pratelli ha finalmente accettato di convocare per un incontro Cub, Usb e Comitato AEC-OEPA, fissato per l’8 febbraio.
Ma nonostante la circolare del 1° febbraio e l’incontro dell’8, che ha confermato i punti positivi della circolare, le Cooperative hanno continuato ad accampare scuse per non ottemperare a quanto conquistato con la lotta, ma per ora ancora solo sulla carta. Inoltre rimangono questioni importanti fra cui: eliminare i contratti da 12 ore settimanali, per poi far lavorare anche il triplo, senza pagare le maggiorazioni dovute; pagare i primi tre giorni di malattia del lavoratore.
Sicché i sindacati di base hanno convocato una nuova assemblea dei lavoratori in orario di lavoro, dalle 13,30 a fine turno, per il 7 marzo, sotto la sede di Confcooperative, cui aderiscono la maggior parte delle cooperative sociali appaltanti, e un nuovo sciopero, l’8 marzo, per la giornata internazionale della donna, per la quale i sindacati di base hanno proclamato lo sciopero generale, cui si è unita anche la Flc-Cgil, la federazione dei lavoratori della conoscenza, cioè di scuola e università, della Cgil.
Intanto, il 27 febbraio, si sono mobilitate le lavoratrici – educatrici e maestre – delle scuole dell’infanzia, cioè per i bambini da zero a 6 anni, in questo caso organizzate coi sindacati di base Adl Cobas, Cobas Scuola e Usb, che anche in questa lotta agiscono unitariamente, insieme al Coordinamento Precari Inside.
In 200 hanno occupato per alcune ore, la sera, la sala della Protomoteca. Le lavoratrici rivendicano sostanzialmente l’assunzione a tempo indeterminato. I sindacati di base hanno chiamato anche queste lavoratrici allo sciopero per l’8 Marzo.
Questi scioperi, delle lavoratrici OEPAC e delle scuole dell’infanzia, ridanno alla giornata dell’8 Marzo il suo originario e autentico valore e contenuto di classe, quale giornata di lotta delle donne lavoratrici, contro la doppia oppressione di classe e di genere, e danno un autentico contenuto di lotta allo sciopero proclamato dai sindacati di base, che ancora nella maggior parte dei casi si riduce invece alla partecipazione alle manifestazioni serali del movimentismo femminista aclassista.
La mattina dell’8 Marzo maestre ed educatrici insieme alle lavoratrici OEPAC si sono ritrovate davanti al ministero dell’istruzione, in oltre 200, organizzando una riuscita manifestazione.
La lotta delle lavoratrici OEPAC di Roma è d’esempio per tutta la categoria a livello nazionale. Per il 10 aprile tutti i sindacati di base hanno proclamato uno sciopero nazionale delle lavoratrici delle cooperative sociali: operatrici sociali, educatrici, assistenti all’autonomia e alla comunicazione, OEPAC, Operatori sociosanitari (OSS).
Il 22 marzo si è svolta un’assemblea nazionale on-line a cui hanno partecipato tutti i sindacati di base tranne l’Usb, e quindi: Adl Cobas, Camere del Lavoro Autonomo e Precario (Clap), Cobas Lavoro Privato, Comitato Aec-Oepac, Cub, Sgb, Sial Cobas, SI Cobas. Hanno seguito l’assemblea oltre cento lavoratori.
La vittoria del SI Cobas a Mondo Convenienza
Due vittorie sono state recentemente ottenute da lavoratori organizzati nel SI Cobas. In quanto dirette da un unico sindacato ne riferiamo separatamente dalle altre, tutte contraddistinte da una unità d’azione fra sindacati di base. Nondimeno si è trattato di lotte e successi estremamente importanti.
La più importante fra queste due lotte è stata senza dubbio quella dei facchini e montatori di Mondo Convenienza. Lo sciopero, iniziato a fine maggio dello scorso anno da 20 lavoratori nel magazzino di Campi Bisenzio e poi rafforzatosi all’interno, estesosi per un breve periodo a cavallo fra giugno e luglio ad altri magazzini nel territorio nazionale, è proseguito a oltranza per cinque mesi, ben 161 giorni, e ha portato a un miglioramento per i 5.000 lavoratori degli appalti del gruppo a livello nazionale, definito in un accordo nazionale siglato da Cgil Cisl e Uil il 17 gennaio.
I lavoratori rivendicavano l’installazione di un marca tempo in azienda, una trasferta giornaliera e gli straordinari, il passaggio dal contratto nazionale Multiservizi a quello della Logistica.
Hanno subito aggressioni fisiche degli sgherri padronali e dalle forze di polizia che venti volte hanno sgomberato il picchetto. Hanno potuto resistere grazie alla cassa di resistenza, che ha raccolto fondi da tutta Italia e anche dall’estero. Sono stati sostenuti da diversi gruppi e organismi di lavoratori, a cominciare dal Collettivo della ex Gkn, nel cui stabilimento occupato, anch’esso a Campi Bisenzio, spesso gli operai di Mondo Convenienza si sono recati per mangiare nella mensa. Anche il Collettivo Lavoratori Autoconvocati ha sostenuto questa lotta, con comunicati, partecipando alle assemblee, raccogliendo fondi per la cassa di resistenza.
Gli operai sono stati licenziati per aver scioperato ma proseguendo lo sciopero hanno imposto il ritiro dei licenziamenti.
I sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) non hanno alcun iscritto fra gli scioperanti e non hanno mai sostenuto in alcun modo lo sciopero, però si sono subito prestati a partecipare alla trattativa nazionale, che ha escluso il SI Cobas.
Lo stesso SI Cobas, d’altronde, è stato deficitario nel modo in cui ha condotto la lotta a livello nazionale. La lotta degli operi del magazzino di Campi Bisenzio, per quanto esemplare per determinazione e che poteva preludere a una sua espansione sul piano nazionale nei magazzini di Mondo Convenienza, ha ricevuto un debole sostegno dalla struttura nazionale del sindacato, diversamente da quanto fatto in passato con altre vertenze.
Il SI Cobas è presente anche nei magazzini Mondo Convenienza di Torino, Bologna e Roma, dove sono stati organizzati scioperi per estendere la lotta da Campi Bisenzio. A Bologna un operaio è stato gravemente ferito da uno sgherro aziendale. Ma dopo pochi giorni a Torino e a Bologna il SI Cobas ha siglato degli accordi locali, offrendo in cambio un periodo di pace sindacale, isolando così la lotta di Campi Bisenzio e vanificando ogni tentativo di elevarla a livello nazionale. Questi accordi locali sono stati seccamente criticati dal comunicato del SI Cobas di Prato del 18 gennaio: «Avremmo avuto un accordo migliore (…) se a luglio l’organizzazione nazionale Si Cobas, invece di firmare gli “accordi separati” e al ribasso di Bologna e di Torino, avesse sostenuto la generalizzazione della lotta in tutta la filiera (che tra giugno e luglio era diventata una possibilità concreta)».
L’8 novembre, dopo 161 giorni, è finito lo sciopero. Gli operai sono rientrati al lavoro senza che fosse stato siglato un accordo, ma con una trattativa nazionale in corso, condotta da Cgil Cisl e Uil, che ha portato all’accordo siglato il 17 gennaio, due mesi dopo, a voler marcare il distacco con lo sciopero e col sindacato che lo ha condotto. Ma è evidente che senza la lotta dei lavoratori di Campo Bisenzio il risultato non sarebbe stato ottenuto e che l’accordo è un tentativo di impedire l’espansione del SI Cobas nei magazzini di Mondo Convenienza a livello nazionale, rafforzando i sindacati di regime.
L’azienda ha dichiarato che il passaggio dal CCNL Multiservizi a quello della Logistica avrà un costo aggiuntiva per essa di 100 milioni di euro in due anni. Si consideri che Mondo Convenienza in Italia ha superato per ricavi l’IKEA. Giustamente il SI Cobas di Prato ha commentato: «È la misura di un nuovo rapporto di forza costruito con 161 giorni di lotta».
Il SI Cobas di Prato ha scritto: «L’accordo firmato dai sindacati confederali prevede “gradazioni”, deroghe e “progressioni”. Le retribuzioni piene previste dal CCNL Logistica si vedranno tra 2 anni. Poteva andare diversamente? Sì. Avremmo avuto oggi un accordo migliore se la Cgil non avesse “occupato” il posto al tavolo delle contrattazione senza nessuna rappresentanza dei lavoratori in sciopero, sganciando inoltre colpevolmente il tempo e il ritmo della trattativa dai tempi e dai ritmi della lotta».
Contro una grande e potente azienda, contro i sindacati di regime, nonostante gli opportunismi e le debolezze nello stesso sindacato di base, gli operai e il sindacato di base hanno ottenuto una vittoria, che li rafforza.
E alla Welltex
Una piccola ma importante vittoria è stata ottenuta dai lavoratori organizzati col SI Cobas alla Welletex, azienda tessile di Prato. Anche qui si è ricorsi allo sciopero a oltranza, autentico metodo di lotta del sindacalismo di classe, che è durato 7 giorni. Lo sciopero ha coinvolto tutti i lavoratori e alla fine ha imposto la stabilizzazione a tempo pieno e indeterminato di tutti gli operai, turni di otto ore per cinque giorni la settimana e l’applicazione integrale del CCNL Tessile Industria, il pagamento di arretrati entro l’8 marzo. Continua in questo modo il rafforzamento del SI Cobas di Prato nel settore tessile, che appare il più consistente settore di sviluppo di questo sindacato al di fuori della categoria della logistica.