PiSdC – Strage al cantiere Esselunga
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La mattina di venerdì 16 febbraio un crollo strutturale nel cantiere per la costruzione di un grande supermercato a Firenze ha causato una strage: 8 operai sono stati coinvolti, di cui 5 hanno perso la vita e 3 gravemente feriti.
Risale solo al 30 agosto scorso la strage alla stazione di Brandizzo (Torino), in cui persero la vita altrettanti lavoratori, addetti alla manutenzione ferroviaria, dipendenti di una ditta che aveva preso in appalto lavorazioni dalla RFI, l’azienda statale per la manutenzione della infrastruttura ferroviaria.
I lavoratori di RFI, per inciso, da settimane sono in agitazione, fuori e contro i sindacati di regime e autonomi, che hanno firmato il 10 gennaio un accordo che modifica l’orario e i turni di lavoro, e si sono organizzati in una Assemblea Nazionale Lavoratori Manutenzione (ANLM), sostenuta dall’Unione Sindacale di Base e dai Cobas, che ha prodotto un comunicato in solidarietà con i compagni di lavoro e i familiari degli operai morti a Firenze. Ne riferiremo in altro articolo su questo stesso numero del giornale.
Muoiono, in Italia, fra i 3 e i 4 lavoratori al giorno, a seconda se si considerano o meno coloro che perdono la vita nel tragitto casa-lavoro, cosiddetti infortuni in itinere, e i lavoratori non iscritti all’INAIL, fra cui naturalmente quelli in nero, numerosi in edilizia e in agricoltura.
Questo è il prezzo in termini di vite umane che il proletariato paga alla follia produttiva del capitalismo, fondata sulla ricerca del massimo profitto sotto la scure del mors tua vita mea, cioè della concorrenza, che implica la ricerca spasmodica del risparmio sui costi.
Quello della catena di appalti e subappalti è un sistema infernale per i lavoratori, efficacissimo a dividerli in tante aziende nello stesso posto di lavoro, spesso con contratti e trattamenti diversi, al fine di ostacolarne la sindacalizzazione e la lotta, e quindi in ultima istanza per poterli sfruttare al massimo grado. Merita così alle grandi aziende committenti cedere una fetta del plusvalore a dei padroncini, irresponsabili finanziariamente, che si assumono ogni responsabilità penale per le illegalità contro i loro operai.
Poco dopo il crollo, Cgil Cisl e Uil della Toscana hanno proclamato uno sciopero generale regionale di 2 ore a fine turno; le rispettive federazioni metalmeccaniche provinciali di Firenze – Fiom, Fim e Uilm – hanno proclamato invece uno sciopero, provinciale di 4 ore, ed è stato indetto un presidio davanti alla Prefettura per le ore 17.
Nel pomeriggio, le federazioni nazionali degli edili e dei metalmeccanici di Cgil e Uil hanno proclamato per mercoledì 21 uno sciopero nazionale di 2 ore a fine turno.
Il giorno dopo, sabato 17, i sindacati di base di Firenze hanno proclamato unitariamente uno sciopero generale provinciale per l’intera giornata di lunedì 19. L’azione unitaria è un elemento molto importante cui il sindacalismo di base fiorentino sta cercando di attenersi.
Nonostante ciò, il presidio del lunedì mattina ha raccolto appena un centinaio di militanti sindacali. La debolezza del sindacalismo di base, la stato di passività della classe lavoratrice, il fatto che si è deciso il sabato di indire lo sciopero per il lunedì, quindi senza la possibilità di propagandarlo nei posti di lavoro, il fatto infine che il sindacalismo di base è più presente nei settori sottoposti alle leggi anti-sciopero (136/1990 e 83/2000), che quindi erano esclusi dallo sciopero, non permetteva di aspettarsi molto di più. A peggiorare il risultato vi è stata la decisione del SI Cobas locale, che pur aveva promosso l’azione unitaria, di chiamare a un presidio separato a Prato.
Va rimarcata anche l’assenza delle aree conflittuali in Cgil, che invece in passato, almeno in parte, avevano partecipato alle azioni di lotta promosse unitariamente dal sindacalismo di base a Firenze.
L’unità d’azione del sindacalismo conflittuale non è un fine in sé ma uno strumento volto a ottenere l’unità d’azione della classe operaia. Se i sindacati di base agiscono unitariamente al loro interno, ma si rifiutano di unire nello sciopero i lavoratori da essi inquadrati con quelli mobilitati dai sindacati di regime, il risultato è dividere i lavoratori nella loro lotta, indebolendola. Il che giova al sindacalismo collaborazionista, che più facilmente può mantenere il controllo delle sue mobilitazioni, che vuole che riescano deboli.
Avendo le federazioni nazionali degli edili e dei metalmeccanici di Cgil e Uil proclamato uno sciopero nazionale di 2 ore per mercoledì 21, i sindacati di base non avrebbero dovuto ignorare questa mobilitazione, bensì completarla, proclamando il loro sciopero generale provinciale per lo stesso giorno. E avrebbero dovuto apertamente rivolgersi alle aree conflittuali in Cgil affinché aderissero e sostenessero lo sciopero promosso dal sindacalismo conflittuale.
Lunedì 19, nel pomeriggio, la Fiom e la Uilm di Firenze, Prato e Pistoia hanno comunicato di estendere lo sciopero nazionale di mercoledì da 2 ore a 4 ore, e di organizzare nel pomeriggio una manifestazione di fronte al cantiere Esselunga, alla presenza dei segretari nazionali confederali Landini e Bombardieri.
L’organizzazione di una manifestazione sindacale il pomeriggio, con uno sciopero di metà giornata per i soli metalmeccanici e di due ore per gli edili, certo non poteva aiutare la partecipazione.
Quello che sarebbe stato necessario era uno sciopero generale cittadino, con manifestazione mattutina e arrivo al cantiere dove tenere il comizio con gli interventi dei capi e dei militanti sindacali.
I dirigenti dei sindacati di base avrebbero dovuto estendere lo sciopero di Cgil e Uil a tutte le categorie e per l’intera giornata, proporre ai capi dei due sindacati di regime una manifestazione comune, accordandosi per gli interventi dal palco, e, di fronte all’eventuale rifiuto, denunciare ai lavoratori chi divide la loro lotta e chi la vuole unire.
Invece, con la loro condotta, hanno fatto apparire il sindacalismo di base come responsabile della divisione degli scioperi.
Questi sindacati, inoltre, invece di puntare all’unità dei lavoratori nell’azione, cercano un seguito nei movimenti interclassisti, che, ad esempio sulla questione della strage al cantiere Esselunga, annacquano la lotta contro lo sfruttamento della classe operaia, in difesa della salute e della vita dei proletari, con le denunce contro la speculazione edilizia e perfino con richiami alla difesa dei bottegai schiacciati dalla diffusione dei centri commerciali!
Il comportamento più divisivo lo ha avuto la dirigenza nazionale dell’Usb, che da sola ha proclamato uno sciopero nazionale del settore privato per martedì 20, di cui nessuno si è accorto, e che per il 2 marzo ha calato dall’alto una manifestazione nazionale a Firenze, senza accordarsi previamente con gli altri sindacati di base, né a livello nazionale né locale. Ciò ha provocato la rottura dell’unità d’azione del sindacalismo di base fiorentino, con l’adesione del solo SI Cobas.
La manifestazione di Cgil e Uil del pomeriggio di mercoledì 21 dinanzi al cantiere Esselunga ha avuto una partecipazione di circa 3 mila persone. Non un gran risultato, considerata la vasta struttura della Cgil in Toscana, dove resiste meglio che altrove al declino in corso da anni e dove la presenza dei segretari confederali ha comportato la massima mobilitazione delle forze. Ma dal punto di vista del puntellamento del sindacalismo di regime, del suo controllo sulla classe lavoratrice si è certamente trattato di un’operazione ben riuscita, con le telecamere dei telegiornali regionali e nazionali ad amplificare la vuota demagogia dei grandi capi in bella posa.
Ma dalla demagogia, almeno in parte, non è esente nemmeno il sindacalismo di base. L’Usb ha inforcato il cavallo di battaglia della altisonante richiesta di introduzione del reato di “omicidio sul lavoro”. Il ministro della giustizia Nordio si è detto contrario, considerandolo uno strumento poco efficacie, al pari del reato di “omicidio stradale”. Certo fa sorridere tale affermazione da parte di un ministro di giustizia di un governo che si è distinto per l’introduzione di numerose nuove fattispecie di reati penali, a cominciare da quello contro i “rave party”! Ma i dirigenti dell’Usb mostrano di ragionare con la stessa logica del governo Meloni: illudono i lavoratori che gli incidenti sul lavoro possano essere ridotti dall’effetto deterrente di una nuova norma penale.
Il problema degli infortuni, gravi e mortali, e delle malattie contratte sul lavoro è legato al grado di sfruttamento della classe operaia, quindi ai rapporti di forza fra le classi. In ultima istanza, non sono leggi e regole che difendono i lavoratori, ma solo la loro forza organizzata in sindacati di classe. Un’organizzazione del lavoro che tuteli i salariati sarà possibile solo una volta liberata la società, e l’attività lavorativa, dalla dittatura delle leggi economiche del profitto, del capitale. Finché vige il capitalismo ci si può solo difendere, limitare il danno, e questo non lo fanno le leggi e le regole, se nei posti di lavoro gli operai non hanno la forza di farle rispettare.
Quanto è accaduto a Firenze è indicativo. La strage è avvenuta in una città con una forte tradizione della sinistra borghese nelle istituzioni e dove il maggior sindacato di regime d’Italia, la Cgil, resiste al suo declino come non avviene nella gran maggioranza delle altre città d’Italia. Questi due fattori non hanno impedito che in un cantiere grande e importante come quello per la costruzione della Esselunga vigessero condizioni tali da aver determinato la strage.
La classe operaia permane ancora incapace di reagire come dovrebbe a simili tragedie, stretta fra la forza del capitalismo, in declino ma ancora in piedi, quella del sindacalismo di regime e l’incapacità delle dirigenze del sindacalismo di base a intraprendere in modo deciso e compiuto la giusta linea sindacale di classe, alternando passi nella giusta direzione ad altri che affondano nel solito pantano opportunista.
Qui di seguito il volantino che i nostri compagni hanno distribuito al presidio del sindacalismo di base lunedì 19 e alla manifestazione di Cgil e Uil il mercoledì successivo.
Solo la lotta, l’organizzazione e l’unità d’azione del sindacalismo di classe possono difendere la vita dei lavoratori
Firenze, lunedì 19 – mercoledì 21 febbraio
Cinque morti e tre feriti gravi è il bilancio di questa ennesima strage di operai, un nuovo sacrificio di sangue versato dalla classe lavoratrice sull’altare del Profitto Una strage che certamente avrebbe potuto essere evitata se non vigesse la regola di risparmiare su tutto, in primis sulla sicurezza.
Ben sette degli otto lavoratori coinvolti nel crollo erano immigrati, a conferma di come i proletari siano una classe internazionale, e al contempo di quanto sia utile alla classe padronale dividere e contrapporre lavoratori italiani e stranieri per sfruttare meglio l’intera classe lavoratrice.
A differenza dello stillicidio quotidiano di proletari che muoiono sul lavoro – almeno tre al giorno – questa strage avrebbe potuto commuovere e smuovere le masse, ridotte alla rassegnazione e all’indifferenza da decenni di sconfitte, frutto della politica rinunciataria e traditrice dei sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil). È per questo che la stampa, in mano ai grandi gruppi industriali, ha svolto un’opera d’infame disinformazione, cercando più a lungo possibile di nascondere e ridurre il numero degli operai coinvolti e delle vittime.
Di fronte a questa tragedia i sindacati di regime hanno ancora una volta agito per smorzare la rabbia operaia. Oltre lo sciopero rituale non sono andati, evitando qualsiasi manifestazione in cui i lavoratori delle diverse categorie potessero radunarsi nelle ore immediatamente successive alla strage di operai.
Un atteggiamento assai diverso è stato quello del sindacalismo di base di Firenze, che ha reagito nel modo migliore di fronte a questa nuova drammatica manifestazione dello sfruttamento e dell’oppressione della classe operaia, proclamando unitariamente uno sciopero generale provinciale di 24 ore per lo scorso lunedì e una manifestazione davanti alla Prefettura di Firenze.
Questa azione del sindacalismo di base e conflittuale va rafforzata perché è la strada necessaria per ridare fiducia ai lavoratori nella loro capacità di lottare e difendersi collettivamente, per rimettere in piedi il movimento operaio e ricostruire un vero sindacato di classe, cosa che potrà avvenire in Italia solo fuori e contro i sindacati di regime, che sottomettono ormai da decenni la loro politica alle esigenze dell’economia capitalistica e alle compatibilità imposte da questo regime economico.
Questa unità d’azione dei sindacati di base è uno dei fattori che ha permesso i recenti successi dello sciopero nazionale degli autoferrotranvieri del 15 gennaio, di quello dei ferrovieri del 12 febbraio e dello sciopero a oltranza di 5 giorni degli oltre 200 operai della MLE all’aeroporto di Malpensa, che sono riusciti a imporre la rinuncia a ogni sanzione contro di loro per aver violato la legge antisciopero.
I sindacati denunciano il sistema degli appalti e subappalti, e invocano leggi più severe per punire i dirigenti aziendali colpevoli, oltre a maggiori controlli degli enti preposti alla sicurezza. Ma non è sul piano giudiziario che si risolve il problema, con i padroni che possono schierare stuoli di avvocati strapagati e un sistema che è intrinsecamente contro i lavoratori. L’effetto deterrente di una legislazione più severa, se forse può aiutare, non è risolutivo laddove il regime politico, con la sua macchina statale, solo maschera con la democrazia la sua natura di strumento dei padroni: efficientissimo a mandare la polizia contro i picchetti degli scioperanti, tanto quanto inefficiente a effettuare i controlli per la sicurezza nelle aziende.
È sul posto di lavoro, nei rapporti fra operai e padroni, e quindi nei rapporti di forza generali fra le classi, il cuore del problema. È in un clima di pace sociale, cioè di oppressione della classe lavoratrice, di rassegnazione, di individualismo, che gli operai sono costretti ad accettare ogni condizione di lavoro, o, peggio, pensano di tutelare sé stessi da soli, correndo di più e mettendo a rischio la propria vita e salute.
I sindacati confederali si limitano a denunciare ipocritamente l’ennesima strage, senza mai organizzare una lotta decisa in difesa delle condizioni di lavoro, come è il caso dello sciopero nazionale di oggi, limitato a due ore e solo per le categorie degli edili e dei metalmeccanici!
Solo estendendo la lotta a tutte le categorie, del pubblico e del privato, solo riappropriandosi dei metodi della lotta di classe, dello sciopero generale, solo rifiutando la dannata regolamentazione dello sciopero, i lavoratori potranno ritrovare la loro forza e la loro unità, cioè le condizioni indispensabili per porre un argine allo sfruttamento capitalistico.
Ma ad impedirgli di imboccare questa strada essi trovano spesso schierati proprio quei dirigenti sindacali che dovrebbero invece guidarli e difenderli.
È solo col rafforzamento della lotta di classe, col rafforzamento del sindacalismo conflittuale che i lavoratori potranno trovare gli strumenti e il coraggio per porre, contro la tracotanza padronale e statale, la propria vita dinanzi alle esigenze del profitto!
E da queste lotte, sempre più forti ed estese, arriverà anche la reale tutela della vita e della salute, possibile solo con la liberazione del lavoro dalle leggi economiche del profitto, con l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo.