L’USB al suo secondo Congresso nazionale Pt. 2
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La “Federazione del sociale”
Questo indirizzo della dirigenza USB non è una novità ed era già stato espresso con la formula del “sindacato metropolitano” – cui abbiamo già accennato – all’Assemblea nazionale della RdB‑CUB nel maggio 2009, quella che sancì la fine del “Patto di Base” e la rottura fra RdB e CUB.
Le argomentazioni usate dall’allora (e odierno) coordinatore nazionale di USB erano analoghe a quelle di oggi: «Il mondo del lavoro – affermava – si è trasformato radicalmente. Esiste una diffusione di soggetti diversi che non hanno un luogo di lavoro fisico o che (…) lo hanno per pochi mesi». E indicava di rompere con «l’egemonia del sindacalismo puro» per abbracciare «pratiche diverse ma assolutamente efficaci che si realizzano nelle metropoli e sul sociale». Per questo l’Assemblea avrebbe dovuto produrre «una proposta di sintesi politico/organizzativa su cui far misurare una nuova, più larga assemblea generale del sindacalismo di base, aperta ai movimenti e ai soggetti sociali che la ritengano utile e intendano ritessere una relazione con essa».
Il secondo congresso di USB ha fatto un passo in avanti nell’applicazione di questo indirizzo d’azione interclassista. Se nel maggio 2009 si proponeva un’apertura ai movimenti sociali, cioè una relazione del sindacato con essi, ora si indica di inquadrarli nel sindacato stesso attraverso la creazione di un apposito “ambito organizzativo”: la Federazione del Sociale.
La dirigenza USB attribuisce a questa nuova struttura una importanza tale da definirla nel documento congressuale “terza gamba dell’organizzazione”, insieme a quella di USB Lavoro Privato e USB Pubblico Impiego. «USB FdS è destinata a rafforzare la vocazione confederale dell’USB e il suo orizzonte di costruzione e organizzazione dell’intero blocco sociale». La Federazione del Sociale «comprende e coordina tanto l’ASIA USB quanto l’USB Pensionati, che mantengono la loro struttura organizzativa e statutaria».
Particolarmente chiaro sui compiti che dovrebbero spettare alla nuova struttura del sindacato è stato un rappresentante dell’Esecutivo nazionale intervenuto al primo congresso di USB Pensionati, il 10 maggio: «Un nuovo soggetto che andremo a costituire che sarà utilizzato e sarà la casa per tutto quello che è il lavoro irregolare, il lavoro autonomo, quello finto e quello vero, che costituisce oggi una fetta molto ampia del mondo del lavoro». E il documento conclusivo approvato dal Congresso nazionale, all’interno della Federazione del Sociale, ad ASIA e USB Pensionati ha aggiunto un nuovo soggetto: lo SLANG, acronimo di “Sindacato lavoratori autonomi di nuova generazione”.
Poiché la condizione di lavoro autonomo è un modo per le aziende per evitare l’assunzione del lavoratore, risparmiando sul costo del lavoro, sarebbe corretto che il sindacato si facesse carico di una battaglia per unificare le condizioni di questi lavoratori a quelle degli assunti a tempo indeterminato. Quindi sarebbe necessario inquadrare i precari negli organismi dei restanti lavoratori dell’impresa. Invece con lo SLANG si va a creare una struttura in cui il lavoro autonomo è inquadrato separatamente. In questo modo si rischia nella Federazione del Sociale di ribadire la condizione del suo isolamento e di abbandonarlo all’influenza di gruppi strati e ceti esterni alla classe lavoratrice. La Federazione del Sociale infatti dovrebbe farsi carico di organizzare e sostenere i più svariati movimenti interclassisti, da quelli degli utenti dei servizi sociali, a quelli in difesa dell’ambiente, fino alla riqualificazione dei quartieri. I giovani salariati precari, i disoccupati, i pensionati, che dovrebbero ritrovarsi a farne parte si vedrebbero impegnati in attività lontane dalla lotta sindacale, affogati nell’interclassismo. Precari e pensionati, invece d’essere accolti nella condizione di solidarietà e di forza della loro classe lavoratrice, sono sospinti verso l’impotenza, e la disperazione, dei declassati.
Nella sana tradizione di classe i disoccupati ed i pensionati dovrebbero invece essere inquadrati nelle strutture categoriali di origine, per mantenere il legame coi lavoratori attivi e con la loro azione sindacale, non in una struttura a sé. Il nostro partito si è battuto per questo tipo d’inquadramento dentro la CGIL quando, fino alla fine degli anni settanta, dava indicazione di militare in quel sindacato, denunciando ad esempio l’organizzazione separata dei pensionati nel Sindacato Pensionati (SPI).
La creazione di USB Pensionati ricalca quella strada, con l’aggravante che si allontanerebbero ulteriormente i lavoratori in quiescenza dalla classe attiva non solo sul piano dell’inquadramento ma anche su quello dell’attività, indirizzandoli principalmente verso il sostegno al lavoro nei “movimenti sociali” invece che in quello sindacale, o magari verso attività di Patronato.
Movimento sindacale e partiti politici
L’intervento di USB nei “movimenti sociali” non inizia con la costituzione della Federazione del Sociale ma, come spiega lo stesso documento congressuale, ha già avuto da tempo una sperimentazione, avviata prima con la formula del “sindacato metropolitano” e poi con quella della “confederalità sociale”.
Tuttavia questa attività, in contrasto con gli obiettivi proclamati, risulta essere debole, presente solo in alcune località, poco organizzata. Si prenda l’esempio di ASIA che all’interno della neonata Federazione del Sociale è la struttura più antica e, teoricamente, con un’attività più comprovata. Ha svolto infatti il suo sesto congresso all’interno del secondo di USB, mentre l’organizzazione dei pensionati, altra componente della FdS, era al primo. Basti pensare che il documento congressuale di ASIA è stato pubblicato sul sito internet dell’organizzazione soli 7 giorni prima (il 6 maggio) del suo Congresso nazionale e che lo statuto dell’associazione (ricordiamo che il documento congressuale recita: «USB FdS comprende e coordina tanto l’ASIA USB quanto l’USB Pensionati, che mantengono la loro struttura organizzativa e statutaria») risulta persino inesistente.
Il problema è che anche questo settore di attività, in cui la dirigenza vuole impegnare sempre più il sindacato, richiede energie che non abbondano, il che rende ancora più erronea la scelta di non concentrare quelle poche e preziose di cui si dispone nel lavoro propriamente sindacale, di classe.
Quindi, per quanto siano non condivisibili e criticabili gli ambiziosi progetti della dirigenza d’impegno del sindacato nel campo dei movimenti sociali e del lavoro autonomo, va considerato che una loro anche parziale realizzazione sarà tutt’altro che facile e scontata. Ciò dovrebbe tranquillizzarci, ma lo fa solo in parte per quanto andiamo a spiegare. Bisogna infatti fare una chiarificazione sul mondo di questi movimenti e come i sindacati, non solo USB, si relazionano con essi.
Mentre nel campo della classe salariata i gruppi di lavoratori che si avvicinano al sindacato lo fanno a prescindere dalla loro appartenenza ideologica e politica, spinti dalla necessità di difendere le proprie condizioni di vita e lavoro, in quello dei “movimenti sociali” l’intervento del sindacato è molto spesso mediato da una relazione con organismi che già operano nel settore e che, per quanto si presentino come “sociali”, sono invece politici: collettivi, centri sociali, ecc. Si tratta della galassia del cosiddetto “movimento”, senza aggettivi in quanto non “operaio”. È un fenomeno tipico dell’imperialismo, della fase ultima del capitalismo, espressione dell’agitarsi inconcludente degli strati sociali intermedi, mezze classi, coltivati da ciascun capitalismo nazionale, in misura della propria potenza, in quanto preziosi per affievolire la contrapposizione fra la classe lavoratrice e la borghesia, ai quali lascia spazio economico l’effimero benessere e morale la temporanea debolezza della classe operaia. Il fenomeno è tornato a manifestarsi in Italia e negli altri paesi a capitalismo maturo a partire dal ‘68.
Intervenendo in questo campo ciascun sindacato incontra quindi, ben diversamente da quanto accade fra sindacati, dei “soggetti politici”, e va da sé che ciascuna dirigenza sindacale opera una selezione scegliendo di relazionarsi coi gruppi politicamente a sé affini. Alla fine, dietro le articolate giustificazioni teoriche e gli ambiziosi progetti di “blocco sociale”, poco importa quanto velleitari, l’effetto pratico che conta, il segreto di pulcinella, è la prosaica creazione di una massa di manovra da esibire nelle manifestazioni e di una base di appoggio dentro il sindacato, utili alla dirigenza per il perseguimento delle sue manovrette politiche.
Perché, naturalmente, la “terza gamba” del sindacato avrà un peso in termini di delegati, negli organismi confederali, territoriali e nazionali. Ed essendo questi scelti sulla base di un processo di selezione politica, già danno e ancor più daranno alla dirigenza una maggiore garanzia di successo nell’imporre il suo indirizzo all’interno del sindacato.
Questo rimestare delle dirigenze sindacali coi “movimenti sociali”, conduce ad una caratterizzazione politica del sindacato, non frutto di una maturazione in quella direzione della classe lavoratrice, ma in senso opposto, perché va ad esacerbare la contrapposizione fra le varie organizzazioni sindacali di base e quindi a indebolire il movimento di lotta della classe, la cui crescita è la condizione alla base del suo generale rafforzamento organizzativo sindacale e, infine, politico.
I vari sindacati di base tendono così ad assomigliare a sindacati di partito, in perenne competizione e guerra fra loro. Non che diventino partiti e cessino di essere sindacati. Ma con la scusa di agire “nel sociale” le dirigenze acquisiscono maggiori margini di controllo sull’organizzazione per usarla ai propri scopi, di quanti ne avrebbero se si limitassero al lavoro nel campo della sola classe salariata.
Sindacato e “ruolo politico”
Il documento congressuale spiega come l’attacco contro la classe lavoratrice si sia fatto sempre più duro – il che è sotto gli occhi di tutti – e afferma che per affrontarlo è necessario un elevamento del sindacato ad una funzione anche “politica”: «Oggi è largamente superato (…) il sindacato di stampo tradeunionista, legato unicamente alla vertenza e all’intervento aziendalistico e (…) c’è una disponibilità del quadro dirigente dell’organizzazione, ma non solo di quello, ad assumere anche una funzione e un ruolo politico (…) Anche il sindacato complice e collaborazionista ha risposto alla politicizzazione dello scontro con la politicizzazione (…) Accettare la sfida della politicizzazione dello scontro, e quindi della nostra funzione, significa avere un quadro dirigente diffuso di qualità ed attrezzato».
A parte il fatto che per un sindacato che si vuole di classe dovrebbe venire spontaneo non seguire i passi del sindacalismo “complice e collaborazionista”, cerchiamo di fare un poco di chiarezza, giacché è nella confusione che l’opportunismo sguazza.
Intanto va detto che, fra il sindacato “legato unicamente alla vertenza e all’intervento aziendalistico”, che i dirigenti di USB definiscono erroneamente tradeunionista, e il sindacato che assume “una funzione e un ruolo politico”, di mezzo c’è moltissimo. Soprattutto c’è il sindacalismo di classe.
Nel primo sindacalismo non possiamo, a rigore, far rientrare nemmeno la Cisl, ma forse solo alcuni sindacati cosiddetti autonomi, come la Fismic in FIAT. L’indirizzo sindacale di classe mira alla unificazione delle lotte dei lavoratori, in quanto è la condizione per il massimo sviluppo della forza operaia. Quindi esso indica di lavorare per il superamento delle varie divisioni fra i salariati: di reparto, fra aziende, fra categorie, fra stabili e precari, fra statali e privati, fra piccole e grandi aziende, fra autoctoni ed immigrati, e poi di sesso, opinione politica, religione, nazionalità. Sul piano delle organizzazioni sindacali indica la strada della unità nell’azione di lotta, cioè nello sciopero.
Per la migliore realizzazione di questo indirizzo è necessario il rispetto della funzione sindacale, mentre l’immaturo, frettoloso, utilizzo del sindacato per una “funzione politica” non può che rallentare o far retrocedere l’avanzamento in questa direzione, venendo a dividere i lavoratori e il movimento sindacale sulla base delle opinioni politiche.
È sul piano pratico della lotta, non su quello delle opinioni, dell’ideologia, della teoria sociale, che la massa dei lavoratori seguirà l’indirizzo sindacale comunista, perché quello si dimostrerà il più coerente ed efficiente nel perseguire la difesa effettiva e il rafforzamento della classe salariata. Mentre gli altri indirizzi sindacali, emananti dalle altre scuole e partiti politici, mano a mano che la lotta di classe si farà più dura per effetto dell’avanzare inesorabile della crisi economica del capitalismo, finiranno per subordinare questo obiettivo sindacale – a parole proclamato non certo solo dai comunisti – ai loro obiettivi politici opportunisti e controrivoluzionari.
In questo senso solo l’indirizzo sindacale comunista non strumentalizza il sindacato, non perché i comunisti siano in buona fede e gli altri no, ma in quanto è l’unica espressione di un obiettivo politico generale che coincide col migliore e massimo sviluppo del movimento sindacale.
Va chiarito quindi che non ci scandalizziamo né ci indigniamo per il fatto che le dirigenze sindacali cerchino di perseguire obiettivi politici. In linea generale possiamo ammettere che credano di farlo per il bene dei lavoratori. Un sindacato apolitico non può esistere. La politica riguarda ogni aspetto della vita sociale e ha un rapporto evidente e cruciale col campo sindacale. Proprio in quanto il sindacato inquadra i lavoratori in base alla loro condizione sociale e non alla loro fede politica o religiosa, per via naturale in esso si sviluppano differenti indirizzi sindacali che si riconducono in modo più o meno coerente ai vari partiti politici. È bene diffidare da chi nasconde le proprie opinioni ed intenzioni; viceversa è da apprezzare la massima chiarezza e va pretesa la tutela della libertà d’espressione nel sindacato. Battersi per l’apoliticità del sindacato non può che risolversi da un lato nella repressione dell’espressione e della manifestazione delle diverse opinioni politiche, dall’altro nel mantenimento di una finzione – l’apoliticità – dietro cui si nasconde la sostanza di un qualunquismo che altro non è che una delle vesti dell’ideologia della classe dominante.
Ciò che denunciamo quindi non è il perseguimento da parte della dirigenza di USB dei suoi obiettivi politici – fatto ineluttabile – ma il contrasto che si manifesta fra questi obiettivi e le necessità pratiche del movimento di lotta dei lavoratori e della loro organizzazione sindacale.
L’indirizzo della dirigenza di USB volto a far assumere una funzione politica al sindacato, laddove la costruzione del sindacato di classe è obiettivo ancora lontano, laddove la concreta attività sindacale di USB fatica ancora ad emanciparsi dai confini aziendali, va a frenare e deformare lo sviluppo del sindacato, come accade al corpo di un neonato costretto in fasce maldisposte. Ciò avviene per esempio, come sopra descritto, con la creazione della “terza gamba” del sindacato, la Federazione del Sociale, allo scopo di allargare la base su cui la dirigenza possa contare all’interno del sindacato per i suoi obiettivi politici.
I veri obiettivi “politici” della dirigenza USB
Questi obiettivi politici sono quelli espressi dalla cosiddetta Piattaforma Sociale Eurostop, di cui USB è componente fondamentale, riassunti nella formula “No Euro, No UE, No NATO” (si legga il nostro recente articolo “Contro la parola d’ordine di uscita dall’Euro dall’Europa dalla Nato”).
Il nostro obiettivo politico è l’abbattimento del capitalismo, quello della dirigenza di USB la lotta contro il neoliberismo, cioè per una pretesa forma migliore del capitalismo, illudendosi che sia data la possibilità di riformare questo sistema, e non solo quella di subirlo o distruggerlo.
La lotta al neoliberismo si traduce in pratica in lotta per un governo di “sinistra”, per via elettorale. A tal scopo, ben più che lo sviluppo dell’unità della classe lavoratrice, è utile la formazione di un movimento politico, qual’è appunto Eurostop, al cui servizio viene messa USB, coinvolgente il più ampio spettro possibile dell’elettorato, e quindi anche ceti, strati e classi sociali diversi dalla classe salariata.
Mentre il comunismo rivoluzionario indica di abbattere il capitalismo, e che a tale scopo la strada è solo quella della rivoluzione – cioè sul piano nazionale la distruzione dell’apparato statale borghese e la sua sostituzione con quello temporaneo della classe lavoratrice e su quello internazionale il rigetto di tutti i fronti di alleanze fra Stati capitalisti – il riformismo deve cercare e indicare sempre un preteso obiettivo politico migliorativo ed un fronte internazionale di Stati borghesi migliore o meno peggiore per il quale schierarsi. Questo obiettivo politico sarebbe oggi l’uscita dall’Euro e dall’Unione Europea e, sul fronte delle alleanze internazionali, dalla NATO, per schierarsi con l’altro fronte imperialista, la Russia e, in Siria ad esempio, col regime di Assad.
Di questi obiettivi politici la base degli iscritti sa poco, ma di fatto ne è coinvolta quanto meno sul piano economico, visto che con i soldi delle loro quote vengono finanziati convegni, manifestazioni e perfino viaggi di delegazioni nazionali di USB nei teatri di guerra – come nel Donbass (Ucraina) e in Siria – ospitate e protette dalle strutture politiche e militari di una delle parti belligeranti.
Nei confronti di queste guerre locali, che tendono ad assumere un carattere sempre più generale e che noi sappiamo giungeranno a conflagrare, se non sarà la rivoluzione proletaria ad impedirlo, in un nuovo conflitto imperialista mondiale, la dirigenza di USB assume una posizione che è già interventista, cioè suscettibile di schierare i lavoratori su uno dei fronti di guerra.
Queste posizioni non sono una novità, dato che sono proprie del gruppo politico che dirige questo sindacato fin dalla sua nascita nei primi anni ottanta col nome di RdB, e già si sono manifestate in occasione delle precedenti guerre in Iraq e in Serbia, nelle quali la dirigenza si schierò a sostegno dei regimi di Saddam Hussein e Milosevic.
Sono le posizioni politiche dell’opportunismo socialdemocratico, in veste stalinista, che sostituisce la classe operaia con il “popolo”, col “blocco sociale”, l’internazionalismo con il nazionalismo, il comunismo col capitalismo di Stato.
Conclusioni
Che questo indirizzo della dirigenza di USB sia stato largamente approvato dal secondo congresso del sindacato non significa che esso vedrà una sua realizzazione. Quale che sia la volontà della dirigenza di un sindacato essa deve fare i conti, oltre che con il nemico di classe, con la vivente natura dell’organo sindacato, con la ragione per la quale esso è nato, è cresciuto ed esiste. Un sindacato non nasce per la semplice volontà dei suoi organizzatori e dirigenti ma perché incontra la necessità ad organizzarsi e difendersi dei lavoratori. Una dirigenza sindacale col suo indirizzo può danneggiare o favorire lo sviluppo della forza e dell’organizzazione della classe lavoratrice, non fare di essa ciò che desidera.
Nonostante le velleità della dirigenza di USB a sviluppare l’intervento nei movimenti sociali creando una apposita struttura organizzativa, il lavoro sindacale resterà, com’è oggi, parte fondamentale dell’attività dell’organizzazione e col suo movimento tenderà ad attrarre verso sé le energie esistenti.
Se per secoli e fino ad oggi il sindacato ha avuto certi caratteri e confini, organizzando solo la classe lavoratrice, è perché ciò corrisponde a determinati caratteri materiali del capitalismo, che non saranno le fantasie innovatrici ed opportunistiche dei dirigenti USB a cambiare.
Nella misura in cui nuovi gruppi di lavoratori aderiranno ad USB, irrobustendola, il lavoro sindacale come un volano condizionerà sempre più l’organizzazione e la dirigenza dovrà fare i conti con questa necessità pratica.
Questo si rifletterà anche sul piano dello sviluppo di una pluralità di posizioni e indirizzi sindacali, tanto meno reprimibili se e quanto più continuerà ad aumentare la massa degli organizzati.
Gli stessi dirigenti di USB ne sono certamente consapevoli e se sul piano congressuale hanno formulato regolamenti, come visto, tanto restrittivi, cosa che per ora è stata accettata per l’immaturità complessiva del sindacato, sul piano aziendale e di categoria è lasciato spesso un maggiore margine di libertà d’azione, come s’è visto ad esempio in occasione dello sciopero del 30 giugno in FCA, promosso dal SI Cobas, cui hanno aderito i gruppi sindacali delle fabbriche FIAT di Melfi e Termoli, o a Genova il 4 giugno, dove l’USB Vigili del fuoco e parte dei delegati della federazione territoriale sono scesi in corteo coi lavoratori dell’ILVA mobilitati dalla Fiom.
Già in questo congresso si sono manifestate posizioni differenti dall’indirizzo della dirigenza – in quello del Lavoro Privato, che è il più importante – espresse sotto forma di mozioni e ordini del giorno, vertenti sui punti messi in rilievo in questo nostro articolo: necessità di concentrare le energie sul lavoro sindacale, erroneità dell’indirizzo volto a far assumere al sindacato un “ruolo politico”, unità d’azione col sindacalismo di base.
In una mozione approvata in diversi congressi regionali del Lavoro Privato e quindi approdata al congresso nazionale di categoria, e qui respinta, si legge: «Il lavoro è il centro dell’attività sindacale, quella prioritaria. Il resto sono escamotages, fughe dalla realtà (…) Di fronte alla politicizzazione del dissenso, la risposta non è politicizzarci a nostra volta. Al contrario: si deve riprendere e rafforzare il lavoro di base prettamente sindacale, camerale. Che non vuol dire solo e soltanto partecipare all’elezione di Rsu e Rsa. Tutt’altro (…) L’unità di tutti quelli che lavorano nello stesso luogo, qualsiasi contratto abbiano, deve essere la priorità di USB (…) USB sostiene le iniziative delle lavoratrici e dei lavoratori messe in campo nei luoghi di lavoro, indipendentemente dalla loro eventuale appartenenza sindacale».
In questa direzione continua il nostro lavoro di comunisti.