Democrazia: il miglior involucro del militarismo
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Una delle tesi che da sempre il comunismo di sinistra contesta alla propaganda borghese è che gli Stati di tradizioni e di governo democratico sarebbero tendenzialmente pacifici, più resistenti, grazie alla libera rappresentanza popolare, al militarismo e alla aggresività guerriera. A smentire tragicamente l’associazione Democrazia-Ragione-Pace venne una prima guerra mondiale, poi una seconda nelle quali si comprovò come l’illusione democratica, che maschera il reale dominio politico della classe borghese, sia grimaldello perfetto per far penetrare le menzogne della xenofobia fra le classi sottomesse allo scopo della ubriacatura nazionalista, per far loro rispondere alla mobilitazione, farle combattere, e vincere, le guerre come se fossero “per la patria”.
Il comando unico dello Stato borghese e tutto il traffico capitalistico che trae profitti incalcolabili dalle carneficine guerresche non sono per niente intaccati dall’apparenza dialogante dei vari partiti ed opinioni; al contrario, quest’apparenza è del tutto fatta propria dalle istituzioni borghesi che la manovrano e sventolano davanti agli occhi dei lavoratori allo scopo di rafforzare ulteriormente quel comando e il monopolio spregiudicato dittatoriale assoluto e impermeabile del potere di classe. Ebbero da sbraitare e da metter sù ghigni truculenti e scenografie eroiche molto più i Mussolini e gli Hitler, per portare i proletari al macello, che i sempre sorridenti Roosvelt e Churchill con sigaro e dita a “V”.
Assistiamo oggi, in queste prime settimane di guerra, ad un’altra prova dell’efficienza democratica nel violentare l’intelletto dei “liberi cittadini”. Con una disciplina ormai spontanea e sperimentata, che nessun Ministero dell’Informazione potrebbe ottenere, l’apparato mediatico si è dispiegato a tenaglia non per “esprimere”, ma per contenere la sempre turlupinata “opinione pubblica”. La sgrossatura è affidata alle televisioni che per le spicce si buttano unanimi nella campagna di martellamento patriottico facendo leva su menzogne, studiati silenzi e sulle emotività più primitive. Al solito, secondo la sperimentata tecnica democratico-buonista dell’«orrorismo», si mostrano con simulata pietà gli effetti sui prigionieri o sui civili delle nefandezze del nemico, vere, gonfiate o inventate, ostentate sempre con una ossessività malsana da guardoni. Si invita la popolazione a venire in soccorso dei profughi di una delle parti. Nei «talk», per chi “ne vuol sapere di più”, intervengono di grandi esperti che, a pagamento, in un finto dibattito, confermano tutto.
Sui giornali le argomentazioni sono più “profonde”: la dottrina che le informa è quella che potremmo definire «del cattivissimo», secondo la quale il corso della storia si spiegherebbe con l’eterna lotta della ragione contro individui affetti da follia sadica, che approfittano delle debolezze di uomini e popoli per portali alla rovina e alla guerra. Si tratta sempre quindi di “liberare” qualcosa da qualcuno, il povero Kuwait dei sultani ieri, il Kosovo oggi, in una lista infinita. Secondo questa demente teoria, unanimamente accettata dall’universo borghese, la seconda guerra sarebbe stata “colpa” di Hitler e di Mussolini, che a Monaco non sarebbero stati «fermati» in tempo; per la terza non basteranno Saddam e Milosevic ma intanto “per colpa loro” si guerreggia alla grande.
Non sarebbero guerre frutto degli egoismi e degli appetiti imperialisti, quindi, sono “ingerenze umanitarie”, sempre a “difesa” di qualcosa: nel ’14 del “piccolo Belgio”, nel ’39 della “democrazia” atlantica e staliniana, nel ’99 del… Kosovo!
Intanto, democraticamente, aerei e navi partono, domani si cercherà di mandare truppe di terra e senza nemmeno una grinza al peplo democratico che l’Italia turrita avvolge. Articolo 11 e “ripudio della guerra” (chissà cosa vuol dire!), voto del Parlamento o meno, tutto funziona lo stesso, con o senza. E funzionerà fintanto la classe operaia non denuncerà ogni compromissione con la classe, gli interessi, le istituzioni borghesi, compreso il potere ipnotico della sua democrazia.
Eccoci al punto: non è rivendicando il “ritorno” alle regole della democrazia, al voto espresso dai parlamenti e rispettato dai governi, alla fedeltà del dettato costituzionale, che si potrà “tenere l’Italia fuori dalla guerra”. Nemmeno si salva il mondo dall’apocalisse se si riunisce e delibera il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Non sorgendo la guerra da una menomazione alla democrazia e alle sue regole ma essendo necessaria conseguenza delle leggi economiche catastrofiche del capitalismo, nessuna crisi, nessun cambio di governo, nessuna maggioranza di voti contrari dei partiti pacifisti la potrà mai impedire. Le guerre moderne non hanno bisogno di una “dichiarazione” formale: i governi vi si precipitano, ubbidendo ai dettati della borghesia nazionale e del capitale mondiale, ben sapendo che durante le guerre i governi non cadono mai, e l’opposizione, cosiddetta, sta in riga. Come oggi.
Guerra alla guerra implica guerra intransigente di classe alla borghesia e al suo Stato.