Partito Comunista Internazionale

Origine del razzismo nelle Americhe e il giusto atteggiamento del partito comunista

Categorie: National Question, Racial Question, Religion, USA

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Lo sviluppo industriale e lo sfruttamento del lavoro salariato portano inevitabilmente allo sviluppo di grandi insediamenti industriali e di servizi. Qui il processo produttivo concentra masse umane da cui trae quella forza lavoro che sola genera il plusvalore. Si vengono così a separare nelle città i quartieri dove vivono le famiglie proletarie, composte di lavoratori attivi, pensionati, e disoccupati: in tutte le metropoli del mondo la divisione fra classe borghese e operaia si esprime anche nell’occupazione del territorio. I quartieri residenziali dei borghesi si oppongono ai quartieri popolari e alle baraccopoli dove sono alloggiati i disoccupati, chi vive di lavori irregolari e i sottoproletari. Talvolta si formano quartieri di immigrati, divisi per paese di origine: negli Stati Uniti i ghetti di asiatici, irlandesi, latinos, negri. Ma spesso nei quartieri proletari si affiancano famiglie con le pelle di diverso colore o di diversa nazionalità.

In America Latina la separazione del proletariato in base alla razza non è la regola come in Nord America. Le differenze di razza hanno il loro peso sociale tra la borghesia e parte della piccola borghesia ma nel proletariato contano poco poiché si tratta in maggioranza di una popolazione meticcia con una significativa presenza di negri e nativi. Nei Caraibi molta popolazione è nera, ad Haiti, Trinidad e Tobago, Curaçao, Grenada, Guyana, così come in alcune regioni del Brasile, Colombia e Venezuela. In America centrale e meridionale è numerosa anche la presenza di incroci di bianchi, negri e indigeni. In Paesi come Ecuador, Perù, Bolivia e Paraguay è significativa la popolazione indigena.

Nella maggior parte del continente americano l’offerta di forza lavoro supera significativamente la domanda. Oltre alla disoccupazione misurata dalle statistiche c’è quella nascosta, dei lavoratori della “economia informale”. Per questo i salari sono bassi: la borghesia ha in America immensi eserciti di riserva che le permettono di pagare il “salario minimo” e anche molto meno. Qui la concorrenza sorge piuttosto per tra i salariati autoctoni e gli immigrati. Anche i lavoratori di regioni diverse dello stesso paese si contendono a volte i posti di lavoro.


Ogni merce il suo prezzo

Questo contrasto tra proletari occupati e disoccupati è una componente strutturale nel funzionamento del capitalismo, che permette alla borghesia di mantenere bassi i salari e difendere i suoi profitti. Tutto serve a dividere il mercato dell’offerta di lavoro opponendo fratelli e sorelle di classe: il sesso, la razza, la nazionalità, la fede religiosa, l’età, l’opinione politica… La borghesia incoraggia ed esaspera ogni minima differenza nella merce forza-lavoro. Applica salari e condizioni di lavoro disuguali risparmiando sui costi. Inoltre così ritarda la organizzazione unitaria e la lotta sindacale.

I media borghesi non mancano mai, per altro, di sovrapporre una motivazione particolare non di classe ad ogni lotta proletaria. Se i lavoratori agricoli del Messico settentrionale scioperano per salari migliori, la stampa li dipinge come indigeni in rivolta. I partiti opportunisti, gli attuali sindacati di regime, i media, la chiesa, l’industria cinematografica, l’intera sovrastruttura capitalistica impongono una ideologia che spinge alla divisione del proletariato e alla sua sottomissione economica e sociale.

Le differenze razziali hanno la loro origine nella storia delle etnie e delle diverse nazionalità. Ma nella sempre più interconnessa società capitalista queste determinazioni razziali e culturali tenderebbero a perdere sempre più di importanza. Se questo non accade, e al contrario spesso si esaspera costringendoci al penoso rivivere “un passato che non passa”, è per precisi interessi di classe, per motivazioni sociali.

Se il capitale avesse interesse a trattare gli uomini con i capelli rossi, che è una caratteristica ereditaria, come i negri negli Stati Uniti o come i rohingya in Birmania, esisterebbe la razza dei rosso-crinati.

Questo anche se per il funzionamento del modo di produzione e per l’accumulo di capitale la razza e la nazionalità sono ben poco rilevanti. Ciò che è rilevante è che una classe sociale ha il controllo del capitale e dei mezzi di produzione, e un’altra possiede solo la forza lavoro da affittare in cambio di un salario.

I lavoratori, maschi o femmine, bambini o adulti, di pelle nera, bianca, gialla o mista, della sua etnia o nazionalità, sono tutti portatori della stessa merce, ma per il capitale ognuno ha “il suo prezzo”.


Quale la risposta di classe

Contro questa mostruosità che riduce l’uomo a una merce, deve imporsi la rivolta, ideale e materiale, della classe operaia, che infine, in una comunistica società non più salariale, libererà la banale evidenza di un uomo senza mediazioni.

Oggi invece i partiti borghesi e falsamente operai e i sindacati di regime nulla fanno, se non recriminazioni, per superare queste divisioni del proletariato.

Più volte nella storia del movimento operaio, nelle fasi di debolezza e dispersione delle organizzazioni generali di classe, sono sorti movimenti volti alla difesa degli operai solo di una certa razza o nazionalità, per opporsi ai maltrattamenti, alle vessazioni e allo sfruttamento da parte dei borghesi e del loro Stato. Oltre alla difesa strettamente sindacale si hanno associazioni, di tipo interclassista, per la protezione dalle angherie poliziesche o la difesa degli interessi e dei diritti, per esempio, delle comunità negre negli Stati Uniti, o dei nativi americani, o delle colonie di immigrati.

Evidentemente un sindacato che così sorge separatamente per gruppo etnico, come per azienda, per ramo industriale, per mestiere, è del tutto inadeguato a confrontarsi con la generale classe dei padroni, come potrebbe esserlo anche un sindacato che lasci fuori i pensionati e i disoccupati. Un sindacato di classe tende a raggruppare tutti i lavoratori senza distinzione di razza, nazionalità, occupazione, sesso, fede religiosa o opinione politica. Ed è organizzato per località e non per azienda, in modo da abbracciare l’intera classe dei lavoratori.

Il Partito Comunista al suo interno, fra i suoi militanti e nella sua compagine organizzata a scala mondiale, non conosce alcuna distinzione ed è composto da comunisti senza alcuna altra specificazione.

Il Partito promuove l’azione contro la borghesia del proletariato unito al di sopra di ogni confine, e tende a risolvere i motivi di divisione nei ranghi della classe operaia, dalle lotte economiche alla lotta politica per la presa del potere. Il Partito denuncia come opportunista e controrivoluzionario qualsiasi altro partito che si dica operaio o comunista ma che ammette lo scontro tra i salariati per differenze religiose o razziali, o nazionali per la difesa della patria.

Dobbiamo forse noi comunisti essere indifferenti alle mobilitazioni dei negri, degli immigrati, degli indigeni di fronte alla repressione e alle manifestazioni di oppressione da parte dei governi borghesi? La risposta è certo no; non siamo indifferenti a queste espressioni di resistenza contro vili e odiose discriminazioni, sempre funzionali alla conservazione del regime presente.

Nel caso si tratti di movimenti di salariati, anche se guidati dall’opportunismo e utilizzati per dare ossigeno a ideologie pacifiste, democratiche, interclassiste, il Partito ci si deve impegnare con i suoi militanti ed impartire il suo chiaro indirizzo che, senza negare alcuna lotta, anche debole e parziale, la apra alla prospettiva della mobilitazione e della organizzazione sindacale generale di classe. In questo ci scontreremo con tutte le posizioni che distorcono la lotta del proletariato e la tengono intrappolata in azioni disperse distogliendo i lavoratori dal confronto centrale con i padroni capitalisti e i loro governi.

Di fronte, invece, a effettivi movimenti, di tipo interclassista, contro soggezioni reali, come quella dei negri negli Stati Uniti – che si limitano alla richiesta di diritti civili e di rispetto della costituzione, e della democrazia contro il razzismo, di qualche riforma giuridica o elettorale o di un diverso presidente o parlamento – il Partito, secondo le circostanze, può ritenere di non doverli avversare e combattere, quando mobilitazioni realmente dirette contro le vessazioni del regime presente.

Ma il Partito se ne tiene rigorosamente fuori, nelle sue strutture ben distinte e visibili, e invita i lavoratori a non aderirvi, e quelli in esso presenti ad uscirne, per organizzarsi indipendentemente in formazioni esclusivamente proletarie.

Questo atteggiamento del Partito deriva dalla sua secolare esperienza: i partiti e i gruppi politici interclassisti, anche se apparentemente radicali e violenti, alla fine non si affiancheranno mai al punto di vista e alle necessità del proletariato e, quando di fronte alla decisione da quale parte della lotta schierarsi inevitabilmente sceglieranno quella borghese. Questa, del resto, la funzione storica dell’opportunismo.

Il Partito deve quindi predisporsi ad orientare verso il comunismo e a scagliare contro il regime borghese, al fianco della classe operaia, ogni movimento reale, anche di natura interclassista, ma espressione di una vera sottomissione sociale, per esempio, quella delle donne o delle minoranze nazionali o razziali.

Solo con la ripresa della lotta difensiva di classe ci si potrà opporre, nell’ambiente operaio, al razzismo, alla xenofobia e a tutte le espressioni e moti di divisione e diffidenza reciproca.

Ma solo con l’abbattimento del potere politico della classe borghese e del suo Stato, e nella società comunista che ne potrà uscire, sarà definitivamente vinta ogni prevaricazione e sentimento ostile dell’uomo sull’uomo.