Partito Comunista Internazionale

I diversi piani della lotta fra le classi e fra gli Stati ad Hong Kong

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Le manifestazioni di strada ad Hong Kong non si sono mai placate del tutto.

Alle adunate oceaniche dell’estate scorsa, intervallate da giornate segnate dai violenti scontri tra polizia e manifestanti, sono succedute numerose proteste, come il primo di ottobre, in occasione dell’anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. L’apice della tensione si è avuto con l’occupazione del Politecnico, presto assediato dalla polizia, tra la metà e la fine dello scorso novembre, operazione conclusasi con oltre mille arresti. Sebbene si sia trattato di violenti cortei, che hanno fatto registrare anche qualche morto, non si sono avute altre imponenti manifestazioni simili a quelle di giugno 2019, anche perché vietate dalle autorità. Non però l’8 di dicembre, quando, per la prima volta da agosto, la polizia non ha potuto impedire un grande assembramento, al quale secondo gli organizzatori avrebbero preso parte in 800.000.

Fino all’inizio del 2020 è proseguita l’ostinata lotta di strati sociali che individuano la loro difesa nel mantenimento dell’autonomia della ex‑colonia, in atteggiamenti anticinesi e filo‑occidentali. Mezze classi che trovano il sostegno nelle strade di “giovani” e “studenti” e nelle urne elettorali di ampi strati della popolazione, come dimostrato lo scorso 24 novembre con i candidati pro‑democrazia a cui sono andati 390 seggi su 452, mentre alle ultime elezioni del 2015 ne avevano ottenuti circa un terzo (per altro una vittoria del tutto simbolica in quanto le competenze dei consigli distrettuali sono locali, ininfluenti sul Consiglio Legislativo, il piccolo Parlamento di città).

Neanche la diffusione dell’epidemia ha fermato del tutto lo scontro sociale in corso. Le misure della quarantena sono state il pretesto che ha fatto riemergere le tendenze autonomiste e localiste: piccoli gruppi anti‑Pechino hanno invocato una chiusura totale di ogni collegamento tra Hong Kong e la Cina continentale, protestando contro i quattro corridoi lasciati aperti. A tal fine ad inizio febbraio c’è stato anche uno sciopero di medici e paramedici per chiedere la chiusura totale del confine. In generale tra febbraio ed aprile non sono mancate le azioni, meno partecipate.

Ma è da maggio che le proteste sono riprese con virulenza. Ad innescarle una recente legge varata dalla Cina: il Congresso Nazionale del popolo, il ramo legislativo del Parlamento cinese, ha approvato una legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong che punisce, in maniera molto generica, atti di separatismo, sovversione, terrorismo, interferenza straniera. Ovviamente il campo pro‑democrazia denuncia la fine del principio “un Paese, due sistemi”. In migliaia sono scesi nelle strade scontrandosi con la polizia e centinaia gli arrestati.

La crisi di Hong Kong non è confinata alla grande metropoli ma, come avevamo messo in evidenza sul numero 397 di questo giornale, la partita si inserisce nel conflitto di vasta portata fra Cina e Stati Uniti. All’offensiva di Pechino contro l’autonomia di Hong Kong gli Stati Uniti hanno risposto con la minaccia della revoca dello statuto speciale della metropoli. Finora Hong Kong ha svolto un ruolo di intermediario per la movimentazione dei capitali: da una parte la Cina se ne serve sia per attrarre capitali stranieri sia per suoi investimenti finanziari all’estero, dall’altra parte i capitalisti stranieri la utilizzano come testa di ponte per la penetrazione economica nella Cina continentale. Inoltre, Hong Kong è tra le principali aree commerciali del mondo, caricano nel porto di Hong Kong una quota rilevante delle merci cinesi verso gli Stati Uniti e viceversa. Per cui la ritorsione americana, che renderebbe la metropoli del tutto simile al resto della Cina continentale e farebbe ricadere sull’economia di Hong Kong la minaccia di tariffe doganali e altre sanzioni, si configura come un atto della guerra commerciale in corso tra le due super‑potenze.

A ciò si aggiunge la crescente tensione nelle acque dei mari cinesi, e in generale in tutta l’area del Pacifico, dove si fronteggiano le armi delle flotte di Cina e Stati Uniti. La partita di Hong Kong non è quindi un affare interno cinese, come si afferma a Pechino, ma un fronte dello scontro tra i maggiori imperialismi, che l’avanzare della crisi del capitale renderà inevitabile.

In questo contesto, fino a quando la lotta ad Hong Kong sarà condotta dalle mezze classi con l’obiettivo dell’autonomia dalla Cina, qualunque ne sarà l’esito, sia la permanenza sotto il tallone di Pechino sia il mantenimento dell’autonomia politica sotto l’ombrello protettivo degli imperialismi d’Occidente, nulla cambierà per il proletariato della metropoli, se non un diverso padrone pronto a spremerlo. Solo un intervento autonomo della classe operaia di Hong Kong, solidale nei fini e nella guerra sociale con quella di tutta la Cina, sotto la guida del suo partito rivoluzionario, potrà rovesciare ogni piano imperiale.


I sindacati a Hong Kong

Il proletariato della città ha una lunga tradizione di lotte sindacali e, data la storia e le caratteristiche della colonia, ha sempre avuto un ruolo internazionale.

Negli anni Venti, quando in tutto il mondo si diffondeva l’onda della rivoluzione comunista e la lotta classista nelle metropoli occidentali si fondeva con le rivoluzioni doppie nei paesi coloniali, secondo la grande prospettiva della Terza Internazionale, il proletariato di Hong Kong si batteva non solo per l’emancipazione politica dal dominio britannico ma direttamente contro l’oppressione del capitale, che aveva fatto della città un mostro capitalistico che sfruttava decine di migliaia di operai.

A differenza dell’arretrata Cina che, esclusi alcuni centri come Shanghai, Canton e altri pochi, era dominata da uno sconfinato mondo rurale di oltre 300 milioni di contadini, ad Hong Kong il proletariato era schierato direttamente contro la borghesia dando esempi di grandiose lotte: lo sciopero dei marittimi del 1922 e quello insieme a Canton tra il 1925 e il 1926.

Con la sconfitta della rivoluzione proletaria in Cina nel 1927 i forti sindacati vengono distrutti e il movimento rivoluzionario riparte dalle arretrate campagne. Ma abbandona la prospettiva rivoluzionaria che aveva infiammato il Paese: l’affermazione del maoismo rappresenta la sottomissione della lotta del proletariato cinese alla borghesia, alla conquista della sua indipendenza politica e nazionale e alla libera accumulazione del capitale.

Ad Hong Kong la rinascita delle organizzazioni operaie dopo la Seconda Guerra mondiale avviene in un contesto internazionale che ha visto in Cina, nel 1949, la vittoria del PCC nella guerra civile contro i nazionalisti del Kuomintang e la fondazione della Repubblica Popolare, ma con Hong Kong rimasta colonia britannica. In questa situazione il movimento operaio si trova ingabbiato nella polarizzazione tra due blocchi borghesi contrapposti: la fazione pro‑PCC e quella pro‑Kuomintang.

Sul piano sindacale questa divisione si manifesta con la nascita di due avverse centrali sindacali: la “comunista” Hong Kong and Kowloon Federation of Trade Unions (FTU), divenuta oggi la Hong Kong Federation of Trade Unions (HKFTU), e la Hong Kong and Kowloon Trades Union Council (TUC), oggi HKTUC, formata dai sostenitori del Kuomintang.

Nell’ottobre del 1956 violenti scontri tra i sostenitori dei “comunisti”, nazionalisti anche loro, e quelli di Taiwan provocano l’intervento delle truppe coloniali che fanno 59 morti.

Questa divisione politica, riflesso dello scontro tra opposti fronti internazionali entrambi borghesi, è alla base della debolezza del movimento operaio di Hong Kong, caratteristica protrattasi nei decenni e, sebbene in forme diverse, giunta fino ad oggi.

L’FTU negli anni Cinquanta e Sessanta opera come società di mutua assistenza a favore degli associati, martoriati dalla disoccupazione e dai bassi salari.

In seguito ai turbolenti eventi cinesi della Rivoluzione Culturale l’FTU intraprende una serie di lotte nelle fabbriche e in altri settori, in particolare nei trasporti, e crescono le tensioni con il governo coloniale. Nel 1967 la repressione di uno sciopero da parte della polizia coloniale, con numerosi feriti ed arresti, produce una vasta reazione dei lavoratori. A queste decise proteste il governo coloniale risponde con la violenza, gli arresti e l’imposizione del coprifuoco. La lotta dei proletari di Hong Kong è sostenuta dalla Repubblica Popolare, che fa intravedere la minaccia di un intervento militare per prendere il controllo della colonia. Le rivolte si protraggono per mesi, ma alla fine dalla Cina giunge l’ordine di fermarle. Il bilancio finale è di decine di morti, centinaia di feriti e migliaia di arrestati. La classe operaia dimostra la sua generosa disponibilità alla lotta contro l’oppressore britannico e contro lo sfruttamento capitalistico, ma resta sotto il controllo di organizzazioni legate al nazionalismo cinese.

A partire dalla fine degli anni Settanta, in seguito alle riforme economiche avviate in Cina, inizia a mutare l’atteggiamento dell’FTU nei confronti del governo coloniale: le trasformazioni economiche in atto nell’entroterra continentale necessitano dei capitali che transitano per Hong Kong. Questo spinge il sindacato alla collaborazione col governo della colonia. Inoltre si sono aperte trattative tra la Gran Bretagna e la Repubblica Popolare in vista del ritorno della città-Stato alla sovranità cinese. È in questo contesto che all’FTU è concessa dal governo coloniale la possibilità di partecipare alle elezioni del Consiglio Legislativo, anche per contrastare i nascenti partiti democratici.

Con il ritorno di Hong Kong alla Cina si apre una nuova frattura all’interno del movimento operaio della ex colonia, con lo scontro tra la fazione pro‑Pechino e quella pro‑democrazia. Quest’ultima nel 1990 dà vita ad una propria organizzazione sindacale, la Hong Kong Confederation of Trade Unions (HKCTU).

Ma ancora oggi la maggiore organizzazione sindacale è la FTU, con più di 400.000 iscritti e circa 250 sindacati federati. Fin dalla sua fondazione è un braccio della ufficiale Federazione Sindacale Cinese e si oppone alle richieste “democratiche” e autonomiste. La CTU è la seconda centrale per numero di aderenti, con circa 160.000 iscritti e 60 sindacati affiliati; fa riferimento ai sindacati dei paesi occidentali, è legata ai partiti “democratici” di Hong Kong ed è schierata attivamente nella “battaglia per la democrazia”. Poi, terza confederazione sindacale, con circa 60.000 iscritti, è la Federation of Hong Kong and Kowloon Labour Unions (HKFLU), fondata nel 1984 con una posizione neutrale rispetto agli altri due maggiori sindacati, oggi è schierata nel campo pro‑Pechino. Quarta organizzazione per numero di iscritti, ad oggi solo poco più di 6.000, è la HKTUC, storicamente legata al Kuomintang e a Taiwan. Questi quattro sindacati complessivamente inquadrano circa il 70% dei lavoratori sindacalizzati; altre centrali raccolgono il rimanente.

Nonostante siano oltre 900.000 i lavoratori aderenti ai sindacati, la classe operaia ad Hong Kong si trova in una condizione di debolezza, oltre che per i lunghi decenni della controrivoluzione, perché le sue organizzazioni sono sottomesse, dopo la iniziale contrapposizione RPC‑Taiwan, a quella odierna fra nazionalismo grande-cinese e autonomia. Il movimento operaio di Hong Kong è quindi oggi inquadrato in sindacati che perseguono interessi borghesi, intenti a schierare i proletari su fronti opposti ma entrambi appartenenti ai suoi nemici.


Proletari a difesa di interessi borghesi

Le proteste in corso ad Hong Kong da ormai un anno ripetono quanto successo nel passato e dovrebbero essere di monito anche per i proletari della metropoli. Seguendo le direttive delle attuali centrali il proletariato è portato non alla lotta per i suoi interessi ma per obiettivi borghesi e rischia di versare il sangue in uno scontro fra i suoi sfruttatori.

Ciò è confermato dall’atteggiamento che ancora oggi tengono le due principali centrali sindacali: la FTU sostiene il governo di Pechino, la CTU si schiera dalla parte dei manifestanti pro‑democrazia. È stata quindi la CTU ad indire alcuni scioperi generali, il 5 agosto e il 2‑3 settembre, in sostegno del movimento di protesta. Ma le rivendicazioni per le quali ha chiamato a scioperare sono appiattite sulle richieste del movimento democratico: ritiro del disegno di legge di estradizione verso la Cina; dimissioni del capo dell’esecutivo; un’inchiesta sulle violenze della polizia contro i manifestanti; rilascio degli arrestati; maggiori libertà democratiche. Non è avanzata nessuna rivendicazione operaia, anzi si teme che gli scioperi vengano a deteriorare il “normale funzionamento” della “vita produttiva” della ex‑colonia.

Dice infatti il manifesto che chiama allo sciopero del 2‑3 settembre: «Hong Kong ha raggiunto un punto critico e non abbiamo altra scelta che intensificare lo sciopero dei lavoratori poiché questa è la nostra ultima risorsa (…) Dobbiamo lanciare un avvertimento a coloro che sono al potere: quando i valori e i sistemi fondamentali di Hong Kong si sgretolano, l’ordine economico affonderà con essi, siamo determinati a lasciare il nostro lavoro e a unirci per le strade con tutti i manifestanti che lottano per il nostro comune futuro!».

I “valori e i sistemi fondamentali di Hong Kong” non sono altro che la libertà borghese e il sistema capitalistico che fanno di Hong Kong un paradiso per i borghesi e un inferno per i proletari; la minaccia del peggioramento dell’andamento economico è il classico avvertimento che tutti i sabotatori della lotta di classe sbandierano per spingere i lavoratori alla difesa dell’economia nazionale.

Inevitabilmente la recente legge sulla sicurezza di Hong Kong è avversata della CTU, in quanto, ritiene il sindacato, essa andrà a ledere “le libertà di Hong Kong” e “lo stato di diritto”, distruggendo la già danneggiata formula di “Un paese, due sistemi” e l’”Alto grado di autonomia” della metropoli. Un recente manifesto del sindacato, in commemorazione dei fatti di Piazza Tienanmen del 1989, mette in relazione la situazione attuale con quanto accaduto allora e schiera il movimento sindacale nella lotta per la democrazia: “Nell’odierna Hong Kong, la classe operaia di qualunque estrazione ha organizzato e creato nuovi sindacati, determinati a combattere la tirannia dal fronte sindacale. È davvero una nuova ondata di movimento sindacale alla ricerca della democrazia. Questo assomiglia al movimento sindacale nel 1989, quando i sindacati autonomi stavano spuntando in tutta la Cina. Sebbene i sindacalisti siano stati sottoposti a detenzioni e repressione su larga scala, hanno piantato dappertutto i semi delle lotte operaie. Dopo trentuno anni, la fiamma non si è spenta e la lotta continuerà. Il movimento operaio indipendente di Hong Kong porterà sicuramente avanti questo spirito. Miriamo a liberarci dalla dittatura, a realizzare un sistema veramente democratico e l’uguaglianza”. C’è quindi da aspettarsi che il sindacato possa chiamare i lavoratori ad una lotta contro la legge sulla sicurezza di Hong Kong, che sicuramente sarà utilizzata dalle autorità cittadine e da Pechino per reprimere anche le organizzazioni dei lavoratori, ma contro l’attacco del potere borghese la classe operaia non deve cadere nell’illusione che la soluzione sia nell’instaurazione di un sistema democratico, in quanto l’essenza di ogni potere borghese, sia esso democratico o “totalitario”, è quella di tenere sottomesso il proletariato e garantire la sopravvivenza del modo di produzione capitalistico.

Se da una parte la CTU chiama i lavoratori ad una lotta “per la democrazia” senza avanzare nessuna rivendicazione che riguardi le dure condizioni del proletariato di Hong Kong, dall’altra il maggiore sindacato della città-Stato, la FTU, segue le direttive di Pechino e, come il sindacato ufficiale in Cina, collabora al mantenimento delle pace sociale e infonde nella classe operaia sentimenti nazionalistici ponendo il “patriottismo” al primo posto. Non c’è quindi da stupirsi che la FTU abbia dichiarato in un comunicato stampa che la legge sulla sicurezza di Hong Kong può contribuire a garantire un ambiente sociale stabile affinché milioni di lavoratori della città possano vivere e lavorare in pace.

Contro questa politica borghese il proletariato tornerà ad avanzare rivendicazioni in difesa delle proprie condizioni di vita, da imporre con gli strumenti della lotta di classe. In realtà è già accaduto ad Hong Kong pochi anni fa: nel 2013 i lavoratori portuali hanno scioperato per 40 giorni per aumenti salariali e per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Questo sciopero, ricorrendo ai picchetti e con la solidarietà di altre categorie, ottenne degli aumenti di salario.

Al momento le condizioni di vita e di lavoro del proletariato di Hong Kong diventano insopportabili, con lunghi orari e miseri salari, a fronte dell’alto costo della vita nella penisola, in particolare delle abitazioni. Ma sarà proprio la condizione di miseria a riportare i proletari a combattere per i propri interessi e riaccendere il fuoco della lotta di classe, sicuramente in unione con le centinaia di milioni di fratelli di classe della Cina continentale.


La necessaria autonomia di classe

Quel che succede ad Hong Kong, crocevia dei traffici dell’imperialismo, non può non ripercuotersi sulla scena mondiale. Il modo di produzione capitalistico vi ha raggiunto l’apice della sua parabola, mostrando ormai tutti i caratteri della putrescenza e facendone intravedere la catastrofica distruzione. Ma l’abbattimento di un modo di produzione ormai antistorico può avvenire esclusivamente per mezzo di una feroce lotta della classe operaia, l’unica “che non è una classe di questa società”.

Ad Hong Kong invece il sommuoversi, anche talora clamoroso, esteso, prolungato e violento, ha un carattere interclassista e si pone le finalità delle classi piccolo borghesi. Queste di per sé non si pongono l’obbiettivo della distruzione della società borghese e con la loro disperata lotta cercano di difendere la loro precaria esistenza all’interno di un modo di produzione che non possono e non potranno mai mettere realmente in discussione.

Il ribellismo piccolo borghese che esplode un po’ ovunque nel mondo non è parallelo a quello della rivolta della classe operaia. E le rumorose proteste di Hong Kong confermano l’impotenza di questi ceti senza storia e senza partito, che non riescono a darsi che le antistoriche e ormai vuote rivendicazioni democratiche e micro-nazionali.

La classe operaia deve evitare di farsi schierare in una lotta fra tardo-nazionalismi destinati a sfociare solo nella dispiegata guerra imperialista, e a farsene strumento di propaganda.

Ad Hong Kong, come in altre parti del mondo, la sollevazione delle mezze classi travolte dalla crisi del capitale si manifesta senza la presenza della forza organizzata e della coscienza politica della classe operaia. Benché ancora assente dallo scontro sociale con obiettivi ed organizzazioni distinte, il proletariato è l’unica classe veramente rivoluzionaria, il solo a minacciare l’ordine sociale borghese, e che, inquadrato in sindacati classisti e guidato dal proprio partito, è in grado di abbattere il dominio del capitale. Contro le illusioni delle multiformi mezze classi, il proletariato può abbattere il regime borghese solo ritrovando sé stesso, la sua autonomia di movimento e il suo programma, cioè il suo partito.

Dopo lunghi decenni di controrivoluzione, che hanno sottomesso la classe operaia e le sue organizzazioni alla collaborazione con il capitale, la sua riorganizzazione passa inevitabilmente attraverso la ricostituzione di sindacati classisti e della guida rivoluzionaria del partito comunista. Solo in questo modo anche il proletariato di Hong Kong potrà evitare una sconfitta certa e forse sanguinosa.

La classe operaia, quando si presenterà sulla scena sociale in tutta la sua statura storica e inquadrata nella disciplina delle sue estese organizzazioni, allora riuscirà anche a trascinare dietro di sé le pletoriche mezze classi in rovina, o almeno a renderle neutrali nella guerra sociale. Non allettandole col mito della “democrazia” e delle autonomie locali, ma offrendo loro la liberazione dal giogo del grande capitale che impietosamente le schiaccia.