Partito Comunista Internazionale

L’USB al suo secondo Congresso nazionale

Articoli figli:

  1. L’USB al suo secondo Congresso nazionale Pt.1
  2. L’USB al suo secondo Congresso nazionale Pt. 2

Un po’ di storia della Unione Sindacale di Base

L’USB nasce nel 2010 dalla unione tra le Rappresentanze Sindacali di Base (RdB), il troncone più consistente, il piccolo Sindacato dei Lavoratori (SdL) e parti minoritarie della Confederazione Unitaria di Base (CUB). Le RdB erano nate nei primi anni ottanta, organizzando prevalentemente lavoratori del pubblico impiego. La CUB nasce nel 1992, a seguito dell’espulsione dalla Cisl di una sua corrente minoritaria di sinistra; impiantata sostanzialmente nel settore privato dalla sua origine, questa organizzazione strinse un patto federativo con RdB, formando la RdB‑CUB, così da costituire un sindacato di base presente sia nel settore pubblico sia nel privato.

Altri importanti sindacati di base erano al tempo la Confederazione Comitati di Base (Cobas) – nata a metà anni ottanta fra i lavoratori della scuola e che in questa categoria ha continuato ad avere la sua principale base organizzativa – e lo SLAI Cobas, presente in alcune grandi fabbriche metalmeccaniche, come l’Alfa Romeo di Arese, quella di Pomigliano, la FIAT di Termoli, la Sevel di Atessa.

Nel tentativo di unire nell’azione, non ancora nelle strutture, queste diverse organizzazioni, il 17 maggio 2008 fu organizzata da RdB‑CUB, dalla Confederazione Cobas e da SdL, un’assemblea nazionale che fu la premessa alla costituzione, il settembre successivo, di un “Patto di Consultazione Permanente Nazionale”, poi, il 7 febbraio 2009, in una seconda assemblea nazionale, del cosiddetto “Patto di Base”.

Soli tre mesi dopo però, il 22 maggio 2009, una nuova assemblea nazionale della RdB‑CUB palesava la spaccatura fra i due tronconi, lungo la faglia di una saldatura mai realizzatasi, col gruppo dirigente storico della CUB che non partecipò all’iniziativa mentre quello di RdB lanciava nell’assemblea la parola d’ordine del “Sindacato metropolitano” [v. “Marcia indietro: Il sindacato metropolitano”, il Partito Comunista maggio‑giugno 2009], cui accenneremo più avanti.

Questa assemblea sarà la premessa della nascita un anno dopo, il 23 maggio 2010, della Unione Sindacale di Base.

La costituzione di USB è stata motivata da parte della sua dirigenza come un passo in avanti decisivo verso l’obiettivo di unificare il sindacalismo di base, superandolo anche sul piano qualitativo, col passaggio alla costruzione di un vero sindacato di classe, confederale e “di massa”.

Le cose però non sono andate come si era propagandato. La formazione di USB ha infatti portato all’unificazione di una parte del sindacalismo di base, ma a costo di una grave spaccatura con la parte restante. Complessivamente quindi, rispetto all’obiettivo di unificare il sindacalismo di base, si è trattato di un passo indietro.

Anche perché, se USB non è ancora quel sindacato “di massa”, strutturato e forte come la sua dirigenza vorrebbe farlo apparire, il resto del sindacalismo di base non è così distante sul piano delle forze rispetto ad USB, come è dimostrato sul piano pratico in lotte in diverse aziende e categorie, ad esempio nelle Telecomunicazioni, fra i ferrovieri, in Alitalia, nel commercio (IKEA), in FIAT. Per non parlare della logistica dove la forza di USB è piccola rispetto a quella del SI Cobas, e paragonabile a quella del più piccolo ADL Cobas, altro sindacato di base presente nel settore.

Ciò comporta giocoforza la necessità di relazionarsi con questi sindacati per svolgere un’azione di lotta comune. Ma l’atteggiamento della dirigenza di USB, che considera il sindacalismo di base un residuo in via d’estinzione, non può che ostacolare il raggiungimento di questo obbiettivo, con grave danno per il generale rafforzamento del movimento operaio.

Ne è stato ultimo clamoroso esempio la mancata partecipazione di USB allo sciopero generale nazionale dei Trasporti e della Logistica del 16 giugno scorso, promosso, cosa rara quanto positiva, da tutti gli altri sindacati di base. Altro esempio minore ma non trascurabile quello dello sciopero nazionale del 30 giugno in FCA (FIAT) promosso dal SI Cobas di Pomigliano, cui hanno aderito le strutture aziendali di USB FCA Termoli e Melfi ma non la USB Lavoro Privato Nazionale né il Coordinamento USB FCA; comportamento analogo, per altro, a quello tenuto dalla Flmu CUB nazionale, la quale non ha aderito né allo sciopero né alla manifestazione tenutasi a Cassino, nonostante l’adesione della Flmu CUB della FCA di Melfi (ma non di quella dello stabilimento di Cassino).

L’unione delle azioni di lotta, già difficile sul piano aziendale e di categoria, è risultata poi impossibile su quello confederale infatti, ormai dal 2010, le dirigenze nazionali di USB e CUB si rifiutano di imbastire scioperi unitari.

Il bilancio sul piano della unificazione del sindacalismo di base, dopo la nascita di USB, non è quindi positivo e fingere che il problema non esista, descrivendo con una certa spocchia il resto del sindacalismo di base come residuale, volendo dar a credere che USB possa far da sé per difendere i lavoratori e opporsi ai sindacati tricolore e al regime padronale, non tiene conto dello stato reale dei rapporti di forza ed è un grave errore.

Su questo piano occorrerebbe compiere un passo indietro, abbandonando le borie d’organizzazione, cercando con pazienza ed ostinazione la ricostruzione di un coordinamento con gli altri sindacati di base per fronteggiare le sempre più difficili battaglie, in primis quella che già si annuncia in difesa della libertà di sciopero.

Dopo la sua costituzione USB ha accresciuto in misura non dirompente ma apprezzabile la sua presenza nel settore privato: nel commercio, nella logistica, fra i braccianti ed anche fra i metalmeccanici.

Ciò è avvenuto, in parte, per uno stillicidio di forze ad essa approdate dopo aver abbandonato la Cgil, sia a livello dirigenziale sia aziendale. Gli episodi più importanti a questo riguardo sono stati il passaggio dalla Fiom all’USB, nel giugno 2016, del portavoce nazionale della minoranza di sinistra in Cgil “Il sindacato è un’altra cosa”, con al suo seguito una minoranza di quella corrente, e quello di un anno dopo, pochi giorni prima della conclusione del secondo congresso, di tre quarti della segreteria e della maggioranza del Direttivo Provinciale Fiom di Trieste, l’unico in Italia ad essere stato controllato da “Il sindacato è un’altra cosa”, dopo il XVII congresso della Cgil e fino alla firma del nuovo Ccnl metalmeccanico nel novembre 2016.

Questa trasfusione di forze è avvenuta – soprattutto fra i metalmeccanici – anche in ragione dell’adesione, nel maggio 2015, di USB al Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR): delusi dalla subordinazione sempre più smaccata della Cgil agli interessi padronali, alcuni suoi dirigenti, delegati e militanti hanno scelto di aderire all’USB, fra i vari sindacati di base, sia in quanto essa è il sindacato relativamente più solido sul piano organizzativo, sia in quanto aderendo ad essa è possibile continuare a far parte delle RSU e un’attività sindacale che, pur richiamandosi alla necessità della lotta, in pari tempo considera imprescindibili il riconoscimento sindacale – quindi il diritto a partecipare ai tavoli di trattativa aziendali ed a godere delle cosiddette agibilità sindacali – anche se al prezzo della coercizione della libertà di sciopero che l’applicazione del TUR comporta.

Una scelta rischiosa, questa dell’adesione al TUR, che sta pagando sul piano dei numeri e delle RSU conquistate ma che pone il sindacato su un piano inclinato che rischia di vederlo crescere al prezzo del suo scivolamento in un’attività concertativa. Un pericolo reale questo che non va sottovalutato e men che meno taciuto, sebbene non ineluttabile.

Per inciso va ricordato che l’adesione al TUR è stata anche un risultato della mancata volontà delle dirigenze dei sindacati di base – in particolare di CUB e USB – a promuovere un’azione di lotta unitaria contro di esso. Ciascuna per sé ognuna di queste organizzazioni ha fatto il suo percorso e le sue scelte.

L’adesione al TUR è divenuta la principale arma polemica della dirigenza della CUB contro USB ed è usata come argomento contro ogni azione di lotta unitaria: l’opposizione all’accordo interconfederale sulla rappresentanza viene inserita dalla dirigenza CUB in ogni sua piattaforma rivendicativa di sciopero generale; dato che l’adesione al TUR impone l’astensione da azioni sindacali contro di esso, ciò impedisce l’adesione di USB agli scioperi proclamati dalla CUB.

Cosa che d’altronde appare gradita alla dirigenza USB. Lo dimostra il caso dello sciopero generale dei trasporti e della logistica del 16 giugno, quando sarebbe restata aperta la possibilità di USB di scioperare nella stessa data con una propria piattaforma, cosa che però la dirigenza si è ben guardata dal fare, in questa come in tante altre occasioni passate. D’altronde l’utilizzo da parte della dirigenza CUB della questione del TUR appare strumentale, anteposta com’è alla primaria necessità di mantenere l’unità d’azione dei lavoratori.

Insomma, le dirigenze dei due sindacati di base si comportano specularmente, dividendo le azioni di lotta nell’interesse della loro guerra fra organizzazioni sindacali, il tutto a danno del movimento operaio.

Alla crescita di USB nel settore privato è corrisposto un suo indebolimento – quantitativamente minore – in quello pubblico, come registrato dalle ultime elezioni RSU (45.799 voti nel 2013; 44.455 nel 2016) e dai dati sul tesseramento (19.085 nel 2012, 17.411 nel 2015), frutto anche del taglio a permessi e distacchi operato dal governo nel 2014.

Inoltre in alcune regioni del Nord Italia – Emilia Romagna, Lombardia e Veneto – USB ha subìto il peso della scissione avvenuta nel febbraio 2016 che ha portato alla nascita del piccolo Sindacato Generale di Base (SGB), il quale ha stretto un patto federativo con la CUB. Altro episodio, questo, della guerra fra le dirigenze dei sindacati di base che mostra come sia illusoria la pretesa della dirigenza USB d’essersi elevata dal sindacalismo di base al livello superiore del sindacato di classe – obiettivo per altro del tutto condivisibile – con scorciatoie che rientrano appieno nella logica dello scontro fra sigle.

Quanto allo SLAI Cobas, la chiusura della grande fabbrica di Arese, l’espulsione nel 2005 di parte della RSU dei tranvieri milanesi e dei coordinamenti provinciali di Varese e Como, con la conseguente formazione dell’AL Cobas confluito nel 2010 nella CUB, la repressione padronale che ad esempio a Pomigliano ha duramente colpito, la scissione del 2010 che ha portato alla nascita del SI Cobas, sono stati i principali fattori che ne hanno determinato un drastico ridimensionamento. In declino appare anche la Confederazione Cobas.

Oggi abbiamo quindi due principali sindacati di base intercategoriali: l’USB e la CUB.

Ad essi si aggiunge il SI Cobas, che però, tranne poche eccezioni, resta ancora impiantato solo nella logistica ma che si dimostra il più vitale fra i tre ed il più vicino al corretto indirizzo sindacale classista, come ad esempio per ciò che riguarda la ricerca dell’unità d’azione dei lavoratori. Il Si Cobas ha scioperato in diverse occasioni con la CUB così come con l’USB, ponendo a criterio di tale scelta l’obiettivo del rafforzamento dello sciopero e quindi del movimento di lotta, ed in passato ha fatto altrettanto anche con le azioni generali promosse dalla Fiom e dalla Cgil.

Il contrasto fra le dirigenze della CUB e dell’USB è un dato presente fin dall’origine di questi sindacati, si è aggravato col tempo nonostante i sempre più duri attacchi cui è sottoposta la classe lavoratrice e non potrà essere superato da queste stesse dirigenze.

Tuttavia in ciascuna di queste organizzazioni esistono lavoratori e delegati contrari a questa condotta. L’indirizzo sindacale del nostro partito consiste nel battersi, in ogni sindacato di base, per perseguire l’unità d’azione nelle lotte aziendali, di categoria e confederali, territoriali e nazionali. Questa unità nell’azione è la base necessaria al raggiungimento dell’unione sul piano organizzativo, che sarà possibile solo col rafforzamento del movimento operaio e quindi con l’afflusso di lavoratori combattivi entro questi sindacati, fatto che renderà possibile sconfiggere gli errati indirizzi delle attuali dirigenze.

Un nuovo congresso a mozione unica

Il 9, 10 e 11 giugno si è tenuta a Tivoli l’Assemblea nazionale confederale dei delegati del Secondo Congresso dell’Unione Sindacale di Base.

Il percorso congressuale era stato avviato il 26 novembre dell’anno passato dalle riunioni dei Consigli nazionali: del Lavoro Privato, del Pubblico Impiego e Confederale. Il giorno dopo i Coordinamenti nazionali, organi apicali più ristretti dei Consigli, da questi eletti e che a loro volta eleggono gli ancor più ristretti Esecutivi, hanno resi pubblici i rispettivi regolamenti congressuali.

Il 21 gennaio di quest’anno il Coordinamento nazionale confederale ha approvato – all’unanimità – il documento congressuale confederale. Ancora a gennaio era stato redatto il documento per la neonata USB Federazione del Sociale, di cui diremo più avanti.

Il 10 e l’11 febbraio sono stati approvati i documenti, integrativi di quello confederale, per i congressi di USB Pubblico Impiego e USB Lavoro Privato.

Il 28 febbraio un’assemblea nazionale ha avviato il primo congresso di USB Pensionati.

A marzo si sono svolti i congressi nei posti di lavoro; entro il 12 aprile si sono svolti quelli provinciali e nei primi giorni di maggio quelli regionali del Pubblico Impiego e del Lavoro Privato.

A Tivoli il 10 maggio si è tenuto il primo congresso nazionale di USB Pensionati; il 13 maggio quello nazionale del Pubblico Impiego e il sesto di ASIA USB (Associazione Inquilini e Abitanti); il 14 maggio quello nazionale del Lavoro Privato.

Entro fine maggio si sono svolti i congressi regionali confederali che hanno infine portato a giugno, dopo tutto questo macchinoso percorso, all’assise nazionale del Congresso.

Come il primo nel 2013, anche questo secondo congresso si è svolto su un documento unico. Nuovamente, infatti, i regolamenti congressuali non hanno previsto la possibilità di presentare e discutere, lungo l’intero percorso congressuale, dalla base al vertice, di una pluralità di documenti.

Solo all’interno dei Coordinamenti nazionale, confederali e di categoria riunitisi per avviare il congresso, il 21 gennaio e l’11 febbraio, potevano essere discussi, se presentati da almeno tre membri (nel 2013 erano cinque), documenti diversi, dai quali però doveva uscire un unico documento da sottoporre alla discussione nei livelli aziendale, provinciale, regionale e nazionale.

È stata quindi negata la possibilità sia di discutere documenti sostenuti da una minoranza interna ai Coordinamenti nazionali sia quella – formalmente prevista persino nella Cgil – di presentare documenti alternativi provenienti dalla base del sindacato, se sostenuti da un certo numero di iscritti.

Il congresso ha discusso un unico documento presentato dal vertice del sindacato. È stata concessa la presentazione di mozioni per emendare il documento unico ed ordini del giorno. Cosa effettivamente avvenuta.

Il fatto che regolamenti di questo tipo siano stati approvati all’unanimità dai Coordinamenti nazionali del Pubblico Impiego e del Lavoro Privato – non conosciamo l’esito della votazione nel Coordinamento confederale – è indice della grave incomprensione dei metodi e strumenti per gestire e far crescere un autentico sindacato di classe, oltre che, forse, della scelta opportunistica di alcuni di non opporsi.

Coartare ed ostacolare la libera espressione dei diversi indirizzi dentro l’organizzazione sindacale, invece che tutelarla e disciplinarla ai fini di una sana convivenza, non può che condurre a periodiche crisi, come già avvenuto. Il primo congresso fu segnato dalla fuoriuscita da USB delle parti maggioritarie delle Federazioni di Varese, Legnano e Brescia, di una parte minoritaria di quella milanese, e dalla mancata partecipazione di tre Coordinamenti nazionali dei Ministeri: Infrastrutture e Trasporti, Difesa, Beni Culturali. A febbraio 2016 vi è stata la scissione che ha condotto alla formazione della SGB.

Il nostro indirizzo sindacale è in linea generale contrario al metodo delle scissioni sindacali. Ad esempio i nostri compagni dentro l’USB hanno dato il loro contributo alla battaglia contro la decisione della dirigenza di aderire al Testo Unico sulla Rappresentanza, ma hanno osteggiato e criticato la scelta di chi, dopo aver condotto quella lotta interna, ha deciso di abbandonare il sindacato.

Non si può però imputare la responsabilità di quelle fuoriuscite e scissioni solo a chi se ne è andato. Anche la dirigenza ne è stata responsabile.

I regolamenti congressuali, lo statuto del sindacato e il suo regolamento interno, devono richiamare al dovere della disciplina esecutiva, ma dovrebbero altresì garantire la piena libertà d’espressione ai diversi indirizzi sindacali, non nei termini della privata ideologia ma concreti, pratici, consentendo loro la libertà di organizzazione interna e di propagandare le loro tesi sull’indirizzo del sindacato: la presentazione di documenti alternativi nei congressi, l’organizzazione di riunioni, la redazione e la diffusione di materiali e argomenti.

Ostacolare la libertà d’espressione per timore che essa divida e indebolisca il sindacato conduce al risultato opposto. L’omogeneità – almeno apparente – raggiunta ora negli organismi dirigenti di USB, oltre ad essere il frutto di precedenti crisi e fuoriuscite che hanno causato la perdita di preziose energie e di militanti, è un risultato che sarebbe illusorio credere definitivo: nella misura in cui nuovi gruppi di lavoratori ingrosseranno l’organizzazione sarà naturale la formazione di una pluralità di correnti interne la cui azione andrà disciplinata tramite un corretto uso dello strumento dei congressi ai vari livelli per la discussione ed un confronto reale. In mancanza di ciò le forze che non trovano modo di esprimersi e vivere dentro l’organizzazione, necessariamente sono destinate ad uscirne.

Con la democrazia di facciata e la repressione del dissenso interno non si favorisce la crescita di un grande sindacato di classe ma la frammentazione sindacale, tara evidente del sindacalismo di base da cui la dirigenza di USB si illude e vuole illudere d’essersi emancipata.

Precariato, la condizione della classe operaia

Entriamo nel merito dell’indirizzo sindacale emerso dal congresso.

USB nei suoi comunicati afferma di voler costruire un grande sindacato di classe. Quanto si evidenzia nel documento congressuale confederale – che qui prendiamo in esame e a cui sono informati i documenti congressuali di categoria – è invece l’aspirazione della dirigenza a costruire una organizzazione che esondi largamente dai confini della classe lavoratrice, quelli tradizionali del sindacato e necessari, noi sosteniamo, al suo sano sviluppo, al punto da fargli perdere il carattere di classe per quello interclassista, “popolare”. Ciò è indicato fin dal preambolo del documento come obiettivo generale dell’organizzazione: «Costruire la confederazione generale di tutti i settori sociali del lavoro e del non lavoro che oggi sono stretti nella morsa del neoliberismo».

Le parole non sono mai usate a caso, esprimono posizioni politiche che si riflettono in determinati indirizzi pratici. Noi avremmo scritto: «Costruire la confederazione generale di tutti i lavoratori salariati, occupati e disoccupati, sfruttati e oppressi dal capitalismo». L’espressione della dirigenza dell’USB è diversa dalla nostra perché implica un differente indirizzo di azione e di organizzazione.

Con la formula “settori sociali del lavoro” essa intende non solo i lavoratori salariati ma anche parte dei lavoratori autonomi, vagamente le “partite Iva a basso reddito”, i piccoli agricoltori, i venditori ambulanti, i tassisti, che già USB organizza in alcune città. Sono compresi non solo i lavoratori licenziati, quelli occasionali (impiegati coi voucher o futuri sostitutivi), gli studenti-lavoratori o a cui sia scaduto un contratto a termine, ma genericamente “coloro che non lavorano”, in cui possono essere inclusi ceti infiniti: studenti non lavoratori, piccolo borghesi caduti in disgrazia, sottoproletari…

Questo indirizzo viene espresso nel documento scambiando e confondendo ripetutamente il termine ed il concetto di “classe sociale” con quello di “blocco sociale”: «Un sindacato militante che ricompone un intero blocco sociale», è il titolo del capitolo conclusivo del documento; «La costruzione di un nuovo blocco sociale comporta la produzione di una nuova coscienza di classe, adeguata alle caratteristiche della società contemporanea», si dice in un altro punto.

Questo allargamento del campo organizzativo del sindacato oltre i confini della classe lavoratrice si giustifica, secondo la dirigenza USB, in ragione dei mutamenti del capitalismo contemporaneo e dei suoi riflessi sulla classe.

Il documento congressuale critica e rigetta «la vulgata della scomparsa della classe operaia», notando come sul piano internazionale il numero dei salariati sia enorme ed in aumento, come «nei paesi industrializzati, a fronte di una riduzione dei lavoratori impiegati nell’industria manifatturiera e di estrazione (…) si assiste ad un processo di “operaizzazione” della grande distribuzione commerciale e dei servizi di massa» e come «anche il lavoro intellettuale» stia subendo «processi di proletarizzazione sia dal punto di vista salariale che da quello organizzativo».

Si afferma anche che, in ragione della delocalizzazione delle industrie dai paesi a capitalismo maturo verso quelli a capitalismo giovane, delle esternalizzazioni, del ridimensionamento della grande industria a favore delle piccole imprese, dell’introduzione di sempre nuove forme contrattuali cosiddette flessibili, la classe lavoratrice è sempre più frammentata e quindi si incontrano grosse difficoltà ad organizzarla.

Ora, questa l’operazione truffaldina della dirigenza USB, questo aumento della precarietà dell’impiego per una porzione sempre maggiore della classe lavoratrice sfumerebbe i confini della classe tanto da trasformarla in un generico “precariato sociale”, andando così a costituire un “blocco sociale” di cui la classe operaia sarebbe solo una parte, anche se centrale.

Il documento infatti pone l’accento sulle più recenti “novità” nel campo della flessibilità del lavoro: «Le nuove forme di lavoro come lo smart working o lavoro agile hanno un effetto devastante (…) La ricaduta sulla condizione del lavoratore è il suo isolamento operativo e sociale (…) Crescono nuove forme di super sfruttamento, soprattutto giovanile, dai voucher all’alternanza scuola-lavoro, dal falso volontariato esploso con l’EXPO fino alla GIG economy, un mondo dove non esistono più lavori continuativi né diritti. Domanda e offerta vengono gestite attraverso piattaforme e App sugli smart. Tutti lavorano in proprio, con mezzi propri, svolgono per grandi multinazionali attività assolutamente saltuarie, per pochissimi euri l’ora. Tutto ciò produce una condizione sociale in cui la realizzazione dei bisogni diventa impossibile, scontrandosi con le condizioni materiali, immutabili senza una domanda collettiva di rivendicazione sociale e senza una soggettività organizzata».

Intanto i precari, i giovani supersfruttati, i voucher, i falsi volontari, cui la dirigenza USB si riferisce, come i lavoratori licenziati e i pensionati, non sono che reparti diversi della classe operaia, che solo attendono di essere ricomposti nel sindacato come tali.

L’analisi dei capi USB esagera nel dipingere un quadro negativo («Le nuove forme di lavoro hanno un effetto devastante»). Una forzatura utile a giustificare il loro errato indirizzo e che palesa una sfiducia nella classe lavoratrice, nella sua capacità di ridestarsi dall’attuale condizione di debolezza e vincere queste divisioni, nonché la loro sudditanza alle consuete e ormai consunte fole ideologiche borghesi, che da sempre auspicano la scomparsa dei lavoratori in quanto classe sognando una società di individui robot eternamente sottomessi ai voleri del capitale. La dirigenza di USB mostra di credere davvero che il capitalismo abbia la forza per tenere annichilita e divisa la classe operaia, e che essa da sola non possa rialzarsi in piedi e lottare, e che necessiti perciò dell’alleanza con altri strati, ceti, gruppi e classi sociali.

Si, il capitalismo frammenta la classe lavoratrice, impone l’isolamento e l’individualismo, tende ad atomizzare l’identità di classe, e con ciò rende difficile l’organizzarsi dei lavoratori. Ma questa precarietà e insicurezza, esser uno davanti allo strapotere del capitale e del padrone, sono la condizione propria e di sempre della classe operaia. Hanno solo fatto eccezione pochissimi decenni di boom economico post-bellico in pochissimi paesi al mondo. E la funzione del sindacato da sempre è appunto resistervi tramite la organizzazione e la lotta collettiva.

È in uno stato di precarietà ben maggiore di quello attuale che sono nate e cresciute le prime organizzazioni sindacali. La classe operaia ha saputo organizzarsi e lottare in condizioni ben più difficili di quelle odierne e tornerà a farlo.

Quanto alle più recenti forme d’impiego flessibile, laddove sono state utilizzate, al padronato non è stata affatto garantita l’immunità dalla lotta operaia: esempio recentissimo è quanto accaduto lo scorso anno fra i fattorini torinesi di Foodora, lotta che ha avuto un ampio risalto anche sulla stampa e sulle televisioni borghesi mentre, proprio pochi giorni dopo la conclusione del congresso USB, è arrivata notizia di un’analoga battaglia dei fattorini impiegati dalla Deliveroo in Spagna.

In quanto poi – come afferma lo stesso documento congressuale – alla tendenza al ridimensionamento, nei Paesi occidentali più sviluppati, della grande industria manifatturiera, fa da contraltare la concentrazione in altri settori, come quello del commercio – con la drastica riduzione della piccola borghesia bottegaia – o nei magazzini della logistica. Ciò indica che certe tendenze del capitalismo non sono così univoche né incontrovertibili. Non è un caso che in entrambi questi settori – grande distribuzione e logistica – si assista alla crescente diffusione del sindacalismo di base accompagnata da episodi di notevole combattività proletaria.

Inoltre, il peso della piccola industria manifatturiera è un tratto alquanto peculiare del capitalismo italiano, esso è minore in Francia e ancora di più in Germania e la crisi economica agisce nel senso di una selezione e concentrazione delle imprese.

Infine, se nelle grandi aziende le esternalizzazioni e la frammentazione contrattuale sono un duro ostacolo per l’organizzazione collettiva dei lavoratori, tuttavia la condivisione di un comune luogo di lavoro resta un potente e insopprimibile fattore materiale che, con un buon lavoro sindacale, non può che mandare in frantumi presto o tardi il sogno padronale di vedere i lavoratori per sempre indeboliti e divisi.

Ciò che serve al movimento operaio non è la ricerca di alleanze con altri ceti, strati e classi sociali ma un duro e serio lavoro di ricostruzione della sua unità sul piano sindacale e della lotta. Il proletariato è un gigante solo temporaneamente indebolito, la cui forza tornerà a terrorizzare le classi dominanti.

Base territoriale contro le divisioni della classe

Cosa propone la dirigenza di USB per fronteggiare le divisioni che indeboliscono la classe operaia? «Se il lavoro non costituisce più il terreno più diretto e naturale nel quale organizzarsi perché disoccupati o pensionati, o perché si lavora in pochi o da soli, o perché l’attività è troppo saltuaria, saranno il territorio e la comune condizione di precarietà i legami sui quali fondare nuove coalizioni e nuove relazioni collettive».

Potrebbe sembrare che si indichi finalmente la strada della organizzazione territoriale del sindacato. Il nostro partito ha fra i pilastri del suo indirizzo sindacale quello di rifarsi all’esperienza delle originarie Camere del Lavoro, che erano centri organizzativi territoriali della lotta operaia. I lavoratori riunendosi in una struttura territoriale si incontravano con operai di altre aziende e categorie; in quel luogo si riconoscevano non solo come dipendenti di una data azienda ma anche e soprattutto come membri di una stessa classe. Ciò aiutava a superare l’angusto orizzonte aziendale e categoriale, favorendo l’unità di classe.

Il sacrificio di recarsi alle riunioni fuori dall’orario di lavoro educava alla partecipazione alla vita sindacale. La concessione del diritto a svolgere assemblee retribuite durante l’orario di lavoro è stata un’arma a doppio taglio perché ha abituato i lavoratori ad attendere il sindacato all’interno dell’azienda e ha favorito la chiusura del loro orizzonte sindacale entro i suoi confini.

La CGL rossa – quella senza la “I” – nacque nel 1906 dalla unione, e dall’equilibrio, fra la rete delle Camere del Lavoro e i maggiori sindacati di categoria. Non fu per caso che il riformismo ebbe sempre terreno favorevole più nei secondi che nelle prime; per esempio la Fiom nacque e fu sempre diretta da riformisti. Ciò non impedì per altro che nel periodo di massima forza ed avanzata del proletariato rivoluzionario – nel primo dopoguerra fino ai primissimi anni di fondazione del Partito Comunista d’Italia – alcuni sindacati di categoria fossero conquistati all’indirizzo sindacale comunista rivoluzionario.

La nuova CGIL tricolore, con la “I” nazionale, rinata già “di regime” e “dall’alto” nel 1944 col “Patto di Roma”, si mise subito all’opera per svuotare le Camere del Lavoro delle loro funzioni organizzative della lotta e di partecipazione operaia, presto riducendole agli odierni grigi uffici burocratici, e a chiudere l’azione e la vita sindacale nell’ambito aziendale.

La dirigenza CGIL perseguì questa azione ponendo al centro dell’attività di delegati e militanti del sindacato le Commissioni Interne e le Sezioni sindacali aziendali. Il robusto movimento di lotta operaia esploso nel 1969 svuotò questi organismi. La dirigenza Cgil per non essere disarcionata si affidò ai Consigli di Fabbrica, organismi gioco forza più aperti dei precedenti ma pur sempre a base aziendale, aiutata in ciò dal falso radicalismo dei gruppi a base studentesca che in quegli anni abbondavano. Ammansito il movimento di lotta operaia sostituì questi organismi con le addomesticate RSU (1993), ulteriormente ingabbiate col Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR) del 10 gennaio 2014.

Per l’USB si tratterebbe di una importante e positiva svolta porre al centro della sua attività la struttura territoriale del sindacato perché fino ad oggi non è stato così. L’azione sindacale è rimasta in gran parte assorbita dall’ambito aziendale: lì nasce e spesso termina. Le sedi del sindacato sono poco frequentate dagli iscritti, dai militanti e anche dai delegati. Le riunioni fra i delegati spesso si svolgono sul posto di lavoro e non nella sede territoriale. Non di rado i coordinamenti provinciali non sono convocati.

Non vogliamo ovviamente negare le difficoltà a far partecipare i lavoratori alla vita sindacale ma nemmeno le responsabilità del sindacato nel suo complesso nel mancato svolgimento di un lavoro adeguato e sistematico, teso a far crescere la consapevolezza dei suoi delegati e militanti circa la necessità di uscire dai confini di un’attività sindacale prettamente aziendale.

Centralizzazione reale o formalismo organizzativo

La necessità di porre al centro dell’organizzazione e dell’attività del sindacato la sua struttura territoriale è, come abbiamo detto, un punto cruciale dell’indirizzo sindacale del nostro partito. Lo abbiamo recentemente ribadito anche al primo congresso del SI Cobas (maggio 2015), indicando che sarebbe stato opportuno modificare lo Statuto di quel sindacato laddove recita «Il Comitato di Base (Cobas) è la struttura portante del SI COBAS», con la formula «Il sindacato nasce all’interno dei posti di lavoro, dove sono fondati i Cobas, ma ha la sua struttura portante nei suoi organismi territoriali interaziendali, i coordinamenti provinciali». Questo ci pare il modo corretto di intendere l’elevarsi dell’organizzazione sindacale dal livello del Cobas a quello di sindacato di classe.

Questo obiettivo la dirigenza USB dà come acquisito. Ciò può apparir vero se ci si limita ad osservare la struttura organizzativa di USB, formalmente definita e centralizzata, elementi questi che sono certo necessari e utili per un sindacato di classe.

Ma questa centralizzazione, per non rimanere un fatto formale, deve poter nutrirsi nei due sensi, non solo dall’alto in basso, quindi con una reale partecipazione di militanti e delegati alla vita sindacale. Laddove invece l’attività sindacale continui a gravare in massima parte su delegati e funzionari, senza la formazione di uno strato intermedio di militanti fra delegati e iscritti, senza un sufficiente coinvolgimento di quest’ultimi, i formalismi organizzativi poco servono alla crescita del sindacato.

Sicuramente si rivelano dannosi quando siano utilizzati per imporre l’indirizzo della dirigenza senza una reale discussione nel sindacato, come avvenuto in modo emblematico con la decisione di aderire al TUR presa in una ristretta cerchia dirigente nel giro di una settimana (si legga a tal proposito “Il Testo Unico sulla Rappresentanza e il sindacalismo di base”, da “il Partito Comunista” luglio-agosto 2015 n. 372).

La ricostituzione di un tessuto di organismi territoriali sindacali, di una rete di nuove Camere del Lavoro, sarebbe oggi ancor più utile a fronte della frammentazione contrattuale descritta dal documento congressuale confederale.

I delegati e i militanti delle aziende medie e grandi potrebbero riunirsi insieme con quelli delle ditte cui sono appaltate parti sempre maggiori delle attività delle aziende, aiutando così a ricostituire l’unità operaia sul posto di lavoro. Troverebbero un centro organizzativo anche i lavoratori delle tante piccole imprese sparse sul territorio. Organizzandovi e riunendovi i disoccupati e i pensionati questi conserverebbero un legame vivo coi lavoratori attivi. Per questa via si andrebbe ad assecondare la ricostituzione dell’identità della classe lavoratrice.

Ciò che invece USB indica di organizzare territorialmente è la parte più precaria dei lavoratori insieme ai gruppi, strati e ceti sociali esterni alla classe lavoratrice, che con essa costituirebbero il “precariato sociale” e quindi il preteso “blocco sociale”. In questo modo invece di favorire l’unione della classe e la ricostituzione della sua identità si agisce in senso opposto:

– quei lavoratori che, per le condizioni contrattuali e della loro attività o perché disoccupati o pensionati, hanno più difficoltà ad integrarsi nella classe e ad identificarsi con essa, ne vengono ulteriormente allontanati, aggregati ai lavoratori autonomi di vario grado o ai più variegati movimenti interclassisti (studenti, utenti di servizi, ecc);

– si accentua la divisione fra lavoratori precari e lavoratori relativamente più garantiti;

– essendo la condizione di lavoratore precario più diffusa fra i giovani si opera anche una divisione fra questi e i lavoratori più anziani, togliendo al lavoro sindacale preziose energie, deviate verso i movimenti del cosiddetto “blocco sociale”, di matrice piccolo borghese o sottoproletaria.

Sindacato e movimenti sociali

Un sindacato di classe è giusto che denunci le ingiustizie di questa società reazionaria e inumana e che solidarizzi, anche praticamente, con chiunque vi si ribella, ma non può, materialmente, farsi carico di tutti i mali provocati dal capitalismo. Il sindacato è l’organizzazione di difesa economica dei lavoratori e negherebbe sé stesso quando costitutivamente intendesse inglobare organizzazioni di altra natura e dirigere i più svariati movimenti. Questo andrebbe a detrimento della costruzione dell’unità e dell’organizzazione della classe salariata, risolvendosi in un fallimento.

Quantomeno prima il sindacato dovrebbe dedicare tutte le sue forze ed energie – che non sono mai abbastanza – all’obiettivo per cui è nato, crescere e solo dopo, una volta acquisita una notevole forza, porsi il problema di intessere – prudentemente – relazioni con movimenti ai margini della classe lavoratrice.

Mettere insieme nel sindacato figure sociali variegate, appartenenti a strati sociali e perfino classi differenti, può sembrare ingenuamente utile sulla base dell’idea che aumentare la massa corrisponda necessariamente ad aumentare la forza dell’organizzazione. Ma questa eterogeneità di condizioni ed interessi, spesso contrastanti, non può trovare una sintesi e non può che finire per danneggiare l’organizzazione della lotta operaia.

La classe salariata, per quanto divisa dal padronato e dalle sue manovre, è unita da un profondo interesse comune: opporsi alla vendita al ribasso della sua forza lavoro. È la difesa del salario e delle condizioni di lavoro, nei suoi vari aspetti di lotta contro l’estensione della giornata lavorativa e per la sua riduzione, di lotta contro l’intensificazione dei ritmi di lavoro, contro i licenziamenti, in difesa del salario indiretto e differito, che unisce tutti i lavoratori superando ogni barriera.

Il sindacato ha questo compito e se pretende di assumerne altri non funziona. Quello della trasformazione generale della società, rimediando alle altre tante sue contraddizioni ed ingiustizie, è funzione che può svolgere solo il partito, con la conquista del potere politico, che per i comunisti può avvenire solo per via rivoluzionaria.

La comunanza d’interessi che unisce la classe lavoratrice non la si trova nei cosiddetti movimenti sociali, o in quelli della piccola borghesia. Il movimento operaio è in grado di dotarsi di organizzazioni durature negli anni e nei decenni, strutturate sul piano nazionale e persino internazionale, di dispiegare scioperi estesi a tutto il territorio nazionale, di intere categorie o di tutta la classe. È un movimento che origina e va a colpire il nucleo vitale del capitalismo, quello della produzione del plusvalore (profitti, rendite, interessi). Anche quando a scioperare è una categoria della classe salariata non direttamente coinvolta nella creazione di plusvalore, come possono essere i lavoratori del pubblico impiego, il regime del capitale nelle sue varie articolazioni le si schiera sempre contro perché il suo innato e giustificato timore è il rafforzamento dell’organizzazione sindacale e del movimento di classe.

Invece i movimenti esterni alla classe lavoratrice, cosiddetti “sociali”, per la loro collocazione economica ed interessi si contrappongono a quelli del movimento operaio negli obbiettivi e nella estemporaneità dei metodi di lotta.

Inoltre la classe lavoratrice – per quanto oggi nella sua attuale condizione di debolezza possa erroneamente sembrare il contrario – esprime un suo carattere distinto da tutto il resto della società in cui, fra tanti difetti generati dalla condizione di sudditanza nel capitalismo, noi comunisti riconosciamo i germi dell’autentica ribellione alla società presente e quelli della società futura, negazione e superamento sia del Capitale sia del Salario, tanto della condizione borghese quanto di quella proletaria. Per noi la classe lavoratrice non è un soggetto “di riferimento” – espressione orribile, usata dal documento congressuale e tipica dell’opportunismo, che tradisce una relazione “di comodo” – ma è “la nostra classe” e null’altro. Di essa siamo gelosi e vogliamo che sia organizzata autonomamente e separata dalle influenze negative della piccola borghesia e di strati sociali spuri.

Ciò si spiega anche sul piano teorico. Uno degli assunti fondamentali del marxismo è che l’ideologia dominante è quella della classe dominante. Anche nella classe operaia prevale l’ideologia borghese, largamente dominante al suo esterno. È compito già arduo combattere questa ideologia dentro la classe lavoratrice. L’unione organizzativa dei lavoratori con altri gruppi, ceti, strati e classi è solo un favore che si fa alla penetrazione fra di essi dell’ideologia della classe dominante.

O ci si dedica alla ricostruzione dell’unità d’azione ed organizzativa della classe lavoratrice – e con essa della sua identità – o si danneggia questo lavoro deviando e disperdendo energie verso la costruzione di un blocco sociale che esiste solo nelle alchimie dell’opportunismo politico e sindacale ma che non può alzarsi e camminare in alcuna direzione.

La “Federazione del sociale”

Questo indirizzo della dirigenza USB non è una novità ed era già stato espresso con la formula del “sindacato metropolitano” – cui abbiamo già accennato – all’Assemblea nazionale della RdB‑CUB nel maggio 2009, quella che sancì la fine del “Patto di Base” e la rottura fra RdB e CUB.

Le argomentazioni usate dall’allora (e odierno) coordinatore nazionale di USB erano analoghe a quelle di oggi: «Il mondo del lavoro – affermava – si è trasformato radicalmente. Esiste una diffusione di soggetti diversi che non hanno un luogo di lavoro fisico o che (…) lo hanno per pochi mesi». E indicava di rompere con «l’egemonia del sindacalismo puro» per abbracciare «pratiche diverse ma assolutamente efficaci che si realizzano nelle metropoli e sul sociale». Per questo l’Assemblea avrebbe dovuto produrre «una proposta di sintesi politico/organizzativa su cui far misurare una nuova, più larga assemblea generale del sindacalismo di base, aperta ai movimenti e ai soggetti sociali che la ritengano utile e intendano ritessere una relazione con essa».

Il secondo congresso di USB ha fatto un passo in avanti nell’applicazione di questo indirizzo d’azione interclassista. Se nel maggio 2009 si proponeva un’apertura ai movimenti sociali, cioè una relazione del sindacato con essi, ora si indica di inquadrarli nel sindacato stesso attraverso la creazione di un apposito “ambito organizzativo”: la Federazione del Sociale.

La dirigenza USB attribuisce a questa nuova struttura una importanza tale da definirla nel documento congressuale “terza gamba dell’organizzazione”, insieme a quella di USB Lavoro Privato e USB Pubblico Impiego. «USB FdS è destinata a rafforzare la vocazione confederale dell’USB e il suo orizzonte di costruzione e organizzazione dell’intero blocco sociale». La Federazione del Sociale «comprende e coordina tanto l’ASIA USB quanto l’USB Pensionati, che mantengono la loro struttura organizzativa e statutaria».

Particolarmente chiaro sui compiti che dovrebbero spettare alla nuova struttura del sindacato è stato un rappresentante dell’Esecutivo nazionale intervenuto al primo congresso di USB Pensionati, il 10 maggio: «Un nuovo soggetto che andremo a costituire che sarà utilizzato e sarà la casa per tutto quello che è il lavoro irregolare, il lavoro autonomo, quello finto e quello vero, che costituisce oggi una fetta molto ampia del mondo del lavoro». E il documento conclusivo approvato dal Congresso nazionale, all’interno della Federazione del Sociale, ad ASIA e USB Pensionati ha aggiunto un nuovo soggetto: lo SLANG, acronimo di “Sindacato lavoratori autonomi di nuova generazione”.

Poiché la condizione di lavoro autonomo è un modo per le aziende per evitare l’assunzione del lavoratore, risparmiando sul costo del lavoro, sarebbe corretto che il sindacato si facesse carico di una battaglia per unificare le condizioni di questi lavoratori a quelle degli assunti a tempo indeterminato. Quindi sarebbe necessario inquadrare i precari negli organismi dei restanti lavoratori dell’impresa. Invece con lo SLANG si va a creare una struttura in cui il lavoro autonomo è inquadrato separatamente. In questo modo si rischia nella Federazione del Sociale di ribadire la condizione del suo isolamento e di abbandonarlo all’influenza di gruppi strati e ceti esterni alla classe lavoratrice. La Federazione del Sociale infatti dovrebbe farsi carico di organizzare e sostenere i più svariati movimenti interclassisti, da quelli degli utenti dei servizi sociali, a quelli in difesa dell’ambiente, fino alla riqualificazione dei quartieri. I giovani salariati precari, i disoccupati, i pensionati, che dovrebbero ritrovarsi a farne parte si vedrebbero impegnati in attività lontane dalla lotta sindacale, affogati nell’interclassismo. Precari e pensionati, invece d’essere accolti nella condizione di solidarietà e di forza della loro classe lavoratrice, sono sospinti verso l’impotenza, e la disperazione, dei declassati.

Nella sana tradizione di classe i disoccupati ed i pensionati dovrebbero invece essere inquadrati nelle strutture categoriali di origine, per mantenere il legame coi lavoratori attivi e con la loro azione sindacale, non in una struttura a sé. Il nostro partito si è battuto per questo tipo d’inquadramento dentro la CGIL quando, fino alla fine degli anni settanta, dava indicazione di militare in quel sindacato, denunciando ad esempio l’organizzazione separata dei pensionati nel Sindacato Pensionati (SPI).

La creazione di USB Pensionati ricalca quella strada, con l’aggravante che si allontanerebbero ulteriormente i lavoratori in quiescenza dalla classe attiva non solo sul piano dell’inquadramento ma anche su quello dell’attività, indirizzandoli principalmente verso il sostegno al lavoro nei “movimenti sociali” invece che in quello sindacale, o magari verso attività di Patronato.

Movimento sindacale e partiti politici

L’intervento di USB nei “movimenti sociali” non inizia con la costituzione della Federazione del Sociale ma, come spiega lo stesso documento congressuale, ha già avuto da tempo una sperimentazione, avviata prima con la formula del “sindacato metropolitano” e poi con quella della “confederalità sociale”.

Tuttavia questa attività, in contrasto con gli obiettivi proclamati, risulta essere debole, presente solo in alcune località, poco organizzata. Si prenda l’esempio di ASIA che all’interno della neonata Federazione del Sociale è la struttura più antica e, teoricamente, con un’attività più comprovata. Ha svolto infatti il suo sesto congresso all’interno del secondo di USB, mentre l’organizzazione dei pensionati, altra componente della FdS, era al primo. Basti pensare che il documento congressuale di ASIA è stato pubblicato sul sito internet dell’organizzazione soli 7 giorni prima (il 6 maggio) del suo Congresso nazionale e che lo statuto dell’associazione (ricordiamo che il documento congressuale recita: «USB FdS comprende e coordina tanto l’ASIA USB quanto l’USB Pensionati, che mantengono la loro struttura organizzativa e statutaria») risulta persino inesistente.

Il problema è che anche questo settore di attività, in cui la dirigenza vuole impegnare sempre più il sindacato, richiede energie che non abbondano, il che rende ancora più erronea la scelta di non concentrare quelle poche e preziose di cui si dispone nel lavoro propriamente sindacale, di classe.

Quindi, per quanto siano non condivisibili e criticabili gli ambiziosi progetti della dirigenza d’impegno del sindacato nel campo dei movimenti sociali e del lavoro autonomo, va considerato che una loro anche parziale realizzazione sarà tutt’altro che facile e scontata. Ciò dovrebbe tranquillizzarci, ma lo fa solo in parte per quanto andiamo a spiegare. Bisogna infatti fare una chiarificazione sul mondo di questi movimenti e come i sindacati, non solo USB, si relazionano con essi.

Mentre nel campo della classe salariata i gruppi di lavoratori che si avvicinano al sindacato lo fanno a prescindere dalla loro appartenenza ideologica e politica, spinti dalla necessità di difendere le proprie condizioni di vita e lavoro, in quello dei “movimenti sociali” l’intervento del sindacato è molto spesso mediato da una relazione con organismi che già operano nel settore e che, per quanto si presentino come “sociali”, sono invece politici: collettivi, centri sociali, ecc. Si tratta della galassia del cosiddetto “movimento”, senza aggettivi in quanto non “operaio”. È un fenomeno tipico dell’imperialismo, della fase ultima del capitalismo, espressione dell’agitarsi inconcludente degli strati sociali intermedi, mezze classi, coltivati da ciascun capitalismo nazionale, in misura della propria potenza, in quanto preziosi per affievolire la contrapposizione fra la classe lavoratrice e la borghesia, ai quali lascia spazio economico l’effimero benessere e morale la temporanea debolezza della classe operaia. Il fenomeno è tornato a manifestarsi in Italia e negli altri paesi a capitalismo maturo a partire dal ‘68.

Intervenendo in questo campo ciascun sindacato incontra quindi, ben diversamente da quanto accade fra sindacati, dei “soggetti politici”, e va da sé che ciascuna dirigenza sindacale opera una selezione scegliendo di relazionarsi coi gruppi politicamente a sé affini. Alla fine, dietro le articolate giustificazioni teoriche e gli ambiziosi progetti di “blocco sociale”, poco importa quanto velleitari, l’effetto pratico che conta, il segreto di pulcinella, è la prosaica creazione di una massa di manovra da esibire nelle manifestazioni e di una base di appoggio dentro il sindacato, utili alla dirigenza per il perseguimento delle sue manovrette politiche.

Perché, naturalmente, la “terza gamba” del sindacato avrà un peso in termini di delegati, negli organismi confederali, territoriali e nazionali. Ed essendo questi scelti sulla base di un processo di selezione politica, già danno e ancor più daranno alla dirigenza una maggiore garanzia di successo nell’imporre il suo indirizzo all’interno del sindacato.

Questo rimestare delle dirigenze sindacali coi “movimenti sociali”, conduce ad una caratterizzazione politica del sindacato, non frutto di una maturazione in quella direzione della classe lavoratrice, ma in senso opposto, perché va ad esacerbare la contrapposizione fra le varie organizzazioni sindacali di base e quindi a indebolire il movimento di lotta della classe, la cui crescita è la condizione alla base del suo generale rafforzamento organizzativo sindacale e, infine, politico.

I vari sindacati di base tendono così ad assomigliare a sindacati di partito, in perenne competizione e guerra fra loro. Non che diventino partiti e cessino di essere sindacati. Ma con la scusa di agire “nel sociale” le dirigenze acquisiscono maggiori margini di controllo sull’organizzazione per usarla ai propri scopi, di quanti ne avrebbero se si limitassero al lavoro nel campo della sola classe salariata.

Sindacato e “ruolo politico”

Il documento congressuale spiega come l’attacco contro la classe lavoratrice si sia fatto sempre più duro – il che è sotto gli occhi di tutti – e afferma che per affrontarlo è necessario un elevamento del sindacato ad una funzione anche “politica”: «Oggi è largamente superato (…) il sindacato di stampo tradeunionista, legato unicamente alla vertenza e all’intervento aziendalistico e (…) c’è una disponibilità del quadro dirigente dell’organizzazione, ma non solo di quello, ad assumere anche una funzione e un ruolo politico (…) Anche il sindacato complice e collaborazionista ha risposto alla politicizzazione dello scontro con la politicizzazione (…) Accettare la sfida della politicizzazione dello scontro, e quindi della nostra funzione, significa avere un quadro dirigente diffuso di qualità ed attrezzato».

A parte il fatto che per un sindacato che si vuole di classe dovrebbe venire spontaneo non seguire i passi del sindacalismo “complice e collaborazionista”, cerchiamo di fare un poco di chiarezza, giacché è nella confusione che l’opportunismo sguazza.

Intanto va detto che, fra il sindacato “legato unicamente alla vertenza e all’intervento aziendalistico”, che i dirigenti di USB definiscono erroneamente tradeunionista, e il sindacato che assume “una funzione e un ruolo politico”, di mezzo c’è moltissimo. Soprattutto c’è il sindacalismo di classe.

Nel primo sindacalismo non possiamo, a rigore, far rientrare nemmeno la Cisl, ma forse solo alcuni sindacati cosiddetti autonomi, come la Fismic in FIAT. L’indirizzo sindacale di classe mira alla unificazione delle lotte dei lavoratori, in quanto è la condizione per il massimo sviluppo della forza operaia. Quindi esso indica di lavorare per il superamento delle varie divisioni fra i salariati: di reparto, fra aziende, fra categorie, fra stabili e precari, fra statali e privati, fra piccole e grandi aziende, fra autoctoni ed immigrati, e poi di sesso, opinione politica, religione, nazionalità. Sul piano delle organizzazioni sindacali indica la strada della unità nell’azione di lotta, cioè nello sciopero.

Per la migliore realizzazione di questo indirizzo è necessario il rispetto della funzione sindacale, mentre l’immaturo, frettoloso, utilizzo del sindacato per una “funzione politica” non può che rallentare o far retrocedere l’avanzamento in questa direzione, venendo a dividere i lavoratori e il movimento sindacale sulla base delle opinioni politiche.

È sul piano pratico della lotta, non su quello delle opinioni, dell’ideologia, della teoria sociale, che la massa dei lavoratori seguirà l’indirizzo sindacale comunista, perché quello si dimostrerà il più coerente ed efficiente nel perseguire la difesa effettiva e il rafforzamento della classe salariata. Mentre gli altri indirizzi sindacali, emananti dalle altre scuole e partiti politici, mano a mano che la lotta di classe si farà più dura per effetto dell’avanzare inesorabile della crisi economica del capitalismo, finiranno per subordinare questo obiettivo sindacale – a parole proclamato non certo solo dai comunisti – ai loro obiettivi politici opportunisti e controrivoluzionari.

In questo senso solo l’indirizzo sindacale comunista non strumentalizza il sindacato, non perché i comunisti siano in buona fede e gli altri no, ma in quanto è l’unica espressione di un obiettivo politico generale che coincide col migliore e massimo sviluppo del movimento sindacale.

Va chiarito quindi che non ci scandalizziamo né ci indigniamo per il fatto che le dirigenze sindacali cerchino di perseguire obiettivi politici. In linea generale possiamo ammettere che credano di farlo per il bene dei lavoratori. Un sindacato apolitico non può esistere. La politica riguarda ogni aspetto della vita sociale e ha un rapporto evidente e cruciale col campo sindacale. Proprio in quanto il sindacato inquadra i lavoratori in base alla loro condizione sociale e non alla loro fede politica o religiosa, per via naturale in esso si sviluppano differenti indirizzi sindacali che si riconducono in modo più o meno coerente ai vari partiti politici. È bene diffidare da chi nasconde le proprie opinioni ed intenzioni; viceversa è da apprezzare la massima chiarezza e va pretesa la tutela della libertà d’espressione nel sindacato. Battersi per l’apoliticità del sindacato non può che risolversi da un lato nella repressione dell’espressione e della manifestazione delle diverse opinioni politiche, dall’altro nel mantenimento di una finzione – l’apoliticità – dietro cui si nasconde la sostanza di un qualunquismo che altro non è che una delle vesti dell’ideologia della classe dominante.

Ciò che denunciamo quindi non è il perseguimento da parte della dirigenza di USB dei suoi obiettivi politici – fatto ineluttabile – ma il contrasto che si manifesta fra questi obiettivi e le necessità pratiche del movimento di lotta dei lavoratori e della loro organizzazione sindacale.

L’indirizzo della dirigenza di USB volto a far assumere una funzione politica al sindacato, laddove la costruzione del sindacato di classe è obiettivo ancora lontano, laddove la concreta attività sindacale di USB fatica ancora ad emanciparsi dai confini aziendali, va a frenare e deformare lo sviluppo del sindacato, come accade al corpo di un neonato costretto in fasce maldisposte. Ciò avviene per esempio, come sopra descritto, con la creazione della “terza gamba” del sindacato, la Federazione del Sociale, allo scopo di allargare la base su cui la dirigenza possa contare all’interno del sindacato per i suoi obiettivi politici.

I veri obiettivi “politici” della dirigenza USB

Questi obiettivi politici sono quelli espressi dalla cosiddetta Piattaforma Sociale Eurostop, di cui USB è componente fondamentale, riassunti nella formula “No Euro, No UE, No NATO” (si legga il nostro recente articolo “Contro la parola d’ordine di uscita dall’Euro dall’Europa dalla Nato”).

Il nostro obiettivo politico è l’abbattimento del capitalismo, quello della dirigenza di USB la lotta contro il neoliberismo, cioè per una pretesa forma migliore del capitalismo, illudendosi che sia data la possibilità di riformare questo sistema, e non solo quella di subirlo o distruggerlo.

La lotta al neoliberismo si traduce in pratica in lotta per un governo di “sinistra”, per via elettorale. A tal scopo, ben più che lo sviluppo dell’unità della classe lavoratrice, è utile la formazione di un movimento politico, qual’è appunto Eurostop, al cui servizio viene messa USB, coinvolgente il più ampio spettro possibile dell’elettorato, e quindi anche ceti, strati e classi sociali diversi dalla classe salariata.

Mentre il comunismo rivoluzionario indica di abbattere il capitalismo, e che a tale scopo la strada è solo quella della rivoluzione – cioè sul piano nazionale la distruzione dell’apparato statale borghese e la sua sostituzione con quello temporaneo della classe lavoratrice e su quello internazionale il rigetto di tutti i fronti di alleanze fra Stati capitalisti – il riformismo deve cercare e indicare sempre un preteso obiettivo politico migliorativo ed un fronte internazionale di Stati borghesi migliore o meno peggiore per il quale schierarsi. Questo obiettivo politico sarebbe oggi l’uscita dall’Euro e dall’Unione Europea e, sul fronte delle alleanze internazionali, dalla NATO, per schierarsi con l’altro fronte imperialista, la Russia e, in Siria ad esempio, col regime di Assad.

Di questi obiettivi politici la base degli iscritti sa poco, ma di fatto ne è coinvolta quanto meno sul piano economico, visto che con i soldi delle loro quote vengono finanziati convegni, manifestazioni e perfino viaggi di delegazioni nazionali di USB nei teatri di guerra – come nel Donbass (Ucraina) e in Siria – ospitate e protette dalle strutture politiche e militari di una delle parti belligeranti.

Nei confronti di queste guerre locali, che tendono ad assumere un carattere sempre più generale e che noi sappiamo giungeranno a conflagrare, se non sarà la rivoluzione proletaria ad impedirlo, in un nuovo conflitto imperialista mondiale, la dirigenza di USB assume una posizione che è già interventista, cioè suscettibile di schierare i lavoratori su uno dei fronti di guerra.

Queste posizioni non sono una novità, dato che sono proprie del gruppo politico che dirige questo sindacato fin dalla sua nascita nei primi anni ottanta col nome di RdB, e già si sono manifestate in occasione delle precedenti guerre in Iraq e in Serbia, nelle quali la dirigenza si schierò a sostegno dei regimi di Saddam Hussein e Milosevic.

Sono le posizioni politiche dell’opportunismo socialdemocratico, in veste stalinista, che sostituisce la classe operaia con il “popolo”, col “blocco sociale”, l’internazionalismo con il nazionalismo, il comunismo col capitalismo di Stato.

Conclusioni

Che questo indirizzo della dirigenza di USB sia stato largamente approvato dal secondo congresso del sindacato non significa che esso vedrà una sua realizzazione. Quale che sia la volontà della dirigenza di un sindacato essa deve fare i conti, oltre che con il nemico di classe, con la vivente natura dell’organo sindacato, con la ragione per la quale esso è nato, è cresciuto ed esiste. Un sindacato non nasce per la semplice volontà dei suoi organizzatori e dirigenti ma perché incontra la necessità ad organizzarsi e difendersi dei lavoratori. Una dirigenza sindacale col suo indirizzo può danneggiare o favorire lo sviluppo della forza e dell’organizzazione della classe lavoratrice, non fare di essa ciò che desidera.

Nonostante le velleità della dirigenza di USB a sviluppare l’intervento nei movimenti sociali creando una apposita struttura organizzativa, il lavoro sindacale resterà, com’è oggi, parte fondamentale dell’attività dell’organizzazione e col suo movimento tenderà ad attrarre verso sé le energie esistenti.

Se per secoli e fino ad oggi il sindacato ha avuto certi caratteri e confini, organizzando solo la classe lavoratrice, è perché ciò corrisponde a determinati caratteri materiali del capitalismo, che non saranno le fantasie innovatrici ed opportunistiche dei dirigenti USB a cambiare.

Nella misura in cui nuovi gruppi di lavoratori aderiranno ad USB, irrobustendola, il lavoro sindacale come un volano condizionerà sempre più l’organizzazione e la dirigenza dovrà fare i conti con questa necessità pratica.

Questo si rifletterà anche sul piano dello sviluppo di una pluralità di posizioni e indirizzi sindacali, tanto meno reprimibili se e quanto più continuerà ad aumentare la massa degli organizzati.

Gli stessi dirigenti di USB ne sono certamente consapevoli e se sul piano congressuale hanno formulato regolamenti, come visto, tanto restrittivi, cosa che per ora è stata accettata per l’immaturità complessiva del sindacato, sul piano aziendale e di categoria è lasciato spesso un maggiore margine di libertà d’azione, come s’è visto ad esempio in occasione dello sciopero del 30 giugno in FCA, promosso dal SI Cobas, cui hanno aderito i gruppi sindacali delle fabbriche FIAT di Melfi e Termoli, o a Genova il 4 giugno, dove l’USB Vigili del fuoco e parte dei delegati della federazione territoriale sono scesi in corteo coi lavoratori dell’ILVA mobilitati dalla Fiom.

Già in questo congresso si sono manifestate posizioni differenti dall’indirizzo della dirigenza – in quello del Lavoro Privato, che è il più importante – espresse sotto forma di mozioni e ordini del giorno, vertenti sui punti messi in rilievo in questo nostro articolo: necessità di concentrare le energie sul lavoro sindacale, erroneità dell’indirizzo volto a far assumere al sindacato un “ruolo politico”, unità d’azione col sindacalismo di base.

In una mozione approvata in diversi congressi regionali del Lavoro Privato e quindi approdata al congresso nazionale di categoria, e qui respinta, si legge: «Il lavoro è il centro dell’attività sindacale, quella prioritaria. Il resto sono escamotages, fughe dalla realtà (…) Di fronte alla politicizzazione del dissenso, la risposta non è politicizzarci a nostra volta. Al contrario: si deve riprendere e rafforzare il lavoro di base prettamente sindacale, camerale. Che non vuol dire solo e soltanto partecipare all’elezione di Rsu e Rsa. Tutt’altro (…) L’unità di tutti quelli che lavorano nello stesso luogo, qualsiasi contratto abbiano, deve essere la priorità di USB (…) USB sostiene le iniziative delle lavoratrici e dei lavoratori messe in campo nei luoghi di lavoro, indipendentemente dalla loro eventuale appartenenza sindacale».

In questa direzione continua il nostro lavoro di comunisti.