Taiwan portaerei americana all’ancora davanti alla Cina
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L’aggravarsi della crisi del capitalismo mondiale determina una crescita delle tensioni tra le due principali potenze imperialistiche: Cina e Stati Uniti, oltre alla guerra commerciale non cessata con l’accorso siglato lo scorso gennaio, si trovano schierati in armi nelle acque dell’Oceano Pacifico. Il confronto si snoda in una zona che comprende i Mari Cinese Orientale e Meridionale, dei quali è conteso il controllo degli stretti e di minuscole isole, diventate importanti posizioni strategiche.
Nell’area si trova anche la grande isola di Taiwan, che riveste un ruolo cruciale.
L’isola, a seguito delle vicende della guerra civile combattuta alla fine della seconda guerra mondiale tra gli eserciti del Partito Comunista Cinese e del Kuomintang, si proclama ancora la “vera Cina”, in contrapposizione alla Repubblica Popolare. Ma il suo attuale status, del tutto particolare, non va considerato in base a diritti storici o diplomatici, con tutto l’armamentario ideologico conseguente, ma come il prodotto di un rapporto di forze, e non tra Pechino e Taipei ma tra le due maggiori centrali dell’imperialismo mondiale, Repubblica Popolare e Stati Uniti. La questione di Taiwan rappresenta una frattura aperta nello scontro tra le due potenze e le schermaglie in corso nell’area fanno intravedere la feroce lotta per determinarne la sorte, che potrà essere sciolta solo dalla forza, nel generale scontro tra gli Stati borghesi.
Il ruolo di Taiwan
Benché a soli 150 chilometri dalle coste cinesi, Taiwan ha sviluppato tardivamente relazioni stabili con il continente. Abitata da circa 30mila anni da popolazioni austronesiane, restò per secoli ai margini del potere imperiale cinese, unitario fin dal 221 a.C., il quale non si interessò di questa grande isola, invece utilizzata dai mercanti e dai pirati continentali come rifugio contro il potere centrale e base dei propri traffici nella vasta area fino al Sud‑Est asiatico. L’impero cinese, che basava la sua economia su una produzione agricola ben organizzata, non aveva rilevanti interessi nel commercio marittimo, tanto meno mire di espansione verso le terre aldilà dei mari circostanti: con la sua forza politica aveva stabilito l’assoggettamento dei popoli vicini a un sistema di tributi. Invece aveva da temere da nord la minaccia di invasioni di popoli nomadi.
L’importanza di Taiwan emerse con l’inizio dell’espansione marittima e commerciale delle potenze europee. Mercanti olandesi vi arrivarono nel 1623, vi costruirono fortificazioni e tentarono di assoggettare le popolazioni locali. Il nascente capitalismo europeo necessitava di basi commerciali in Estremo Oriente, ma non era ancora in grado di scalfire un potere solido e ben organizzato come quello dell’impero cinese. Infatti la permanenza olandese a Taiwan durò meno di quarant’anni: nel 1662, dopo nove mesi di assedio, gli olandesi furono cacciati dalle forze di Koxinga, un capo militare proveniente da una ricca famiglia di mercanti dediti anche alla pirateria. Ne nacque un regno che durò fino al 1683, quando la dinastia mancese dei Qing, ormai padrona della Cina, sottomise l’isola di Taiwan.
Il dominio imperiale su Taiwan durò due secoli, ma instabile, anche per la presenza di fiere popolazioni indigene nei monti dell’entroterra, che mai si riuscì a far pagare le tasse.
Quando la pressione imperialistica verso la Cina imperiale sfociò in guerre Taiwan fu invasa: nel 1840 dai britannici durante la prima guerra dell’oppio, dai francesi nel 1884 nella guerra franco-cinese. Tra il 1894 e il 1895 fu combattuta la guerra sino‑giapponese: con l’ennesimo “trattato ineguale”, il Trattato di Shimonoseki, la Cina, oltre a dover rinunciare a qualunque rivendicazione sulla Corea, cedeva al Giappone la penisola di Liaotung, le Isole Pescadores e anche Taiwan.
I giapponesi governarono Taiwan per 50 anni, fino alla fine della seconda guerra mondiale. La resistenza taiwanese mostrava due tendenze: il nazionalismo cinese e il movimento per l’autodeterminazione taiwanese. Ma il forte apparato militare giapponese riuscì a schiacciare qualunque ribellione. Sotto il Giappone a Taiwan furono costruite industrie ed infrastrutture: verso la fine del suo dominio la produzione industriale aveva superato quella agricola.
La protezione Usa
Con la sconfitta nella seconda guerra mondiale del Giappone, Taiwan ritornò alla Cina, allora governata del Kuomintang. Ben presto riprese la guerra civile tra il PCC e il Kuomintang, che avevano combattuto insieme in funzione antigiapponese. Il governo nazionalista del Kuomintang, dopo la sconfitta contro le armate guidate dal PCC, che il primo ottobre del 1949 proclamava la nascita della Repubblica Popolare, si ritirò a Taiwan insieme a ciò che restava del suo esercito, dell’apparato burocratico e di molti esponenti della borghesia cinese. Taiwan, governata dal Kuomintang, divenne uno Stato indipendente col nome di Repubblica di Cina. Dal 1949 Taipei rivendica il territorio della Cina continentale e della Mongolia, mentre Pechino considera l’isola di Taiwan una sua provincia ribelle. La RPC concede relazioni diplomatiche solo agli Stati che non riconoscono la sovranità di Taiwan.
In questa contrapposizione si è inserita Washington, che ha garantito l’esistenza di Taiwan contro la altrimenti sicura aggressione e annessione alla RPC. Le vicende dal 1949 ad oggi dimostrano che solo l’ombrello protettivo dell’imperialismo americano ha impedito alla RPC di estendere il suo controllo su Taiwan.
Il Kuomintang, ritirandosi, aveva occupato e lasciato forze armate sulle isole di Hainan, Kinmen (o Quemoy) e Matsu, a pochi chilometri dalla costa cinese. Pochi mesi più tardi, tra il marzo e il maggio del 1950, Pechino lanciò un’operazione militare contro l’isola di Hainan. Nonostante lo sbarco fosse effettuato mediante dei pescherecci – la Cina maoista non possedeva ancora una vera marina militare – l’operazione ebbe successo e Hainan fu strappata ai nazionalisti, azione resa possibile dal non intervento americano.
Ma, con lo scoppio della guerra in Corea, nel giugno del 1950, gli Stati Uniti rafforzarono la loro posizione individuando nell’isola di Taiwan una base fondamentale per le operazioni in Asia, “una portaerei inaffondabile”, nelle parole del generale MacArthur. Gli Stati Uniti imposero la “neutralizzazione” dello Stretto di Formosa e vi inviarono la Settima Flotta. Oltre alle garanzie di protezione gli USA iniziarono a fornire Taiwan di armamenti. Fin dai suoi primi mesi di vita la sopravvivenza della Taiwan nazionalista dipese dalla protezione dell’imperialismo americano.
Tale condizione fu confermata tra il 1954 e il 1955 durante la cosiddetta Prima Crisi dello Stretto di Formosa quando, in risposta a un massiccio spostamento di truppe nazionaliste sugli arcipelaghi di Kinmen e Matsu, la Repubblica Popolare rispose bombardandole. La protezione degli Stati Uniti si concretizzò in un Patto di Mutua Sicurezza, che fece intravedere anche la possibilità di una guerra totale con la Cina maoista, fino all’uso dell’arma atomica. Di fronte una tale minaccia Pechino cessò i bombardamenti.
La tregua durò tre anni: nell’agosto del 1958 l’esercito cinese riprese a colpire con l’artiglieria Quemoy, iniziando una Seconda Crisi nello Stretto. Insieme ai massicci bombardamenti iniziarono anche i preparativi per uno sbarco. Ma, oltre alla strenua resistenza dell’esercito nazionalista, gli americani risposero rafforzando la Settima Flotta nelle acque dello Stretto. Armi, munizioni e rifornimenti arrivarono all’esercito taiwanese. Già verso la fine di settembre Pechino fu costretta a negoziare una tregua e il 6 ottobre dichiarò un cessate il fuoco unilaterale.
Le ostilità tra Pechino e Taipei continuarono fino al 1979, ma gli scontri armati erano sostituiti da una guerra di propaganda tra i due governi. Intanto, nel 1971, la Repubblica Popolare aveva ottenuto una importante vittoria a livello diplomatico, con l’approvazione da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU di una risoluzione che ritirava il riconoscimento di Taiwan e riconosceva la Repubblica Popolare come unico governo legittimo della Cina.
Negli anni Settanta si stabilizzano le relazioni tra Pechino e Washington, sulla base di tre condizioni imposte dalla Repubblica Popolare: rispetto del principio di “una sola Cina”, che vieta a qualsiasi Paese di avere contemporaneamente rapporti diplomatici con Pechino e con Taipei; cassare il precedente trattato di reciproca difesa tra Stati Uniti e Taiwan; ritiro delle truppe americane dall’isola. Dopo l’ulteriore riavvicinamento avvenuto nel 1972, si arrivò nel 1979 al Comunicato di Normalizzazione delle relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Cina continentale.
Ma nello stesso anno Washington emanava il Taiwan Relation Act, una serie di rapporti bilateri – formalmente “con il popolo di Taiwan”, non con lo Stato della Repubblica di Cina – che ne garantiva la sicurezza impegnandosi alla fornitura di armamenti. La chiara ambiguità degli Stati Uniti era determinata dalla volontà di utilizzare Pechino contro Mosca, senza però abbandonare Taiwan, pedina fondamentale per le manovre nell’Estremo Oriente: una postazione a ridosso delle coste cinesi.
In ogni caso, verso la fine degli anni Settanta ha inizio in Cina una nuova fase che la porta gradualmente ad integrarsi con l’economia mondiale. La giovane Cina borghese mette da parte gli ardori dei primi anni, bisognosa di relazioni commerciali per dare sfogo allo sviluppo del capitalismo nazionale. Rispetto a Taiwan ci si impegna con gli Stati Uniti a una riunificazione pacifica e a lungo termine, in cambio della riduzione di forniture di armi all’isola. Ovviamente i proclami della diplomazia servono solo a celare i reali interessi degli Stati, e i loro accordi sono pronti a essere stracciati per le esigenze del capitale e non appena muta il loro rapporto di forza.
Che non sia possibile la pacificazione nell’area lo dimostra una Terza Crisi dello stretto a metà degli anni Novanta, originata da una serie di test missilistici cinesi tra il 1995 e il 1996 al fin di influenzare le prime elezioni presidenziali di Taiwan. Anche in questa occasione gli Stati Uniti intervennero inviando in quelle acque due portaerei: ancora una volta la Cina dovette tornare sui propri passi. I tempi per uno scontro non erano ancora maturi, troppo grande il divario che la separava dall’enorme potenza bellica degli Stati Uniti.
Ma la Cina ha continuato la sua crescita economica a ritmi vertiginosi, e parallelamente ha potuto investire grandi risorse nell’ammodernamento dell’esercito e della marina, raggiungendo, anche se non una forza paragonabile a quelle statunitense, un riarmo capace di contendere al rivale l’influenza sul Pacifico occidentale. Il controllo sui “suoi” mari e sulle isole è possibile solo contrastando la presenza militare degli Stati Uniti. In questo contesto Taiwan rappresenta il principale obiettivo dell’espansionismo cinese: annettere Taiwan significa strappare agli Stati Uniti quella “portaerei inaffondabile” di fronte alle proprie coste, aprendosi la via al pieno controllo dei Mari Cinesi prima, alla espansione nel Pacifico poi.
Per cui la Cina, benché ufficialmente miri a una riunificazione pacifica con Taiwan, proponendo la formula di “un paese due sistemi”, vi sono documenti nei quali afferma che uno degli scopi principali del suo riarmo è sviluppare un apparato sufficiente a prendere Taiwan con la forza. E negli ultimi tempi anche i toni ufficiali mostrano maggiore aggressività, paragonando Taiwan alle regioni separatiste, come lo Xinjiang, e denunciandola come una minaccia alla sicurezza nazionale. L’ultimo “Libro Bianco” della difesa, del luglio 2019, afferma che è divenuto necessario opporsi all’“indipendentismo di Taiwan”. Lo stesso Xi Jinping al XIX Congresso del PCC ha fatto riferimento a Taiwan in toni particolarmente duri: «Gli sforzi separatisti saranno condannati dal popolo cinese e puniti dalla storia […] ogni centimetro del territorio della nostra grande patria non può e non deve rimanere separato dalla Cina». Se il “risorgimento della Nazione” dei falsi comunisti cinesi passa per il compimento dell’unificazione nazionale, nei circoli nazionalistici, delle “sei guerre” che la Cina dovrà combattere per riconquistare i territori “irredenti”, quella per Taiwan è la prima.
Ma una guerra per Taiwan non potrà essere confinata a guerra locale, per la natura dei luoghi, per la dimensione degli Stati coinvolti, perché combattere per Taiwan vuol dire mettere in discussione il dominio sul Pacifico: si avrebbe non solo l’intervento degli Stati Uniti ma di tutte le altre forze dell’area interessate a contrastare l’egemonia cinese.
Rumori di guerra nel Pacifico
La pandemia non ha smorzato il confronto fra Cina e Stati Uniti nelle acque di fronte alla coste cinesi.
Il virus diffuso tra i marinai statunitensi di stanza nel Pacifico ha limitato le capacità operative delle loro unità permettendo un aumento dell’attività degli apparati militari rivali. Caso significativo quello della portaerei Roosevelt, che con oltre 800 infettati è rimasta bloccata nella base di Guam, ma sono state ben quattro le portaerei con equipaggi contagiati, tra cui l’altra portaerei nel Pacifico, la Ronald Reagan, che opera dal Giappone.
La momentanea difficoltà statunitense è stata utilizzata dalla Cina per conquistare posizioni strategiche nelle aree contese, ha condotto diverse operazioni per dimostrare la sua forza, muovendovi mezzi aerei e navali. Negli ultimi mesi navi cinesi hanno solcato le acque dello Stretto di Formosa e con azioni nelle acque del Mar cinese, fino all’affondamento di un peschereccio vietnamita, e conducendo ai primi di luglio una grande esercitazione militare attorno alle isole Paracel. Lo scorso aprile la Cina si è spinta fino a formalizzare il suo controllo sulle Paracel e le Spratly con la creazione di due strutture amministrative, i distretti di Xisha e Nansha, facenti parte della provincia di Hainan.
L’attivismo militare di Pechino nei mari si è accompagnato con la stretta su Hong Kong, nonostante le numerose e prolungate proteste del movimento autonomista, duramente represso dalle autorità cinesi. La recente legge sulla sicurezza nazionale che Pechino ha imposto ad Hong Kong mira a ricondurre l’ex colonia britannica saldamente sotto il controllo del potere centrale e porre fine alle contestazioni, utilizzate dalle potenze occidentali, in primis dall’imperialismo americano, per impegnare la Cina su uno scomodo fronte interno.
Di fatto l’imperialismo cinese, prima di potersi impegnare a mettere in discussione l’attuale spartizione mondiale, ha bisogno di compattare il fronte interno, facendo i conti con quelle aree in cui sono presenti tendenze centrifughe, come ad Hong Kong, nello Xinjiang e appunto Taiwan.
Proprio verso Taiwan la Cina ha aumentato la pressione militare, negli ultimi mesi con un numero crescente di operazioni nello Stretto, esercitazioni navali e di sbarco, in diverse occasioni con sconfinamenti e provocazioni nella zona di identificazione di difesa aerea di Taiwan. Solo nel mese di aprile la portaerei Liaotung e il suo gruppo di attacco avrebbe attraversato lo stretto in due circostanze, costringendo l’esercito taiwanese a mandare aerei e navi da guerra in osservazione.
Né è mancata la risposta degli Stati Uniti: navi militari USA hanno attraversato lo Stretto in almeno sette occasioni nel corso di quest’anno, a chiaro monito per Pechino. Altro avvertimento è stato la recente vendita di armi dagli Stati Uniti a Taiwan, non tanto per la quantità, perché si parla di forniture per soli 180 milioni di dollari, poca roba rispetto agli oltre due miliardi di armamenti venduti lo scorso anno, ma perché l’annuncio della vendita è avvenuto lo stesso giorno in cui la presidente di Taiwan, Tsai Ing‑wen, vincitrice delle elezioni lo scorso gennaio, a capo di un partito fieramente ostile a Pechino, ha prestato giuramento per il suo secondo mandato. Un’altra fornitura militare per Taiwan dal valore totale di 620 milioni di dollari è stata approvata dal Dipartimento di Stato a luglio. Essendo la Lockheed Martin il principale fornitore di armi a Taiwan la Cina ha deciso di imporre sanzioni contro la società statunitense. Sempre a luglio, a sostegno delle posizioni di Taiwan e degli altri Stati coinvolti nelle dispute territoriali con la Cina, gli Stati Uniti hanno schierato nel Mar delle Filippine due portaerei e i rispettivi gruppi di combattimento.
La Repubblica Popolare non è pronta a rischiare una guerra con gli Stati Uniti per Taiwan, nonostante il rapido sviluppo del capitalismo nazionale stia alimentando e richiedendo un consistente riarmo, con investimenti in forze aeree, navali, missilistiche, informatiche e quant’altro. Al momento i giochi in corso non spostano più di tanto gli equilibri delle forze. I due imperialismi hanno stazza diversa. Da una parte c’è un giovane imperialismo che pretende della spartizione imperialistica la parte corrispondente al suo peso economico. La sua potenza politica e militare ha da imporsi nelle regioni circostanti prima di lanciarsi nei mari aperti. Già contende isole e isolotti agli Stati dell’area, di minore stazza ma appoggiati dagli Stati Uniti. Dall’altra parte ci sono gli Stati Uniti che, benché potenza in declino, incalzata dall’ascesa di nuove grandi e medie potenze, rappresentano ancora l’unico vero gendarme mondiale, capace di imporre la sua presenza militare in tutti gli angoli del mondo e che ancora mantiene la superiorità nel Pacifico.
Le schermaglie attuali ai due lati della linea geografica del cambiamento di data si inseriscono nel contesto di una profonda crisi che fa vacillare il modo di produzione capitalistico, la cui unica soluzione non può che essere una immane distruzione di uomini e merci per permettere un nuovo ciclo di accumulazione del capitale. Il prossimo macello mondiale che il capitale sta preparando vedrà, come già avvenuto nella seconda guerra mondiale, l’area del Pacifico tra i principali teatri di scontro tra le potenze imperialistiche.
Ma, mentre ai tempi della seconda carneficina mondiale l’Estremo Oriente era ancora un’area geografica con un’enorme popolazione prevalentemente contadina, oggi la diffusione del modo di produzione capitalistico ha ammassato nelle metropoli asiatiche centinaia di milioni di proletari che, sfruttati da borghesi nazionali e stranieri, non hanno patria alcuna e, uniti ai proletari delle altre metropoli capitalistiche, formano il grande esercito proletario mondiale che affosserà per sempre questo decrepito e infame mondo borghese.