Pacifismo e antimilitarismo
Categorie: Military Question, PCF
Molti compagni credono di vivere, nel 1922, in tempo di pace.
Non è vero. La pace nel 1922 non esiste più che nel 1917 o nel 1913.
La pace non esiste mai in regime capitalista.
Se noi ci eleviamo, infatti, dalla nozione di patria o di razza alla nozione di classe, ci spaventiamo alla vista di enormi folle in lotta senza requie in tutto il mondo.
Centinaia di milioni di proletari, centinaia di milioni di oppressi di colore subiscono una legge di sfruttamento e di delitti senza nome. E questa è guerra con la sua strategia, le sue offensive, le sue disfatte, le sue vittorie e i suoi morti!
Guerra con armi impari in cui il campo dei più numerosi è nelle mani dei meno, detentori di tutto l’apparato statale , cioè dalla violenza al denaro fino alla polizia e all’esercito. Compito dei partiti e delle organizzazioni rivoluzionarie è dunque di raccogliere ed armare moralmente e materialmente quelli del campo dei più numerosi per guidarli alla conquista dell’apparecchio di violenza.
Prima cura deve essere per conseguenza quella di denunziare la menzogna dello stato di pace e di sfatare la leggenda di una tregua ipocrita.
Affermare che in regime capitalista non c’è una difesa nazionale non basta.
Bisogna aggiungere: c’è la difesa di classe in regime di dittatura capitalistica come in regime di dittatura comunista c’è la necessità per la classe al potere d’organizzare accuratamente la propria difesa.
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La cosa più importante è prima di tutto abituare le masse all’idea dello sforzo necessario per la liberazione.
Dire: “Noi siamo per la pace” è allo stesso tempo affermare una verità ed una sciocchezza.
Lo scopo finale al quale tendiamo è la pace. Ma la pace che noi vogliamo è ben diversa dall’intermezzo che, sotto il nome di pace, ci offrono i governi capitalisti.
Regime di dittatura basato sull’oppressione di una classe troppo numerosa, il capitalismo non può che generare la guerra, mentre il regime di dittatura proletaria, assorbendo con la socializzazione la classe avversaria e con l’internazionalismo la nazione, può ben dedicarsi all’assicurazione della pace. Questo è il nostro pacifismo.
Ma lasciar credere che noi amiamo la pace dovunque la troviamo è una bestialità ed un pericolo.
L’arresto di una lunga carneficina selvaggia è un progresso, e tutti ne convengono, ma è un progressp ancora maggiore preparare gli uomini alla resistenza violenta contro il ritorno di una simile carneficina.
Il pacifismo tolstoiano, bellissimo nella sua teoria, è un grave pericolo per la rivoluzione nella pratica.
Ripudiare la violenza è ripudiare la rivoluzione e il vero nemico della violenza detesterà ugualmente tanto la violenza capitalista quanto la violenza rivoluzionaria, se è conseguente.
Mi ricordi di una conversazione con Lenin, il quale mi diceva come si devono considerare fortunati i francesi “perché non sono affatto impeciati di pacifismo tolstoiano …..”.
Effettivamente questo genere di pacifismo spezza le gambe alla rivoluzione.
Ma che vuol dire ciò? Siamo noi dei violenti ad ogni costo e dobbiamo di- [testo illeggibile] …..
Ma che vuol dire ciò? Siamo noi dei militaristi rossi? Altra bestialità ed anche grave.
Noi siamo antimilitaristi. Sicuramente.
Noi sappiamo che l’esercito, qualunque esso sia, è un organismo pericoloso. Ma noi ci rifiutiamo di confondere il proletariato armato per la propria difesa di classe col capitalismo che arma il proletariato.
L’armamento del proletariato in regime di dittatura comunista sta al militarismo come il socialismo al capitalismo.
Siamo antimilitaristi perché vogliamo distruggere un’arma di oppressione di cui il capitalismo internazionale si serve contro la classe lavoratrice internazionale; perché nelle ventate di follia delle grandi guerre, il militarismo sacrifica, per degli scopi esclusivamente suoi, la migliore parte del proletariato.
Siamo antimilitaristi perché la caserma impone l’obbedienza passiva alla democrazia borghese e perpetua la pericolosa illusione dei popoli nemici.
Il proletariato armato non è affatto militarista. Armato unicamente per la sua difesa di classe contro la classe che vorrebbe opprimerlo ancora, egli lascia cadere le armi quando sparisce la differenza di classi.
Il compito di un esercito rosso è quello di distruggersi con le proprie vittorie.
Vaillant Couturier