Il militarismo
Categorie: Military Question
Non han patria i reietti.
I forzati del lavoro, cui i veleni della fame assonna l’intelletto, le larve umane, che si aggirano con far sonnambulico nello spazio grave delle officine, compassionevolmente ridotte a monotoni automi, ripetenti all’infinito lo stesso moto meccanico; i gialli bifolchi pellagrosi, faticanti sul altrui campo: tutti gli innumerevoli moderni schiavi, incatenati allo stento, in compenso dell’incessante loro produzione d’ogni ricchezza; tutti gli esautorati, i diseredati, frustrati dal bisogno, fiaccati ed abbruttiti dall’estremo disagio, , mutilati di ogni fierezza, d’ogni energia, d’ogni volere dai patimenti infiniti; tutti i miseri, tutti i paria, cui unico retaggio fu la plumbea fatica senza conforto, non hanno patria.
La patria è dei ricchi. Ad essi la terra, le macchine, gli agi, il dominio; al proletariato laborioso la sofferenza incessante sotto ogni forma, la vita scolorita di ogni gioia, il duro servaggio economico, l’eterna privazione.
Solo ai ricchi dunque l’amor patriottico!
Ma essi astutamente intossicano di patriottismo i figli del popolo, dopo averli, con lenta opera premeditata, debilitati nelle facoltà ragionanti; e quelli, poveri stolidi, volonterosi accorrono a difendere beni a loro stessi sottratti, pronti si espongono ad ogni rischio pur di conservare le ricchezze a coloro medesimi che le ammassano fustigandoli a sangue. E, poiché il pericolo maggiore per lor signori non minaccia d’oltre frontiera, ma gradualmente ingigantisce attraverso le vibrazioni impazienti della classe operaia, non più rassegnata, essi febbrilmente moltiplicano la dose di beveraggio maliardo, affinché ebetizzi a segno da convincere davvero che dovere di patriottismo equivalga a dovere di fratricidio.
In tal modo i proletari, ingannati con arte satanica, sotto la divisa militare, già difensori della patria di loro signori, divengono i più temibili nemici della propria classe.
Spoglio di ogni emblema di gloria, smosso ogni atteggiamento d’eroe, eccolo, il Militarismo, accovacciato nell’ombra, intento alla sua obbrobriosa funzione d’inesorabile guardiano, di secondino crudele.
Completamente insozzato di sangue, sangue fraterno, torvamente esso spia i movimenti della misera schiava, la classe lavoratrice, da lor signori affidata alla sua vigilanza, in atto truce bandisce la spada, pronto a ferire, se essa tenti la minima mossa liberatrice. E la derelitta gene angosciosamente, curva sotto il dolore, avvilita della propria impotenza, stremata dal patimento insostenibile.
Intorno a lei biondeggiano le messi; ma, stretta ai polsi, essa non può stender la mano avida alle dorate spighe rigogliose.
Eppur soltanto per suo sforzo gagliardo i faticosi solchi ha dato sì mirabil dovizia!
Ma il frutto del suo lavoro è serbato a lor signori, che a guardia v’han messo il suo inesorabile fratello, obbediente in sonno ipnotico a un ordine mostruoso.
Oh, poterlo riscuotere, potergli far comprendere l’infamia del suo ufficio!
Lungamente la miseria ha implorato, lungamente fra gli spasimi atroci dell’incessante martirio ha tentato le vie della persuasione: “Perché mi torturi, se son carne della tua stessa carne, sangue del tuo sangue, se comune ci è il pianto e comuni ci sono i nemici”?
“Perché di essi ti fai paladino a mio e tuo danno? Che n’hai? Nudo al vento e alla pioggia, come me sol conosci il dolore. Nel tuo dominio non spuntan che rovi: i pochi fiori son fiori avvelenati”.
E il lungo lamento pare ora finalmente ravvivare una qualche luce di pensiero nella mente del ferreo guardiano. La sua fronte si corruga per l’estremo sforzo interiore – troppo è disavvezzo ormai al raziocinio – ma già quel barlume di luce intellettiva lavora feconda chè la mano crudele ormai rallenta la stretta. Un dì egli avrà tutto compreso; avrà compreso che la Patria non è che una vana parola adoperata come astuto stratagemma dai detentori di ogni potere e di ogni ricchezza per indurlo magari a dare la vita per difendere un bene per loro soltanto reale e tangibile: avrà compreso che soltanto può [testo illeggibile] a lui un vantaggio nell’arrischiare la propria vita, quando ciò avvenga per tentare la liberazione dell’infelice schiava da lui torturata a beneficio dei suoi stessi oppressori; e allora, colla spada medesima messagli nelle mani da loro signori ne scioglierà i nodi che l’avvincono e per sempre.
Quest’atto liberatore lentamente si matura sotto la fronte accigliata dell’attuale Caino, mentre la sventurata ilota vede delinearsi sulla terra fecondata dalle sue lacrime una corona turrita circondata di quercia, simbolo della sua futura grandezza.
Fanny Dal Ry