Partito Comunista Internazionale

Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo

Articoli figli:

  1. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.1
  2. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.2
  3. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.3
  4. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.4
  5. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.5
  6. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.6
  7. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.7
  8. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.8
  9. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.9
  10. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.10
  11. Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.11

Com’è noto, il compagno Lenin, nella sua mirabile attività, ha trovato ultimamente il tempo d’occuparsi, in uno speciale opuscolo scritto alla vigilia del congresso di Mosca, del movimento radicale in seno al comunismo internazionale, definendolo malattia infantile del comunismo. In quell’opuscolo è particolarmente rilevata l’infantilità nostra e del nostro giornale; e noi siamo rassegnati, dopo gli sculaccioni di papà a sopportare pazientemente anche gli scherzi dei cari fratelli di casa nostra, che non mancheranno.

Ma siccome ai ragazzi impertinenti e castigati non manca mai uno zio protettore, che li consola con qualche ciambella, ecco che anche a noi è giunta la ciambella, sotto forma di un lungo articolo – che sarà anch’esso estratto in opuscolo – pubblicato col titolo da noi dato sopra, dal compagno Antonio Pannekoek nel numero 28-29 di «Communismus».

Crediamo opportuno ricordare che il Pannekock fin dal 1912, prima di Lenin, affermò recisamente quello, che è diventato caposaldo del comunismo internazionale: la distruzione dello stato democratico-parlamentare come primo compito della rivoluzione proletaria. Ricorderemo anche che un testimonio competente e non sospetto Carlo Radek, ha definito Pannekoek «la più chiara mente del socialismo occidentale».

I.

Due forze, originanti l’una dall’altra, una spirituale e l’altra materiale, operano il rivolgimento dal capitalismo al comunismo. La evoluzione materiale dell’economia crea la conoscenza, e questa a sua volta la volontà della rivoluzione. Dalle generali tendenze evolutive del capitalismo è nata la scienza marxistica, che costituì la teoria del partito socialista prima, del comunista poi, e che dà al movimento rivoluzionario una intensa forza spirituale unitaria. Mentre questa teoria solo lentamente conquista una parte del proletariato, l’esperienza personale sviluppa nelle masse il riconoscimento pratico della insostenibilità del capitalismo.

Orbene, la guerra mondiale senza dubbio e il rapido sfacelo economico creano la necessità oggettiva della rivoluzione, prima ancora che le masse abbiano accolto spiritualmente il comunismo; e da questa contraddizione nascono i contrasti, le esitazioni, gl’indietreggiamenti, che fanno della rivoluzione un processo lungo e tormentato. Bensì anche la teoria assume ora un nuovo slancio e conquista le masse in tempo accelerato, ma non tanto da andare di pari passi con l’accrescersi gigantesco ed improvviso dei compiti pratici.

Per l’Europa occidentale lo sviluppo della rivoluzione è determinato principalmente da due forze motrici: lo sfacelo dell’economia capitalistica e l’esempio della Russia dei Soviety. Non occorre qui esaminare le ragioni, per cui in Russia il proletariato poté vincere con relativa rapidità e facilità: la debolezza della borghesia, la lega dei contadini, lo scoppio della rivoluzione mentre ancor durava la guerra. L’esempio di uno Stato, in cui il popolo lavoratore è al potere, ha eliminato il capitalismo, ed è inteso ad edificare il comunismo, doveva esercitar poderosa influenza sul proletariato di tutto il mondo. Naturalmente, questo esempio non sarebbe stato sufficiente da solo a risvegliare i lavoratori alla rivoluzione anche negli altri paesi. Lo spirito umano è mosso specialmente dalla influenza del proprio ambiente materiale; se pertanto il capitalismo indigeno avesse conservato l’antica forza, la novella della lontana Russia non avrebbe potuto contro di esso. «Piene di meraviglio e di venerazione, ma anche di terrore piccolo-borghese, senza coraggio di salvare se stesse, la Russia e l’umanità»: così trovò le masse Rutgers al suo ritorno nell’Europa occidentale. Quando la guerra finì, qui si sperava dappertutto in una immediata ripresa dell’economia, mentre la stampa della menzogna dipingeva la Russia sia come la sede del caos e della barbarie; quindi le masse rifuggivano da quell’esempio. Ma d’allora in poi al contrario, il caos s’è impadronito dei paesi d’antica civiltà, mentre il nuovo ordine mostra in Russia la sua forza crescente. Ormai anche da noi le masse entrano in movimento.

Lo sfacelo economico è la principal forza motrice della rivoluzione. Germania e Austria sono già del tutto annientate economicamente e pauperizzate, Italia e Francia si trovano in decadenza intrattenibile, l’Inghilterra è scossa violentemente, ed è dubbio, se i poderosi tentativi di ricostruzione del suo governo possano evitare la rovina, e in America compaiono già i primi minacciosi sintomi di crisi. E dappertutto – su per giù nello stesso ordine – le masse cominciano ad agitarsi; con grandi movimenti di sciopero, che scuotono ancor più l’economia, esse si difendono dall’immiserimento; queste lotte si sviluppano a poco a poco sino a diventare cosciente lotta rivoluzionaria, e le masse, senza esser comuniste, s’inoltrano sempre più per la via loro indicata dai Comunisti. Giacché ve le spinge la necessità pratica.

Con questa necessità e con questa tendenza degli spiriti, prodotta da esse in pari misura, cresce in questi paesi l’avanguardia comunista, che riconosce chiaramente gli scopi, e si raccoglie nella III Internazionale. Il sintomo e contrassegno di questo crescente rivoluzionamento è la profonda separazione spirituale e organizzatoria del comunismo dalle socialdemocrazie. Nei paesi dell’Europa centrale, gettati immediatamente in un’acuta crisi economica dal trattato di Versailles, e dove per salvare lo Stato borghese era necessario un governo di socialdemocratici, questa separazione è compiuta da molto tempo. Ivi la crisi è così irrimediabile profonda, che la massa dei lavoratori socialdemocratici radicali (Partito socialdemocratico indipendente), benché rimanga ancor fedele in grande misura agli antichi metodi, alle antiche tradizioni, alle antiche formule, agli antichi duci della socialdemocrazia, tende energicamente ad aderire a Mosca e si dichiara per la dittatura del proletariato. In Italia l’intero partito socialdemocratico ha aderito alla III Internazionale; ivi attraverso al miscuglio teoretico di concezioni socialiste, sindacaliste e comuniste si scorge chiara una orientazione delle masse rivoluzionaria e pronta alla lotta, che attua in una guerriglia permanente contro il Governo e la borghesia. In Francia solo poco tempo fa dei gruppi comunisti si sono staccati dal partito socialdemocratico e dal movimento sindacale, e si incamminano alla formazione di un partito comunista. In Inghilterra la profonda influenza della guerra sui rapporti tradizionali del movimento operaio ha dato luogo ad un movimento comunista, composto ancora da molteplici gruppi e partiti di diversa origine e a nuove organizzazioni. (Frattanto in Inghilterra s’è compiuta in gran parte l’unità comunista N.d.R.). In America dal partito socialdemocratico si son separati due partiti comunisti e lo stesso partito socialdemocratico si è dichiarato per Mosca.

L’inaspettata forza di resistenza spiegata dalla Russia contro gli assalti dell’Intesa, così costretta a venire a trattative – questa è sempre la efficacia del successo – ha esercitato una nuova poderosa forza di attrazione sui partiti operai dell’Europa occidentale. La II Internazionale si sfascia; e succede un movimento generale, verso Mosca, dei gruppi medi spinti dalla crescente orientazione rivoluzionaria delle masse. Ma questi, accettando il nome dei comunisti, senza però mutar molto nelle loro tradizionali concezioni fondamentali, trasportano nella nuova Internazionale i punti di vista e i metodi della antica socialdemocrazia. Orbene, come sintomo che tali paesi son diventati più maturi per la rivoluzione è da considerarsi anzitutto che il fenomeno è contrario; col loro ingresso nella III Internazionale, o col loro riconoscimento dei principi di essa (come già s’è accennato per gl’Indipendenti tedeschi), la recisa separazione tra comunisti e socialdemocratici si è nuovamente attenuata. Per quanto si possa tentare di tener tali partiti formalmente lontani dalla III Internazionale, per non rinunziare del tutto a ogni coerenza di principii, tuttavia essi in ogni paese s’infiltrano nella direzione del movimento rivoluzionario, e con l’aderire esteriormente alle nuove formule conservano la loro influenza sulle masse ch’entrano in azione. Così agisce ogni strato dominante: invece di lasciarsi tagliar fuori dalle masse, diventa esso stesso «rivoluzionario», per infiacchire quant’è possibile la rivoluzione sotto la propria influenza. E molti comunisti son disposti a vedere in ciò un aumento di forza, e non un aumento di debolezza.

Pareva che la rivoluzione proletaria, con l’apparizione del comunismo e con l’esempio russo, avesse acquistato un aspetto semplice, uno scopo chiaro. In realtà adesso, insieme con le difficoltà, spuntano fuori le forze che fanno della rivoluzione stessa un processo molto complicato e faticoso.

II.

Le questioni e le relative soluzioni, i programmi e la tattica non scaturiscono da principi astratti, bensì sono determinati dall’esperienza, dalla prassi reale della vita. Le vedute dei comunisti intorno allo scopo, e alla via per raggiungerlo, dovettero e devono formarsi sulla base della prassi rivoluzionaria svoltasi finora. La rivoluzione russa e il corso, finora verificatosi, della rivoluzione tedesca, formano il materiale pratico di fatti, di cui finora possiamo disporre per determinare le forze motrici, le condizioni e le forme della rivoluzione proletaria.

La rivoluzione russa ha dato il dominio politico al proletariato con un moto così rapido, che già allora sorprese completamente l’osservatore occidentale, ed ora, confrontato con le difficoltà che s’incontrano nell’Europa occidentale, appare sempre meraviglioso, benché le cause ne siano chiaramente riconoscibili. Il primo effetto doveva esser necessariamente quello di far valutare al disotto della realtà, nel primo entusiasmo, le difficoltà della rivoluzione nel resto del mondo. La rivoluzione russa ha messo davanti agli occhi del proletariato di tutto il mondo i principi del nuovo ordine nella loro pura, abbagliante forza: la dittatura del proletariato, il sistema soviettistico quale nuova democrazia, la nuova organizzazione della industria, dell’agricoltura, dell’educazione. Essa in alcuni punti ha dato un quadro così semplice, chiaro, perspicuo, quasi idilliaco, da far apparire come la cosa più naturale il seguire puramente e semplicemente questo esempio. Ma che ciò non fosse così semplice è stato dimostrato dalla rivoluzione tedesca; e le forze entrate in azione in questa valgono in gran parte anche per il resto d’Europa.

Quando nel novembre del 1918 precipitò l’imperialismo tedesco, la classe lavoratrice era assolutamente impreparata ad una signoria proletaria. Essa, rovinata spiritualmente e materialmente dalla lunga guerra non poté nelle prime poche settimane d’effimero potere governativo acquistare una chiara conoscenza dei propri compiti, né poté compensare tal deficienza l’intensiva, ma breve propaganda comunista. Meglio del proletariato aveva imparato dall’esempio russo la borghesia tedesca; la quale, mascherandosi di rosso per addormentare i lavoratori, cominciò subito a ricostruire gli organi del proprio potere. I Consigli operai si lasciarono cadere di mano spontaneamente il potere a favore dei capipartito socialdemocratici e del Parlamento democratico. I lavoratori, ancor armati come soldati, disarmarono non la borghesia, ma se stessi: i più attivi gruppi di lavoratori furono schiacciati dalle guardie bianche di nuova formazione, e la borghesia fu armata come milizia civica. Con l’aiuto delle direzioni dei sindacati i lavoratori, resi ormai inermi, a poco a poco furon defraudati di tutti i miglioramenti conseguiti nelle condizioni di lavoro. Così fu sbarrata la via la comunismo con reticolati di fil di ferro spinato, affinché il capitalismo potesse sopravvivere a se stesso, cioè cadere più profondamente nel caos.

Certamente non si può ora trasportare senz’altro quest’esperienza della rivoluzione tedesca agli altri paesi dell’Europa occidentale; qui l’evoluzione a sua volta seguirà altre linee. Qui il potere politico non cadrà improvvisamente, per effetto di una catastrofe politico militare, nelle mani di masse impreparate; il proletariato dovrà lottare aspramente per conquistarlo, e quindi dopo la conquista avrà già raggiunto un alto grado di maturità. Ciò che avvenne febbrilmente in Germania dopo il rivolgimento di novembre, si verifica già tranquillamente negli altri paesi: la borghesia trae le sue conseguenze dalla rivoluzione russa, si prepara militarmente alla guerra civile, mentre contemporaneamente inscena l’inganno politico del proletariato a mezzo della socialdemocrazia. Ma nonostante queste diversità la rivoluzione tedesca mostra alcuni tratti generali e offre alcuni insegnamenti d’importanza generale. Essa ci mostra chiaramente come, e per opera di quali forze, la rivoluzione nella Europa occidentale debba essere un processo lungo e lento.

La lentezza – sebbene relativa – dello sviluppo rivoluzionario dell’Europa occidentale ha dato vita a un contrasto di tendenze tattiche in lotta l’una con l’altra. In tempi di rapido sviluppo rivoluzionario le differenze tattiche son presto superate, o non giungono a diventar coscienti; l’intensiva agitazione dei principi rischiara i cervelli, mentre contemporaneamente le masse affluiscono, e la prassi dell’azione rivoluziona le antiche concezioni. Ma quando subentra un periodo di ristagno esteriore; quando le masse lasciano correre tanto senza muoversi, e la forza attrattiva delle soluzioni rivoluzionarie sembra paralizzata; quando le difficoltà si moltiplicano da ogni lato, e l’avversario sembra rialzarsi più gigante da ogni lotta, quando il partito comunista resta ancora debole, e tocca solo sconfitte – allora si sdoppiano i punti di vista, si cercano nuove vie e nuovi mezzi tattici. Per tal motivo principale si affacciano allora due tendenze, che si possono riconoscere in ogni paese, ad onta delle diversità locali. L’una tendenza vuole rischiarare i cervelli con la parola e col fatto, e quindi cerca di contrapporre nella maniera più recisa possibile i nuovi principi alle antiche ideologie; l’altra cerca di guadagnare all’azione pratica le masse, che restano ancora in disparte, e quindi vuole per quanto è possibile evitare ciò che le può urtare, e invece di contrasti mette sempre in rilievo ciò che può unire. La prima aspira alla distinzione chiara e precisa, la seconda alla riunione di masse; la prima tendenza dovrebbe chiamarsi radicale, la seconda opportunista. Data l’attuale situazione europea, in cui da una parte la rivoluzione urta contro poderose resistenze, mentre dall’altra la salda forza della Russia dei Soviety contro i tentativi di schiacciamento dell’Intesa fa una forte impressione sulle masse, e quindi si deve contare su un poderoso afflusso verso la Terza Internazionale di gruppi operai finora esitanti, indubbiamente l’opportunismo diverrà una forza potente nell’internazionale comunista.

L’opportunismo non implica necessariamente moderazione e pacifismo di contegno e di linguaggio in opposizione a una più risoluta tonalità radicale; anzi al contrario troppo spesso la mancanza di principi tattici si nasconde sotto parole veementi ed arrabbiate, ed è proprio appunto della sua natura, in una situazione rivoluzionaria, attendersi tutto, in un colpo solo, dal grande fatto rivoluzionario. La sua natura consiste nel considerare soltanto il momento, e non il poi; nel tenersi alla superficie dei fenomeni, anziché guardare alle profonde cause determinanti. Quando le forze non bastano subito a raggiungere uno scopo, l’opportunismo non cerca di irrobustire le forze, ma si studia di raggiungere lo scopo per altre vie, girando le difficoltà. Giacché il suo scopo è il successo momentaneo, e a questo l’opportunismo sacrifica le condizioni di un futuro e durevole successo. Esso si richiama al fatto, che spesso è possibile, mediante la lega con altri gruppi «avanzati» mediante concessioni a vedute arretrate, di conquistare il potere, o almeno di scindere il nemico, la coalizione della classe capitalista, e quindi conseguire più favorevoli condizioni di lotta. Ma in tali casi risulta sempre che questo potere è solo l’ombra del potere, una potenza personale di alcuni leaders, ma non il potere della classe proletaria, e che questo contrasto resa seco disgregamento, corruzione, lotta. Il potere governativo, acquistato senza che dietro di esso vi sia una classe lavoratrice pienamente matura alla signoria, è destinato ad essere nuovamente perduto, o a dover fare tante concessioni alle vedute arretrate, da infradiciarsi internamente. Una scissione della classe nemica – la vantata formula del riformismo – non impedisce tuttavia l’unità e la coesione borghese, mentre da essa il proletariato resta ingannato, fuorviato, indebolito. Indubbiamente può avvenire, che l’avanguardia comunista del proletariato possa impadronirsi del potere prima che siano soddisfatte le condizioni normali; ma soltanto ciò che allora s’acquista come chiarezza, perspicacia, coesione, autonomia delle masse ha valore durevole come base della ulteriore evoluzione verso il comunismo.

La storia della Seconda Internazionale è piena di esempi di questa politica di opportunismo; ed essi incominciano già a mostrarsi nella Terza. In quella l’opportunismo consisteva nello sforzo di conseguire scopi socialisti con l’aiuto delle masse di lavoratori non socialisti o d’altre classi. Ciò portò alla corruzione della tattica e finalmente alla catastrofe. Ormai nella Terza Internazionale le condizioni sono essenzialmente diverse; giacché il tempo del tranquillo sviluppo capitalistico, nel quale la socialdemocrazia, anche nel miglior senso, non poteva far altro che una politica di propaganda di principii come preparazione a future età rivoluzionarie, è passato. Il capitalismo si sfascia, il mondo non può aspettare sinché la nostra propaganda abbia fornito alla maggioranza una chiara percezione comunista; le masse devono agire subito, e con la maggior rapidità possibile, per salvare se stesse e il mondo dalla rovina. Ma che cosa mai può fare un partito così piccolo, ancora così rigidamente attaccato ai principii, quando son necessarie le masse! L’opportunismo, che vuole raccogliere insieme le masse rapidamente, non è ora un imperativo della necessità!

Come la rivoluzione non la può fare un piccolo partito radicale, altrettanto non la può far neppure un gran partito di masse o una coalizione di diversi partiti. Essa prorompe spontaneamente dalle masse; azioni decise da un partito possono talvolta dare l’impulso (e tuttavia ciò avviene solo raramente), ma le forze decisive stanno altrove, nei fattori psichici, in fondo alla subcoscienza delle masse e ai grandi avvenimenti della politica mondiale. Il compito di un partito rivoluzionario consiste nel diffondere in precedenza chiare nozioni, sicché dappertutto nella massa vi siano elementi, che in tali momenti sappiano che cosa si deve fare, e sappiano giudicare da sé la situazione. E durante la rivoluzione il partito deve fissare i programmi, le soluzioni, le direttive, che siano riconosciuti giusti dalla massa operante spontaneamente, perché essa si ritrova in forma perfetta i propri scopi, e si eleva ad essi per maggior chiarezza; e così il partito diventa guida nella lotta. Finché le masse restano inoperose, può sembrare che tale lavoro rimanga inefficace: ma intanto la chiarezza dei principi agisce internamente anche su molti, che dapprima si tengono lontani dalla rivoluzione e mostra la sua forza attiva, dando loro una sicura direttiva. Se invece si è cercato di ammassare un grande partito annacquando i principi, e facendo coalizioni e compromessi, si dà l’opportunità, quando sopravviene la rivoluzione, a elementi dubbi di acquistare influenza senza che le masse possano scorgere la loro insufficienza. L’adattamento alle vedute tradizionali è un tentativo d’acquistar potere senza che si sia verificata la continuazione pregiudiziale perciò, vale a dire il rivolgimento delle idee; esso quindi agisce nel senso di trattenere il corso della rivoluzione. Inoltre esso è un’illusione, giacché le masse, quando si mettono in rivoluzione, possono capire solo le idee più radicali; invece le idee moderate solo finché la rivoluzione languisce. La rivoluzione è a un tempo un periodo di profondo rivolgimento spirituale delle idee delle masse; essa crea le condizioni di tal rivolgimento e ne è a sua volta condizionata; e perciò, per la forza dei chiari principi di rivolgimento di tutto il mondo, spetta al partito comunista la direzione della rivoluzione.

In contrasto con la ferma e risoluta affermazione dei nuovi principi, (sistema soviettista e dittatura), che separano il comunismo dalla socialdemocrazia, l’opportunismo della Terza Internazionale si riconnette per quanto è possibile alle forme e metodi di lotta tramandati dalla Seconda Internazionale. Dopocchè la rivoluzione russa aveva sostituito al parlamentarismo il sistema dei Soviety e fondato il movimento sindacale sulle fabbriche, la prima tendenza in Europa occidentale fu quella di seguire tale esempio. Il partito comunista di Germania boicottò le elezioni e per l’Assemblea Nazionale e fece propaganda per l’uscita immediata o graduale dai sindacati. Ma quando nel 1919 la rivoluzione indietreggiò e stagnò, la Centrale del Partito comunista tedesco adottò un’altra tattica, basata sul riconoscimento del parlamentarismo e sull’appoggio alle antiche leghe sindacali contro le Unioni. Il più importante argomento a sostegno di questa tattica è che il partito comunista non può perdere il contatto con le masse, ancora imbevute di pensiero parlamentare, che si possono raggiungere soprattutto mediante la lotta elettorale e i discorsi parlamentari, e che col loro ingresso globale nei sindacati hanno portato il numero dei membri di questi a 7 milioni. Lo stesso pensiero fondamentale si manifesta in Inghilterra nel contegno del B.S.P. (British Socialist Party): esso non vuole staccarsi dal Labour Party, benché questo appartenga alla Seconda Internazionale, per non perdere il contatto con le masse labouriste. Questi argomenti sono raccolti e formulati nella maniera più recisa dal nostro amico Carlo Radek, il cui scritto composto durante la prigionia a Berlino su «l’Evoluzione della rivoluzione mondiale e i compiti del Partito comunista», deve considerarsi come lo scritto programmatico dello opportunismo comunista. In esso si afferma che la rivoluzione proletaria nell’Europa occidentale sarà un processo di lunga durata, nel quale il comunismo deve utilizzare tutti i mezzi di propaganda, nel quale il parlamentarismo e il movimento sindacale devono rimanere armi principali del proletariato, aggiungendovi come nuovo scopo di lotta l’attuazione del controllo operaio sulle fabbriche.

Quando ciò sia esatto, sarà dimostrato dall’esame delle cause, delle condizioni e dalle difficoltà della rivoluzione proletaria nell’Europa occidentale.

III.

È stato rilevato più volte, che nell’Europa occidentale la rivoluzione deve esser più lenta, perché la borghesia vi è molto più forte che in Russia. Analizziamo l’essenza di questa forza. Consiste essa nel maggior numero d’individui appartenenti a questa classe? Anche le masse proletarie sono relativamente molto più grosse. Consiste nel dominio della borghesia su tutta la vita economica? Indubbiamente questo era un forte elemento di potere; ma questo dominio sfugge, e nell’Europa centrale l’economia è in pieno fallimento. Consiste finalmente nel fatto che la borghesia ha a sua disposizione lo Stato con tutti i suoi mezzi di violenza? Certo essa ha sempre represso le masse con questo mezzo, e perciò la conquista del potere statale era il primo obiettivo del proletariato. Ma nel novembre del 1918 il potere statale in Germania e Austria cadde senza forza dalle mani della borghesia, gli strumenti di violenza erano affatto paralizzati, le masse erano padrone. E tuttavia la borghesia poté ricostruire questo potere statale, e riassoggettare i lavoratori al giogo. Ciò dimostra, che esisteva ancora per la borghesia un’altra segreta sorgente di potere, rimasta intatta, che le permise, quando tutto sembrava perduto, di restaurare il proprio dominio. Siccome le masse proletarie erano ancora affatto dominate dall’ideologia borghese, esse dopo la catastrofe restaurarono con le proprie mani la signoria borghese.

Quest’esperienza tedesca ci mette avanti precisamente il grande problema della rivoluzione nell’Europa occidentale. In questi paesi l’antico sistema borghese di produzione, e la conseguente cultura borghese altamente sviluppata, per molti secoli hanno dato completamente la loro impronta al pensiero e al sentimento delle masse popolari. Per ciò il carattere spirituale, intimo, delle masse popolari è qui affatto diverso che nei paesi orientali, che non conobbero questa signoria della cultura borghese. E da ciò principalmente deriva la differenza tra il corso della rivoluzione in Oriente e in Occidente. In Inghilterra, Francia, Olanda, Italia, Germania, Scandinavia viveva sin dal Medio Evo una potente borghesia a produzione piccolo borghese e capitalistica primitiva; essendo stato frattanto abbattuto il feudalismo, si sviluppò nella campagna un contadiname indipendente altrettanto forte, anch’esso padrone nelle sue piccole aziende. Su questo terreno la vita spirituale borghese si sviluppò fino a diventar solida cultura nazionale, anzitutto negli Stati costieri Francia e Inghilterra, che prima degli altri iniziarono l’evoluzione capitalistica. Nel secolo 19° il capitalismo, sottoponendo al suo potere l’intiera economia e attraendo nel suo girone dell’economia mondiale anche i più remoti centri rurali, ha promosso questa cultura nazionale, l’ha raffinata, e coi suoi mezzi spirituali di propaganda, scuola, stampa, chiesa, l’ha ribadita saldamente nei cervelli, così di quelle masse, che esso proletarizzò e spinse nelle città, come di quelle altre, che lasciò in campagna. Ciò vale non solo per i paesi d’origine del capitalismo, ma anche, sebbene in forme un po’ diverse, per l’America e l’Australia, dove gli gli Europei fondarono nuovi Stati, e per i pesi, fin allora intorpiditi, dell’Europa centrale: Germania, Austria, Italia, dove la nuova evoluzione capitalistica poté saldarsi a una antica, stagnante piccola economia agraria, e a una cultura piccolo borghese. Ben diverso materiale e diverse tradizioni trovò il capitalismo, allorché invase le regioni orientali d’Europa. Qui, in Russia, Polonia, Ungheria, e anche nelle terre a oriente dell’Elba, non vi era una potente classe borghese, che ab antico signoreggiasse la vita spirituale; i primitivi rapporti agricoli, con la rande proprietà, il feudalismo patriarcale e il comunismo di villaggio determinarono la vita spirituale. Quivi pertanto di fronte al comunismo si trovarono le masse primitive, semplici, aperte, impressionabili come cera vergine. Certi socialdemocratici occidentali espressero spesso con derisione la loro meraviglia per il fatto che gli «ignoranti» Russi potessero essere i campioni del nuovo mondo del lavoro. Rispondendo ad essi, un delegato inglese alla Conferenza d’Amsterdam caratterizzò molto giustamente la differenza così: i Russi possono essere stati ignoranti, ma i lavoratori inglesi sono così imbevuti di pregiudizi, da rendere assai più difficile tra loro la propaganda comunista. Questi «pregiudizi» sono soltanto il lato esteriore del modo di pensare borghese, che pervade le masse proletarie d’Inghilterra, di tutta l’Europa occidentale e di America.

L’intiero contenuto di questa mentalità, in contrasto con la concezione proletaria e comunista del mondo, è così multilaterale e complesso, che difficilmente può esser riassunto in pochi periodi. Il suo primo tratto distintivo è l’individualismo, che deriva dalle anteriori forme di lavoro contadinesche e piccolo borghesi, e solo lentamente fa posto al nuovo sentimento collettivista proletario e alla necessaria disciplina volontaria, e nei pesi anglosassoni questo tratto è impresso con la massima forza tanto nella borghesia che nel proletariato. La visuale è circoscritta alla propria sede di lavoro e non s’allarga all’intiera società; prigioniero del principio della divisione del lavoro, l’uomo considera anche la politica, la direzione dell’intiera società, non come interesse proprio di ciascuno, ma come arte particolare di dati specialisti, dei politici. La natura borghese da secoli di commercio materiale e spirituale, mediante la letteratura e l’arte, è stata innestata saldamente nelle masse proletarie, e crea un sentimento di comunanza nazionale – più profondamente radicato nella subcoscienza appunto quando si manifesta sotto forma di indifferenza esteriore o anche di esteriore internazionalismo – che può estrinsecarsi in una solidarietà nazionale di classi, e rende difficile l’internazionalismo di fatto.

La cultura borghese vive nel proletariato anzitutto come tradizione spirituale. Le masse, prigioniere di essa, pensano ideologicamente anzicché realisticamente, il pensiero borghese fu sempre ideologico. Ma questa ideologia, questa tradizione, non è unitaria; riflessi delle innumerevoli lotte di classe dei secoli passati sono stati tramandati a noi sotto forma di sistemi di pensiero politico e religioso, che dividono l’antico mondo borghese, e quindi anche il proletariato che ne è rampollato, in gruppi, chiede, sette, partiti separati da vedute ideologiche. E così, in secondo luogo, il passato borghese permane nel proletariato come tradizione organizzativa, che impedisce la strada all’unità di classe propria dell’ordine nuovo; in queste organizzazioni i proletari formano la retroguardia, il seguito di un’avanguardia borghese.

I condottieri immediati di queste lotte ideologiche son forniti dell’intellettualità. La intellettualità – preti, maestri, letterati, giornalisti, artisti, politici – formano una classe numerosa, che ha per compito quello di nutrire, formare e diffondere la cultura borghese; essi la trasmettono alle masse, e fanno la parte d’intermediarii tra la signoria del capitale e gl’interessi delle masse. Alla loro prevalenza tra le masse è collegata la signoria del capitale. Giacché, per quanto le masse si ribellino spesso contro il capitale e gli organi di esso , lo fanno soltanto sotto la guida di intellettuali, e la stretta consuetudine di rapporti e la disciplina, formatesi in queste lotte comuni, più tardi, quando questi duci passano apertamente dalla parte del capitalismo, diventa il più saldo puntello del sistema. Tale si mostrò l’ideologia cristiana di strati piccolo borghesi decadenti, la quale come espressione della lotta di questi contro il moderno Stato capitalista era diventata forza viva, e più tardi non di rado sistema di governo reazionario e conservatore di gran valore, come per esempio il cattolicismo in Germania dopo il Kulturkampf. Qualche cosa di simile si può dire per la socialdemocrazia, benché questa nei riguardi teoretici abbia dato validissimo contributo a distruggere e scacciare l’antica ideologia tra la classe operaia in sommovimento. Tuttavia essa lasciò permanere la dipendenza spirituale delle masse da capi politici e d’altro genere, ai quali come a specialisti le masse confidarono la direzione di tutti i grandi interessi di classe, invece di curarli da sé. Lo stretto contatto e la disciplina, formatasi nella lotta di classe, spesso aspra, di mezzo secolo, non ha seppellito il capitalismo, giacché significavano il potere dell’organizzazione e della dirigenza sulle masse, che da tal potere nell’agosto 1914 e novembre 1918 furono rese strumento impotente della borghesia, dell’imperialismo e della reazione. La potenza spirituale del passato borghese sul proletariato, in molti paesi d’Europa (per esempio in Germania e in Olanda) significa scissione del proletariato in gruppi ideologicamente sperati, che impediscono l’unità di classe. La socialdemocrazia in origine aveva voluto effettuare questa unità di classe, ma senza riuscirvi, in parte, a causa della sua tattica opportunista, che poneva l’azione puramente politica in luogo della politica di classe; essa non ha fatto che aggiungere un nuovo gruppo agli antichi.

Il predominio dell’ideologia borghese sulle masse non può impedire, che in tempi di crisi, che spingono queste masse alla disperazione e all’azione, la potenza di tale tradizione resti temporaneamente soffocata, come avvenne in Germania nel novembre 1918. L’esempio tedesco rivela le forze concrete, che noi sintetizziamo con l’espressione del predominio di concezioni borghesi: la venerazione per formule astratte, come quella della «democrazia», la potenza di antiche abitudini mentali e di antichi punti programmatici, come l’attuazione del socialismo ad opera di duci parlamentari e di un Governo socialista; mancanza di fiducia del proletariato in se stesso, riconoscibile dalla influenza della fangosa corrente di notizie menzognere sulla Russia; ma soprattutto la fede nel partito, nelle organizzazioni, nei capi, che per molti decenni erano stati la personificazione della lotta del proletariato, dei suoi scopi rivoluzionari, del suo idealismo. La poderosa forza, spirituale, morale e materiale delle organizzazioni, queste gigantesche macchine costruite dalle stesse masse in lunghi anni di assiduo lavoro, che rappresentano la tradizione delle forme di lotta d’un periodo, in cui il movimento operaio era un membro dello sviluppantesi capitalismo, soffocò ora tutte le tendenze rivoluzionarie che s’accendevano di nuovo nelle masse.

Questo caso non sarà l’unico. Il contrasto tra l’immaturità spirituale, la potenza della tradizione borghese sul proletariato e il rapido sfacelo economico del capitalismo – che non è un contrasto fortuito, giacché fino a tanto che il capitalismo è in fiore il proletariato non può acquistare maturità per il dominio e la libertà – può venir risolto solo dal processo rivoluzionario dell’evoluzione, nella spontanea vicenda di sollevazioni, di conquiste del potere, e di ritirate. Esso determina un corso della rivoluzione tale, che per lungo tempo il proletariato si getta, sempre invano, con gli antichi e nuovi mezzi di lotta, contro la rocca del capitalismo, finché questa non è alla fine conquistata, e allora definitivamente, almeno secondo verosimiglianza. E con ciò cade anche la tattica del lungo e macchinoso assedio, esposta nelle considerazioni di Radek. Il problema tattico non consiste nel ricercare come si possa conquistare il potere al più presto, giacché in tal caso esso può essere soltanto un potere apparente – e toccherà ai comunisti abbastanza presto – ma come si debbano formare nel proletariato le fondamenta di un potere durevole. Nessuna «minoranza risoluta» può risolvere i problemi, che possono esser risolti soltanto dall’attività dell’intiera massa; e quando la popolazione lascia compiersi con apparente indifferenza una simile presa di possesso del potere su di sé, essa tuttavia non è una massa realmente passiva, ma, in quanto non sia guadagnata al comunismo, è capace a ogni momento di dare addosso alla rivoluzione in qualità di seguito attivo della reazione. Anche una «coalizione con la forca subito dopo» sarebbe soltanto insufficiente palliativo d’una simile dittatura di partito. Se il proletariato con una sollevazione violenta rovescia il bancarottiero dominio borghese, e la più cosciente avanguardia di esso, il partito comunista, assume la direzione politica, allora questa ha un solo dovere: quello di adoperare tutti i mezzi per estirpare le cause della debolezza del proletariato e accrescerne le forze, sì da renderlo idoneo al massimo grado alle lotte rivoluzionarie dell’avvenire. Allora occorre spingere le masse stesse alla maggiore attività, stimolarne l’iniziativa, rafforzarne la fiducia in se stesse, affinché esse si rendano conto da sé dei compiti loro spettanti, giacché solo così questi possono essere assolti. A tale scopo è necessario spezzare la preponderanza delle tradizionali forme d’organizzazione e degli antichi capi – e quindi in nessun caso formare con essi una coalizione di Governo, che può soltanto indebolire il proletariato –, costruire le nuove forme, rafforzare i presidii materiali delle masse; solo così sarà possibile di dare nuova organizzazione alla produzione, come pure di difendere la rivoluzione contro gli assalti del capitalismo dal di fuori, e questa è la prima condizione per impedire la controrivoluzione.

La potenza, che la borghesia possiede ancora nel periodo attuale, è costituita dalla servitù spirituale e dalla mancanza d’indipendenza del proletariato. Lo sviluppo della rivoluzione corrisponde al processo di autoliberazione del proletariato da tale dipendenza, dalla tradizione dei tempi passati; e ciò è possibile solo mediante la propria esperienza nella lotta. Dove il capitalismo è già antico, e quindi anche la lotta del proletariato contro di esso dura già da alcune generazioni, il proletariato in ciascun periodo dovette creare metodi, forme e strumenti di lotta, che fossero adatti volta per volta a quel tal grado di evoluzione del capitalismo; ma tali metodi, forme e strumenti ben presto non furon più considerati nella loro realtà di necessità limitate nel tempo, ma invece furono sopravalutate come forme eterne, assolutamente buone, ideologicamente divinizzate, e quindi più tardi divennero impacci all’evoluzione, che occorre spezzare. Mentre la classe è trascinata in un rivolgimento, in un’evoluzione sempre più rapida, le persone dei capi si fermano ad un determinato gradino, come rappresentanti di una determinata fase, e il loro potente influsso può ostacolare il movimento; forme d’azione vengono elevate a dogmi, e organizzazioni diventano scopo a se stesse, ciò che rende difficile un nuovo orientamento e l’adattamento a nuove condizioni di lotta. Ciò vale anche attualmente; ogni fase evolutiva della lotta di classe deve superare la tradizione delle fasi precedenti, per poter riconoscere chiaramente i propri compiti e assolverli; soltanto che ora l’evoluzione progredisce a tempo molto accelerato. E così la rivoluzione si sviluppa nel processo della lotta interiore. Dal seno dello stesso proletariato nascono le resistenze, che esso deve superare. Superandole, il proletariato supera la sua propria limitatezza, e cresce al comunismo.

IV.

All’epoca della seconda Internazionale le due principali forme di lotta furono il parlamentarismo e il movimento sindacale.

La prima associazione internazionale dei lavoratori pose nei suoi Congressi le basi di questa tattica, quando essa, in accordo con la dottrina marxistica della società, e in contrapposizione alle primitive concezioni dell’età precapitalistica, piccolo borghese, fissò il carattere della lotta di classe proletaria come incessante lotta contro il capitalismo per le condizioni di vita del proletariato sino alla conquista del potere politico.

Terminata l’età delle rivoluzioni borghesi e delle insurrezioni armate, questa lotta politica dovette condursi soltanto entro i quadri degli Stati nazionali d’antica o di nuova formazione, e la lotta sindacale entro quadri ancor più ristretti. Quindi la prima Internazionale dovette andare in rovina; e la lotta per la nuova tattica, che essa non poteva adoperare, la dissolse, mentre la tradizione delle antiche concezioni e degli antichi metodi di lotta restava viva nell’anarchismo. Essa lasciò in eredità la nuova tattica a loro, che la potevano attuare praticamente, cioè ai partiti socialdemocratici sorti dappertutto, e ai sindacati. Quando da questi sorse la seconda Internazionale sotto forma di slegata federazione, essa dovette bensì ancor lottare contro le tradizioni del periodo precedente rappresentate dall’anarchismo; ma l’indebolimento della prima Internazionale dava già un terreno tattico autonomo.

Ogni comunista oggi sa, per quali ragioni in quel tempo questi metodi di lotta siano stati necessari. La classe lavoratrice quindi a mano a mano che spunta insieme al capitalismo, non può a un tratto concepire l’idea di creare gli organi, mediante i quali possa dominare e regolare la società. Essa deve prima concentrarsi spiritualmente a darsi ragione del capitalismo e del suo dominio di classe. La sua avanguardia, il partito socialdemocratico, con la sua propaganda deve svelare l’essenza del regime, e proponendo le rivendicazioni di classe deve mostrare alle masse i loro scopi. A tale scopo era necessario che i loro rappresentanti penetrassero nei Parlamenti, questi centri del dominio borghese, vi levassero la loro voce, e partecipassero alle lotte politiche dei partiti.

Ma le cose cambiano, allorché la lotta del proletariato entra in uno stadio rivoluzionario. Qui non ci occupiamo dei motivi, per cui il parlamentarismo come sistema di governo non è adatto all’autogoverno delle masse e deve cedere di fronte al sistema soviettista, ma dell’utilizzazione del Parlamento come mezzo di lotta per il proletariato. Come tale, il parlamentarismo è il mezzo tipico della lotta condotta da capi mentre le masse stesse hanno parte subordinata. La prassi di esso consiste nel fatto che i deputati, singole persone, conducono la lotta essenziale; e quindi ciò deve risvegliare nelle masse l’illusione, che altri possano combattere per conto di esse. Un tempo era la fiducia che i capi potessero ottenere in Parlamento riforme importanti per i lavoratori; oppure l’illusione, che i parlamentari potessero attuare il rivolgimento socialista mediante leggi. Oggi si sente argomentare, che i parlamenti possano rendere grandi servizi alla propaganda comunista in Parlamento. (Recentemente in Germania fu tirato fuori l’argomento, secondo cui i Comunisti dovrebbero andare in Parlamento, per persuadere i lavoratori dell’inutilità del Parlamento stesso. Ma non ci si mette su una strada falsa; bensì piuttosto s’imbocca subito la strada buona). Ma anche in questo senso la preponderanza spetta sempre ai capi; ed è intuitivo che la politica sia determinata da specialisti, sia pure sotto la veste democratica delle discussioni e deliberazioni dei Congressi, la storia dei partiti socialdemocratici consiste in una serie di sforzi volti a lasciare determinare a ciascun membro la propria politica. Dunque il proletariato lotta sul terreno parlamentare, tutto ciò è inevitabile, fino a tanto che le masse non hanno ancora creato alcun organo d’azione autonoma, cioè quando la rivoluzione ha ancora da venire.

Appena le masse entrano esse stesse in azione, agiscono e quindi possono decidere, gli svantaggi del parlamentarismo diventano preponderanti.

Come sopra esponemmo, il problema della tattica consiste nello stabilire il modo con cui possa cancellarsi nelle masse proletarie la tradizionale ideologia borghese; che paralizza le loro forze; tutto ciò che dà nuova forza alle concezioni tradizionali è un danno.

Il più tenace e saldo elemento di questa ideologia è la mancanza d’indipendenza delle masse verso i capi, cui è lasciata la decisione delle questioni generali, la direzione dei loro interessi di classe. Il parlamentarismo tende inevitabilmente ad ostacolare la specifica attività necessaria alla rivoluzione. In Parlamento possono tenersi dei bei discorsi.

Ma l’azione rivoluzionaria non nasce da tali parole, bensì dalla rigida e dura necessità, allorché non rimane alcun’altra scelta.

La rivoluzione esige anche qualche cosa di più, che non esiga l’atto combattivo delle masse, che abbatte un sistema di governo, e il quale sappiamo non esser determinato dai capi, ma può balzar fuori soltanto dalla profonda spinta delle masse. La rivoluzione esige, che si affrontino le grandi questioni della ricostruzione sociale; che si prendano le gravi decisioni, che tutto il proletariato sia lasciato in movimento creatore – e ciò è possibile soltanto se dapprima l’avanguardia e poi una massa sempre maggiore prende nelle proprie mani tutte quelle questioni, se sappia di averne la responsabilità, cerchi, faccia propaganda, lotti, si sforzi, rifletta, osi, agisca ed eseguisca. Ma tutto ciò è difficile e faticoso, e quindi finché la classe lavoratrice crederà di scorgere una via più facile, lasciando che altri agiscano per conto suo, conducendo da una elevata tribuna l’agitazione, prendendo decisioni, dando segnali per l’azione, facendo leggi – essa esiterà, e rimarrà passiva sotto l’influenza delle antiche abitudini mentali e delle antiche debolezze.

Mentre da un lato il dare importanza al parlamentarismo rafforza la prevalenza dei capi sulle masse, agendo pertanto in senso controrivoluzionario, d’altra parte esso tende a corrompere gli stessi capi. Se l’abilità personale deve compensare ciò che manca alle masse, subentra una minuta diplomazia; il Partito, anche se mosso da altre vedute, deve cercare d’acquistar terreno legale, di crearsi una base di potenza parlamentare; sicché infine la relazione tra mezzo e fine si capovolge, e non più il Parlamento serve come mezzo per raggiungere il comunismo, ma il comunismo, come formula adescatrice, è posto al servizio della politica parlamentare. Ma con ciò anche il partito comunista assume un altro carattere, invece di essere un’avanguardia, che raduna dietro a sé tutta la classe per l’azione rivoluzionaria, esso diventa partito parlamentare, con la stessa posizione legale degli altri, destreggiantesi alla stessa guisa degli altri, e cioè una nuova edizione dell’antica socialdemocrazia con nuove formule radicali.

Mentre non v’è alcune differenza essenziale tra la classe lavoratrice rivoluzionaria e il partito comunista, e non è pensabile alcun antagonismo tra loro, giacché il Partito personifica a un tempo utile e sintetizza la più chiara coscienza di classe del proletariato, invece il parlamentarismo rompe tale unità e crea la possibilità dell’antagonismo: invece di abbracciare tutta la classe, il comunismo diventa un nuovo partito con propri capipartito, che s’aggiunge agli altri partiti e perpetua così la scissione politica del proletariato; e si presenteranno casi , in cui il Partito cercherà con tutte le sue forze di rovinare la forza e la compattezza della classe mediante concessioni, compromessi ed altri amminicoli.

Senza dubbio tutte queste tendenze saranno nuovamente eliminate dallo sviluppo rivoluzionario dell’economia: ma anche i primi accenni non possono che danneggiare il movimento proletario, ostacolando l’evoluzione spirituale verso una chiara coscienza di classe; e se la situazione economica temporaneamente prende direzione controrivoluzionaria, tale politica aprirà la strada alla deviazione della rivoluzione nelle acque della reazione.

Ciò che nella rivoluzione russa vi è di grande e di veramente comunista consiste anzitutto nel fatto, ch’essa ha risvegliato la attività specifica delle masse, ed ha sviluppato in esse un’energia psichica e fisica tale da renderle atte a fondare e rappresentare la nuova società. Questo risveglio delle masse a tale coscienza della propria forza e a tale potenza non procede in un colpo solo, ma per gradi; rinnegamento del parlamentarismo è una tappa su questa strada che conduce all’autonomia e all’autoliberazione. Il nuovo partito comunista di Germania nel dicembre 1918 decise di boicottare l’Assemblea Nazionale, non per effetto di immatura illusione si una facile e rapida vittoria, ma per il bisogno di liberarsi dalla soggezione spirituale verso il parlamentarismo – necessaria reazione contro la tradizione socialdemocratica – perché ormai si credeva aperta avanti a sé la via per una propria azione indipendente con la creazione del sistema dei Consigli. Ma una parte di coloro ch’erano allora riuniti, e cioè quelli che son rimasti nel K.P.D. (Spartakusbund), dopo l’indietreggiamento della rivoluzione hanno nuovamente adottato il parlamentarismo – con quali effetti, si vedrà in seguito, e in parte si è già veduto. Anche in altri paesi le opinioni dei comunisti son divise, e molti gruppi si rifiutano di usare il parlamentarismo anche prima dello scoppio della rivoluzione. Sicché nel prossimo avvenire prevedibilmente la lotta intorno al parlamentarismo come metodo di lotta sarà uno dei punti di tattica più controversi nella 3a Internazionale.

D’altra parte tutti son d’accordo nel ritenere che essa costituisca solo un punto subordinato della nostra tattica. La seconda Internazionale poté svilupparsi finché non ebbe enucleato e chiarito il punto centrale della nuova tattica, che cioè il proletariato poté vincere l’imperialismo solo con l’arma dell’azione di masse. Ma essa non poteva ormai più adoperare quest’arma; essa dovette andare in rovina, allorché la guerra mondiale ebbe posto la lotta di classe rivoluzionaria su base internazionale. Il risultato raggiunto dalla precedente Internazionale costituì naturalmente la base della nuova, e l’azione di massa del proletariato fino allo sciopero generale e alla guerra civile forma il comune terreno tattico dei comunisti. Nell’azione parlamentare il proletariato è diviso per sezioni e non è possibile un’effettiva azione internazionale; all’azione di masse contro il capitale internazionale le distinzioni nazionali cadono, e ogni movimento, a qualunque paese si estenda o si restringa, è parte di un’unica lotta mondiale.

V.

Come il parlamentarismo rappresenta la potenza spirituale dei duci delle masse lavoratrici, così il movimento sindacale ne rappresenta la potenza materiale. In regime capitalista i sindacati costituiscono le organizzazioni naturali per il raccoglimento del proletariato; e sotto questo aspetto Marx ne rilevò e già molto presto l’importanza.

Nel periodo del capitalismo sviluppato e ancor più nell’età dell’imperialismo, questi sindacati sono sempre più diventati leghe gigantesche, che mostrano le stesse tendenze evolutive già determinatesi precedentemente nello stesso corpo dello Stato. In essi si è formata una classe di funzionari, una burocrazia, che dispone di tutti i mezzi di potenza dell’organizzazione: denari, stampa, nomina dei funzionari inferiori; spesso essa anzi ha anche più ampi poteri, sicché da servitore dell’associazione è diventata sua padrona e identifica se stessa con l’organizzazione. E i sindacati coincidono con lo Stato e la sua burocrazia anche per il fatto che nonostante la democrazia che vi domina, i membri non sono in grado di fare valere la loro volontà contro la burocrazia; ogni ribellione, prima di giungere a scuotere le alte cime, si spezza contro l’artificioso apparato dei regolamenti e degli Statuti. Solo con ostinata tenacia riesce talvolta un’opposizione, dopo anni, a raggiungere un modesto successo, che per lo più si limita ad un mutamento di persone. Perciò negli ultimi anni, tanto prima quanto dopo la guerra, si ebbero spesso in Inghilterra, Germania, America ribellioni degli organizzati, che scioperarono di propria iniziativa, contro la volontà dei capi della lega stessa.

Che ciò sia avvenuto e sia stato considerato come cosa naturale, dimostra già che l’organizzazione non è il complesso degli organizzati, ma qualche cosa di estraneo ad essi; che i lavoratori non si identificano colla loro lega, ma che questa sta sopra di essi come un potere esterno, contro cui essi possono ribellarsi, sebbene sia uscito da loro stessi – ciò ancora una volta allo stesso modo dello Stato. Appena la rivolta è sedata, si ristabilisce nuovamente l’antico dominio, che nonostante l’odio e il rancore impotente delle masse riesce a sostenersi, appoggiato sull’indifferentismo delle masse, sulla loro mancanza di visione chiara e di volontà unitaria e continuativa, e sopportato per la necessità interna del sindacato come unico mezzo per i lavoratori di trovar forza nei conflitti contro il capitale.

Il movimento sindacale, in quanto lottava contro il capitale, contro le tendenze assolutistiche e generatrici di miseria del capitale, contenendole e rendendo così possibile alla classe lavoratrice l’esistenza, compiva la sua funzione entro i quadri del capitalismo, e quindi era esso stesso un membro della società capitalistica. Ma con l’avvento della rivoluzione, quando il proletariato da membro della società capitalistica diventa il distruttore di tale società, il sindacato viene in conflitto col proletariato.

Esso diventa legalitario, apertamente sostenitore dello Stato e da questo riconosciuto, o pone come sua parola di ordine la «ricostruzione dell’economia prima della rivoluzione» vale a dire il mantenimento del capitalismo. In Germania ora molti milioni di proletari, che finora non avevano osato di farlo per il terrorismo esercitato dall’alto, affluiscono ora nei sindacati, con un miscuglio di timorosa venerazione e di iniziale desiderio di lotta.

Ora l’affinità tra le leghe sindacali, abbraccianti quasi tutta la classe lavoratrice, e l’organismo statale, diventa ancora maggiore.

I funzionari sindacali vanno d’accordo coi funzionari statali non solo in quanto con la loro potenza reprimono la classe lavoratrice a vantaggio della borghesia, ma anche perché la loro «politica» sempre più tende a ingannar le masse con mezzi demagogici e a guadagnarle per il loro accordo coi capitalisti. E anche il metodo cambia con le circostanze: rozzo e brutale in Germania, dove i capi delle organizzazioni con la forza e con l’inganno impongono ai lavoratori il lavoro a cottimo e il prolungamento dell’orario di lavoro, raffinamente astuto in Inghilterra, dove questa burocrazia sindacale – al pari del governo – si dà l’apparenza di lasciarsi condurre contro voglia dai lavoratori, mentre in realtà sabota le loro rivendicazioni.

Pertanto deve valutare anche per le organizzazioni sindacali, ciò che Marx e Lenin hanno rilevato per lo Stato: che cioè, nonostante la formale democrazia, la sua organizzazione rende impossibile di farne uno strumento della rivoluzione.

La potenza controrivoluzionaria dei sindacati non può esser distrutta e indebolita da un mutamento di persone, dalla sostituzione di dirigenti radicali o «rivoluzionari» agli antichi capi reazioni. È proprio la forma dell’organizzazione quella che rende le masse press’a poco impotenti, e impedisce loro di fare dei sindacati gli organi della loro volontà.

La rivoluzione può vincere soltanto distruggendo questa organizzazione, cioè trasformando così radicalmente la forma dell’organizzazione, da farla diventare, qualche cosa di assolutamente diverso. Il sistema dei Soviety, l’instaurazione di essi è in grado di sradicare ed eliminare non solo la burocrazia statale, ma anche quella sindacale; essa non soltanto formerà i nuovi organi politici del proletariato in opposizione al Parlamento, ma anche le basi dei nuovi sindacati. Nelle lotte di partiti in Germania si è spesso fatta dell’ironia sull’affermazione che una data forma organizzativa possa essere rivoluzionaria, mentre ciò dipenderebbe solo dai sentimenti rivoluzionari degli uomini, degli organizzati. Ma se il contenuto fondamentale della rivoluzione consiste nel fatto, che le masse stesse prendono nelle loro mani i proprii affari, la direzione della società e della produzione, allora è controrivoluzionaria e danno ogni forma d’organizzazione, che non permetta alle masse di dominare e governare da sé; quindi essa deve essere sostituita con un’altra forma che è rivoluzionaria in quanto essa permette ai lavoratori di decidere attivamente da se stessi su tutto.

Ciò non deve significare, che data una classe operaia ancora passiva si debba anzitutto creare e perfezionare questa nuova forma, nella quale posteriormente possa attivarsi lo spirito rivoluzionario degli operai. Questa nuova forma organizzativa può essa stessa esser creata solo nel corso del processo rivoluzionario dai lavoratori che cominciano a essere in rivoluzione. Ma il riconoscimento del significato dell’attuale forma organizzativa determina l’attitudine che Comunisti devono assumere di fronte ai tentativi che già si verificano d’indebolire o sopprimere tale forma.

Nel movimento sindacalista, e ancora più nel movimento dei sindacati «industriali» (I.W.W.), trapela già la tendenza a mantenere il più possibilmente ristretto l’apparato burocratico e a ricercar tutte le forze nell’attività delle masse.

Perciò i comunisti per lo più si sono pronunziati in favore di queste organizzazioni contro le leghe centrali. Ma finché il capitalismo resta prevalente, tali nuove formazioni non possono acquistare grande ampiezza – l’importanza dell’organizzazione americana I.W.W. deriva dalla circostanza speciale dell’esistenza di un numeroso proletariato non istruito e non inquadrato nelle antiche leghe. Al sistema soviettista è molto più affine il movimento degli Shop-Committees e Shop-Stewards in Inghilterra, che sono organi della massa in contrapposizione alla burocrazia, sorti nella prassi della lotta. Anche più espressamente modellata sull’idea soviettista, ma deboli per il ristagno della rivoluzione, sono le Unioni in Germania. Ogni nuova formazione di tal genere, che indebolisce le leghe centralizzate e la loro interna compattezza, toglie di mezzo un impedimento alla rivoluzione e indebolisce la potenza controrivoluzionaria della burocrazia sindacale. Sarebbe certo un’idea attraente quella di trattenere queste forze di opposizione rivoluzionaria dentro i quadri delle antiche organizzazioni, con la speranza che esse infine possano conquistar la maggioranza e, quindi impadronirsi delle organizzazioni e trasformarle. Ma in primo luogo questa è un’illusione, allo stesso modo come sarebbe illusorio il pensiero affine di conquistare il partito socialdemocratico – giacché la burocrazia conosce già l’arte di circuire una opposizione, prima che questa diventi pericolosa; in secondo luogo una rivoluzione non procede mai secondo un programma liscio e piano, ma vi hanno sempre parte importante, come forza propulsiva, gli scoppi elementari di gruppi passionalmente attivi. Orbene, se i Comunisti, per considerazioni opportunistiche di apparenti successi, si opponessero a tali sforzi a vantaggio delle leghe centrali, essi rafforzerebbero gli ostacoli che più tardi di frapporrebbero loro con maggiore energia.

La creazione di propri organi di potere e di azione, di Soviety, per opera dei lavoratori , implica già il dislocamento e la dissoluzione dello Stato. Il sindacato essendo un’organizzazione molto più giovane, moderna, spontaneamente generata, si manterrà molto più a lungo, giacché essa ha radici in una frescia tradizione di rapporti autonomamente creati e svolti, e quindi conserva ancora un posto nell’ideologia del proletariato, anche dopocchè questo ha già superato le illusioni democratico-statali. Ma siccome i sindacati son provenuti dallo stesso proletariato come prodotto della sua forza creatrice, così si avranno in questo campo per lo più nuove formazioni come tentativi di adattare ogni volta i sindacati stessi ai nuovi rapporti; in questo campo, seguendo il processo della rivoluzione, sul modello del Soviety si creeranno nuove forme di lotta e di organizzazione in continua trasformazione ed evoluzione.

VI.

La concezione, secondo cui la rivoluzione proletaria nell’Europa occidentale è paragonabile ad un regolare assedio della fortezza capitalista, che il proletariato, raccolto dal partito comunista in un bene organizzato esercito, assale coi suoi esperimentati metodi in ripetuti attacchi, finché il nemico si arrende, mentre esso contemporaneamente conquista a passo a passo il controllo sull’industria, p una concezione neo riformista, che certamente non risponde alle condizioni di lotta dei paesi di antico capitalismo. Ivi possono verificarsi rivoluzioni e conquiste del potere, che vadano poi nuovamente perdute, la borghesia potrà riconquistare il potere, ma con ciò rovinare ancora più disperatamente l’economia; possono apparire forme politiche intermedie, destinate soltanto a prolungare il caos con la loro insufficienza.

Il processo rivoluzionario consiste prima di tutto nella dissoluzione delle antiche condizioni, che devono esistere in ciascuna società giacché rendono possibile il processo complessivo della produzione e della convivenza, e dalla lunga prassi storica hanno ricevuto la salda forza di spontanei costumi e di norme morali (sentimento del dovere, diligenza, di disciplina).

La rovina di tali condizioni è un fenomeno concomitante della dissoluzione del capitalismo, mentre nello stesso tempo non sono ancora abbastanza forti i nuovi vincoli, che son propri della nuova organizzazione comunista del lavoro, dei quali osserviamo la formazione in Russia. Quindi è inevitabile un periodo transitorio di caos sociale e politico. Laddove il proletariato conquista rapidamente il potere e sa conservarlo fortemente in sua mano, come in Russia, questo periodo di transizione può esser breve, e può porvisi fine rapidamente col lavoro positivo di ricostruzione. Ma nell’Europa occidentale il processo di distruzione sarà molto più lento. In Germania vediamo la classe lavoratrice scissa in gruppi, nei quali quest’evoluzione è avvenuta con diversa ampiezza, e quindi non possono ancor pervenire ad unità attiva. I sintomi dell’ultimo movimento rivoluzionario mostrano che l’intiero Stato tedesco, – e in generale tutta l’Europa centrale, si dissolve, che le masse popolari si scindono per categorie e per regioni, ciascuna delle quali immediatamente agisce di propria iniziativa qui riuscendo ad armarsi e a trarre a sé più o meno il potere politico, là paralizzando con gli scioperi il potere borghese, in un luogo chiudendosi in una repubblica contadinesca, altrove diventando punto d’appoggio di Guardie bianche o abbattendo con elementari rivolte agrarie i resti del feudalismo. È evidente che anzi tutto deve esser completa la distruzione delle forze dell’antico mondo, prima che possa parlarsi di una effettiva edificazione del comunismo. Pertanto il compito del partito comunista non è quello di insegnar dalla cattedra questo rivolgimento, o di fare vanti tentativi per serrarlo nella camicia di forza di forme tradizionali, ma quello di appoggiare dappertutto le forze del movimento proletario, conglobando le azioni spontanee, dando loro la coscienza del nesso entro l’ampio quadro della rivoluzione, per preparare con ciò l’unificazione delle azioni isolate e porsi così alla testa di tutto il movimento.

Nei paesi dell’Intesa, dove il dominio del capitalismo è tuttora inconcusso, noi vediamo la prima fase della dissoluzione di esso, come a dire l’introduzione di tale processo dissolutivo, sotto forma di un’intrattenibile discesa della produzione e della valuta, di un’ondata di scioperi e di una forte ripugnanza al lavoro da parte del proletariato. La seconda fase, il periodo della controrivoluzione, cioè del dominio politico della borghesia in piena età rivoluzionaria, significa completo sfascio economico; noi la possiamo studiare meglio che altrove in Germania e nella rimanente Europa centrale. Se immediatamente dopo il rivolgimento politico fosse subentrato un sistema comunista, allora, anche ad onta dei trattati di Versailles e di St. Germain, ad onta dello esaurimento e della miseria, avrebbe potuto incominciare una ricostruzione organica. Ma gli Ebert-Koske non pensavano alla ricostruzione organizzata più dei Rennen-Bauer: essi lasciaron mano libera alla borghesia, e considerarono come unico loro compito quello di reprimere il proletariato. La borghesia agì, cioè ciascun borghese agì come comporta la sua natura borghese; ciascuno pensava solo a fare il maggior profitto possibile, a salvare per sé personalmente dal disastro ciò che vi era ancor da salvare. Certo, nei discorsi e nei manifesti si parlava della necessità di restaurare con ordinato lavoro la vita economica, ma ciò s’intendeva solo per gli operai, onde ammantare loro con belle frasi la dura coercizione al lavoro intensivo nonostante il loro esaurimento. Naturalmente, nessun borghese in realtà si preoccupava della ricostruzione come generale interesse del popolo, ma solo dal punto di vista del suo personale guadagno. Dapprima, come nella preistoria, il mezzo più importante per arricchirsi fu il commercio, giacché la discesa della valuta diede opportunità di vendere all’estero tutto ciò che sarebbe stato necessario per la ricostruzione economica, anzi per la semplice esistenza delle masse – materie prime, generi alimentari, prodotti, mezzi di produzione, e infine le stesse fabbriche e i titoli di proprietà. In tutti gli strati borghesi dominò l’usura, favorita dalla sfrenata corruzione della burocrazia. E così tutto ciò che era avanzato dell’antica ricchezza, e che non dovette esser consegnato come indennità di guerra, fu inviato all’estero dai «dirigenti della produzione». E in maniera consimile entrò in scena nel campo della produzione la brama di profitto privato, che distrugge la vita economica con la sua indifferenza verso il bene comune. Per imporre ai proletari il lavoro a cottimo e il prolungamento dell’orario di lavoro, o per liberarsi degli elementi proletari ribelli, essi vennero serrati e le fabbriche fermate, senza preoccuparsi del ristagno che ciò produceva in tutta l’industria. A tutto ciò si aggiunse la inettitudine della direzione burocratica delle aziende statali, che divenne completa infingardaggine giacché mancava dall’alto la poderosa mano del Governo. Ritornò in onore la limitazione della produzione, cioè l’antico mezzo primitivo per rialzare i prezzi, inattuabile in grazia della concorrenza quando il capitalismo è in fiore. Nelle notizie di borsa il capitalismo sembra rifiorire, ma gli alti dividenti rappresentano soltanto lo sperpero degli avanzi del patrimonio generale e vengono dissipati in lusso. Ciò che si osserva negli ultimi anni in Germania non è cosa casuale, ma l’effetto del carattere generale della borghesia come classe. L’antico scopo di essa è e fu sempre il profitto personale ma mentre in periodi normali del capitalismo quest’impulso mantiene in azione la produzione, nel capitalismo morente esso causa la totale distruzione dell’economia. E quindi la stessa cosa avverrà in altri paesi; una volta che la produzione sia scompaginata sino a un certo grado, e che la valuta sia scesa fortemente, allora se si lascia libera strada alla brama di guadagno della borghesia – e questo è il significato del dominio politico della borghesia sotto la larva di qualsiasi partito non comunista – il risultato sarà ugualmente la completa rovina dell’economia.

Le difficoltà di ricostruzione, cui in tali circostanze si vede esposto il proletariato europeo, sono immensamente maggiori, che non fossero in Russia: solo la posteriore devastazione delle forze produttive operata da Kolciak e da Denikin ne può dare una pallida idea. Il proletariato non può aspettare che sia instaurato un nuovo ordinamento politico, ma deve iniziare la ricostruzione già durante il corso del processo rivoluzionario, giacché dovunque esso si impadronisca del potere deve subito attuare la messa in ordine della produzione, e sopprimere il potere d’imperio della borghesia sugli elementi materiali della vita. Il controllo di fabbrica può servire a sorvegliare nelle sedi di lavoro l’impiego delle merci, ma è evidente che esso non può farsi padrone di tutti gli artifizi che la borghesia può compiere a danno della comunità. A tal fine è necessario tutto il potere politico armato e il severo impiego di questo. Dove gli usurai senza alcun riguardo al benessere comune saccheggiano il bene del popolo, dove la reazione armata assassina e distrugge alla cieca, il proletariato deve entrare in azione senza riguardi e lottare per difendere il bene comune, la vita del popolo.

Sono così grandi le difficoltà della riorganizzazione di una società completamente distrutta, da apparire inizialmente insuperabili, così da essere assolutamente impossibile stabilire in precedenza un programma di ricostruzione. Ma esse devono essere superate, e il proletariato le supererà con l’illimitato spirito di sacrificio e di abnegazione, con l’infinita forza d’anima e di spirito, con le immense energie morali e psichiche, che la rivoluzione è capace di destare nel suo corpo indebolito e martirizzato.

Due questioni vanno esaminate brevemente. La questione degl’impiegati tecnici dell’industria offrirà difficoltà solo temporaneamente, perché, sebbene essi abbiano mentalità assolutamente borghese e sieno profondamente ostili a una signoria proletaria, finiranno tuttavia per sottomettersi. La messa in azione del traffico e dell’industria sarà soprattutto una questione di apporto di materie prime; e tale questione coincide con quella dei mezzi di sussistenza. Quella dei viveri è la questione centrale della rivoluzione nell’Europa occidentale, giacché la relativa popolazione fortemente industrializzata non poteva vivere neppure sotto il capitalismo senza importare dall’estero. Ma la questione dei viveri nella rivoluzione è legata nella maniera più stretta all’intiera questione agraria, e i principii di una organizzazione comunista dell’agricoltura debbono già aver influenza sui provvedimenti destinati durante la rivoluzione a fronteggiar la fame. I beni dell’aristocrazia terriera (junkers), la grande proprietà fondiaria è matura per l’espropriazione e la coltivazione collettiva; i piccoli contadini saranno liberati da ogni sfruttamento capitalista e guidati sulla via d’una coltivazione intensiva con tutti i mezzi dell’aiuto statale e della cooperazione; il contadiname medio, che, per esempio, nella Germania occidentale e meridionale possiede la metà del suolo, ed è di sentimenti fortemente individualisti e quindi anticomunisti, ma si trova in una posizione economica ancora inattaccabile, sarà inquadrato nella cerchia dello intiero processo economico mediante l’organizzazione dello scambio dei prodotti e lo incremento della produttività – soltanto il comunismo introdurrà nell’agricoltura quell’evoluzione verso una superiore produttività e quell’eliminazione dell’individualismo, che nell’industria sono state determinate dal capitalismo. Da ciò risulta, che gli operai devono considerare i grandi proprietari fondiari, come classe nemica, i lavoratori della terra e i piccoli contadini come loro alleati nella rivoluzione, mentre non hanno alcun motivo di farsi nemici i contadini medi per quando possano essere pregiudizialmente ostili. Ciò significa, che sino a tanto che non sia attuato un regolare scambio di beni, nel primo caotico periodo, non possono effettuarsi requisizioni di derrate alimentari presso questo elementi contadineschi, come pareggiamento assolutamente inevitabile della fame tra città e campagna. La lotta contro la fame va condotta principalmente mediante importazioni dall’estero.

La Russia dei Soviety, con le sue ricche sorgenti di derrate alimentari e di materie prime, salverà e nutrirà la rivoluzione dell’Europa occidentale. Perciò specialmente il massimo e particolarissimo interesse per la classe lavoratrice dell’Europa occidentale è quello di conservare e appoggiare la Russia dei Soviety.

Ma il problema della ricostruzione economica, per quanto sia difficile, non è il primo che debba essere affrontato dal Partito comunista. Se le masse proletarie spiegheranno la loro massima forza intellettuale e morale, lo risolveranno. Il primo compito del partito comunista è quello di svegliare ed incitare tali forze. Esso deve mettere in fuga tutte quelle idee tradizionali, che rendono il proletariato malsicuro ed incerto, opporsi a tutto ciò che desta negli operai illusioni di una vita più agevole e li trattiene dalle misure più radicali, combattere energicamente tutte le tendenze, che si attardano a mezza strada o alla ricerca di compromessi. E di tali tendenze ve ne sono ancor molte.

VII.

Il passaggio dal capitalismo al comunismo non si effettuerà sul semplice schema: conquista del potere politico, introduzione del sistema dei Consigli, soppressione dell’economia privata, per quanto sia questo appunto all’ingrosso la linea evolutiva. Ciò sarebbe possibile solo se si potesse costruire uniformemente in terreno libero. Ma dal capitalismo sono sgorgate forme di lavoro e d’organizzazione, che hanno salde radici nella coscienza della massa e possono essere rovesciate solo attraverso un processo di rivoluzionamento politico ed economico. Delle forme di lavoro menzionammeno già quelle agrarie, che compiono una particolare evoluzione. Sotto il capitalismo sono sorte nella classe lavoratrice forme d’organizzazione diverse nei particolari a seconda dei paesi – che rappresentano una grande forza, né si possono eliminare all’improvviso, e son quindi destinate ad avere una parte notevole nel corso della rivoluzione.

Ciò s’applica anzitutto ai partiti politici. La parte rappresentata nell’odierna crisi del capitalismo dalla socialdemocrazia, è ben conosciuta, ma cesserà presto nell’Europa centrale. Anche le frazioni più radicali di essa (come il Partito socialdemocratico indipendente di Germania) esercitano influenza dannosa, non soltanto perché scindono il proletariato, ma perché le loro idee socialdemocratiche – come il predominio di capi politici, che dirigono la storia del popolo con le loro azioni e coi loro maneggi – perpetuano la confusione nelle masse e le trattengono dall’azione. E se un Partito comunista si costituisce come partito parlamentare, che invece della dittatura di classe voglia esercitare la dittatura di partito, vale a dire la dittatura dei capi partito, allora anch’esso può diventar ostacolo all’evoluzione. Il contegno del Partito comunista di Germania durante il movimento rivoluzionario di Marzo, quando dichiarò non essere il proletariato ancor maturo alla dittatura, e che perciò se si fosse costituito un Governo «puramente socialista» esso si sarebbe comportato come «opposizione leale» cioè avrebbe trattenuto il proletariato dalla più aspra lotta di classe contro un simile governo, è stato già criticato da diverse parti.

Nel corso della rivoluzione può verificarsi un governo di capipartiti socialisti come forma di passaggio; allora in esso trova espressione la momentanea correlazione tra le forze borghesi e le rivoluzionarie, ed esso ha la tendenza a mantenere ed eternare come risultato della rivoluzione quello ch’è solo il momentaneo rapporto fra la distruzione dell’antico e la creazione del nuovo. Si tratterebbe come a dire di una riedizione radicale del governo Ebert-Haase-Dittmann. Ciò che ci si può aspettare da un simile governo, risulta dalle basi su cui esso poggia: apparente equilibrio delle classi in lotta, ma con la preponderanza della borghesia, un miscuglio di democrazia parlamentare con una specie di sistema di Consigli per i lavoratori, socializzazione limitata dal veto dell’imperialismo dell’Intesa e dal mantenimento del profitto capitalistico, vani tentativi di impedire l’acuirsi dei conflitti delle classi.

Quelli che in un sistema simile sono ingannati, son sempre i lavoratori. Un simile governo non soltanto non può far niente per la ricostruzione, ma non lo può neppure tentare, giacché il suo unico scopo è quello d’arrestare a mezza strada il corso della rivoluzione. E siccome esso tenta così di impedire l’ulteriore dissoluzione del capitalismo come la costituzione del pieno potere politico del proletariato, ha efficacia direttamente controrivoluzionaria. I comunisti non posson far altro che combattere un simile governo con la più assoluta mancanza di riguardi.

Come in Germania l’organizzazione direttiva del proletariato era rappresentata dalla socialdemocrazia, così in Inghilterra il movimento tradunionista ha profondissime radici nella classe lavoratrice per virtù di una storia quasi centenaria. Ivi già da lungo tempo l’ideale dei giovani capi radicali di sindacati – come tipo di essi può valere Robert Smillie – è che la classe lavoratrice domini la società a mezzo dell’organizzazione dei sindacati. Anche i sindacalisti rivoluzionari e i corifei degli I.W.W. d’America, sebbene aderenti alla 3a Internazionale si raffigurano di preferenza in tal forma il futuro dominio del proletariato. I sindacalisti radicali considerano il sistema dei Soviety non come la forma più pura della dittatura proletaria, ma piuttosto come un governo di politici ed intellettuali, costruita su fondamenti formati da organizzazioni operaie. Invece per essi l’organizzazione di classe del proletariato naturale e spontaneamente creata, è il movimento sindacale in cui il proletariato si governa da sé e dovrebbe dominare tutto il lavoro. Se si attua l’antico ideale della «democrazia industriale» e il sindacato è padrone nella fabbrica, allora l’organo comune dei sindacati, il loro Congresso, assume la funzione di dirigere e amministrare l’intero processo economico; e il vero «Parlamento del lavoro» sottentra al posto dell’antico Parlamento borghese. D’altra parte in questi circoli si sente spesso ripugnanza contro una dittatura di classe unilaterale e «illegale», considerata come un attentato alla democrazia: il lavoro deve dominare, ma gli altri non devono esser privi di diritti. E quindi accanto al Parlamento del lavoro, che governa la base d’ogni vita cioè il lavoro, dovrebbe esservi una seconda Camera eletta a suffragio universale come rappresentanza dell’intiero popolo, o esercitante la sua influenza sulle questioni pubbliche, culturali e di politica generale.

Questa concezione di un governo delle organizzazioni operaie non va confusa col «laborismo» con la politica del «Labour party», che è ora seguita dai dirigenti dei sindacati. Questa consiste nella tendenza dei sindacati ad introdursi nell’attuale parlamento borghese, formando un «Partito del Lavoro» allo stesso titolo degli altri partiti, e cercando di soppiantare questi come partito di governo. Un tal partito è affatto borghese, e non v’è alcuna differenza tra Henderson ed Ebert. – Esso appena la minacciosa pressione dal basso ne porrà la necessità – porgerà alla borghesia inglese l’opportunità di proseguire su basi allargate la sua vecchia politica, indebolendo e fuorviando i lavoratori col fatto, che i loro capi sono accolti nel governo. Un governo del Partito del Lavoro – che un anno fa data l’opinione rivoluzionaria delle masse sembrava prossimo, ma che poi è stato respinto in grande lontananza dagli stessi capi mediante la loro opposizione alla corrente radicale – sarebbe, allo stesso modo del governo di Ebert in Germania, soltanto un governo a pro della borghesia. Ma ancora bisogna vedere, se l’astuta e previgente borghesia inglese non confiderà in se stessa meglio che in questa burocrazia operaia per il lavoro di stordire e contenere le masse.

Un puro governo di sindacati secondo la concezione radicale sta a questa politica del Partito del Lavoro, a questo «laborismo», come la rivoluzione sta alla riforma. Esso potrebbe essere introdotto solo da una reale rivoluzione dei rapporti politici, sia violenta sia fatta con l’antico sistema inglese, e allora nella coscienza delle masse si tratterebbe appunto della conquista del potere politico da parte del proletariato. Ma tuttavia anche tutto ciò sarebbe una cosa affatto diversa dagli scopi del comunismo. Tale concezione infatti si fonderebbe sulla ristretta ideologia, che si sviluppa nel corso della lotta sindacale, in cui non s’ha avanti a sé il capitale mondiale come un tutto nelle sue svariate e complicate forme di capitale finanziario, di capitale bancaria, di capitale agrario, di capitale coloniale, ma soltanto la forma industriale di esso. Essa si baserebbe sull’economia marxista, quale è oggi zelantemente studiata nel mondo inglese del lavoro, in quanto cioè essa mostra nella produzione un meccanismo di sfruttamento, ma senza la profonda dottrina sociale del marxismo, senza il materialismo storico. Essa sa che il lavoro costituisce la base del mondo e vuole quindi che il lavoro domini il mondo; ma non vede, come ogni campo, per quanto astratto, della vita politica e intellettuale è condizionato dalla forma di produzione, e quindi propende ad abbandonare tali campi all’intellettualità borghese, purché questa riconosca il predominio del lavoro. Un simile governo in realtà sarebbe governo della burocrazia sindacale, integrato dalla frazione radicale dell’antica burocrazia statale, cui esso lascia, come a specialisti, i campi speciali della cultura, della politica, ecc.. E prevedibilmente neanche il suo programma economico coinciderà con l’espropriazione comunista, ma s’indirizzerà soltanto all’espropriazione del grande capitale, del capitale usuraio delle banche e dei latifondi, mentre sarà rispettato l’«onesto» profitto dei piccoli intraprenditori scorticati e dominati appunto dal grande capitale. È anche dubbio, se nella questione coloniale, questo nervo vitale della classe dominante d’Inghilterra, il predetto governo accetterebbe il punto di vista della completa libertà per le Indie, che fa parte essenziale del programma comunista.

Non si può prevedere in quale maniera, in quale misura e con quale purezza si attuerà consimile forma politica; si possono soltanto riconoscere le generali forze d’impulso e le tendenze, i tipi astratti, ma non le forme concrete, sempre diverse, e i miscugli, in cui quelle si realizzano. La borghesia inglese ha sempre inteso l’arte di trattenere al momento giusto gli scoppi rivoluzionari con concessioni parziali, e se e quanto essa potrà seguire questa tattica anche in avvenire, dipenderà anzitutto dalla profondità della crisi economica. Se la disciplina sindacale sarà frantumata dal basso con disordinate rivolte industriali, i dirigenti sindacali riformisti e radicali si incontreranno su una linea mediana; se la lotta vien diretta rigidamente contro l’antica politica riformista dei dirigenti, allora organizzatori radicali e comunisti procederanno di pieno accordo.

Queste tendenze non restano limitate all’Inghilterra. In tutti i paesi i sindacati costituiscono le più potenti organizzazioni operaie; e non appena un urto politico abbatte l’antico potere, questo naturalmente passerà alla potenza meglio organizzata e più influente che vi sia. In Germania nel novembre del 1918 gli stati maggiori di sindacati costituirono la Guardia controrivoluzionaria alle spalle di Ebert; e nell’ultima crisi di marzo essi apparirono sul proscenio politico col tentativo di acquistar diretta influenza sulla formazione del governo. In questo lavoro diretto ad appoggiare il governo Ebert si trattava soltanto di turlupinare ancora una volta astutamente il proletariato con l’inganno di un «Governo sotto il controllo dell’organizzazione operaia». Ma appare anche qui la stessa tendenza che in Inghilterra. E se anche i Legien e i Bauer sono troppo compromessi in senso controrivoluzionario, succederanno al loro posto nuovi organizzatori più radicali, della tendenza del Partito indipendente, come già l’anno scorso gli Indipendenti sotto Dissmann conquistarono la direzione della grande lega dei metallurgici. Se un movimento rivoluzionario abbatte il governo di Ebert, certamente questa potente forza organizzata di sette milioni di membri cercherà – accanto al Partito Comunista o contro di esso – di impadronirsi del potere politico.

Un simile Governo della classe lavoratrice a mezzo dei sindacati non può essere stabile, giacché se pure esso potrà mantenersi a lungo supponendo un lento processo di disfacimento economico, non può esistere in un periodo di rivoluzione acuta se non come vacillante stato di transizione. Il suo programma, com’è stato precedentemente abbozzato, non può essere radicale. Ma una tendenza, che non ammetta quei provvedimenti come provvisorie forme di transizione, come fa il comunismo, che le svolge coscientemente nella direzione di un’organizzazione comunista, ma bensì li consideri come programma definitivo, deve necessariamente venire in contrasto e in lotta con le masse: e ciò in primo luogo perché non rende del tutto impotenti gli elementi borghesi, ma lascia loro una certa posizione di potenza nella burocrazia e forse nel Parlamento, donde essi possono continuare a condurre la lotta di classe. La borghesia si sforzerà di rafforzare queste posizioni di potenza, mentre il proletariato, non potendo in tal guida abbattere la classe avversaria, deve tentare di attuare il puro sistema soviettista come organo della sua dittatura. In questa lotta tra due poderosi avversari la ricostruzione economica sarà impossibile. In secondo luogo, un simile governo di capi di sindacati non può risolvere i problemi posti dalla società, perché questi posson venire risolti soltanto dall’iniziativa di una massa proletaria, che sia mossa da tale abnegazione ed entusiasmo, quali può risvegliare soltanto il comunismo con la sua prospettiva di completa liberazione. Una tendenza che vuol sopprimere la povertà materiale e lo sfruttamento, ma si limita volutamente a ciò, e non tocca nulla della sovrastruttura borghese né sa ad un tempo trasformare l’intiero modo di vedere, l’intiera ideologia del proletariato, non può sprigionare quelle poderose energie delle masse; ma perciò esso sarà anche inetto a risolvere il problema materiale della ricostruzione economica, a eliminare il caos.

Al pari del Governo «puramente socialista», anche il governo dei sindacati cercherà di conservare e stabilizzare il risultato momentaneo del processo rivoluzionario, ma però in uno stadio molto più avanzato, poiché è già distrutto il predominio della borghesia ed è sottentrato un certo equilibrio tra le classi sotto il predominio del proletariato; perché non può esser più mantenuto l’intiero profitto capitalista, ma solo la meno urtante forma piccolo-capitalistica di esso; perché non si mira più alla restaurazione borghese, ma seriamente alla ricostruzione socialista, sebbene con mezzi insufficienti. Esso quindi ha il significato di ultimo rifugio della classe borghese. Se la borghesia sotto l’impeto delle masse non potrà più mantenersi sulla linea Scheidemann-Henderson-Renaudel, ripiegherà sull’ultima linea di ritirata Smillie-Dissmann-Merrheim. Se essa non potrà più ingannare il proletariato mediante «lavoratori» in un governo borghese o socialista, mediante un «Governo di organizzazioni operaie» essa potrà tentare di distogliere il proletariato dai suoi estremi scopi radicali; per conservare così una parte della sua posizione privilegiata. Il carattere di un tale governo è controrivoluzionario, in quanto esso cerca di trattenere a mezza strada lo sviluppo della rivoluzione rivolto necessariamente alla completa distruzione del mondo borghese e al comunismo integrale. Far propaganda per una simile tendenza è atto controrivoluzionario in quando esso con una formula ben architettata tenta di trattenere il proletariato da perseguire i suoi più grandi e più netti scopi. Attualmente la lotta dei comunisti può correre spesso parallela con quella dei sindacalisti; ma sarebbe tattica dannosa quella di non mettere in rilievo, in vista di quel parallelismo, gli stridenti contrasti che vi sono nei principi e negli scopi. E queste considerazioni hanno importanza anche nei riguardi del contegno che i comunisti devono tenere di fronte alle odierne leghe sindacali: tutto ciò che contribuisce a rinsaldarne la compattezza e la forza, consolida quella potenza, che in avvenire attraverserà la strada al progresso della rivoluzione.

Il comunismo, conducendo una energica lotta di principio contro queste forme politiche di transizione, è il rappresentante delle vive tendenze rivoluzionarie del proletariato. L’azione rivoluzionaria del proletariato, spezzando l’apparato borghese del potere e aprendo la strada alla signoria della burocrazia sindacale, di per sé spinge immediatamente le masse alla creazione dei loro propri organi, dei Consigli, i quali immediatamente minano dalle sue basi il meccanismo burocratico dei sindacati. L’organizzazione del sistema dei Soviety rappresenta a un tempo lo sforzo del proletariato per sostituire la forma perfetta della dittatura alla forma imperfetta di essa. Ma dato l’intenso lavoro richiesto dai mai cessanti tentativi di dare una nuova organizzazione all’economia, una burocrazia dei dirigenti potrà ancora a lungo conservare grande potere, e la capacità delle masse ad agire da sé crescerà solo a poco a poco. Inoltre, queste diverse forme e fasi dell’evoluzione non si succedono ordinatamente nella maniera astrattamente regolare, con cui noi le poniamo una dopo l’altra come espressione di diversi gradi di maturità dell’evoluzione, ma si svolgono l’una accanto all’altra, si mescolano e s’incrociano come un caos di tendenze che s’integrano, si combattono e si elidono, e nella cui lotta si contiene tutto lo sviluppo della rivoluzione. «Le rivoluzioni proletarie – diceva Marx – criticano incessantemente se stesse, interrompono continuamente il proprio corso, ritornano su ciò che apparentemente era già perfetto, per ricominciare da capo, scherniscono con radicale asprezza le mezze misure, le debolezze e i riguardi dei loro primi tentativi, sembrano abbattere i loro nemici soltanto perché essi possano attingere dalla terra nuova forza e drizzarsi di nuovo ingigantiti contro di esse …». I poteri, che scaturiscono dallo stesso proletariato come espressione della sua forza ancora insufficiente, devono venir superati nel processo di sviluppo di essa forza in antagonismi, e quindi sviluppo catastrofico, a mezzo di lotta.

In principio era l’azione, ma essa costituisce soltanto il principio. Abbattere un dominio richiede un solo momento di volontà unitaria; ma solo l’unità permanente – possibile soltanto se la visione è chiara – può mantenere la vittoria. Altrimenti avviene la ritirata, non come ritorno degli antichi dominatori, ma come un nuovo dominio in nuove forme, con nuove persone e nuove illusioni. Ogni nuova fase della rivoluzione porta a galla un nuovo strato di dirigenti, non ancora sfruttati, come rappresentanti di determinate forme d’organizzazione; e il superamento di esso strato significa a sua volta un nuovo gradino nel processo di autoliberazione del proletariato. La potenza del proletariato non è la cieca forza dell’azione momentanea, che schiaccia il nemico, ma la potenza spirituale, che supera l’antica soggezione spirituale, e così sa tenere fortemente in pugno ciò che fu conquistato nell’impeto dell’assalto. Il crescere di questa potenza spirituale nelle varie vicende di avanzata e di regresso della rivoluzione è il crescere della libertà proletaria.

VIII.

Mentre nell’Europa occidentale il capitalismo si va sempre più sfasciando, in Russia pur tra enormi difficoltà si va organizzando la produzione su nuove basi. Il dominio del comunismo non significa che la produzione sia del tutto ordinata comunisticamente – ciò è possibile solo dopo un lungo processo evolutivo – ma che la classe lavoratrice con cosciente determinazione dirige la produzione verso il comunismo. In nessun tempo tale evoluzione può proceder più innanzi di quanto consentono il substrato tecnico e sociale esistente, e quindi essa deve mostrar forme di transizione, in cui appaiono residui dell’antico mondo borghese. A quanto sappiamo in Europa circa lo stato di cose in Russia, anche qui si riscontra il fenomeno accennato.

La Russia è un gigantesco paese di contadini, dove l’industria non si è sviluppata, come nell’Europa occidentale, fino a diventare un innaturale «opificio» del mondo, e a fare dell’esportazione e dell’espansione una questione di vita o di morte; ma giusto abbastanza da permettere la formazione di una classe evoluta, di prender in sue mani la direzione della società. L’agricoltura occupa la massa della popolazione, e in essa le grandi aziende moderne formano una minoranza, sebbene di gran valore per l’evoluzione comunista. La parte principale è costituita da piccole aziende, non le miserabili e sfruttate piccole aziende dell’Europa occidentale, ma tali da assicurare ai contadini il benessere, e che il Governo dei Soviety cerca di avvincere sempre più strettamente al tutto mediante il rifornimento di materie ausiliarie e d’istrumenti, come anche mediante un intensivo lavoro d’istruzione culturale e tecnica. Ciò posto si capisce, che questa forma d’azienda produca un certo spirito individualista, estraneo al comunismo, che spesso nei «contadini ricchi» diventa sentimento ostile, decisamente anticomunista. Indubbiamente su questa circostanza ha speculato l’Intesa nei suoi progetti di commercio a mezzo delle cooperative, per cercare di suscitare un contromovimento borghese attirando questi elementi nella cerchia dell’avidità borghese di profitto. Ma siccome un interesse troppo grande, il timore della reazione feudale, li unisce al governo attuale, tali tentativi son destinati a fallire, e se cade l’imperialismo dell’Europa occidentale, questo pericolo scomparirà affatto.

L’industria è una produzione senza sfruttamento, regolata in prevalenza centralisticamente; essa è il cuore del nuovo ordinamento; e sul proletariato industriale si basa la direzione dello Stato.

Ma anche questa produzione si trova in un periodo di transizione; i funzionari tecnici ed amministrativi esercitano nella fabbrica e nello Stato un potere maggiore di quel che sia compatibile col comunismo evolutivo. La necessità di risollevare rapidamente la produzione, e anche più la necessità di creare un buon esercito contro gli assalti della reazione, costrinse a rimediare a tempo acceleratissimo alla penuria di forze dirigenti; la minaccia della fame e gli assalti nemici non permisero di rivolgere tutte le forze al fine di rialzare, a ritmo più lento, la capacità generale e lo sviluppo di tutti come base di una collettività comunista. Sicché dai nuovi capi e funzionari dovette sorgere una nuova burocrazia, che assorbì in sé gli avanzi dell’antica e la cui esistenza è considerata talora con preoccupazione come un pericolo per il nuovo ordine. Questo pericolo può venir allontanato solo da un ampio sviluppo delle masse, e a ciò si provvede con zelo infiammato, ma la radice durevole di tale sviluppo può esser costituita solo dall’abbondanza comunista, io virtù del quale l’uomo cessi di essere schiavo del proprio lavoro. Solo l’abbondanza crea le condizioni materiali per la libertà e l’uguaglianza; finché la lotta contro la natura e contro le potenze del capitale è ancora un’aspra lotta, rimarrà necessaria una eccessiva specializzazione.

È notevole, che secondo il nostro esame il diverso andamento dell’evoluzione nell’Europa occidentale – dove noi la prevediamo solo nell’ulteriore sviluppo della rivoluzione – e nella Russia dia però come risultato la stessa struttura politico-economica: un’industria ordinata comunisticamente, in cui i Consigli degli operai costituiscono l’elemento dell’amministrazione autonoma, sotto la direzione tecnica e il predominio politico d’una burocrazia operaia; mentre contemporaneamente l’agricoltura nelle prevalenti aziende piccole e media conserva il carattere individualista e piccolo borghese.

Tuttavia questa coincidenza non è strana perché tale struttura non è determinata dall’antecedente storia politica, ma da fondamentali condizioni tecnico-economiche – il grado di sviluppo della tecnica industriale e agricola, e così pure la cultura delle masse – che sono identiche in un luogo e nell’altro. Ma accanto a questa coincidenza v’è anche un grande divario di significato e di scopo.

Nell’Europa occidentale questa struttura politico-economica forma uno stato di transizione, sul quale la borghesia tenta all’ultimo di trattenere la propria rovina, mentre in Russia si tenta coscientemente di indirizzare ulteriormente l’evoluzione verso il comunismo. Nell’Europa occidentale quella struttura forma una fase della lotta di classe tra proletariato e borghesia, in Russia una fase della nuova organizzazione economica. Sotto forme esteriori uguali l’Europa occidentale si trova sulla linea discendente di una civiltà moribonda, la Russia nel movimento ascendente di una nuova civiltà.

Quando la rivoluzione russa era ancor giovane e debole, ed aspettava la propria salvezza dal sollecito scoppio della rivoluzione europea, prevaleva un altro concetto sulla sua importanza. La Russia – si diceva allora – è soltanto un posto avanzato della rivoluzione, in cui per casuale favore di circostanze il proletariato poté impadronirsi del potere così presto, ma questo proletariato è debole e incolto e quasi scompare nell’infinita massa dei contadini. Il proletariato della Russia economicamente arretrata solo temporaneamente può marciare alla testa; ma non appena si saranno levate le enormi masse del proletariato dell’Europa occidentale, con le loro cognizioni e la loro preparazione culturale, con la loro istruzione tecnica e organizzativa, e avranno assunto la dominazione sui più sviluppati paesi industriali d’antica e ricca civiltà, allora si assisterà alla fioritura del comunismo, accanto al quale il meritorio inizio russo sarebbe sembrato debole e povero. Dove il capitalismo spiega le sue maggiori forze in Inghilterra, in Germania, in America – ed ha preparato le nuove forme di produzione, lì si trova il nucleo e la forza del nuovo mondo comunista.

Questo modo di vedere non teneva conto delle difficoltà che si presentano alla rivoluzione nell’Europa occidentale.

Dove il proletariato giunge solo lentamente ad una salda dominazione, e la borghesia sa riconquistare qua e là il potere o parti del potere, non può parlarsi di organizzazione dell’economia. Una ricostruzione capitalistica è impossibile, ogni volta che la borghesia ha mani libere, crea un nuovo caos e distrugge le fondamenta, che avrebbero potuto servire a costruire una produzione comunista. Essa impedisce sempre con la reazione sanguinosa e la devastazione il consolidamento del nuovo ordine proletario. Anche in Russia ciò si verificò: la distruzione degli impianti industriali e delle miniere negli Urali e nel bacino del Don per opera di Kolciak e di Denikin, come pure la necessità di impiegare nella lotta contro costoro i migliori operai e la parte principale della forza produttiva, ha profondamente scompaginato l’economia, danneggiando gravemente e rovesciando l’edificio comunista e se anche la riapertura dei rapporti commerciali con l’America e l’Europa occidentale può promuovere notevolmente l’inizio di una nuova prosperità, tuttavia sarà necessaria la più grande ed eroica abnegazione delle masse in Russia per riparare completamente i danni. Ma – e qui sta la differenza – in Russia però la Repubblica dei Soviety rimane ferma e salda, come centro organizzato di forza comunista, che aveva già acquistato una grande solitià interna.

Nell’Europa occidentale si distruggerà e si ucciderà altrettanto, e anche ivi le migliori forze del proletariato rimarranno annientate nella lotta, ma ivi manca la sorgente di forza costituita da un grande Stato soviettista già saldamente organizzato. Nella devastatrice guerra civile le classi si esauriscono reciprocamente, e finché non si può venire alla ricostruzione rimarranno signoreggianti il caos e la miseria. Questa sarà la sorte dei paesi dove il proletariato non ha tosto riconosciuto con sguardo netto e con volontà unitaria il suo compito, vale a dire dei paesi, dove le tradizioni borghesi indeboliscono e scindono i lavoratori, offuscano la loro vita e avviliscono i loro cuori. Occorreranno decenni, prima che negli antichi paesi capitalisti sia superata l’influenza pestifera e paralizzante della civiltà borghese sul proletariato. E frattanto la produzione resta morta, e il paese economicamente diverrà un deserto.

Nello stesso tempo, in cui l’Europa occidentale sbuca fuori faticosamente dal suo passato capitalistico, e ristagna economicamente, nell’Oriente, in Russia, vigoreggia l’economia nell’ordinamento comunista. Ciò che distingueva i paesi del capitalismo evoluto dal ritardatario Oriente era il possesso di immensa copia di mezzi materiali e spirituali di produzione – un fitto nodo di ferrovie, di fabbriche, di navi, una popolazione densa e tecnicamente istruita. Ma nella catastrofe del capitalismo, durante la lunga guerra civile, nel periodo del ristagno, quando si produce troppo poco, questo possesso va perduto, consumato o distrutto. Le forze produttive indistruttibili, la sicurezza, le capacità tecniche, non sono affatto legate a questi paesi: i loro rappresentanti trovano una nuova patria in Russia, dove potrà salvarsi anche, mediante il commercio, una parte della ricchezza materiale, tecnica dell’Europa. L’accordo commerciale della Russia dei Soviety con l’Europa occidentale, se attuato seriamente, tende a rafforzare questa opposizione, perché promuove la ricostruzione economica della Russia, mentre nell’Europa occidentale procrastina la catastrofe, trattiene la rovina, reca al capitalismo un momento di respiro e paralizza la forza d’azione rivoluzionaria delle masse non si può dire per quanto tempo e in qual misura. Politicamente ciò si manifesterà nell’apparenza di stabilità che potrà assumere una forma di governo borghese o una delle altre forme accennate di sopra, e nel contemporaneo sopravvento dell’opportunismo nel movimento comunista; i partiti comunisti dell’Europa occidentale acquisteranno posizione legale mediante il riconoscimento degli antichi metodi di lotta, mediante la partecipazione al lavoro parlamentare e la leale opposizione, come già fece la socialdemocrazia, e di contro ad esse la corrente radicale, rivoluzionaria, sarà respinta nella minoranza. Ma un vero rifornimento reale del capitalismo è affatto inverosimile; il privato interesse dei capitalisti trafficanti con la Russia si curerà poco della economica generale e in grazia del profitto sposterà verso la Russia importanti elementi fondamentali di produzione, e neppure il proletariato può più esser ridotto in soggezione. Quindi la crisi diviene permanente; un miglioramento duraturo è impossibile e s’arresterà sempre di nuovo; il processo della rivoluzione e della guerra civile è procrastinato e prolungato, il pieno dominio del comunismo e l’inizio del nuovo rifiorimento rinviato ad un lontano futuro. Frattanto in Oriente l’economia si leva senza ostacoli in poderoso slancio, apre nuove vie appoggiandosi alla più elevata scienza della Natura – che l’Occidente non sa utilizzare – unita con la nuova scienza della Società, con la recente conquista del dominio delle forze sociali fatta dall’economia. E queste forze, centuplicate dalle nuove energie sgorgate dalla libertà e dall’uguaglianza, faranno della Russia il centro del nuovo ordinamento mondiale comunista.

Non sarà la prima volta nella storia, che nel passaggio ad una nuova forma di produzione – o ad un delle sue fasi – il centro del mondo sia rimasto spostato verso altre regioni del mondo. Nell’antichità esso inizio dall’Asia anteriore all’Europa sud-orientale; nel Medioevo dall’Europa meridionale all’Occidentale; coll’avvento del capitale coloniale e commerciale il paese dirigente fu la Spagna, con l’avvento dell’industria l’Inghilterra. Le cause di queste migrazioni devono comprendersi in un punto di vista generale; dove le precedenti forme economiche sono giunte al massimo sviluppo, ivi le forze materiali e spirituali, gli istituti politico-giuridici, che assicurano l’esistenza di quelle forme e sono necessari alla loro completa esplicazione, son divenute così solidi, da presentare ostacolo quasi insuperabile all’evoluzione verso nuove forme. Così alla fine dell’antichità l’istituto della schiavitù ostacolava un ordinamento feudale; così gli Statuti delle arti nelle grandi e ricche città medioevali fecero sì che la posteriore manifattura capitalista potesse svilupparsi in altri luoghi, fin allora senza importanza, così l’ordinamento politico dell’assolutismo francese, che sotto Colbert promuoveva l’industria, più tardi, nel sec. 18° impedì l’introduzione della nuova grande industria, che fece dell’Inghilterra un paese di fabbriche. Esiste perfino una legge corrispondente nella natura organica, che in opposizione alla dawiniana «sopravvivenza del più adatto»potrebbe indicarsi come «survival of the unfitted», come «sopravvivenza del non-adatto». Quando un tipo-animale – per esempi i sauri dell’era secondaria – si è specializzato e differenziato in una ricchezza di forme, che sieno pienamente adatte alle condizioni di vita dell’era relativa, esso è allora diventato incapace ad evolvere in un nuovo tipo: ogni attitudine e possibilità d’evoluzione è andata perduta, e non ritorna più. La formazione di un nuovo tipo muove dalle primitive forme originarie, le quali, essendo indifferenziate, hanno conservato tutte le possibilità d’evoluzione, e l’incapacità d’adattamento dell’antico tipo muore.

Come caso particolare di questa regola generale del mondo organico è da considerare il fenomeno – di cui la scienza borghese si sbriga con la fantasia di un «esaurimento della forza vitale» di una nazione o razza – per cui nel corso della storia umana la direzione dell’evoluzione economica, politica, culturale passa continuamente da un popolo o da un paese all’altro.

Ora possiamo vedere i motivi, per cui il predominio dell’Europa occidentale e dell’America – che la borghesia così volentieri attribuisce a superiorità intellettuale e morale della sua razza – diventa evanescente, e dove esso prevedibilmente emigrerà! Nuovi paesi, in cui le masse non sono avvelenate dai fumi della concezione borghese del mondo, dove un principio di sviluppo industriale strappò gli spiriti dall’antica immobile inerzia e svegliò un sentimento comunista della collettività, dove esistono le materie prime per adibire la più elevata tecnica ereditata dal capitalismo ad un rinnovamento delle tradizionali forme produttive, dove la pressione dall’alto è abbastanza forte per spingere alla lotta e alla formazione delle virtù combattive, ma dove una prepotente borghesia non può impedire questo rinnovamento – questi paesi saranno i centri del nuovo mondo comunista. La Russia, che con la Siberia forma da sola una parte del mondo, è già in prima linea. Ma le stesse condizioni esistono più o meno anche in altri paesi dell’Oriente, in India, in Cina. Sebbene qui esistono alla loro volta anche altre cause di immaturità, tuttavia questi paesi non vanno dimenticati nel considerare la rivoluzione comunista mondiale.

Non si può vedere la rivoluzione comunista mondiale nella sua intiera importanza universale, se la si considera solo dal punto di vista dell’Europa occidentale. La Russia non è soltanto la parte orientale d’Europa, ma anche e non soltanto sotto l’aspetto geografico bensì anche sotto quello economico – in molto maggior misura la parte occidentale dell’Asia.

L’antica Russia aveva poco di comune con l’Europa; essa era la più spostata verso occidente tra quelle formazioni politico-economiche, che Marx designava quali «despozie orientali» e alle quali appartengono tutti i giganteschi imperi asiatici. Nell’interno di esse, sulla base della comunità di villaggio di un contadiname dappertutto quasi uniforme, si elevò l’illimitato potere della nobiltà e dei principi, appoggiato inoltre a un traffico commerciale relativamente ristretto, ma importante, con un semplice artigianato.

In questo sistema di produzione, sempre riproducentesi alla stessa guisa nel corso dei secoli ad onta dei mutamenti di dominio alla superficie, il capitale europeo è penetrato da ogni parte dissolvendo, rivolgendo, assoggettando, sfruttando, depauperando, mediante il commercio, mediante l’assoggettamento e il saccheggio diretto, mediante lo sfruttamento dei tesori naturali, mediante la costruzione di ferrovie e fabbriche, mediante prestiti statali ai principi, mediante l’esportazione di derrate alimentari e di materie prima – ossia mediante ciò che si comprende nella denominazione di politica coloniale. Mentre l’India con le sue immense ricchezze fu già di buon’ora conquistata, depredata e quindi proletarizzata e industrializzata, gli altri paesi soltanto più tardi caddero per mezzo della moderna politica coloniale nei lacci del capitale finanziario. Anche la Russia – sebbene essa sin dal 1700 apparisce esteriormente come una potenza europea – divenne colonia del capitale europeo: essa grazie ai suoi immediati rapporti guerrieri con l’Europa entra prima e più rapidamente per la via, in cui più tardi la seguirono la Persia e la Cina. Prima dell’ultima guerra il 70% dell’industria del ferro, la maggior parte delle ferrovie, il 90% della produzione del platino, il 75% dell’industria della nafta erano in mano di capitalisti europei, i quali inoltre mediante gli enormi debiti statali dello zarismo sfruttavano i contadini russi anche oltre i limiti della fame. Mentre la classe operaia lavorava in Russia in condizioni simili a quelle dell’Europa, per cui sorse una comunità d’idee rivoluzionarie, marxiste, tuttavia per la sua complessiva situazione economica la Russia era il più occidentale degli imperi asiatici.


A. PANNECOEK