Partito Comunista Internazionale

Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione teorica del marxismo

Articoli figli:

  1. [RG-20] Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione teorica del marxismo (Pt.1)
  2. [RG-20] Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione teorica del marxismo (Pt.2)


Riassunto del Rapporto alla riunione di Piombino, 21-22 settembre

Avvertenza

Il tema sull’economia capitalista in occidente, ed in sostanza sulla economia capitalistica in generale, è stato direttamente trattato finora in tre riunioni: Cosenza, Ravenna e Piombino.

Dopo ciascuna riunione è stato sempre dato un resoconto sintetico, ed è il caso di fare altrettanto per la terza, testè svolta. Di conseguenza osservino i compagni e i lettori che quanto pubblichiamo qui di seguito costituisce un testo a sé stante, e non la continuazione del rapporto diffuso che si è iniziata nel n. 16 di questo giornale, ha seguitato nel n. 17, e nel n. 18 figura solo con l’inserzione del quadro sullo sviluppo della produzione industriale russa dal 1913 al 1956. Tale rapporto sarà poi ripreso nei prossimi numeri per il completamento del suo testo particolareggiato, riattaccandosi alle puntate ora dette.

Poiché la pubblicazione di tutto lo studio non sarà breve ci è sembrato bene non rinviare la presentazione, anche in forma sommaria, di svolgimenti dati a Piombino per quella che sarà la parte finale, ossia la piena integrale ed intransigente rivendicazione della descrizione marxista del capitalismo, nel corso che ha condotto fino ad esso, e in quello che presenterà la sua fine storica, collegata da un lato a strette citazioni dei testi ormai secolari, e dall’altro alla demolizione di tutti i pretesi demolitori della nostra economia rivoluzionaria che non seppero o non vollero trovare nella nostra scuola, già scritta, la condanna delle loro più o meno prezzolate elucubrazioni.

Il lettore intende che saremo brevi nel riferire quella parte iniziale che ha già trovato posto nel resoconto diffuso, e che riguarda in ispecie il corso storico della produzione industriale capitalista e le norme che ne regolano gli incrementi.

INTRODUZIONE


Tre vie al dilemma storico Russia – Occidente

Il relatore come ogni altra volta tracciò lo stato generale del piano di lavoro che conduciamo in queste riunioni, che negli ultimi tempi, salvo alcune su temi specifici (Polemica della Sinistra con l’I.C.; Principi di base storici e sociali del programma comunista), si sono in certo modo divise in due rami: struttura sociale ed economica russa da un lato – corso dell’economia capitalista dall’altro. Il lettore trova i richiami a questo lavoro, e alle varie pubblicazioni curate dal partito, nei resoconti immediati di Cosenza e Ravenna come all’inizio di quello diffuso testé in corso di pubblicazione, e non li ripetiamo (Programma n° 19 del 1956, n° 3 e 4, n° 16 del 1957).

Il relatore prospettò per quali motivi questa contrapposizione di termini tra Russia e capitalismo occidentale domina la scena storica e politica degli ultimi quarant’anni. Per i nostri avversari di tutte le sponde l’antitesi viene, a dar buon gioco ai traditori del comunismo, mantenuta ferma come un’antitesi tra classi e forme di produzione; tra socialismo proletario e capitalismo borghese. Per noi all’opposto, nel corso storico di questa moderna fiammeggiante vicenda, tre ben diversi «tempi» si sono succeduti.

Tre vie sono state successivamente annunciate e i loro nomi sono questi: Rivoluzione – Guerra – Emulazione.

Noi siamo e restiamo solidali solo della prima via, aperta colla rivoluzione di Ottobre 1917 e chiusa colle sconfitte delle sinistre rivoluzionarie in Russia ed altrove. Era la via di Lenin.

La seconda via può portare il nome di Stalin e l’etichetta: costruzione del socialismo nella sola Russia. Nella realtà è la via della costruzione di una forza industriale, militare ed imperiale su cui aleggia il mito di un rovescio in guerra di tutti gli Stati ed imperi di Occidente; prima la Germania e poi l’America, nella paranoia di cui morì Stalin; con l’arrivo del comunismo in tutto il mondo borghese a bordo dei carri armati, nell’inganno diffuso nel mondo dalla pandemia di ebetismo dei suoi seguaci. Stalin muore nel 1953, ma il suo orrendo mostro teorico gli era premorto, con la guerra di Corea e la ripresa delle economie imperiali dell’Ovest.

A questo mostro orrendo in linea di dottrina, ma non schifoso nella condotta politica quanto il mollusco che lo seguì, è succeduta la terza via, che si può dire del ventesimo congresso, e dei cortigiani di Stalin vivo che orinano sul suo grosso cadavere; ed è la via della ipocrisia di pace, la via della Emulazione, che a un pari scempio delle teorie di Marx e di Lenin aggiunge un’immensa vigliaccheria storica, che bisogna riconoscere assente nella Russia di Stalin, di Stalingrado e del 38° parallelo.


La fornicazione comparatrice

La prospettiva del secondo dopoguerra mondiale non ha conosciuto nulla di simile all’attesa dei lavoratori di tutto il mondo nel primo dopoguerra, quando le proclamazioni della Terza Internazionale e di Lenin dai congressi di Mosca annunciavano come sviluppo della rivoluzione bolscevica e della vittoria in Russia contro le forze della reazione borghese mondiale, l’assalto per la conquista del potere e della dittatura proletaria negli Stati d’Europa. Nel secondo dopoguerra questa grandiosa promessa era stata rinnegata, come conseguenza dello stritolamento della vecchia guardia bolscevica in Russia e del patteggiare con gli Stati capitalistici in Europa e nel mondo, nella guerra, prima di Hitler e poi dei suoi nemici. Ma l’illusione proletaria ebbe un’ondata verso una seconda attesa che sapeva di tragedia: il secondo colpo che Stalin aveva annunziato nel 1938, e tramato nei patti di Yalta. Si sognò un assalto delle divisioni corazzate russe, sui campi fatali della vecchia Europa, alle forze americane e anglo-francesi. Oggi le due fasi, aurea la prima, di sinistro orpello la seconda, sono entrambe dichiarate sepolte. I russi firmarono la prima abiura sciogliendo il Comintern, la seconda sciogliendo quella larva che fu il Cominform, dal nome di bottega oscura e fetida.

Proclamata come traguardo e come nuovo sogno dei servi la Pace dichiarata, la Coesistenza dei due mondi separati dalla Cortina, proposta per una lunga storia di domani la bianca gara di un freddo confronto di numeri e di statistiche, questa terza via dell’Emulazione si imbinariò sull’attuale insidiosa strada polemica: la comparazione quantitativa dei risultati rispettivamente ottenuti, dopo tornei di pubblicistiche promesse, dalle «due economie» agenti nei pretesi «due sistemi».

Stalin bestemmiò con tutta la sua autorità, prima di morire, il verbo di Marx e di Lenin, implicitamente identificando i due sistemi nell’unico della produzione delle merci, assumendo che il suo sistema la accelerasse più di quello del vecchio capitalismo dell’ovest, che nel delirio dell’agonia vide travolto in una fase di sottoproduzione industriale, laddove noi sperammo: sappiamo che il capestro che strozzerà tutti i capitalismi, l’unico, è il capestro della sovraproduzione mercantile.

I suoi eredi bestemmiarono lui per connotati «morali» che valgono ad epatare il borghese, ma più a fondo di lui e con maggiore blasfemo verso i principii del marxismo leninismo si cacciarono nella corsa industriale mercantile, vedendo nel suo precipizio la vittoria del sistema «socialista», che senza la rivoluzione, e senza la guerra di Baffone, avrebbe indotto il resto del mondo ad una adozione tanto incruenta, quanto quella che surroga il parto di organismi vivi e vitali; soluzione modellistica e borghesemente «campionaria» che disonora in una parodia oleosa gli antichi ma generosi sogni degli Utopisti cancellati, senza disprezzo, da Marx.

Una tale comparazione e commisurazione, possibile tra simili e non tra rivali, pur non essendo che fornicazione ed intrigo, obbligò alla polemica, al Dialogare col morente Stalin, con le riviventi sue vittime e i nati-morti suoi epigoni, per mostrare: primo, che la diversità tra i due termini non sussiste ma è identità di struttura; secondo, che il paragone tra le squallide cifre, tra la cubatura dei due sepolcreti imbiancati, non vede la vittoria quantitativa dalla parte russa.

E poiché su tale passerella non potevano che convergere gli emulatori dell’altra banda, la polemica non poteva non riguardare anche loro, le loro versioni parimenti livide delle leggi della struttura mercantile, della cui caducità miserabile nei due campi emulativi vi è pari tremore.

Tanto ci preme provare che il decorso del presente capitalismo russo segue le stesse norme e leggi che quelli dei capitalismi statali storici; tanto ci preme pure mostrare che, alla luce vivida del tempo di Marx, cui non mancava nessuna fascia dello spettro luminoso, essi non si rincorrono che su una medesima pista storica, che ha per traguardo la morte del mercato, la morte del denaro, la morte del lavoro pagato, e una società, la potenza dei cui caratteri, nota da un secolo al marxismo, non può essere contenuta in figurini pubblicitari, promessa attraverso cataloghi di empori borghesi, campionata negli istituti filistei delle accademie economiche.


SVILUPPO STORICO DEL CAPITALISMO


Materiale statistico numerico e grafico

L’illustrazione dei prospetti e diagrammi esposti a Piombino è in buona parte già pubblicata nei numeri 17 e 18. Basterà riportare l’elenco di tali elaborati.

Un grande grafico già mostrato alla riunione di Ravenna corrisponde al prospetto primo del numero 16. Esso contiene gli indici della produzione industriale, fatto eguale a 100 quello dell’anno 1913, per quattro paesi: Inghilterra, Francia, Germania e Stati Uniti. L’anno di inizio risulta, nell’ordine ora detto, il 1761, il 1859, il 1800 e il 1827. Per ogni paese ed ogni anno considerato (tutti, dal 1859 in poi) sono in evidenza i massimi, o punte verticali della linea, e i minimi, o punte volte in basso, compresi in due finche del prospetto per ognuno dei quattro paesi.

Al prospetto secondo anche pubblicato nel n. 16 (i commenti di dettaglio sono nella successiva puntata del n. 17), hanno relazione non uno ma due grafici, che furono in primo tempo usati alla riunione di Cosenza, rifatti per la riunione di Ravenna, ed accuratamente controllati per questa occasione. In questi grafici figurano sette paesi, ossia si aggiungono ai già detti, Russia, Giappone ed Italia, ma il ciclo considerato è solo quello dal 1946 al 1956. Gli indici sono collegati al 1937 e al 1932, per il quale anno si adottò il valore base 100. Un primo grafico mostra la linea degli indici della produzione industriale, un secondo quella degli incrementi annui rappresentati nei colori convenzionali da tratte orizzontali per ogni anno.

Nel n. 17 è stato poi pubblicato un prospetto terzo, la cui calcolazione fu annunziata alla riunione di Ravenna, e che si limita per i motivi spiegati ai quattro paesi del primo prospetto, e agli anni dal 1859 ad oggi. Tale prospetto, diviso in quattro tabelle, raccoglie sia le cifre degli indici annui costituenti massimi, sia quelle della durata degli intervalli, del corrispondente aumento totale e dell’aumento annuo medio del periodo, calcolato coi noti criteri illustrati dal grafico stampato nel n. 16. Paese per paese, alla prima serie di periodi ne segue un’altra più raggruppata detta dei «cicli brevi» e un’ultima dei «cicli lunghi» con le stesse cifre calcolate.

Questo sviluppo, come noto ai lettori, serve a dimostrare come nei quattro paesi e nell’ultimo secolo si è verificata la legge del decrescere dell’incremento relativo. La verifica, come bene spiegato a voce e nel resoconto dettagliato, si ottiene studiando il decorso «al di sopra delle congiunture» ossia secondo curve che «inviluppano» quelle dei massimi.

Questa dimostrazione è forse più evidente nella presentazione numerica, di cui i compagni già dispongono, che in quella grafica disposta in due grandi tavole mostrate a Piombino. Una dava le tre curve di Francia, Germania e Inghilterra, e l’altra quella degli Stati Uniti, la cui ascesa è molto più accentuata.

Nei grafici figurano le verticali degli anni di massimo, e la curva I o dei periodi tra due massimi, in linea piena del dato colore (Inghilterra azzurro, Francia violetto, Germania bruno, USA rosso). Indi figura, generalmente tutta più alta, la curva II (meglio linea spezzata, per semplicità) dei cicli brevi, e infine la curva III dei cicli lunghi, segnata la II a tratti e punti, la III a tratti e due punti. Su questa erano scritte le rate finali degli incrementi, tutte in decrescenza come dal prospetto terzo.

Di queste due grandi tavole vennero date ampie spiegazioni, ponendole in rapporto coi calcoli i cui risultati figurano nel prospetto terzo. Fu illustrato ai convenuti che la palese verifica della legge di decrescenza del ritmo incrementale annuo medio non è affatto in contraddizione col fatto che, per chi osserva il grafico a colori, mentre la linea della produzione anno per anno dà luogo, specie nella fase che segue il 1914, ad una spezzata con continue oscillazioni, le curve invece di massimo ascendono sempre, e negli anni più recenti le linee I, II e III assumono una sempre più marcata inclinazione verso l’alto. Tale argomento si riserva al resoconto dettagliato, sia perché richiede qualche considerazione matematica, sia perché è meno agevole la spiegazione senza il sussidio del disegno.

Ci limitiamo in questa sede ad una esemplificazione numerica. In USA dal 1913 al 1929 l’indice della produzione industriale è salito da 100 a 205 in sedici anni. L’incremento relativo totale è del 105 per cento (100 + 105 = 205) e quello annuo medio debitamente calcolato (vedi n. 18, non va fatto 105 : 16 che darebbe più del 7%) è risultato del 4,6. La linea III del grafico era molto acclive. Ma la acclività di tale linea non dà l’idea del tasso annuo, bensì dell’aumento assoluto di produzione in un anno, che è appunto stato il 7 per cento della produzione 1913. Prenda ora il lettore il periodo seguente 1929-1956. In 27 anni si guadagna da 205 a 517, in tutto il 150 per cento, e col calcolo esatto l’annuo 3,5 per cento, che si verifica minore del precedente 4,6, come volevasi dimostrare. Perché allora la linea sale più bruscamente? Facile. Facciamo 517 – 205 ed avremo 312 di aumento assoluto, sempre con l’unità 100 al 1913. In ognuno dei 27 anni si sarebbe avuto un aumento medio bruto del 312 : 27 ossia oltre 11 per cento, e dunque ben più del 7 per cento bruto del precedente periodo. La nostra spezzata, la cui inclinazione denunzia l’aumento assoluto bruto, doveva dunque risultare più inclinata.

Un futuro grafico, che ci auguriamo poter stampare, aiuterà i non matematici ad orientarsi fra tali grandezze e rapporti.


Diagramma post-bellico dell’industria russa

Per formare il prospetto stampato nel precedente n. 18 e che potrebbe dirsi prospetto quarto, si sono impiegati gli indici della produzione russa dati dall’annuario statistico ufficiale di quel governo, dal 1913 al 1956, riducendoli alla base 100 per il 1913. Insieme al diagramma, più completo degli altri come ora diremo, ma limitato almeno per ora al solo anno 1913, fu mostrato nel locale della riunione il grande prospetto fac-simile di quello stampato nel n. 18, uscito dopo la riunione e che oggi il lettore possiede ed è invitato a confrontare.

Il prospetto per la Russia compendia tutti i dati del I, II e III prospetto in quadro unico. Da sinistra a destra sono indicati: gli anni, gli indici relativi, i vertici di massimo e di minimo, gli incrementi percentuali calcolati anno per anno. Indi per determinati periodi intercalari, che per evidenti ragioni sono stati scelti più vicini dei pochi vertici di vero massimo, sono dati gli anni del periodo e gli aumenti totali e annui; infine si ripete altrettanto per i cicli brevi e quelli lunghi.

Anche per dare ragione del dettaglio di questo prospetto dobbiamo rinviare alla prossima puntata del rendiconto diffuso, ed in parte alle annotazioni che corredano il quadro stesso nel n. 18.

Diremo brevemente della presentazione in forma grafica, che anche era più completa che per ogni altro paese. Infatti avendo i dati di tutti gli anni (salvo che per i tragici 1914-1918 e 1941-1942) si è data la curva o spezzata reale degli indici annui; poi la linea dei periodi intercalari, che sono sette, e che giusta il procedimento non ha discese in basso, indi la linea II per quattro cicli brevi e la linea III per due cicli lunghi.

Superiormente e con altro colore si è segnata la linea degli incrementi annui, non medi di periodo, ma effettivi a termine dell’annuario ufficiale; tale linea si vede come una spezzata di tratti orizzontali congiunti da verticali, e la si è omessa ed interrotta negli anni di decremento. Ora, mentre la linea azzurra della produzione sale con audacia, quella rossa degli incrementi relativi è formata da due specie di scalette che, sia pure con qualche sussulto, appaiono subito all’occhio dell’osservatore come discendenti da sinistra a destra, ossia col passare degli anni, dando la sensazione pratica della stessa relazione che poco più sopra abbiamo voluto dedurre dai numeri a proposito dell’America.

L’eloquente prospetto dei dati russi viene a provare che il decorso di quel capitalismo industriale segue le stesse norme del capitalismo storico di occidente: aumento della produzione assoluta e anche dei suoi «scatti assoluti» annui, diminuzione inarrestabile del tasso annuo di incremento relativo su periodi che scavalcano le congiunture, tassi alti come quelli del capitalismo americano dell’ottocento, e in quanto sia possibile notarne di più alti, ma non di molto, spiegati con la norma che il capitalismo russo è stato l’ultimo a nascere e a rinascere. Ci limitiamo qui a collegare tali considerazioni che presentano bene in sintesi questa parte della ricerca con il quadretto dei quattro paesi in ordine di età che nel n. 17 figura nella quarta e quinta colonna della terza pagina. La Russia vi andrebbe segnata dopo gli Stati Uniti e il suo ciclo di partenza, sebbene cronologicamente all’altezza del terzo del quadretto, così completerebbe la «orizzontale dei debutti» (da non confondere col debutto di una orizzontale): Inghilterra 3,6; Francia 4,2; Germania 4,6; Stati Uniti 7,1; Russia 9,1.

Come nell’ordine naturale della forma capitalista di produzione.

Il commercio mondiale

Fino a questo punto gli studi hanno avuto per oggetto la massa della produzione industriale, a suo luogo indicando le fonti delle cifre ed il modo in cui gli autori riferiscono di averle cercate e stabilite.

Con intenso lavoro i compagni prepararono sia un prospetto che un grafico, mostrati alla riunione ma inediti e calcolati molto velocemente, in cui figurano le cifre del commercio interstatale di esportazione e di importazione. Si posseggono le cifre dei principali paesi, e anche dei minori, ma ne verrà fatto uso in seguito. Si possedevano anche cifre della produzione manifatturiera mondiale, ma ragioni di tempo ne fecero rinviare l’impiego.

Si è quindi fatta una verifica sulle cifre del commercio mondiale, e se ne è dedotta la stessa conclusione data per la produzione sulla legge del decrescente incremento.

Anche di ciò riferiamo qui i risultati di grande massima.

Gli indici adoperati sono stati elaborati dal solito autore Kuscinsky con particolare cura per renderli proporzionali al commercio fisico, o in valore reale, salvandosi dalla selva dei cambi e mutamenti di potere di acquisto delle monete internazionali. Accettati per buoni i suoi indici, eccone la conclusione.

I dati dal 1834 al 1929 si sono potuti smistare su quattro periodi.

1834-1860. Anni 26, da 8,5 a 32. Incremento tot. 282%. Annuo medio 5,4%.

1860-1890. Anni 30, da 32 a 94,2. Incremento tot. 194%. Annuo medio 3,7%.

1890-1913. Anni 23, da 94,2 a 197,8. Incremento tot. 110%. Annuo medio 3,3%.

1913-1927. Anni 14, da 197,8 a 261,7. Incremento tot. 32%. Annuo medio 2,0%.

La serie, calcolata «in faccia» agli ascoltatori (mai contraddittori) è risultata limpidissima: 5,4; 3,7; 3,3; 2,0.


Rapporti di forza fra capitalismi

La parte economico-statistica che occupò la prima, e parte della seconda seduta della riunione, si chiuse con l’illustrazione di una statistica della produzione manifatturiera nel mondo che sarà completata e pubblicata a suo tempo dando ragione delle fonti e del modo di elaborazione.

La detta ricerca va dal 1870 al 1938 e resta da sviluppare fino ad oggi. In essa non figurano più indici proporzionali al volume della produzione di ogni paese, ma le cifre percentuali che rappresentano la produzione manifatturiera di ciascuno Stato rispetto a quella mondiale.

I primi sette Stati sono quelli già studiati in quanto precede: USA, URSS, Germania, Inghilterra, Francia, Giappone, Italia. Sono riportati alcuni Stati minori come Canada, India, Belgio, Svezia, Finlandia, e infine in blocco tutti gli altri paesi, che in genere impegnano poco più del 12 per cento della produzione mondiale totale. Una tale tabella è molto suggestiva per seguire gli spostamenti del baricentro delle forze statali capitalistiche.

Nel marxismo la forma capitale parte dall’ideale borghese di libertà che si presenta come indipendenza nazionale, e nella realtà come concrezione di grandi poteri di Stato centralizzati. La concentrazione dei capitali e delle unità geografico-demografiche di potenza ci dà la marcia storica verso il totalitarismo imperialista. La negazione dialettica, che è in questo, dell’ideologismo liberale di partenza, è per noi il vero trampolino di lancio della rivoluzione proletaria. Il capitalismo e il mercantilismo non saranno mai superstatali: il socialismo, uccidendoli, distruggerà la costellazione degli Stati, attaccando i suoi astri di prima grandezza.

Meglio delle parole lo dicono i numeri.

Al 1870 dura ancora il predominio britannico con la percentuale 31,8. Un paese che allora ha un quarantesimo della popolazione del mondo produce il terzo dei manufatti industriali. Nella graduatoria seguono: USA 23,3, Germania 13,2, Francia (da tempo scaduta dal secondo posto) 10,3. Il Giappone è ancora assente, la Russia si affaccia col timido 3,7%, il resto è trascurabile.

Seguiremo solo i grandi mutamenti storici.

Al 1881-1885 il primato inglese è perduto: USA 28,6, Inghilterra 26,6. La Germania in aumento, la Francia in forte diminuzione.

Al 1896-1900 il fatto notevole è l’avvicinamento della Germania all’Inghilterra: USA 30,1, Inghilterra 19,5, Germania 16,6, Francia 7,1. Rileviamo che la Russia (zarista) è al 5, l’Italia a 2,7, il Giappone a 0,6.

Nel 1906-1910 gli USA raggiungono una prima volta il «primato di tutti i tempi» (forse dall’Impero Romano in poi, schiavi a parte …) col 35,3. In Europa il fatto che annunzia la guerra: la Germania scavalca Albione: 15,9 contro 14,7. La Francia scade ancora a 6,4. La Russia è ferma a 5, il Giappone è salito a 1,0 (vittoria in Oriente) e l’Italia a 3,1.

Le cifre della vigilia imperialista del 1913 accentuano tutti questi risultati nello stesso senso.

In via del tutto approssimativa e provvisoria fu qui introdotta la considerazione delle popolazioni, formando un certo indice che tiene conto della produzione a parità di popolazione. Facendo sul senso di esso ogni riserva diamo la graduatoria di potenziale unitario (diverso da quello assoluto) così ricavata: USA 4,0, Inghilterra 3,5, Germania 2,86, Francia 1,60, Italia 0,76, Giappone 0,50, Russia 0,37.

Da queste due serie di dati ben si profila la minaccia tedesca e il motivo del primo intervento USA in Europa, fatto di fiera conservazione del capitalismo.

Dopo i mutamenti di territorio della prima guerra e la ripresa fino al 1926-29 si potrà constatare: gli USA hanno schiacciata l’Europa sotto un nuovo e maggiore primato di ogni tempo: 42,2! Ma la Germania non è stata disfatta per sempre: è tuttavia seconda con 11,6. Le vittoriose seguono: Inghilterra 9,4, Francia 6,6, Italia 3,3. Quanto alla Russia essa non si è ancora ripresa se non fino a riguadagnare la posizione del tempo zarista: 4,3.

Ma è la Russia che campeggia nelle cifre del 1936-38, ossia alla vigilia della seconda guerra mondiale, provocando colla sua potente industrializzazione, su un territorio immenso, la discesa del potenziale statunitense al 32,2 soltanto. La Russia aveva già allora preso il secondo posto con 18,5. Seguivano distanziate: Germania con 10,7, Inghilterra con 9,2, Francia con appena 4,5, Giappone (in forte ascesa) con 3,5, Italia con 2,7, in ripiegamento sensibile.

Di queste cifre abbiamo anche fatta una riduzione a pari popolazione. La graduatoria diviene: 1. USA 2,57; 2. Inghilterra 1,95; 3. Germania 1,34; 4. Russia 1,18; 5. Francia 1,11; 6. Italia 0,61; 7. Giappone 0,50.

Dobbiamo ora rinviare le deduzioni che si possono trarre da una analoga statistica posteriore alla seconda guerra mondiale e riportata ad oggi. Nella ricerca utilizzata sono giustamente evitati gli anni di depressione. Un’indagine del genere di quella fin qui appena delibata può stabilire una relazione tra gli spostamenti dei campi di potenza industriale e gli schieramenti probabili nelle guerre successive: una legge confermata per la prima e seconda guerra mondiale potrebbe dare lumi notevoli nella previsione della terza, portando l’attenzione sui paesi in drecrescenza di prestigio da una parte e quelli in avanzata aggressiva (trattiamo statistica, non – ohibò – morale!) dall’altra.

Qualitativamente è certo che le ultime posizioni degli Stati Uniti, sul terzo del mondo, sono oggi mantenute fermamente; la Russia è progredita a ben oltre il quinto, e forse è al quarto, mentre scadono ancora Inghilterra e Francia (e Italia). La Germania sta provando di poter avere una terza ripresa, e il Giappone una seconda.

Quando fossero rotti i limiti tra mercati, e lasciati nel passato quelli ai disarmi, i focolai di rivalità imperiali lasceranno da parte alcune delle tradizionali potenze europee, e in prima linea saranno i conservatori USA; la Russia, la Germania e il Giappone (o l’Asia). Come si dividano, una rotta dei primatisti d’America sarà sempre il più bell’atout della Rivoluzione, se questa non avrà avuto il tempo di tentare di prendere di anticipo la bestia dell’imperialismo militare.


LA GUERRA DOTTRINALE TRA IL MARXISMO E L’ECONOMIA BORGHESE


Dinamica della forma capitalista

Un punto cruciale antico e moderno della battaglia intorno alle teorie del movimento rivoluzionario proletario è quello se Marx abbia, nelle sue opere e in quella tra esse monumentale, seppur incompiuta alla sua morte, Il Capitale, avuto per obiettivo la sola descrizione delle leggi che governano l’economia capitalistica, o non anche la presentazione alle masse lottanti del chiaro programma dell’organizzazione sociale che uscirà dalla rivoluzione operaia: il socialismo, il comunismo.

La posizione della sinistra marxista radicale, ossia dei soli marxisti che hanno diritto a questo aggettivo (sia proprio o meno il derivare aggettivi da nomi di persone) è stata sempre quella che nell’opera di Marx sta in primo piano – per dirla fuori da tutti gli equivoci in modo crudo – la descrizione dei caratteri della società comunista.

La vecchia obiezione che si richiama all’antitesi tra socialismo utopistico e socialismo scientifico, in cui è una delle corrette espressioni della potenza originale del marxismo è a questo proposito adoperata su di un piano falso.

Utopismo è il «proporre», partendo da una costruzione fatta nella testa dell’autore e dettata da pretesa razionalità, una forma nuova della società che si dovrebbe attuare, attraverso l’adesione degli altri uomini pensanti alla propaganda di quelle avvedute proposte, o nella più deteriore forma, attraverso una decisione dei poteri, dei governi attuali.

Socialismo scientifico non è – se non per gli ex socialisti che sono imborghesiti fino al midollo spinale – disinteressarsi delle caratteristiche della società futura e tacere sulle loro «discriminazioni» da quelle della forma sociale presente, e limitarsi allo studio descrittivo delle leggi di questa forma, dell’attuale economia capitalistica. Socialismo scientifico è il prevedere non secondo piani razionali né preferenze sentimentali o morali, tanto gli svolgimenti dei fenomeni della forma sociale borghese quanto i processi storici attraverso i quali passeranno, e la nuova e diversa dinamica delle forze economiche che ad essi seguirà, non solo, ma si contrapporrà, nella dialettica della ricerca dottrinale e del combattimento rivoluzionario.

Col cadere del condizionamento di questi trapassi al fatto che la loro necessità sia entrata nella testa di tutti, o anche dei più, e colla nozione esatta del problema classe rivoluzionaria, partito rivoluzionario – nozione il cui nome è: dittatura –, solo con tanto muore l’utopismo e con esso muore il suo deforme fratellastro: il socialdemocratismo!

Da decenni e decenni la nostra scuola storica, e da vari anni la nostra piccola attuale organizzazione di lavoro, lo ha dimostrato con opera assidua e con citazioni organiche e dialettiche, non libresche o peggio orecchiate, dei testi classici marxisti antichi e recenti, e specialmente dello stesso Capitale che tutti, fino al pauroso «ateorico» Giuseppe Stalin, degradano e trattano di fredda economia descrittiva, laddove dalla prima all’ultima pagina lo percorse il grido rivoluzionario e la michelangiolesca scultura dello scopo della Rivoluzione. Si tratta di leggerlo come va letto, ossia vivendolo e combattendo ad ogni passo le forme borghesi reali ed ideali contro di cui spietato si avventa senza sosta alcuna.

Fare scienza descrittiva vuol dire accettare come statico, eterno e permanente il quadro dei fatti che si considerano: fare dialettica e programma rivoluzionario vuol dire trarre dai fatti la scienza della loro dinamica inesausta.

Sospinti dal fatto che la descrizione marxista del capitalismo è inseparabile dal calcolo dell’orbita che esso descrive nella storia, gli economisti borghesi si sono per un secolo dati a varare descrizioni diverse e opposte, dalle cui leggi «scientifiche» possa emergere la possibilità di lunga ed eterna vita della forma capitale – id est della forma mercato.

L’inferiorità di questi molteplici tentativi sta nel fatto che essi compiono acrobazie spesso notevoli per dare questa lettura dei fenomeni che presenta il capitalismo contemporaneo, ossia il capitalismo bell’e fatto; ma nulla sanno rispondere o potrebbero rispondere a quella parte gigante della costruzione di Marx che dimostra come il capitalismo – ossia il capitale – è nato e si è formato storicamente, e come ha sostituito precedenti forme della organizzazione sociale.

Il solito giochetto sugli «indici» forniti dalla statistica corrente – a cui i russi hanno così presto e così a fondo abboccato – suppone, in tutti i suoi calcoli e formule fasulle, un grande falso: che mercato e capitale siano sempre esistiti, dalla creazione del mondo.

Marx all’opposto in ogni dimostrazione e in ogni capitolo ritorna da par suo sulla storica origine delle forme che tratta: ciò dai primi classici capitoli del completo Libro Primo, a tutti quelli delle parti del Secondo e del Terzo che ci sono state conservate. Ogni volta che egli enuncia come i caratteri della produzione capitalistica non sono originali («naturali»), ma acquisiti, egli dimostra – decine di volte esplicitamente e centinaia di volte implicitamente – che quei caratteri sono caduchi e che la storia vedrà la scomparsa della forma capitale.


I primi studi per «Il Capitale»

Nella riunione furono largamente utilizzati i materiali che esistono nella postuma opera di Marx, edita a cura dell’Istituto Sovietico, che raccoglie le prime stesure dei suoi testi, anche prima dell’edizione della «Critica dell’Economia Politica», avvenuta in una redazione completa dell’autore nel 1859, e poi trasfusa nei primi capitoli del Primo Libro, apparso nel 1867.

Il gruppo di Parigi ha fornito le traduzioni di passaggi molto importanti dal testo tedesco. Questo, stampato a Berlino nel 1953 dalla edizione di Mosca del 1939-41, col titolo «Fondamenti della Critica dell’Economia Politica» riproduce fedelmente un manoscritto di pugno di Marx in quaderni del 1857-58 costituente la prima stesura in bozza dell’opera in preparazione, di cui solo una parte prese la forma della pubblicazione legale del 1859. In tutto il rimanente del libro attuale, il cui titolo è stato apposto dagli editori e non dall’autore, vi sono stesure di partenza delle parti più diverse del Capitale e perfino trattazioni che non hanno trovato posto in esso e il cui sviluppo si trova sparso in tutta la letteratura marxista.

A mettere in risalto la stragrande importanza di questo testo giovanile (ma già ben successivo sia al Manifesto dei Comunisti che all’Antiproudhon, ossia corrispondente ad un’epoca in cui la teoria economico-sociale era già in forma definitiva nella mente di Marx – come dei compilatori di questi nostri lavoretti dopo un altro secolo esattamente), valsero alcuni rilievi di carattere organizzativo. Nella bozza Marx scrive senza porsi alcuna limitazione per ragioni editoriali, e quindi non ha alcun motivo di mascherare (nel senso di rimettersi ad una lettura particolarmente avveduta e sagace) parti del suo pensiero. Quando invece pensò alla stesura definitiva per la stampa, egli – che sempre ebbe di mira la pubblicazione in Germania e nella lingua tedesca dell’originale – fu costretto, anche dalle gravi difficoltà economiche che mai gli dettero respiro, a fare i conti colla censura in quei tempi rigorosa. Egli quindi rese meno espliciti, senza mai nulla scientificamente sacrificare, i passaggi politici ed agitatori. D’altra parte come egli aveva seriamente lavorato sugli economisti ortodossi, così calcolava che la sua opera di scienza giungesse, oltre che agli operai e ai compagni di fede, anche ai contraddittori scientifici, che indubbiamente un secolo fa non erano la gente spregevole arrivista e venduta di oggi. Egli lasciò quindi che in un primo tempo si pensasse che si trattava di uno studio scientifico nel senso neutro – ma decente – del termine; il che non tolse che scrivesse le innumeri pagine di fiamma che è dato leggere a chi ha fatto del libro materiale non per una biblioteca rinchiusa ma per una vita di lotta, e sa adagiare su quelle pagine le tempeste che seguirono di tanti decenni, e seguiranno ancora.

Sono quindi preziose le pagine della bozza, del borro, piene di passi non limati, di parole in tutte le lingue, di note monche e spezzate, perché utili a irrevocabilmente confermare quanto nei testi «ufficiali» abbiamo da mezzo secolo letto e quanto abbiamo, noi e i nostri compagni di partito e scuola, centinaia di volte senza l’ombra del dubbio affermato, in modo da avere materia per ogni esitante, nemico, lontano e forse talvolta vicino, cui infine possiamo farla andare giù con enunciazioni originali – e perfino passate per il vaglio di una organizzazione maneggiata da seguaci di tutte le deformazioni – martellanti, chiare, evidenti «à créver les yeux»!


Prime capitolazioni del nemico ideologico

Non tarderemo ad attingere alla miniera che abbiamo presentata. E da essa trarremo ancora quel filone principe, in cui è dato vedere come a tutte le critiche degli scienziati «posteriori» era già stata data un’anticipata risposta, e trarremo conferma all’assunto svolto in altre riunioni (vedi Asti, Milano, ecc.) che le teorie dei superatori di Marx sono rimasticature di vecchissime posizioni su cui Marx stesso era già passato trionfante.

Vogliamo mostrare che nelle versioni di economisti ed istituti di ricerca economica del tutto votati alla difesa ed all’apologia del capitalismo, nella stessa terminologia, nella stessa presentazione dei fenomeni economici dell’attuale società, si vanno sempre più largamente adottando espressioni non solo, ma anche metodi di calcolo che originariamente sono stati stabiliti nell’economia di Marx.

Fu mostrato alla riunione un interessante fascicolo-strenna (per i miliardari lo è) della rivista capitalista americana «Fortune». Esso ha il titolo a lettere di scatola: «Fortune 500». Cosa sono le 500? Sono le 500 più grandi intraprese capitalistiche degli Stati Uniti, elencate quest’anno, come nei precedenti, nell’ordine dato dalla grandezza del relativo capitale.

Più volte abbiamo faticato a convincere anche vecchi marxisti professi che per noi il capitale non è misurato dalla grandezza dei mezzi di produzione, ossia dal valore delle macchine, degli utensili, delle officine, delle scorte di materie prime semilavorate o di prodotti invenduti (stock, inventari, merci a magazzino). Il capitale è per noi la somma delle merci vendute in un ciclo, e sia pure l’anno solare, la somma dei prodotti nell’anno di lavorazione. E quando cerchiamo il tasso di profitto di questo capitale, mettiamo in rapporto ad esso il guadagno dell’impresa, che nella nostra terminologia è il «plusvalore». In rapporto, cioè, non al valore degli impianti di cui l’impresa ha la proprietà, bensì proprio al valore di mercato dei prodotti, ossia al volume delle vendite, quello che in Italia, come tante volte detto, si chiama il «fatturato».

Il quadro dei 500 mostri contiene infatti questi dati: nome e sede della Società; «sales», o vendite, o fatturato; «assets» ossia attivo del bilancio patrimoniale, e quindi valore degli stabilimenti e macchine; graduatoria secondo questa cifra, mentre la graduatoria base è secondo le «sales»; profitti netti; capitale azionario (al corso di borsa); numero azionisti; numero dei dipendenti; tasso del profitto in percentuale delle vendite; tasso del profitto in percentuale del capitale azionario.

Non figura nemmeno il tasso di profitto in percentuale degli assets ossia del valore patrimoniale impianti.

Per fissare le idee diremo che la capofila è la General Motors di Detroit, massima industria automobilistica che confrontammo nel Dialogato colla nostra FIAT. Le vendite 1956 sono state 10.796 milioni di dollari, ossia quasi 11 bilioni, pari a circa 6.750 miliardi di lire italiane. Anche per il 1956, venti FIAT!

Il personale è stato di 600.000 unità contro le circa 75.000 della FIAT, ossia otto FIAT. Ripetiamo che la produttività si mantiene, in tempo lavoro se non in spesa salario (non abbiamo tale dato) a due volte e mezzo quella della nostra massima azienda.

Il profitto netto è stato di 847 milioni di dollari, ossia rispetto alla cifra delle vendite del 7,9 per cento. Essendo il capitale azionario solo 4.581 milioni di dollari, il tasso del profitto su questo sale al 18,5 per cento.

Il valore degli impianti, o assets, è 7400 milioni, ossia più del capitale azionario, ma molto meno delle sales, o vendite.

La mancanza della spesa salari e stipendi ci impedisce di calcolare come nel caso FIAT il capitale variabile e il saggio del plusvalore. Più ce lo impedirebbe la mancanza della cifra di investimenti in nuovo capitale, prelevati prima di distribuire il profitto netto indicato, ma certo notevoli anche per il 1957. Una volta di più vediamo come può benissimo essere alto il saggio di plusvalore e tendere a decrescere quello del profitto.

Ciò che è notevole è come gli stessi organi capitalisti non portano in conto il capitale fisso, ma solo quello che circola e si trasfonde nella massa del prodotto; il che è in strano contrasto con l’assunto delle varie scuole economiche moderne (Keynes, scuole del benessere o welfare) che vogliono introdurre come fattore della produzione di plusvalore (per essi dell’aumento del reddito nazionale) a fianco del fattore umano, lavoro vivente di Marx, quello della ricchezza formata o capitale fisso, o lavoro morto, di Marx. Ed altra capitolazione ideologica si ha quando nel calcolare il reddito nazionale, somma menzognera dei guadagni capitalisti con le remunerazioni del lavoro a tempo, si adopera l’espressione «valore aggiunto nell’anno dal lavoro», col dedurre dal valore della produzione (capitale finale per Marx) quello delle materie prime ed ausiliarie ed i rinnovi di impianti per il logorio annuo (capitale costante di Marx). Quello che in tale caso rimane è la somma del capitale variabile col plusvalore-profitto; ed ammettere che tutto questo è stato «aggiunto dal lavoro», vuol dire ammettere con Marx che la ricchezza morta, personale e nazionale che essa sia, non figlia nessun aumento, incremento, differenziale di valore, ma al più conserva quello che vi era in forma congelata; mentre è solo il lavoro umano dal cui ciclo sorgono gli aumenti di capitale, valore, ricchezza.


Chiare posizioni di Marx

Rendiamo chiaro con una sola citazione di Marx il fatto che egli e noi non portiamo in conto e bilancio il capitale impianti, la ricchezza morta, e con ciò già stabiliamo che la stessa deve essere a disposizione della società attiva e non monopolio di classe privilegiata, che se ne avvale per godere di altrui lavoro. In questo passaggio di elementare aritmetica sta già tutta la critica della società borghese e la previsione della sua scomparsa.

Libro primo, Capitolo settimo, paragrafo 1. Dopo aver stabilito un esempio in cui 410 sterline di capitale costante si sommano a 90 sterline di salario e 90 di plusvalore, formando in tutto 590 sterline di prodotto, Marx dice: «Ciò che si confronta col valore del prodotto è il valore degli elementi di produzione consumati nella sua formazione. Noi abbiamo visto che la parte del capitale costante impiegata, che consiste in strumenti di lavoro, non trasmette al prodotto che una parte del proprio valore, mentre l’altra parte permane nella sua antica forma. Siccome questa non adempie nessun compito nella formazione del valore, bisogna farne completa astrazione. La sua entrata in linea di conto non cambierebbe nulla. Poniamo che il capitale costante di 410 sterline si componga per 312 di materie prime, 44 per materie ausiliarie e 54 di usura delle macchine; mentre tutto il valore dell’impianto meccanico adoperato ammonti a 1.054 sterline. Come anticipazione fatta noi non calcoliamo che il valore di 54 sterline perduto dalla macchina nel suo funzionamento, e per ciò stesso trasmesso al prodotto. Se noi volessimo contare le 1.000 sterline che continuano ad esistere sotto la loro antica forma di macchina a vapore o altro, ci occorrerebbe computarle due volte, dal lato del valore anticipato come da quello del prodotto ottenuto. Allora l’anticipo non sarebbe 500 ma 1500, il ricavo finale 1590 e non 590, e in tutti e due i casi il plusvalore risulterebbe lo stesso, ossia 90 sterline. Sotto il nome di capitale costante anticipato per la produzione di valore, che è quanto qui ci interessa, noi dunque non comprendiamo mai altro che la parte di valore degli strumenti, che si consuma nel corso della produzione».

E qui Marx annota che perfino Malthus ammette questo, con le parole della sua opera «Principii di economia politica», in cui dice: «Se calcoliamo il valore del capitale fisso impiegato come facente parte delle anticipazioni, dobbiamo alla fine dell’anno contare il valore persistente di tal capitale come facente parte di ciò che annualmente riviene in entrata».

Importa che un tale punto sia entrato in testa al «Fortune Directory» e … ai comunisti marxisti, dato che Keynes, Spengler e compagnia hanno la pretesa che anche la proprietà fissa, e anche il capitale moneta «abbiano diritto» a frazioni del reddito attivo della produzione sociale. E per la proprietà terra lo sosteneva anche Malthus. Per 150 anni quasi, tutta la questione è ferma lì.


Il legame tra lavoro e valore

A un passo delle edizioni universalmente note ed «ufficiali» aggiungiamone un altro che vale a fare intendere altro punto su cui si equivoca implicitamente e spesso senza accorgersene.

Dato che la conclusione dell’anatomia che Marx fa della produzione borghese è la teoria del plusvalore, molti pensano che per aggiustare tutto basti dire: tutto il reddito sociale è plusvalore; se ora lo distribuiamo tra quelli solo che hanno lavorato, tutto il comunismo è bell’e costruito.

Una formulazione diversa della stessa svista può essere questa. Marx ha dimostrato valida la legge del valore, ossia il fatto che il valore a cui mediamente una merce viene scambiata dipende dal lavoro sociale che occorre a produrla. Ma ha pure dimostrato che malgrado tutti questi contratti in pareggio il venditore di forza lavoro, ossia il proletario, riceve molto meno di quanto ha fornito. Ed allora il socialismo arriva quando si paga la forza lavoro al suo vero valore, e così si «abolisce» l’estorsione di plusvalore dall’operaio.

Marx ha tante volte mostrato che questo non è che sciocco immediatismo, e ultimamente lo abbiamo sviluppato a proposito della critica al programma di Gotha. Quella tesi insulsa equivale ad altra formula, quella di Stalin: nel socialismo vige la legge del valore.

La tesi giusta è che nel socialismo il lavoro non ha valore, e non si paga. Non si deduce il valore dal lavoro, per nessuna merce, e, tanto meno per la forza umana di lavoro. Resta, giusta un apparente paradosso, il plusvalore, ossia il dono del lavoro, e muore il pagamento del lavoro, espressione millenaria di servitù e di abiezione.

Facciamo anche dire questo al testo ufficiale e notorio di Marx.

Libro Secondo, Capitolo Primo. Movimento circolatorio del Capitale-Denaro. «Denaro-Lavoro: questo passaggio è generalmente considerato come la caratteristica del modo capitalista di produzione. Ma il motivo non è affatto quello che la compera della forza di lavoro costituisce un contratto di compra-vendita, in cui si stipuli la consegna di una quantità di lavoro più grande di quella necessaria per rimpiazzare il prezzo della forza di lavoro, il salario, in cui cioè si stipuli la somministrazione di una certa quantità di sopralavoro, condizione fondamentale della capitalizzazione del valore anticipato, o, il che vuol dire lo stesso, della produzione di plusvalore. (No, il motivo non è affatto questo, ma …) Il motivo risiede nella forma stessa (del contratto), nel fatto che, sotto forma di salario, il lavoro viene comperato con denaro, nel che consiste la forma distintiva delle transazioni monetarie».

«Ciò che è caratteristico non è che la mercanzia forza di lavoro possa comprarsi, ma che la forza di lavoro possa apparire come merce».

Il socialismo non consiste nel sostituire con un contratto giusto l’attuale ingiusto contratto salariale. Il socialismo consiste nell’annullare il rapporto lavoro-denaro. Il salario non va innalzato, ma soppresso. E questo è possibile solo quando la transazione monetaria sia scomparsa non solo tra denaro e forza di lavoro, ma soprattutto – e anche prima (vedi resoconto di Pentecoste sulla critica di Marx a Gotha) – tra merce e merce quali che esse siano.

Quando vige lo scambio tra equivalenti e quando il valore si calcola dal lavoro, si naviga in piena palude capitalista. Il marxismo fa sue queste leggi in quanto spiega e descrive la società borghese; e ad ogni passo avanza il programma della società che seguirà al suo abbattimento e nel quale lo scambio mercantile e monetario, la forma salariale, la legge del valore-lavoro saranno, come Engels disse dello Stato, passati nel museo dei vecchiumi.

La potenza della dialettica rivoluzionaria balza tutta dalla lettura del più vecchio testo di Marx, perché in esso l’«Uomo Sociale», servo sotto il Capitale, si eleva spezzando i limiti della legge del valore; e la ricchezza morta, l’odierno capitale fisso, che nella società di classi non genera valore, ma dà la forza per rubarne, pervaso di nuova vita attinta nelle radici delle passate generazioni e nelle maledizioni stesse degli schiavi e dei servi di allora, si leverà di fronte alla specie umana come fonte inesauribile di benessere e di alta gioia.

Le leggi scientifiche della società nuova si pongono contro quelle della presente in un irriducibile contrasto e le negano formula per formula e parola per parola. Noi difendiamo la nozione delle vere e non false leggi della dinamica produttiva capitalistica, non perché tali leggi debbano sopravvivere, ma perché quella chiara nozione è l’arma prima per lo sterminio della infame macchina sociale borghese. Si deve bene studiare la struttura e il moto di una macchina, che si vuole al momento dato della storia saper far saltare, sgombrando il cammino anche dai suoi sinistri rottami.


Riassunto del Rapporto alla riunione di Piombino, 21-22 settembre


LA GUERRA DOTTRINALE TRA IL MARXISMO E L’ECONOMIA BORGHESE



Il mito dell’automazione

Negli ultimi anni e soprattutto per i progressi tecnici dell’industria americana, alla cui economia meno pesa una rapida rinnovazione degli impianti fissi anche tuttora produttivamente validi e quindi costosi, si è sempre più parlato dell’automatismo nella produzione, che ha preso il bel nome di automazione. È sembrata una delle novità giganti del nostro tempo, del secondo dopoguerra, la sostituzione con passo travolgente del lavoro dell’uomo con l’azione di automi meccanici privi di vita e di pensiero che si dirigono da se stessi, si autoregolano e si autoguidano. Socialmente è sorto, come se fosse nuovo ed originale, il problema della riduzione delle maestranze industriali in drastici rapporti, e della prevedibile alta disoccupazione che ne sarebbe sorta impedendo a grandi masse di uomini di guadagnare danaro e di spenderlo, di conseguenza, anche per comprare la massa enorme di prodotti sformati dalle installazioni inanimate degli stabilimenti pressoché deserti, ma perennemente ruotanti a sfornare prodotti per il mercato.

Un pari smarrimento ha preso da un lato gli economisti del capitalismo e quelli della banda opposta, del falso socialismo russo. A pari distanza dalla scienza rivoluzionaria del marxismo, essi non sapevano che si trattava di un problema anzitutto già posto; e quindi già risolto per una via maestra, ben diversa dai metodi slavati della «intelligenza» borghese. Nel gergo di questa società decadente un problema è una qualunque noia, una nuova «grana» che si aggiunge al tran tran di ogni giorno, e che si tratta di scansarsi di dosso e levarsi di torno con una qualunque serqua di luoghi comuni, in modo che dopo essersene liberati senza disturbo dei propri affaracci lo si possa vantare «risolto».

I capitalisti questa volta se la sono cavata meglio ponendo avanti la sacramentale «diminuzione dei costi di produzione» che sarebbe la salvezza della società scientifica e meccanica, e si presterebbe nelle loro storte formole ad elevare il medio tenore di vita, con l’illusione di sopire ogni urto di classe.

Facile sarà far tacere costoro e il loro goffo inseguimento emulativo alla sovietica formola del «pieno impiego», e condurre all’assurdo le loro dottrine sulla democratizzazione del capitale. Una democrazia economico-giuridica è da secoli un assurdo storico: la sola forma che potrebbe in astratto corrispondervi è quella della micro-azienda produttiva, della spartizione degli strumenti di produzione tra i lavoratori individuali. Più forca della forca.

Ma quelli che sono rimasti più nell’imbarazzo dinanzi alla prospettiva di una produzione totalitariamente automatica sono gli innumerevoli marxisti di mezza tacca, che abbondano anche tra le non fitte schiere di quelli non legati allo stalinismo, e al post-stalinismo. Come faremo, si sono detti questi poveri uomini, a sostenere che tutto il valore che la società aggiunge in ogni ciclo della sua dotazione deriva dal lavoro dei salariati, quando la produzione non richiederà più lavoro né sforzo alcuno, non solo di natura muscolare, ma nemmeno intellettuale, dato che le macchine sono integrate da apparecchi che da sé si danno la briga di calcolare e progettare tutto? Cadrà la legge del lavoro che genera valore, la dottrina del plusvalore, e tutta la nostra costruzione critica della economia e della forma di produzione capitalistica …

Ora il fatto è questo, sebbene gli immediatisti, che sono quelli che incollano pedestremente la sottrazione quotidiana di plusvalore dal singolo operaio, questo antagonismo contabile chiuso in una busta, allo scontro tra due epoche, due forme di produzione, due mondi, che ha con l’episodio pecuniario un legame logico, ma dialetticamente mediato da passaggi rivoluzionari su antitesi di ben altra ampiezza di respiro, su archi immensi di tempi di spazi e di modi, si siano condannati a non capirlo per correre dietro a filosofie dello sfruttamento e dell’autonomia dell’esecutore dal dirigente; il fatto è questo: che stavamo aspettandolo da un secolo.

Al macero le leggi del valore, dello scambio equivalente e del plusvalore: con la loro caduta nel nulla cade la forma stessa di produzione borghese. Le prime valgono fino a che la seconda vive, e quando la scienza e la tecnologia, per quanto secolare monopolio di classe, le infrangeranno, non sarà che l’esempio supremo della rivolta delle forze produttive contro le forme che devono crollare.

Questa dottrina dell’automatismo nella produzione si riduce a tutta la nostra deduzione della necessità del comunismo, fondata sui fenomeni del capitalismo.

La trarremo dal citato testo originario di Marx: ma è chiara da sé e da tempo.


Processo di lavoro e macchinismo

Tutta la nostra dimostrazione potremmo trarla dal testo «ufficiale» del Capitale citando i capitoli sul lavoratore parcellare e il suo strumento, la manifattura e la grande industria meccanica (tema trattato alla riunione di Roma, 5 luglio 1952); ma il testo che abbiamo adesso è particolarmente espressivo, e senza motivi di ritegno nel mostrare il legame stretto tra la dinamica interna presente del capitalismo e il suo rovesciamento rivoluzionario, mosso non dal fatto che esso sia «troppo sfruttatore», ma dalla necessaria violenta generazione di una forma che fronte a fronte lo nega e ne capovolge tutti i caratteri.

Ad evitare malintesi in relazione alla solita insana pretesa che il marxismo sia una dottrina «in continua evoluzione», e che i testi di anni diversi si siano abbandonati a costruzioni poi dimenticate (!) o sostituite, sarà bene stabilire che nelle mille pagine di cui si tratta la stesura segue la stessa linea di quella del «Capitale» e tutte le stesse teorie vi sono svolte nella stessa sostanza e forma, con la stessa esatta terminologia e con le stesse espressioni matematiche: e con tutti gli sviluppi del II e III libro del Capitale come raccolti da Engels. Dalle pagine del capitolo «sul capitale» (che ha le stesse sezioni dell’Opera pubblicata in seguito: Processo di produzione del Capitale; Processo di circolazione del Capitale; Il Capitale come portatore di frutti – trasformazione del plusvalore in profitto; Appendice sulla storia delle dottrine economiche) sarebbe facile riportarne molte in cui la stessa espressione trattata a proposito dei tre termini che formano il capitale circolante (costante, più variabile, più plusvalore uguale prodotto totale) è data in forma narrativa, aritmetica ed algebrica.

Quindi il brano sulla produzione automatica è «valido» non solo per il pensiero marxista del 1857, ma anche per quello di Marx fino alla sua morte, e dei marxisti fino al 1957 e dopo.

Partiamo dalla pagina 584 della edizione tedesca di Mosca:

«Lo strumento di lavoro, incorporato nel processo della produzione capitalistica, attraversa diverse metamorfosi, di cui l’ultima è la Macchina o piuttosto un Sistema automatico del Macchinismo“.

(Prendiamo qui col lettore questi accordi: Ci riserviamo di fare nostri commenti, ma le sottolineature sono sempre quelle del testo originale e preferiamo adottare spesso le maiuscole dei sostantivi alla tedesca).

Continua il testo: «(Sistema del Macchinismo; quella automatica non è che la più piena ed adeguata Forma di tal Sistema; e per la prima volta trasforma il Macchinismo in Sistema). Il Sistema è posto in movimento da un Automa, Forza motrice che muove se stessa; questo Automa consta di molteplici organi meccanici ed intellettuali, in modo che gli Operai non sono determinati che come Arti coscienti dell’Automa stesso. Nella Macchina, più ancora nel Macchinismo come Sistema automatico, lo Strumento di Lavoro è trasformato, giusta il suo valore di uso, ossia giusta la sua materiale natura, in una Esistenza adeguata al Capitale fisso e al Capitale in generale, e la Forma nella quale esso, come mezzo immediato di lavoro, viene assunto nel Processo di produzione del Capitale si cambia in una Forma posta dal Capitale stesso ed a lui corrispondente».

L’autore qui ha stabilito che lo strumento del lavoro, divenuto capitale fisso, ha perduto del tutto il carattere che aveva nella produzione immediata (o parcellare, a cui vorrebbero rinculare quelli che noi chiamiamo per tanto immediatisti e forcaiuoli). «La differentia specifica della macchina non è per nulla, come era per lo strumento di lavoro, di trasmettere l’attività dell’operaio sull’oggetto, ma tale attività si presenta più come opera della sola macchina sulla materia prima – il lavoratore assiste e vigila le sregolazioni».

Non possiamo rinunziare alla eloquenza di questo passo, segnalando per un momento la pena che fanno quanti cianciano: dopo il dato del moderno automatismo, occorre «rivedere» tutte le posizioni marxiste!

«Non è più come nel caso dello Strumento, che il Lavoratore animava come Organo della sua abilità, e di cui il maneggio dipendeva dal suo virtuosismo. La Macchina invece, che possiede forza e destrezza in luogo e al posto del Lavoratore, è essa il Virtuoso ed è dotata di un’anima propria nelle leggi meccaniche in essa agenti, e consuma per il suo movimento le materie strumentali come ad esempio carbone, olio, ecc., come fa l’operaio coi suoi alimenti. L’attività dell’Operaio, ridotta ad una mera astrazione di attività, è in tutti i sensi determinata e regolata dal movimento del macchinario, e non inversamente».

E qui attenzione: «La Scienza, che costringe le inanimate strutture del macchinario ad agire come Automi secondo lo scopo della sua costruzione, non esiste in una coscienza del Lavoratore, ma attraverso la Macchina agisce su di lui come nemico Potere, come Potere della macchina stessa».

Su queste parole scritte or è un secolo, quando cioè le «idee del XVIII secolo» di cui Marx parla nella Introduzione, avevano sul mondo un potere di suggestione immenso, ed in ogni modo costituivano una tappa storica innegabile ancora minacciata dai ritorni delle Restaurazioni, riflettano quanti si prostrano oggi alla adorazione della Scienza in generale, e vi invitano i lavoratori, e ne instillano in essi il reverenziale timore, dimenticando che essa è anzitutto Scienza e superiorità tecnologica monopolio di una minoranza sfruttatrice; e di più che fino a quando i rapporti di produzione restano mercantili monetari e salariali tutto il Sistema della automatica macchineria forma un mostro che schiaccia sotto il peso della sua oppressione una umanità schiava ed infelice, e questo è il Mostro che domina tutto il quadro tracciato da Marx della società presente, il Capitale stesso, spersonalizzato, e perfino «declassato» come nelle nostre frequenti conclusioni, in risposta al vaneggiare che in un terzo del mondo sia sparita la Classe Nemica, la Borghesia.


L’alleanza Ricardo-Marx

La contrapposizione fondamentale del sistema marxista è qui in evidenza. Ogni valore presente nella società capitalistica deriva da lavoro umano. Quando supponiamo di essere in un’economia totalmente capitalistica, ogni valore è capitale e sotto questa espressione storica indichiamo tutta la «ricchezza» di una società borghese, la categoria intorno alla quale cominciarono a lavorare gli economisti classici del nuovo regime. Ogni ricchezza, essi dissero, è tale in quanto è capitale, ed ha valore in quanto accumulazione di lavoro umano.

All’inizio storico della moderna società borghese un’alleanza «scientifica», o se vogliamo ideologica, temporanea ebbe corso tra la scienza economica borghese, allora nuova, vergine, rivoluzionaria, e la germogliante economia teorica legata alla nuova classe proletaria che al seguito della borghesia faceva il suo ingresso nella storia. Le due ideologie avevano in quello svolto un nemico comune, ossia l’ideologia sociale degli «anciens régimes» sorta dagli stadi di produzione che precedettero la manifattura capitalistica e la sua suprema forma, l’industria meccanica. Le figurazioni preindustriali dei fisiocratici, come nel famoso Tableau di Quesnay (vedi nostra serie sulla questione agraria) pongono la sorgente della ricchezza solo nella natura (fisis in greco) e al più nell’incontro tra il lavoro umano e la potenza naturale: la coltivazione agraria.

Un aumento di ricchezza può, nel Tableau, essere atteso solo dallo sviluppo dell’agricoltura, e sono indicate come classi produttive quella dei proprietari fondiari e dei lavoratori della gleba. In una sola classe, detta degli improduttivi, il Quesnay relegò in un fascio solo quelli che in effetto, socialmente e politicamente, erano gli alleati di allora nella Grande Rivoluzione: industriali ed operai. In ogni produzione di merci inorganiche il valore, la ricchezza, passavano senza dare incrementi o rendite; si ritrovava alla fine del ciclo tanta ricchezza monetaria quanta se ne era consegnata.

Borghesi e proletari, prima di disputare tra loro sulla provenienza degli incrementi di ricchezza, attaccarono insieme la visione fisiocratica e fecero a giusta ragione nascere valore, ricchezza – e modernamente capitale – solo dalla manifattura o, nelle campagne, dalla intrapresa industriale agraria, col fittavolo borghese e il salariato rurale. Contestarono al redditiero fondiario di essere solo il prelevatore arbitrario di una parte del sopravalore nato nell’intrapresa borghese.

Uguale posizione hanno la scuola di Ricardo e quella di Marx nei riguardi dei mercantilisti, i quali agli albori delle forme capitalistiche teorizzarono che il crescere della ricchezza generale trovava la sua fonte non nella produzione, rurale o manifatturiera, bensì nello scambio delle merci sul mercato interno e soprattutto internazionale, ove si generavano vasti profitti come era l’apparenza dei secoli del colonialismo e delle guerre commerciali. Anche contro costoro il contrattacco di Ricardo e dei suoi trova in linea Marx: lo scambio, la circolazione devono essere sostenuti improduttivi contro i mercantilisti, quanto la proprietà fondiaria contro i fisiocratici.

Come nella storia delle lotte di classe, la guerra dottrinale tra la classica economia borghese e l’economia marxista, nasce dialetticamente come un’alleanza: dalla parte capitalista si pensava di eternare la solidarietà dei salariati col capitale di intrapresa; dalla parte marxista si sapeva in partenza che la solidarietà non era che contingente e l’antagonismo definito fino da allora nel suo corso storico immancabile; Marx difese le tesi di Ricardo e le sue leggi: valore che nasce solo dal lavoro, aumento di valore, di ricchezza e di capitale che nasce da plusvalore, equivalenza nello scambio generale di tutte le merci. Ma Ricardo, pensando da illuminista del secolo XVIII, sosteneva che queste leggi erano il finalmente raggiunto «assetto naturale della società umana»; Marx ben sapeva e stabilì per sempre che si trattava delle leggi di una grande fase storica di passaggio, il modo capitalista di produzione, che come aveva avuto un principio avrebbe avuto una fine, e che le leggi dell’economia futura sarebbero state ben altre. Marx difendeva i caratteri reali della società industriale capitalistica nelle loro «differenze specifiche» dalle assunzioni reazionarie. Ricardo li difendeva come il permanente ideale umano di assetto economico; e non poteva scorgere il disegnarsi del secondo schieramento, del successivo schieramento antagonistico tra borghesi e proletari, tra capitalisti e comunisti.

Vano dirsi marxista se non si intende questa doppia posizione, per cui il far bene attagliare la legge dello scambio del valore e del plusvalore ai fenomeni del mondo e del tempo borghese, significa direttamente far coincidere la vittoria del programma proletario e comunista con la caduta di queste leggi proprie di un modo transitorio della produzione e dell’economia.


Lavoro oggettivato e lavoro vivente

Per gli economisti della scuola classica ricardiana quando tutta la ricchezza della società ha preso la forma di capitale si ammette che il capitale possa aumentarsi, fenomeno base di tutte le società moderne, unicamente per la via di un apporto di lavoro solo parzialmente consumato, al più sostenendo che una tale utile rinunzia a consumare o astinenza possa essere praticata anche dai componenti la classe imprenditrice.

In loro è già la distinzione netta tra capitale fisso e capitale circolante e Marx ha studiato in profondità tutte le idee dell’ottocento e prima su questo punto. Con essi si può ben dire che nella produzione sono adoperati tanto il capitale fisso che il capitale circolante, in quanto si tratta della produzione di merci. Ma se si tratta di incrementare la produzione delle merci, non fosse che per l’incremento della popolazione, si entra nel processo di produzione del Capitale che è quello che è dominato nella costruzione teorica di Marx per la prima volta in modo completo. Allora Marx dice che il capitale fisso non produce capitale aggiuntivo (o valore), ma questo nasce solo dal capitale circolante, e da quella sua parte che è il capitale variabile, ciclicamente riservata all’acquisto di forza lavoro.

Tutto il capitale ed il valore sono, come origine, lavoro umano. Ma solo la parte del capitale circolante che definiamo variabile è lavoro attuale, vivente.

Sappiamo che il capitale costante circola, dato che prende alternativamente la forma monetaria nel ciclo di acquisto di materie prime, materie ausiliarie, rinnovi di impianti fissi per la parte logorata, e poi viene riprelevato dal prezzo di vendita dei prodotti. Ma è solo il capitale lavoro, ossia la spesa salari, che entra nella circolazione contro una somma di denaro, e ne esce aumentato del plusvalore. Questa parte del capitale è lavoro attivo, fecondo, vivo o vivente, sia in quanto è opera del fattore vivo della produzione, l’uomo, sia in quanto il fecondarsi e generare è caratteristica di ciò che vive.

Il capitale costante che circola, e il capitale fisso che è anche costante quantitativamente ma non è circolante nei cicli successivi, bensì una sola volta al tempo della costruzione degli impianti o macchine, non cessano di essere un valore, che non sa generare altro valore, ma esce e nasce ugualmente da un lavoro di cicli anteriori. Marx quindi suole chiamarlo lavoro morto, lavoro congelato, e nel passo che ci riguarda lavoro oggettivato (altrove materializzato) o vergegenständlichte Arbeit. In tedesco Gegenstand vale Oggetto; quello che sta di contro (gegen) al soggetto.

Stiamo leggendo in Marx il romanzo del lavoro oggettivato.

D’accordo con Ricardo, e a dispetto di economisti del suo tempo che egli e Marx riducono a mal partito, e di economisti del nostro che risollevano vane difese di cause perdute e giudicate, il Capitale Fisso e in primo luogo la Macchina, è relegato tra il valore sterile, incapace a figliare, privo di vita, di anima, inanimato, come Marx dice altra volta.

Chiederemo ogni marcia dell’accumulazione di valore a valore, al gioco del lavoro vivente, parte variabile del capitale circolante, inesauribile fonte di fecondità e generatore di vita nuova e più ampia.

Negando ai controrivoluzionari contemporanei di Ricardo, che amoreggiavano col Medioevo feudale, e a quelli contemporanei nostri, che amoreggiano colla vetusta ormai società del Capitale, ogni diritto a dare vita al lavoro oggettivato, all’Automa meccanico, noi lo disonoriamo per il motivo che lo disonorava Ricardo; ma la grandezza dialettica della nostra costruzione è che una volta chiuso, in un nuovo cataclisma rivoluzionario, il ciclo che Ricardo vedeva eterno, il freddo mostro del lavoro materializzato muta il suo volto, il suo compito ed il suo destino; riprende (se così osiamo dire in presenza di una stupenda formulazione di cui Marx credette dopo spegnere alcune luci abbaglianti) un’anima nuova ed umana, risuscita dal pianto e dal lutto delle generazioni schiacciate dai sistemi di classe, rompe la maledizione che legava Scienza e oppressione sociale, e lascia stringere il legame tra il sapere della specie, conquistato in una inenarrabile serie di lotte, e il benessere sicuro dell’uomo sociale, dell’uomo-specie libero dalle miserie, dalle infamie individualiste, privatiste, soggettiviste. Forse anche al romanticismo doveva Carlo Marx pagare per noi un tributo se del lavoro vivo fece un morto oggetto, e lo riscattò poi con linguaggio da profeta a dono di felicità e di vita. Ma non fu quella una civetteria hegeliana come egli scrisse più tardi senza pentirsene, bensì potente scienza sperimentale, se oggi con le sue pagine rispondiamo alle mancanze e ai vaneggiamenti di una forma sociale che è giunta alla putrefazione. Ed esse vibrano di verità, e benché secolari, mandano una luce attuale ignota alle elucubrazioni di questo tempo.

Resti a noi e a chi legge inteso che capitale fisso, macchina, sistema automatizzato di macchinario, impianto produttivo, strumento di produzione in forma capitalistica, lavoro oggettivizzato o morto sono, nel corso della trattazione, termini equivalenti.


Nefasti del lavoro morto

Il testo di Marx andrà a suo tempo pubblicato per intero, il che non possiamo fare ora; e ci limiteremo a trarne alcuni passaggi dando loro un ordine che, se, facilita la dialettica, toglie luce e potenza all’eccezionale esposizione. Ma non vediamo, nel nostro compito di stretti scolari divulgatori, altra via per girare l’eterno scoglio: Marx è troppo difficile; i testi non si capiscono; l’autore cambia tesi da pagina a pagina; lo sviluppo è denso di contraddizioni intriganti (!!). In effetti il gioco della dialettica è qui tanto serrato e ad alto potenziale che il personaggio che abbiamo chiamato tale a solo fine di semplificare, il Lavoro Oggettivato o Capitale Fisso, quasi in ogni periodo appare il protagonista bianco ed il nero, lo sterminatore e il redentore.

Noi lo porteremo sul proscenio, da poveri buttafuori, prima di tutto nella veste sinistra che ha nel periodo e sotto il regime capitalista. Dopo lo faremo ricomparire tra gli squilli ormai insoffocabili della Rivoluzione Comunista:

«Nella nozione stessa di Capitale il processo produttivo consiste nella Appropriazione, da parte del Lavoro Oggettivato, del Lavoro Vivente». «Il Lavoro Oggettivato appare, nel corso dello stesso Processo di Lavoro (che si è trasformato in un Processo di Produzione) come la Potenza Dominante in rapporto al Lavoro Vivente».

«La trasformazione dello strumento di lavoro in macchinismo si effettua, fisicamente come socialmente, riducendo il processo di lavoro ad un semplice momento del Processo di Valorizzazzione del Capitale». «La forza dominante del Capitale Fisso è per la sua stessa Forma il Capitale come Appropriazione del Lavoro vivente».

Queste proposizioni, di cui abbiamo solo mutato l’ordine, sono di facile accezione se lette riportandosi al passaggio storico che è presente alla mente dello scrittore. Nel nostro caso, il passaggio dal lavoro artigiano al lavoro associato della industria meccanica. Nel primo quale la «forma di appropriazione»? (Il lettore può qui confrontare lo scritto «Proprietà e Capitale» nella rivista Prometeo, I serie). Il produttore artigiano è proprietario del suo strumento di lavoro: ciò vuol dire che lo è anche del luogo di lavoro e della materia prima che trasforma (ha nel ciclo tanto denaro da comprarla). La conseguenza è che il lavoratore parcellare detiene il prodotto manufatto, lo vende dove vuole, e fa tutto suo il prezzo della merce-prodotto. Questo è un vero processo di lavoro, ossia un processo di produzione di merci.

Ma in questa forma ben presto le forze produttive non si possono sviluppare e si passa alla grande macchineria. Il produttore non è proprietario né della macchina, né della fabbrica, né della materia prima; permuta la sua forza lavoro, unico suo possesso, in un salario tale da alimentarlo e renderlo atto a figliare (proletario). Conseguenza: chi si appropria il prodotto? Forse il lavoratore? No, nemmeno per una briciola: esso va tutto, la risposta da facile propaganda è ovvia, al capitalista, al padrone, al borghese. Anche Marx se ne servirà molte volte. Ma qui la sua costruzione sale a quelle altezze in cui ogni concessione al successo imbecille per la via del minimo sforzo è disdegnata. La formula giuridica è disprezzata. Chi si appropria il capitale prodotto dal lavoro vivente (plusvalore) non viene presentato come persona umana né come classe umana: è il Mostro, il Lavoro Oggettivato, il Capitale Fisso, monopolio e fortilizio della Forma Capitale in se stessa, Bestia senza anima e perfino senza vita, ma che divora ed uccide il lavoro vivo, il lavoro dei vivi ed i vivi.

Perché questo Capitale per eccellenza lo misuriamo dal «prodotto» ciclico (quel fatturato dei ragionieri)? Perché è tutto il prodotto che viene appropriato dall’uomo, cadavere, o bestia, o Cosa (l’Azienda!), che ha del Capitale Fisso il monopolio proprietario.

Qui il debole di dialettiche reni correrà il rischio di soffocare nell’immediatismo. La rivendicazione non sarà il ritrasformare il processo di produzione del Capitale in un processo di Lavoro? Il Lavoro Immediato è infatti quello che controlla, domina (invece di essere dominato dalla macchina, e infine dall’agghiacciante AUTOMA), la Materia Prima, l’Utensile ed il Manufatto, il Prodotto.

Ma ricadere in ciò, anche quando finzioni monetarie sostituissero la materiale disposizione di ciò che oggi è Capitale Costante e Prodotto, non è che far girare all’inverso la ruota della storia, condannare il lavoratore «libero» a perdere più ore di sacrificio per uno stesso tenore di vita.

Ora il problema storico e umano è di ridurre le ore di lavoro, il lavoro necessario. Nel sistema artigiano non vi è esplicito sopralavoro (e proprio per questo la società è chiusa in limite angusto) ma il lavoro necessario è altissimo, più che nel sistema industriale meccanico sia tutta la giornata di lavoro.


Lavoro morto e scienza morta

Dalla forma artigiana a quella industriale si è passati, nessuno può contestarlo e fare delle rivolte luddiste contro le macchine un programma per lo sviluppo della Scienza e della Tecnologia. Quale, nel marxismo, il rapporto tra Scienza teorica ed applicata, e Lavoro oggettivato, tra Scienza e Capitale?

Marx ha qui un’espressione formidabile: il «cervello sociale». La tecnologia dapprima, poi la scienza, si trasmettono di generazione in generazione come una dotazione dell’Uomo Sociale, della Specie, che in tutti i suoi individui vi ha lavorato e collaborato. Nella nostra costruzione il Profeta, il Sacerdote, lo Scopritore, l’Inventore, vanno verso una pari liquidazione. L’Uomo Sociale in queste pagine è detto anche Individuo Sociale, il cui senso non è «persona umana» come cellula della Società; ma invece società umana trattata come un organismo unico che vive una sola vita (in questa forma entra nella scienza il mito ingenuo e sublime dell’Immortalità, attribuito dal pensiero umano bambino al singolo, come oggi Diritto ed Economia vogliono reggersi sul singolo, e vanno verso analogo crollo). Questo organismo, la cui Vita è la Storia, ha un suo Cervello, organo costruito dalla sua millenaria funzione, e che non è retaggio di alcun Teschio e di alcun Cranio. Il Sapere della specie, la Scienza, ben più che l’Oro, non sono per noi privati retaggi, ed in Potenza appartengono integri all’uomo Sociale.

Pertanto il nostro testo si riferisce alla sorte della Scienza umana sotto il miserabile regime mercantile, che tuttora per tutto il Pianeta la soffoca

«L’accumulazione della Scienza, dell’abilità, e dell’insieme delle Forze Produttive del Cervello Sociale è così assorbita nel Capitale a detrimento del Lavoro, e appare dunque come Proprietà del Capitale e più particolarmente del Capitale Fisso, nella misura in cui questo entra nel Processo di Produzione come un vero e proprio Mezzo di Produzione».

Qui Marx ribatte che il Capitale Fisso appare come la più adeguata forma del Capitale in generale «in quanto sia considerato nel suo rapporto con se stesso». Ma «secondo la relazione del Capitale con l’esterno, il Capitale Circolante appare, rispetto al Capitale Fisso, come la Forma adeguata del Capitale».

Socialmente, politicamente, storicamente, come Potenza dominante, il Capitale ha la forma del Macchinario, del Capitale fisso. Economicamente, come misura nel processo di Produzione di Capitale dal Capitale (id est dal Lavoro Vivente) esso ha la forma precipua (adeguata) nel Capitale Circolante, che vale il Prodotto globale sociale di un ciclo. Confermata ancora questa posizione dialettica di parole di Marx, ritorniamo al personaggio Capitale Fisso.

«Nella misura in cui lo strumento di lavoro perde dal punto di vista fisico la sua forma immediata, esso appare come Capitale Fisso in faccia del lavoratore. La Scienza nel Macchinismo appare al Lavoratore come esterna e straniera; il Lavoro Vivo è subordinato al Lavoro Oggettivato che agisce indipendente. Il Lavoratore appare superfluo nella misura in cui la sua azione non è determinata dal bisogno del Capitale».

Il capitalismo è ancora sulla scena, ma non è la sua tutta vergogna. «L’insieme del processo di produzione non è più subordinato all’abilità immediata del lavoratore (artigiano), ma è un’applicazione tecnologica della Scienza; da cui la tendenza del Capitale a dare alla Produzione carattere Scientifico e a ridurre il lavoro immediato ad un semplice momento di tale processo». «Il Capitale da un lato presuppone una certa evoluzione storica delle forze produttive – tra queste Forze Produttive è anche la Scienza – e dall’altro il Capitale le spinge in avanti e ne forza lo sviluppo».

Chiudiamo questa parte storicamente limitata al capitalismo con una finale descrizione del legame tra Scienza e Capitale.

«L’appropriazione del Lavoro vivente da parte del Capitale diviene dunque una realtà immediata nel Macchinismo: questo è un risultato che deriva direttamente dalla Scienza, e un’applicazione delle leggi meccaniche e chimiche che rende la macchina atta ad effettuare il medesimo lavoro che prima l’operaio. Tuttavia lo sviluppo del Macchinismo in questa direzione avviene che allorché l’industria ha già raggiunta una grande estensione, e tutte le Scienze sono state fatte prigioniere al servizio del Capitale (…). Le invenzioni fanno ormai parte degli Affari e l’applicazione della Scienza alla produzione immediata una faccenda di per se stessa stimolante e sollecitante (1857 o 1957?)». «Viene così trasportata dal lavoratore alla macchina ossia al Capitale la capacità di lavoro, e il lavoratore ingaggia la lotta contro la macchina. Ciò che era Attività del Lavoratore Vivente diviene Attività della Macchina. In tal modo cade direttamente sotto i sensi del Lavoratore l’Appropriazione del Lavoro da parte del Capitale; il Capitale, direttamente assorbente in sé il Vivente Lavoro – come se l’Amore possedesse il suo Corpo».


Palingenesi del lavoro oggettivato

Non sceglieremo altre immagini del rapporto capitalista tra il Lavoro Morto e il Lavoro Vivo dopo questa del mostruoso Amplesso.

Marx ci introduce una prima volta al capovolgimento rivoluzionario di questa funzione oscena del Mostro-Automa con un titolo lapidario, che schiaccia per sempre (o editori sovietici del 1953, la vostra sordità dottrinale si estendeva ai sibili dei proiettili dei plotoni di esecuzione?) la demenza teorica del Divo Stalin; e che è questo: «CONTRADDIZIONE TRA IL FONDAMENTO DELLA PRODUZIONE BORGHESE (LA MISURA DEL VALORE) ED IL SUO STESSO SVILUPPO».

Dunque nella società post-borghese non si tratterà di «misurare giustamente il valore giusta il tempo di lavoro» come credono i sempliciotti, ma si tratterà di smetterla con la misura del valore (WERTMASS).

Il testo del paragrafo lo ripete non meno crudamente. «Lo scambio del Lavoro Vivente contro Lavoro Oggettivato, ossia la costituzione del Lavoro Sociale nella forma dell’Antagonismo tra Capitale e Lavoro Salariato – è l’ultimo Sviluppo del Rapporto di Valore e della Produzione basata sul valore».

Non solo nello sviluppo che presentiamo la misura del valore di scambio tratta dal tempo di lavoro è valida solo per un’economia salariale ed antagonistica, ma il non lontano tramonto della misura del valore tratta dal lavoro viene potenzialmente preparato dalla stessa apparizione dell’industria meccanica, soprattutto quando questa si eleva a sistema automatico del macchinismo. Ed avremmo ora noi paura dell’automazione, come di una battaglia dottrinale perduta? Saremmo davvero ignoranti dei primi obiettivi della nostra guerra di classe!

Agli inizi del capitalismo si può sostenere che la «ricchezza reale» è misurata dalla massa di lavoro immediato, di tempo di lavoro medio. «Ma a misura che la grande industria si sviluppa, la creazione della ricchezza reale diventa meno dipendente dal tempo di Lavoro e dalla quantità di Lavoro utilizzato, e sempre più dalla Potenza degli Agenti Meccanici che sono messi in azione durante il Processo di Lavoro, Potenza che per l’enorme sua efficacia è a sua volta senza alcun rapporto col tempo di lavoro immediato che costa la produzione di quegli agenti meccanici, ma dipende invece molto di più dal livello generale della Scienza e dal progresso della Tecnologia o dall’applicazione della Scienza alla Produzione».

Un tale discorso insito da un esatto secolo nei nostri testi ci mette in condizione di dire che, sebbene il carattere antagonistico (di classe, salariale, mercantile) del processo di produzione non sia ancora superato, sono però salite al massimo le possibilità di tale superamento quando nell’industria si attua su immensa scala l’automazione; ed in virtù delle stesse deduzioni quando ai potenti agenti meccanici si aggiunge l’ultimo, veramente sproporzionato in modo gigante alla muscolare forza dell’uomo, l’energia nucleare.

Il momento di uccidere la legge del valore e la misura del valore, e ben più in America che nella Russia degli scambisti Stalin e Krusciov, che gettarono sul binario morto l’espresso della Rivoluzione, è davvero giunto.

Come tanto accadrà ci è noto anche da oltre il secolo. Ed oggi ne sentiamo una più alta versione, in cui ad un tempo vediamo soccombere: legge del tempo di lavoro come valore di scambio, antagonismo di classe, divisione sociale del lavoro, produzione mercantile, lavoro salariato-necessario, ossia salariato-forzato. Il cambio dello scenario avviene con velocità degna dell’Epilogo. «Il Lavoratore non inserisce più l’oggetto naturale modificato (lo strumento di lavoro) come elemento intermedio fra sé e la materia lavorata; egli inserisce il Processo Naturale, che ha trasformato in Processo Industriale, come intermediario fra Sé e la Natura Fisica, di cui si è reso Dominatore. Egli prende posto di fronte al Processo di Produzione, invece di esserne l’agente principale».

Il testo presenta un passo triplo, che è la Negazione del notissimo finale del Libro Primo del Capitale. Scavalcando l’esosa parentesi capitalista e salariale il lavoratore è diventato «libero», ossia «padrone» del processo di lavoro e di produzione. Egli di nuovo «maneggia» l’utensile e imprime la sua capacità ed intelligenza nel «manufatto». Ma la mano e il lavoratore non sono più del singolo individuo, bensì della specie, che con la sua mano-cervello porta in azione sulla natura un processo «Meccanico» creato dal possesso delle naturali leggi. Noi ci illudiamo che le glosse che «inseriamo» non sembrino gratuite variazioni, ma preparino l’ardua lettura del seguito.


La trasformazione è esplosa

«Ciò che in questa Trasformazione appare come base principale della Produzione e della Ricchezza non è più il Lavoro Immediato effettuato dall’Uomo, né il Tempo di Lavoro impiegato, ma è la nuova Appropriazione della sua propria Forza Produttiva generale, della sua Intelligenza della Natura e della sua Facoltà di dominarla, in forza della nuova Essenza di Corpo Sociale – in una parola, lo sviluppo dell’Individuo Sociale».

Marx qui parla in senso generale della Ricchezza come di una facoltà sia della società borghese che di quella socialista, pure dimostrando gli opposti aspetti prima e dopo la trasformazione. Ma definisce duramente la ricchezza capitalista. «Il furto di tempo di lavoro altrui su cui riposa la ricchezza attuale appare come una base ben miserabile rispetto alla nuova base che si è sviluppata, e che in sostanza è stata creata dalla grande industria essa stessa».

Fu svolta nella nostra riunione la proposta puramente terminologica di lasciare la parola ricchezza derivante da ricco, alla forma attuale di sottrazione di valore altrui e lavoro altrui. Proprietà e ricchezza hanno senso per il singolo in quanto egli può precludere ad altri l’ingresso nel suo bene. Elevatosi il singolo, il deforme homo economicus di oggi, a Corpo Sociale, non vi sono misure di tempo e valore, e quindi non sottrazioni, non vi sono ricchi e ricchezza, e quella della Società, della Specie, del Corpo Sociale immortale, qui per la prima volta scolpito con tratti che fanno impallidire i Padri Eterni di Michelangelo, non la chiameremo Ricchezza, ma Sapienza, Efficienza e Potenza a carico non di uomini, ma della Realtà e della Natura. Il passo continua, in quello che ci lasceremmo trasportare a definire il Giudizio Universale sulla Società Mercantile. Nella Guerra Dottrinale, anche se non ancora in quella delle armi, l’abbiamo già ributtata nel suo sinistro Passato.

«Da quando il Lavoro ha cessato di essere, sotto la sua Forma Immediata, la Grande Sorgente della Ricchezza, il Tempo di Lavoro cessa e deve cessare di essere la sua Misura. E lo stesso del Valore di scambio (Stalin! Stalin!) come misura del Valore di Uso. Il sopralavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro di alcuni ha cessato di essere la conduzione dello sviluppo delle Forze generali del Cervello Umano». Le folgori dell’Ultimo Giudizio si abbattono sui loro bersagli!

«Per questo fatto, la Produzione basata sul Valore di Scambio sprofonda, ed il materiale Processo Immediato di Produzione si spoglia della sua Forma meschina ed Antagonistica. Il libero sviluppo delle individualità non si effettua più con la compressione del tempo di Lavoro Necessario a solo beneficio di quello di Sopralavoro, ma, generalmente, con la riduzione ad un minimo del Lavoro Necessario della società, a tutto vantaggio della formazione artistica, scientifica, ecc., degli individui, grazie al tempo liberato e ai mezzi creati a vantaggio di tutti».

Il testo qui tratteggia la contraddizione a cui è condannato il Capitale. Da una parte Esso, avendo posto il tempo di lavoro come misura della ricchezza e sua sola sorgente (puro Ricardo) deve accrescere il tempo di lavoro totale, e quando scende quello necessario (pagato) esalta il tempo superfluo, essendo questa per lui condizione di vita e di morte (processo di produzione progressiva di altro Capitale). Dall’altra parte esso sveglia tutte le forze della scienza e della natura come quelle della organizzazione e della circolazione sociale, e pone suo malgrado le basi per ridurre la creazione della ricchezza indipendente dal tempo di lavoro ad essa destinato.

Spezzata la dominazione di classe del Capitale il nostro Personaggio, il Lavoro Morto ed Oggettivato, il Capitale Fisso di prima, da strumento schiavizzante del Lavoro Vivente è assurto alla opposta funzione, e ne scriviamo il trionfo.

«La Natura non costruisce Macchine, Locomotive, Ferrovie, Telegrafi, Telai meccanici e così via. Sono prodotti dell’industria umana, materie prime trasformate in strumenti della volontà umana sulla Natura, e della sua attività in essa. Sono strumenti del cervello umano creati dalla mano dell’uomo; Forze Scientifiche Oggettivate. Lo Sviluppo dunque del Capitale Fisso indica il grado in cui la conoscenza sociale in generale, il Sapere, sono divenuti Forze Produttive Immediate, e, per tal fatto, fino a qual punto le condizioni del processo vitale sociale sono state sottomesse al controllo dell’intelligenza generale, e sono state trasformate secondo questa. Il Capitale fisso (non indica più, ci permettiamo di inserire noi, il brutale soggiogamento del vivente Lavoro, ma) indica fino a qual grado le Forze Produttive Sociali sono prodotte non soltanto nella Forma di Sapere, ma come Organi Immediati della Prassi Sociale, del Reale Processo della Vita».

Ancora una volta sappiamo che Marx descrive la Società Futura, ed in modo che non resta dubbio alcuno sulle sue differenze specifiche con quella in cui viviamo oggi, sui tassativi caratteri di questa, che nella Trasformazione Rivoluzionaria dovranno essere affondati nel Nulla.


Un secolo di conflitto teorico

Crediamo avere stabilito questo binomio dialettico di proposizioni. Le dottrine ricardiane fondate sulla misura del lavoro sono ben adatte a descrivere scientificamente ogni economia capitalistica fino a che, quale che divenga la grandezza delle forze produttive e del Capitale, il legame tra produzione, distribuzione e consumo è la macchina dello scambio mercantile. Marx quindi ributta ogni sistema di diversa descrizione dei fondamenti del capitalismo, che cerchi valore e ricchezza ossia valorizzazione del Capitale in fonte diversa del Lavoro umano. Quando Marx con volo di aquila supera la legge del valore-lavoro, egli non esprime una menomamente diversa teoria del capitalismo, né sposta alcun ingranaggio della sua possente armonica costruzione scientifica, ma segna l’uscita storica dal modo borghese di produzione, l’ultimo dei pensabili modi mercantili e monetari, misuratori esosi di tempo-lavoro.

Il limite di questo primo rapporto ci impedisce di trarre dalla parte finale, abbozzo del IV Libro del Capitale che oggi si stampa come Storia delle Dottrine Economiche, la confutazione di tutte le scuole economiche aclassiche che, dopo Ricardo e i suoi, attanagliate nella morsa dialettica della contraddizione scoperta e dimostrata da Marx, si dibattono per sfuggirne aprendo brecce nel teorema che FINO A CHE SI E’ NEI LIMITI DELLA MISURA DEGLI SCAMBI DI MERCI, non è possibile trarre da altra fonte, che non sia il lavoro, un fattore causale della formazione di ricchezza, id est dell’accumulazione del Capitale. Sì, fino da quando il gigantesco organo del macchinismo si forma, la Scienza è in grado di regalare alla specie umana masse di valori di uso che non costano lavoro, ma la Forma mercantile capitalistica, fino a che non sarà infranta, fa sì che questo dono non raggiunga la specie, ma sia infallantemente trasformato – tenendo alta la giornata di lavoro – in fattore di ulteriore estorsione di sopralavoro.

La legge di Ricardo fatta sua da Marx è, nella nostra accezione, caduca, ma non può soccombere nella guerra teorica; solo in quella civile e sociale, e dopo essere stata portata sotto il Tallone della Dittatura Rivoluzionaria.

Per introdurre quindi la posizione finale del rapporto a Piombino, ossia che le scuole post-marxiste, che tentano una nuova costruzione scientifica, esibiscono un diverso «modello» della macchina capitalista, si confutano con deduzioni che già svolse Marx al suo tempo, ci limitiamo ad alcuni cenni che sono nel meraviglioso fascio di pagine su cui abbiamo lavorato.

«Il capitale fisso produce valore, cioè fa crescere il valore del prodotto, soltanto in due sensi: 1. Nella misura in cui esso ha del valore, cioè è esso stesso un prodotto del lavoro, una certa quantità di lavoro sotto forma materializzata (ciò vuol dire che una macchina della fabbrica entra in attivo di gestione se la si vende, più o meno vecchia, al mercato); 2. Nella misura in cui accresce la parte del sopralavoro a detrimento del lavoro necessario, avendo reso con l’accrescimento della forza produttiva il lavoro capace di creare in tempo più breve una più grande massa di prodotti necessari al mantenimento della capacità vivente del lavoro». Ciò vuol dire praticamente che una macchina nuova rende possibile agli operai di generare doppio prodotto nello stesso tempo. Ma allora il sistema moderno fa sì che non si riduca la giornata a metà lasciando pari il salario, ma la si lascia tale in modo che, ridotto il tempo necessario misurato dal salario vitale, il resto diventa tutto plusvalore e nuovo capitale. Ciò resta anche vero se delle quattro ore regalate dalla macchina, solo tre andassero al prodotto merce – che il salariato non può avere se non comperandolo – mezza a minore giornata del lavoratore, e altra mezza ad un aumento di salario di un sedicesimo, che sarebbe in realtà di un ottavo.

Tanto ci sembra chiaro. Il testo aggiunge: «È dunque un motto borghese perfettamente assurdo quello che pretende che il lavoratore «spartisca» col capitalista perché costui, a mezzo del capitale fisso (che del resto non è esso stesso che prodotto del Lavoro, di lavoro altrui appropriato dal Capitale) gli avrebbe reso il lavoro più facile o avrebbe diminuito il tempo di lavoro (laddove con la macchina ha piuttosto tolto al lavoro ogni indipendenza ed ogni attrattiva)». Uno di questi economisti era il Lauderdale, altro precursore dei moderni Keynesiani e del «Welfare» o benessere. «Lauderdale crede di esporre grandi scoperte quando afferma che la macchina non accresce la forza produttiva del lavoro, ma si sostituisce ad esso, o fa quanto il lavoro non potrebbe fare con le sole sue forze. Fa parte del concetto del Capitale che l’accresciuta Forza produttiva del Lavoro si presenti come l’accrescimento di una forza ad esso estranea, e come un suo indebolimento». E più oltre: «Quanto alle opinioni che, come quella di Lauderdale, vorrebbero che il Capitale, in quanto tale e indipendentemente dal Lavoro, produca Valore e dunque Plusvalore; il capitale fisso, ossia quello di cui la Forma e il Valore di Uso sono Macchinismo, è la forma che dà ancora più apparenza a una simile superficiale fallacia».

Il capitale fisso come macchinario è quello che oggi, all’Est come all’Ovest chiamano complesso dei Beni Strumentali, con pari tendenza ad esaltarlo per accrescere la massa delle forze produttive, il nuovo nome del Mostro che oggi soffoca l’umanità. Questo è un vero indice della dominazione del modo capitalista di produzione. «È nella Produzione di Capitale fisso che il Capitale si pone con una più grande Potenza che non nella Produzione di Capitale Circolante».


Keynesiano benessere

Keynes è il più importante forse tra gli economisti del Capitale che nell’Interguerra ha cercato di perfezionare un modello della presente economia, da cui si deduca la sua possibilità a procedere senza contraddizioni dirompenti. Non cercheremo tra le sue grandezze base né il capitale costante né il capitale variabile né il plusvalore. Motore della produzione sociale per lui sono altre grandezze, le une sperimentalmente comprensibili come la popolazione e la rata di impiego della sua parte attiva. A fianco di queste grandezze ne introduce come elementi di partenza altre del tutto imponderabili e «psicologiche», in cui vede il motore della storia e della economia: sono la «propensione a consumare», la «propensione ad arredarsi» o cosa simile (beni di lento consumo) e la «propensione a tesaurizzare». Non è luogo qui di esporre né di criticare il sistema. Ma questi dati che si pretende calcolare, per porvi una «causa causarum» simile alla gravitazione universale, a che possono condurre di scientifico, quando non vi si interpone nemmeno un newtoniano come se? Keynes e simili (confronta rapporto alla riunione di Asti) dicono: l’uomo consuma perché e quanto ha desiderato. Noi marxisti diciamo che l’uomo desidera secondo quanto ha potuto consumare, e per tanto il moderno sistema di potere e di falsa scienza borghese lo alleva con le droghe alimentari e ideologiche.

La Dittatura sarà necessaria a cavallo della palingenesi del Lavoro oggettivato, del rovesciamento di Praxis del Capitale fisso, non tanto per dominare la produzione, che basterà lasciare cadere a livelli inferiori liberando i servi del lavoro e delle galere aziendali per miliardi di ore, ma soprattutto per capovolgere la prassi consumatrice, sradicare le forme patologiche del consumare, eredi di forme di oppressione di classe. L’uomo singolo, il cittadino, l’individuo, come perderà anche sotto il Terrore rivoluzionario la possibilità di possedere ricchezza e valore, uccidendosene in lui la propensione belluina, così perderà, divenendo una cellula dell’eterno – e saremmo per scrivere «sacro» – Corpo sociale, ogni diritto a ledere se stesso, a rovinare il proprio organismo animale, ad intossicarsi. Con ciò non lederebbe solo il proprio corpo, ma la società. Il rivoluzionario non può essere che un disintossicato, ed è una delle ragioni per cui nelle Rivoluzioni più della massa, che sarà disintossicata in seguito dal marchio di servaggio, opera la minoranza del partito, nutrita nel vivo suo sangue dell’antiveggente e combattente Dottrina Integrale.

Nella riunione la teoria della moneta che Keynes trae da quella della propensione dell’uomo a disporne, per poggiarvi un diritto del detentore di contante a prelevare parte del prodotto sociale, fu derisa con un rilievo sperimentale. La sua conclusione è che (come esempio era citata la politica finanziaria inglese) il tasso dell’interesse o sconto tende storicamente a decrescere togliendo il suo carattere strozzinesco alla strana grandezza algebrica della «propensione». Letto il brano di questo falso profeta, fu confrontato con una notizia del giorno della riunione di cui riferiamo: la Banca d’Inghilterra per la prima volta nella storia ha dato al tasso di sconto uno scatto in aumento del due per cento, portandolo al record del sette per cento!

A questi rievocatori di Malthus, Lauderdale ed altri, ben si risponde col magnifico passo di Engels nella introduzione al Secondo Libro del Capitale contro Rodbertus, altro campione dell’Immediatismo. Costoro tentano ridare vita a teorie morte, come nell’esempio della chimica del flogisto, rovesciata dalla scoperta di Lavoisier (sulla natura della combustione come combinazione con l’ossigeno, e non come perdita del misterioso flogisto). Nuove teorie potranno sorgere dopo quella della chimica atomica, e potrà come nel secolo ventesimo scomporsi l’atomo indivisibile del rivoluzionario Lavoisier, ma la battaglia contro il flogisto non sarà mai capovolgibile, come quella di Marx contro il Capitalismo.


La putrefatta formula trinitaria

Nella riunione di Milano del settembre 1952 usammo in profondità i capitoli con cui Marx smantella la teoria trinitaria dei redditi e delle fonti di essi: parte del Reddito viene dal Lavoro, ed è corrisposto nel Salario, parte dalla Natura ed è la Rendita, parte dal Denaro ed è l’interesse. Lo stesso Profitto del Capitale è obliterato in questa formula, a cui in sostanza si riducono i modernissimi professori della nuova Scienza, l’Economia del Flogisto.

In quelle pagine di Marx fiammeggia in opposizione al concetto borghese di Libertà della Persona quello comunista del Tempo disponibile per la Specie, il suo sviluppo materiale e mentale, e la sua armonia di letizia.

L’umanità non uscirà, dice Marx, dalla Necessità, ma questa non avrà la forma di una parte di essa stessa contro l’altra, bensì solo quella della natura ambientale sempre più controllata e piegata da una Scienza senza più flogisti e trinità (Libro III, capitolo XLVIII: la Formula Trinitaria).

«Nello stesso tempo che i bisogni, si estende l’impero sulla necessità naturale e con lui le forze produttive (naturali, disciplinate dal meccanismo automatico di cui nella Grundrisse) che daranno soddisfazione a questi bisogni (con un minimo di lavoro necessario e, al limite, con solo volontario lavoro-godimento). In questo stato di cose (il comunismo) la libertà consiste solo in questo: l’uomo sociale, i produttori associati, regolano in modo razionale i loro scambi con la natura e li sottomettono al loro collettivo controllo, invece di lasciarsi da essi ciecamente dominare; ed essi compiono questi scambi col minore possibile sforzo e nelle condizioni più degne ed adeguate alla umana loro natura».

Monumento e gioiello sorto dal Cervello Sociale, la teoria del valore di scambio di Carlo Marx è completa lungo i decenni di stesura della sua opera, corre senza pentimenti, e senza i facinorosi miglioramenti ed arricchimenti dei moderni vaneggiatoci chiusi nei sottofondi dell’impotenza ad affissare la luce che sfavillò di un colpo solo.

Il valore di scambio regge il tempo capitalista, e per il suo corso il valore si misura dal tempo di lavoro.

Nel socialismo non vi sono più misure di lavoro, né di valore. Non vi sono più scambi tra uomini ed uomini. Resta uno scambio solo: tra la Società umana e la Natura.