Qaund’ero soldato
Categorie: Italy, Military Question, PCd'I
Sono della classe 1900, e come tutti gli idonei della mia leva ho prestato servizio militare per undici mesi durante l’ultimo anno dalla tremenda guerra imperialista e il principio di quella seguente. Ottenni il congedo provvisorio, io, inabile permanente alle fatiche, e venni richiamato nel settembre 1920. Affetto da voluminosa ernia inguinale, nutrivo la speranza che in un periodo di pace (così detta) non avrei più fatto bisogno al regio esercito; per cui il richiamo improvviso fu per me una sorpresa dolorosa ed inaspettata.
In quel tempo si combatté la serie battaglie, attaccando su tutto il fronte alla borghesia decrepita, pericolante. Tutto il proletariato italiano, pienamente compreso della sua missione storica, sosteneva intrepido e vittorioso le lotte economiche-politiche che dovevano allora trovare sbocco nella rivoluzione sociale. Nella mia provincia (Mantova) i lavoratori gareggiavano con l’avanguardia rivoluzionaria di quelle località che per coscienza classista si distinguevano. Io, con tutto il fervore dei miei giovanili anni, avevo graziato la nostra causa, dando ad essa amorosamente quanto attivo lavoro le mie capacità acconsentivano. Non conoscevo alcuna forza esteriore che potesse strapparmi all’opera intrapresa con tanta passione. Assolutamente, nessuna!
Ma ecco d’improvviso il richiamo alle armi. Come agire? Non mi sono trovato nell’imbarazzo un solo istante. Il problema presentava due differenti soluzioni: consegnarsi o disertare.
Io partii dal principio di decidere nel modo migliore per rendermi maggiormente utile alla nostra idea. Disertare era quanto mettermi nella impossibilità di dare il minimo lavoro; presentandomi al corpo invece, prendendo con me ancor più fornito il bagaglio della fede comunista, potevo compiere intero il mio dovere. In una seduta del Comitato provinciale giovanile, salutando i membri della Federazione, dopo aver rassegnato le dimissioni, pronunziare le testuali parole: “Compagni, il dolore di abbandonarvi si attenua nel mio cuore quando penso che se noi, intensificando di volontà colmerete il vuoto che io lascio, la rivoluzione non perde un militante, ma lo guadagna in un campo più arduo e difficile. Compagni, se credete che abbia saputo fare il mio dovere fra i proletari delle nostre campagne, siate certi che altrettanto farò tre proletari in divisa “.
Tale fu la mia promessa alla vigilia della partenza.
Tranquillo e pieno di sani propositi me ne andai al Deposito dell’ 8° fanteria in Monza. Il colonnello comandante dopo non molti giorni era in possesso dell’immancabile rapporto informativo della questura o della stazione dei carabinieri. Non ancora trascorsa la prima settimana pigliai una severa morale con minacce, qualche sottile insulto e una requisitoria stolta contro comunisti e comunismo. Senza nemmeno fiatare, sebbene invitato a rispondere; impassibile anche quando mi si scuotevano le braccia. Soltanto facevo lievi cenni di diniego ironico alle offese e alle dicerie sciocche; il che mi divertiva perché con accentuata furia il colonnello prendeva ad intervenire.
Prevedevo subitanee persecuzioni, mentre per contro, senza che lo domandassi, venni messo in ufficio proprio accanto al comandante, il quale si era preso l’impegno di riabilitarmi; carica questa che io assunsi volentieri, perché non impedendomi di avvicinare i soldati, mi dava altresì la possibilità di vedere, trafugare e sottrarre documenti all’occorrenza.
Hanno cercato di stuzzicare la vanità che non avevo, offrendomi galloni, incitandomi a vestir bene, a frequentare gli altri scritturati, i sergentini, gli ufficiali se volevo, purché mi distraessi e per sempre allontanassi i soldati di truppa.
Figurarsi! I fantaccini scalcinati che non andavano ai bars, al teatro perché privi di mezzi e perché amavano di più chiudersi nel loro pensieri alla famiglia, al mestiere tralasciato era il mio pane, la mia compagnia preferita nelle ore di libertà. Non potevo smettere di coltivare quei buoni giovani che mi ascoltavano, mi seguivano, mi dimostravano affetto. Ora il mio preciso compito il confortarli, l’aiutarli, e ad un tempo stesso attirarli al nostro ideale.
Per discacciare le attrattive che più o meno potevano esercitare gli impettiti del comando mi risovvenivo della promessa fatta ai compagni prima di partire: compiere intero il mio dovere!
A Monza si pubblicava un periodico socialista ” La Brianza”.
D’accordo col direttore, allora del nostro partito, abbiamo istituito una rubrica “Nelle sperate file dell’esercito” dove tutte le settimane, raccogliendo notizie anche dai reggimenti di Milano e Lecco a mezzo di amici incaricati, scrivevo articoli provanti la triste vitaccia che si menava nelle caserme locali e il depressamento morale della truppa generalmente stanca. I soldati avevano preso a leggere, tutti interessati e di soppiatto, commentando, approvando, compiacendosi con l’ignoto “Vir” (mio pseudonimo) il settimanale “La Brianza ” mentre gli ufficiali, specialmente se intaccati e denunciati all’opinione pubblica per le loro gesta feroci, masticavano amaro.
Il mio lavoro oramai diventava emozionante e nondimeno febbrile. In ufficio simulavo indifferenza per dissipare i sospetti; fuori, pur cauto e guardingo, operavo per allargare lo stuolo già notevole dei simpatizzanti.
Nei 1920, sapevo una cosa certa: la presa del potere politico da parte del proletariato. Ben lungi dalla concessione semplicistica dei socialdemocratici, i quali credono di portare i lavoratori alla loro emancipazione attraverso le grandi riforme strappabili al regime borghese, io, com’ero e sono tuttora sicuro della ineluttabilità storica della rivoluzione, del pari avevo la profonda convinzione che lo Stato capitalista non si abbatte se non con l’attacco diretto e violento del proletariato inquadrato. Così, necessariamente, perché il capitalismo forte del potere che detiene, difenderà il suo privilegio economico a tutta forza, violentemente, puntando tutte le armi sull’ondata incalzante del proletariato. Una delle più formidabili armi della borghesia è l’esercito. Quest’arma dobbiamo togliere dalle mani del nemico, per servircene ai nostri fini se è possibile, e in ogni caso cercare di neutralizzarla o polverizzarla distruggendone la compagine.
Ecco il concetto, che parmi logico e marxisticamente coerente, per dipendenza di cui quand’ero soldato non ha dimenticato la mia qualità di comunista.
In caserma interrogavo singolarmente camerati, per tastare il terreno, per rendermi conto dello stato d’animo che andava creandosi con l’influsso dei movimenti proletari esterni, con il trattamento peggiorante dei comandi e con l’assidua campagna condotta da me.
Una ventina di soldati erano pronti a seguire le nostre direttive e un buon numero ancora, alla bisogna, sarebbero venuti a noi. La situazione si presentava quindi di molto favorevole.
Cominciavo a vendere maturare i frutti del mio rischioso lavoro. Trovato un locale sicuro, una bella sera che in petto ci pulsava il cuore e nelle vene ci scorreva veloce il sangue, io ed i miei cari compagni abbiamo costituito, con un patto di fede di unità degli intenti, il ” Consiglio comunista dei soldati “.
Fu questo una tra i giorni più solenni della mia vita!
Menotti Renzo