Partito Comunista Internazionale

Dal principio al metodo

Categorie: Italy, Social Democracy

Ancora una volta sulle colonne della “Critica Sociale” Zibordi denun­cia ai socialisti il pericolo di una politica del “giorno per giorno” al cui dilagare può porre argine solo una riaffermazione della “forza e della con­sistenza dei principi e degli ideali”.

Comprendiamo e condividiamo le apprensioni del Zibordi e facciamo nostri i suoi consigli e ammonimenti. Anzi la linea di demarcazione tra la frazione del partito che uscì vittoriosa dal congresso di Reggio e le altre frazioni, sta appunto nell’aver la frazione intransigente insistito sempre sulla necessità di accentuare di fronte al proletariato, come di fronte all’opi­nione pubblica in genere, il lato ideale cioè rivoluzionario della teoria e della tattica socialista. La divisione in riformisti e in rivoluzionari – divi­sione che a rigor di logica non potrebbe nemmeno esistere fra socialisti, poiché é assurdo supporre che un socialista possa essere non rivoluziona­rio: essere socialista vuol dire riconoscere implicitamente che l’attuale as­setto sociale deve subire una profonda rivoluzione – la divisione in rifor­misti e rivoluzionari verte appunto sulla maggiore o minore importanza che si attribuisce al mezzo che é la riforma, o alla rivoluzione che é la meta.

Eppure ogni volta che i riformisti constatano e procurano di fare con­statare ad altri la necessità di rilevare maggiormente il lato idealista del socialismo, essi si affrettano a differenziarsi dai “rivoluzionari” e dal “ver­balismo inconcludente” di costoro. Dov’è dunque la logica, dove la linea di demarcazione fra i rivoluzionari veri, i rivoluzionari a fatti e quegli al­tri… a parole? Il contrasto, l’antagonismo fra il lavoro quotidiano, prati­co, e le aspirazioni ideali del proletariato non esiste se non nella imma­ginazione di chi, fraintendendo o svisando il movimento socialista, ha vo­luto crearlo. Né i rivoluzionari, ossia coloro i quali per i loro studi o an­che, talvolta, per il loro temperamento sono portati a dare maggiore im­portanza alla meta finale anziché alle riforme, hanno mai trascurato, o di­sprezzato, le conquiste quotidiane del proletariato. Inutile tornare su ciò che anche da queste colonne pochi giorni fa fu scritto sulla considerazio­ne in cui i socialisti tengono e devono tenere tutte le manifestazioni del­la lotta di classe del proletariato, incluse ben inteso quelle che mirano ai miglioramenti immediati della classe, quelle che servono cioè a pre­parare la psicologia rivoluzionaria delle masse. Tutti i miglioramenti che il proletariato conquista entro i limiti della società capitalistica devono servire a fargli maggiormente sentire l’antagonismo di classe, devono ser­vire ad animarlo di una aspirazione sempre più cosciente e fattiva a tra­sformare l’attuale assetto sociale, abolendo la proprietà privata. Dice il Manifesto dei Comunisti: “Di tanto in tanto gli operai vincono, ma é vit­toria passeggera. Il vero e proprio risultato delle loro lotte non é il suc­cesso immediato, ma é la sempre crescente solidarietà dei lavoratori”.

L’errore fondamentale, imperdonabile, dei riformisti sta appunto nell’aver fatto credere ai lavoratori che i piccoli, limitatissimi miglioramenti da essi ottenuti rappresentassero qualche cosa di stabile, di definitivamen­te acquisito, qualcosa che rappresenta un fine non già un mezzo.

È intuitivo che le condizioni economiche degli strati sociali – non tut­ti schiettamente proletari e tanto meno appartenenti al proletariato indu­striale – su cui si sono fatti in Italia gli esperimenti di organizzazione di classe e di socialismo, hanno contribuito a dare tale importanza alla pro­paganda e alla organizzazione. La visione netta e precisa degli antagoni­smi di classe, la possibilità di abbracciare col pensiero “grandi tratti del­la storia” é accessibile al proletariato industriale – molto meno a quel­lo agricolo – e solo in via eccezionalissima e individuale agli artigiani, ai piccoli proprietari, ai piccoli borghesi – ragione per cui il movimento so­cialista italiano – nonostante l’originaria tendenza dei suoi duci – ha pre­so quella tale piega per cui le conquiste immediate sono diventate la meta, sostituendo a poco a poco nelle menti e nell’azione degli organizzati l’aspirazione alla totale emancipazione dal capitalismo.

E qui ci si potrebbe forse obiettare che, stando le cose così, i rifor­misti non potevano agire altrimenti, e che quindi il riformismo é nato e si é imposto nelle cose, di cui la tattica riformista non é che il riflesso.

Appunto per evitare tale obiezione che ci costringerebbe a tornare su cose già dette, rileviamo che il torto dei riformisti sta nell’aver fatto sor­gere nei loro seguaci – organizzati – sindacati o nelle cooperative del­le illusioni. Bisognava, accanto allo sforzo certo lodevole e necessario di miglioramenti immediati e di costituzione di nuclei sociali di resistenza, di produzione o di consumo, tenere alto anche in questi elementi la con­sapevolezza della relatività di tutto ciò che, entro i limiti imposti dalla economia borghese, essi potevano conquistare, bisognava sempre tener pre­sente ai loro occhi le grandi difficoltà, le molteplici lotte, i conflitti cui an­drà incontro la società prima che si possa instaurare un sistema sociale ba­sato sulla uguaglianza e sulla libertà. Bisognava far comprendere che, se­guendo i loro interessi e idealità di cittadini, essi dovevano secondare il proletariato di altri siti e di altri paesi nell’assalto che esso dà alla so­cietà borghese. Bisognava approfittare di ogni loro tentativo di migliorare le proprie condizioni per dimostrare come, anche avendole migliorate, es­si rimanevano schiavi, diseredati, derisi, e come la società riservava ai fi­gli di essi così detti “privilegiati” un avvenire di incertezze economiche e di umiliazioni politiche e sociali. Bisognava suscitare e mantenere in essi il sentimento del più vivo malcontento e questo malcontento avrebbe creato quel sentimento di solidarietà con tutti gli sfruttati e tutti gli oppressi che é il primo fondamentale stimolo al pensiero e all’azione socialista. I rifor­misti non l’hanno fatto e non solo non l’hanno fatto con gli strati sociali più difficilmente convertibili al socialismo, ma hanno avuto il torto di ap­plicare i criteri piccolo-borghesi del quieto vivere anche agli elementi rivoluzionari, cioè alla organizzazione del proletariato industriale. Non è il metodo alla rigida lotta di classe che é fallito, ma il metodo stesso é stato svisato. Ecco donde proviene il disagio dei riformisti. Né essi po­tranno eliminare o mitigare il male che rimpiangono, perché si tratta di un male troppo profondamente radicato.

L’utilitarismo non si combatte né tanto meno si sradica richiamando di tanto in tanto all’osservanza dei principi, ma si osserva e si inculca il principio non tollerando che l’utilitarismo possa sorgere e svilupparsi.

Gli interessi del proletariato coincidono col più largo ed elevato al­truismo, perché essi coincidono con gli interessi di tutta l’umanità salvo gli sfruttatori – fare scaturire questa consapevolezza da ogni contingenza della vita sociale vuol dire rendere le masse rivoluzionarie, cioè animate dal più sano, dal più fattivo idealismo, dal più intenso proposito di tra­sformare quanto prima la società borghese in società socialista.

E per far ciò non si ha bisogno di “salire nelle nuvole delle vuote ideo­logie verbali” ma basta nutrire la propria propaganda e l’azione delle masse dalla realtà delle cose. Poiché é appunto la realtà – gli esistenti an­tagonismi di classe – che rendono rivoluzionarie le masse.

Tra riformisti e rivoluzionari chi ha più dimestichezza colle “nuvole”? Chi é più vicino alla realtà?