Le insidie degli “indipendenti”
Categorie: Capitalist Wars, Italy, Opportunism
Recentissimi episodi della vita politica italiana hanno messo in risalto un fatto, che merita tutta l’attenzione dei socialisti: l’accanimento che mostrano contro il nostro Partito i cosiddetti indipendenti, che noi siamo soliti chiamare, con un espressione più propria, rinnegati.
La grande armata dei partiti borghesi, nei suoi assalti in massa contro il Partito socialista, che unico é rimasto ed intende restare fuori dalla sacra concordia nazionale, si serve come avanguardia di tutti gli ex socialisti che abbondano nel paese, nella stampa, nel Parlamento, affidando al loro zelo il compito dell’attacco più violento e l’impiego dei mezzi più velenosi… o asfissianti. Gli “indipendenti” pongono nella bisogna il massimo impegno.
La borghesia, che li ha corrotti moralmente o finanziariamente, li aizza compiaciuta, e li compensa con l’untuosa elogio della loro indipendenza.
Le ultime loro pose sovversive sono tollerate negli ambienti dell’ordine con un sorriso di compatimento, si accettano come un giustificato sfogo dell’esuberante intelligenza – che non li rende pericolosi come gli idioti che seguono tenacemente il proprio Partito. Qualche volta sono abbandonati a se stessi nel momenti brutti, come i bravi che il padrone lasciava impiccare dopo esserne stato il mandante.
Le ultime gesta degli ex sono state così nauseanti che anche quelli di noi propensi per principio o per temperamento ad un certo relativismo nella disciplina del Partito ed a qualche indulgenza per gli irregolari, cominciano a toccare con mano che la più netta e recisa intransigenza é necessaria al socialismo come l’ossigeno alla vita animale. E della diffusione in seno al Partito di questa preziosa convinzione abbiamo avuto ultimamente molti indizi, anche dalle colonne dell’“Avanti!”, specialmente in due articoli del compagno Zibordi, l’una sulla… igiene del Gruppo parlamentare socialista, e l’altro sull’atteggiamento che il Partito deve tenere dinanzi ai pretesi affini d’ogni riva. Per quanto in questo ultimo articolo l’ottimo nostro compagno voglia conservare la netta distinzione tra il nostro criterio, intransigente per ragioni di principio, ed il criterio dei compagni riformisti, intransigenti oggi per evidentissime ragioni di fatto, pure é importante che egli riconosca in fondo come il nostro apriorismo teorico sia stato una guida sicura per la pratica azione del partito, nonostante le riserve e i timori dei suoi amici fautori di una tattica meno assoluta.
E poiché l’“Avanti!” si é occupato di rispondere al compagno Zibordi secondo un altro aspetto della questione, sarà bene prendere atto adesso di una affermazione, che costituisce una concessione alla tesi dell’assoluta intransigenza. Accenna lo Zibordi che, sebbene il fatto più saliente e attuale – l’atteggiamento dinanzi alla guerra – ci possa avvicinare a certe correnti sindacaliste e anarchiche, non vanno per ciò dimenticati gli altri fatti della vita politica ed economica che devono dividerci. E noi rileviamo, rallegrandocene, che questa osservazione non é che un enunciato della teoria intransigente, secondo cui la tattica del partito non deve dipendere da finalità particolari e temporanee – le quali possono portarci oggi al fianco dei cattolici, come ieri a quello dei democratici – ma dal complesso delle finalità politiche e sociali perseguite dal socialismo, le quali non consentono collaborazioni con i partiti che gran parte ne avversano. Ci preme notare – a parte la questione specifica che ha mosso lo Zibordi a scrivere – questo riconoscimento della bontà della intransigenza assoluta, anche da parte di quelli che in altri tempi la trovavano per la meno eccessiva.
I più fieri nemici del Partito socialista sono oggi quelli che ne sono usciti o che erano ad esso politicamente “vicini”.
La guerra ha sconvolto, con le alleanze degli Stati, anche quelle dei partiti; e chi ammette per principio la tattica degli accordi dovrebbe oggi – avendo digerito in passato i blocchi anticlericali – ingoiare il rospo, forse meno velenoso, del blocco neutralista coi cattolici e i giolittiani.
Da tutto ciò risulta la necessità assoluta per il partito di non lasciare indifesa nessuna delle sue frontiere politiche (come sottrarci alla terminologia guerresca?) e di proclamare sempre più risolutamente la massima “chi non é con noi é contro di noi”.
L’indirizzo intransigente dato al Partito dagli ultimi congressi, tanto diffamato dagli avversari e con tante preoccupazioni accettato da taluni compagni, non solo non é stato eccessivo, ma avrebbe dovuto essere ancora più rigorosamente osservato, come risulta chiarissimo se per un momento ricordiamo quali furono i pochi e lievi strappi fatti ad esso. Non abbiamo certo l’intento di fare recriminazioni ormai oltrepassate, ma anzi di portare un argomento di più in sostegno di tutto il complesso dell’opera svolta negli ultimi anni dai compagni che hanno la direzione del partito. Né si trovi di cattivo gusto la nostra… esumazione, perché molto di cattivo gusto é invece proprio la moda tutta italiana del rapido e comodo oblio dei fatti politici appena escono dall’immediato orizzonte del momento.
Nell’ottobre 1913 la Direzione del P.S.I., comunicando l’elenco delle 300 e più candidature del Partito per le elezioni generali politiche, e riaffermando che tutte le altre sarebbero state considerate avversarie e considerate alla stessa stregua, faceva due sole timide eccezioni. Nelle successive elezioni di ballottaggio la Direzione decideva poi l’appoggio a 10 candidature non di Partito. Agli effetti del nostro assunto ci basterà ricordare alcuni nomi: le due eccezioni del primo scrutinio erano per i prof. Gaetano Salvemini ed Ettore Ciccotti: tra quelle del ballottaggio a cui arrise la sorte delle urne, si trovavano questi nomi: Canepa, Nofri, Cabrini, Cappa, Labriola! Nomi ai quali… nullum par elogium.
Il postumo raffronto ha una strano sapore di ironia. Chi oserebbe ancora sostenere, dopo tali esempi, le ragioni della imbelle pratica del “caso per caso”? Sì, bisogna che il Partito si chiuda sempre più nella corazza adamantina dell’intransigenza. Le transazioni più pericolose sono quelle che appaiono meno spinte a prima vista; le compromissioni più rischiose quelle che si fanno con gli uomini momentaneamente meno lontani dall’intonazione politica del Partito. A tutti bisogna dire: O dentro o contro, senza mezzi termini!
Uno degli ultimi rinnegati ha potuto rendere un altro servizio alla causa dell’antisocialismo ricordando che si era offerta a lui, non tesserato da anni, una carica importantissima di partito.
Non sarà dunque mai abbastanza messa in rilievo la necessità di precisare e delineare sempre più la fisionomia del partito, integrazione di tutti i caposaldi del socialismo senza lasciarsi trarre in inganno dall’illusione ottica che conduce a sopravvalutare alcune questioni – perché viste attraverso la lente d’ingrandimento dell’attualità – rispetto ad altre, non meno vitali per l’avvenire del movimento. Dagli affini e dagli indipendenti é bene quindi guardarsi qualunque sia il motivo e il terreno del loro dissenso; riguardi esso il presente, il passato o l’avvenire; e s’intende che un tale criterio va anche applicato a eventuali contatti, nell’ora presente, con quelli che pensano come noi intorno alla guerra ma per altri riguardi rimangono fuori e contro il partito. Questo deve apprendere a contare sulle sue sole forze, diffidando dei franchi tiratori della politica che gli offrono appoggio – come potranno offrirlo domani ai suoi nemici.
Ciò non per voler pretendere che gli uomini nostri siano di una stoffa speciale e tutti migliori e più coscienti degli altri, ma perché appunto agli individui deve essere superiore il partito; perché l’ambiente con le sue irresistibili influenze può deviare e corrompere gli uomini, mentre malgrado le deviazioni e le diserzioni deve restare intatta e salda la compagine del movimento socialista, forza collettiva che tende ad immancabili destini. Né vale l’obiezione che anche individui regolarmente iscritti e tesserati abbiano tralignato, ché contro costoro si é provveduto e si provvederà in modo atto a garantire la dignità del partito. Mentre dinnanzi ai voltafaccia degli ausiliari irregolari altro non ci resta che rimpiangere tardivamente le nostre debolezze passate.
Ai dondoloni di ogni risma, che in malafede ogni tanto si riavvicinano a noi, si rifiuti dunque la sanatoria dell’oblio. Gli avversari, che insultano la nostra intransigenza politica e ci chiamano “preti” trovino un paragone più efficace. I preti di ogni tipo assolvono troppo facilmente.
L’esperienza e la realtà – preteso monopolio dei nostri detrattori – ci hanno dato ragione. Se il partito socialista italiano non é oggi prono, come quelli di altre nazioni belligeranti, alle insidie scioviniste, ciò si deve in gran parte alle coraggiose delibere intransigenti degli ultimi congressi. alla cacciata dei monarchici, degli imperialisti, dei bloccardi e dei massoni. Noi abbiamo oggi il diritto di affermare che l’intransigenza dinanzi a tutte le correnti avversarie non é mai troppa; e di constatare che nei riguardi dei disertori l’intransigenza più feroce é ancora troppo poco.
NOTA REDAZIONALE DELL’“AVANTI!”
Concordando pienamente con quanto scrive il nostro compagno, ci sembra opportuno fare una riserva per quanto si riferisce al proletariato sindacalista ed anarchico di fronte alla situazione presente. Questo proletariato è ora con noi. Più che un dissenso teorico non vi è che una differenza di etichetta fra il proletariato socialista e i proletari che, spesse volte per disgraziate rivalità personali, sono rimasti lontani dalla nostra organizzazione ufficiale.
Oseremmo anzi dire – se non temessimo i fulmini di qualche nostro compagno troppo devoto alle formalità burocratiche – che mentre talune categorie di proletari privilegiati, inquadrati nella organizzazione ufficiale, si sono, nella situazione presente, allontanati da noi ed hanno obbedito agli eccitamenti nazionalistici, questo proletariato anarchico e sindacalista è oggi sostanzialmente sulle nostre direttive. Perché dunque metterlo oggi alla stregua di quei famosi “indipendenti” contro i quali questo articolo leva la giusta protesta? E perché temere che da un’intesa con questo proletariato sul terreno dei fatti, ci possano derivare le medesime sorprese e i medesimi disinganni che abbiamo provato, affidandoci agli “indipendenti” sul terreno elettoralista e parlamentarista? Quale interesse avrebbe questo proletariato a tradire la causa del partito socialista che é la sua causa? Scoppiando in una località una sciopero, la nostra intransigenza si inchina alla necessità del momento e noi ci facciamo doverosamente fautori di intesa e di unità operaia, perché la causa della classe proletaria prevalga contro le mene del padronato. E ciò facendo noi non rinunziamo alla nostra intransigenza dottrinale e pratica.
Così, e più oggi, a noi pare necessario che il Partito Socialista provveda all’unione proletaria, unione che tanto ci si addimostra indispensabile quanto maggiormente tutte le categorie borghesi – dai vecchi reazionari ai rivoluzionari dalle “quattro palle”, agli “ex-socialisti”, agli “indipendenti” – vanno stringendo la Santa Alleanza antisocialista.