Verso il partito comunista
Categorie: Communist Abstensionist Fraction of the PSI, Italy, Party History
Avanti!, 23 dicembre 1920.
Il Convegno di Imola credette opportuno non pronunciarsi sull’atteggiamento che la nostra frazione dovrà tenere nel caso che il Congresso nazionale ci ponga in minoranza, e non volle farlo più che altro per non contraddire al suo carattere di Convegno radunato per un lavoro di Frazione, per organizzare la conquista della maggioranza del Partito e del Congresso.
D’altra parte, come Gramsci osservò, il convegno aveva la sensazione di preparare con la sua opera, più che una vittoria di congresso, la costituzione di un nuovo Partito. E il vero obbiettivo di tutto il nostro lavoro è proprio questo. Occorre, dunque, tener presente che una questione così importante come il costituirsi in Italia del Partito Comunista non giudicata in ultima istanza dalla maggioranza del congresso nazionale, è anzi dopo il voto di questo che se ne potrà direttamente affrontare la soluzione. Gli elementi di essa sono in tutta l’esperienza e la preparazione politica della Sinistra del partito attuale, del partito di sinistra, anzi, fra i due che finora insieme convivono, e più ancora nel contenuto di programma d’azione dell’Internazionale Comunista.
Antidemocratici anche in questo non possiamo accettare come “ultima ratio” la espressione aritmetica della consultazione di un partito che non è un partito. Il riconoscimento della giustezza dell’opinione espressa dalla maggioranza comincia là dove comincia la omogeneità di programma e di finalità; non lo accettiamo nella società divisa in classi, non nel seno del proletariato dominato necessariamente dalle suggestioni borghesi, non nel seno di un partito che comprenda troppi piccoli borghesi ed oscilli storicamente tra la vecchia e la nuova Internazionale, e non sia quindi nella sua coscienza e nella sua pratica il partito di classe di Marx.
Ed allora dobbiamo prospettarci fin da ora tutte le eventuali situazioni al domani di un voto, che non dovrà e non potrà interrompere lo sviluppo continuo della nostra azione verso quel fondamentale obbiettivo. Premettiamo una considerazione, nella quale è appunto il risultato importantissimo del Convegno di Imola. I comunisti voteranno la loro mozione nel testo già deliberato dal Convegno, senza accettare di introdurvi modifiche ed attenuazioni sia pure minime. Se vi saranno elementi oscillanti tra noi e gli unitari, noi non faremo alcuna concessione per accaparrarci i loro voti. Non resta, dunque, che esaminare le due ipotesi che sulla nostra mozione si raccolga la maggioranza oppure la minoranza dei voti.
Sia nell’uno che nell’altro caso,noi dobbiamo farci guidare dalle medesime direttive. Il bivio al quale si trova il movimento proletario italiano non è tra la politica di Reggio Emilia e la politica del Comunismo: il bivio si presenta tra il nostro programma d’azione e quello degli unitari socialcomunisti. Benché questi ripetano di divergere da noi solo per secondarie valutazioni, ma di essere sullo stesso tronco programmatico, la verità è che la destra fa la sua politica con le loro mani: un riformismo puro che si che si delineasse sarebbe tosto livragato, mentre lo sforzo dei riformistici esercita secondo le leggi della minima resistenza, cioè mirando alla permeazione del loro metodo nel grosso del loro pletorico partito sotto l’etichetta di tendenza intermedia.
Non esiste tra unitari e riformisti un taglio netto. Tutta la loro argomentazione in questo vivacissimo fervore di dibattiti è quasi comune. Gli unitari difendono ovunque tutta la politica della frazione di destra e soprattutto quella della Confederazione Generale del Lavoro. Essi sottolineano che la loro epurazione del partito da qualche destrissimo, è sullo stesso piano dell’epurazione dei sinistrissimi.
Un’altra prova: un argomento favorito degli unitari è quello di battere contro l’opera ed il contegno di Bologna ed oggi dell’attuale direzione del Partito, per imputare ad essa gli insuccessi rivoluzionari dell’azione del proletariato italiano, scagionandone i riformisti, quasi che politicamente, storicamente – a parte la posizione presa oggi personalmente dai vari membri di essa – la Direzione attuale non fosse la esecutrice della maggioranza massimalista e unitaria di Bologna, capitanata da Serrati. Gli unitari non vedono che la direzione non ha potuto fare una politica schiettamente massimalista perché non si poteva farla sull’equivoca base unitaria. Essi non si accorgono di recare così argomenti contro le loro tesi e contro il loro passato politico, e non se ne accorgono perché, in realtà, vanno facendo proprie tutte le posizioni polemiche del riformismo contro il massimalismo in genere, come è anche provato il fatto che tutto il problema delle condizioni e possibilità rivoluzionarie essi le pongono così come i destri. Una parte della maggioranza massimalista va dunque oltre Bologna; l’altra rincula dalle posizioni di Bologna, e l’abisso si apre tra loro.
Tra unitari e comunisti il taglio è netto, aspro, la discussione talvolta violenta oltre misura. Questo preciso distacco non è per nulla attenuato da quelle sfumature diverse che possono esservi fra gli estremisti e che vanno utilmente integrandosi nella elaborazione di una migliore coscienza in tutti del metodo da seguire uniti e compatti. Le discussioni locali mostrano, dunque, schierati in due campi opposti i comunisti e gli unitari, dietro i quali, mai differenziati, manovrano i destri. Non è strano che sia così. Come la borghesia delega le sue difese, nei momenti critici, al riformismo, così il riformismo, quando perde terreno fra le masse, si sforza di delegare la sua funzione controrivoluzionaria a quel centrismo etichettato da comunismo di destra che vediamo all’opera in tutti i paesi. La sensazione che si ha oggi assistendo alle assemblee ed ai congressi di partito è che sono proprio i comunisti e gli unitari quelli che si separeranno per sempre, quelli la cui convivenza è divenuta impossibile.
La conclusione è questa: noi dobbiamo tendere a formare un Partito Comunista non influenzato da quella politica equivoca che oggi si afferma sulla tesi dell’unità del partito, non diretto in collaborazione con gli esponenti dei comunisti unitari di oggi. Lenin ci dice questo molto bene nel suo articolo e questo dev’essere il nostro aperto obbiettivo.
Io non auguro che tutti i comunisti unitari si stacchino da noi per fare con i riformisti il partito socialdemocratico o indipendente.. Penso che la nostra situazione è almeno tanto matura quanto quella tedesca. I comunisti unitari, gli indipendenti nostrani, devono nella loro [testo illeggibile] essere sbloccati, mettendo a riposo i loro leaders.
Perciò, se noi saremo maggioranza, con la sicura applicazione della nostra mozione di Imola, li sbloccheremo dando l’ostracismo ai destri e ai destreggianti, e assicurando tutti gli organi direttivi del Partito esclusivamente alla tendenza comunista estremista.
Ma se saremo minoranza? Noi non potremo subire né la situazione diretto da unitari, né quella di una direzione in comune fra noi ed essi. Il nostro compito di frazione è finito. Con l’attuale concentrazione dei gruppi estremisti del Partito sulla base delle delibere di Mosca, del nostro programma, della nostra mozione, e con quest’ultima lotta interna nel Partito col riformismo e con le sue indirette manifestazioni, si apre il compito nostro come Partito. Noi non resteremo, per riprendere il duro lavoro di persuasione, ad immobilizzare noi ed il proletariato fino ad un altro congresso. E nemmeno faremo il delittuoso sproposito di affidare il movimento del proletariato italiano mista ed imprecisa tra il comunismo ed il centrismo: questo sarebbe il trionfo della tesi unitaria, già condannata in Italia e nella Internazionale Comunista.
Ed allora balza evidente la soluzione logica, coraggiosa e tatticamente squisita della immediata uscita dal Partito e dal Congresso appena il voto ci avrà posto in minoranza. Ne seguirà sotto norme da noi segnate lo sbloccamento del centro; anzi, io penso che questo nostro importante obbiettivo potrà, in questo caso, essere meglio raggiunto.
Prepariamoci, dunque, a questa soluzione: oltre a tutto essa è l’unica che possa corrispondere alle direttive dell’Internazionale Comunista; ed è quindi fuor di luogo che questa non ci approverebbe, e rinviare per questo un atto che ritardato perderebbe tutti i suoi effetti benefici e positivi.
Io penso che i gruppi della frazione dovrebbero affrontare questo problema e dire qualche cosa in proposito ai loro delegati al Congresso. Su questa base, però, la nostra frazione che è il nocciolo di un partito vero e vitale non potrà e non dovrà in alcun caso dividersi e si muoverà, a ragion veduta, tutta in un blocco, come un uomo solo. Sono sicuro che in questa attitudine ci troveremo concordi alla quasi unanimità.
Guardiamo dunque bene in faccia la situazione e sappiamo assumere tutte le responsabilità. Quella che conduciamo è una battaglia senza quartiere contro tutte le [testo illeggibile] e tutti gli equivoci.