Democrazia e socialismo Pt.1
Categorie: Democratism, Electoralism, Italy, Opportunism
I
Mentre quei socialisti che sostengono la tattica degli accordi con i partiti “affini” asseriscono che tali accordi non sono che atteggiamenti transitori volti a risolvere situazioni particolari, e non implicano la rinunzia ai caratteri fondamentali del programma e della propaganda socialista, non compromettono la fisionomia e la costituzione del partito, in pratica poi avviene tutto l’opposto.
Ingolfatisi in una battaglia elettorale su di una piattaforma non socialista, ma comune ad alcuni partiti borghesi, ossessionati dalla mania del successo, i socialisti che fan parte del blocco finiscono col ridurre la loro propaganda ad una accozzaglia di motivi popolareschi in cui vanno smarriti e dispersi i principi del socialismo. L’effetto di tale predicazione è uno stato d’animo che si crea nelle masse, prima avviate verso la concezione e l’azione socialista, e che confonde in esse ogni elementare capacità a distinguere le finalità dei diversi partiti. È così che la transitoria deviazione, la transazione passeggera, divengono per fatale forza di cose una permanente confusione, confusione nella quale ha tutto da perdere il partito socialista, che vede così annientati in pochi giorni di carnevaletto elettorale i risultati di anni ed anni di difficile propaganda e faticosa preparazione.
Le conseguenze sono tanto più profonde, durature e pericolose, quanto più si trova in condizione embrionale la coscienza proletaria, quanto più arretrata é la maturità intellettuale e politica della classe operaia. Questa facile e limpida considerazione basterebbe da sola – se non ve ne fossero ben altre – a capovolgere le asserzioni di quelli che suffragano la tesi bloccarda invocando le arretrate condizioni economiche e intellettuali – i due fenomeni si svolgono parallelamente – del proletariato di una certa città o regione. Ma quando si pensi che chi è veramente socialista nella coscienza e nell’intelletto – senza dover essere per questo un maniaco del dottrinarismo – non può non ritenere che dai risultati elettorali, dalla conquista dei pubblici poteri, possono scaturire risultati affatto limitati e secondari nell’interesse delle masse operaie, di fronte alle finalità della complessa azione socialista; che alle elezioni noi dobbiamo attribuire principalmente il valore di una buona occasione per fare propaganda nelle piazze o se si vuole anche dai seggi di consiglieri comunali e provinciali, o di deputati; allora risulterà provato che chi rovina l’opera di propaganda e di proselitismo per assicurare una qualsiasi vittoria elettorale, non é un socialista che abbia vedute tattiche più o meno diverse da quelle intransigenti, ma é senz’altro un non socialista, uno che si è già messo fuori, comunque si etichetti, dalle direttive del socialismo, per portarsi in un punto di vista molto diverso, spesso antitetico a quello prima seguito.
Quando si ricorra col pensiero alle linee fondamentali della costruzione socialista, che non é vuota dottrina, né azione frammentaria e slegata, ma é una sintesi di fatti e di idee, non si può disconoscere quale enorme danno derivi alla causa del socialismo da quella dozzinale confusione fra democrazia e socialismo, che é nell’anima ingenua ed immatura dell’operaio la fatale conseguenza dei blocchi.
Il ritenere come concetti affini le idee democratiche ed il socialismo, il gabellarli come rami usciti dallo stesso tronco e che tendono a ricongiungersi, a crescere paralleli, è, mi si consenta l’espressione, il più deplorevole sabotaggio della propaganda socialista. Non faranno mai tanto male le bugie velenose dei clericali, forcaioli e reazionari, quanto le untuose declamazioni popolaresche dei democratici in cerca di voti, o degli ex-socialisti malati di mania bloccarda. E s’impone ai nostri propagandisti modesti ma coscienti, che diffondono un’idea e non pitoccano un mandato elettorale, di fare argine con ogni loro forza, con tutte le loro energie, alla marea torbida e melmosa del confusionismo.
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Quando il socialismo cominciò a sorgere in tutta l’Europa, prima nella predicazione umanitaria degli utopisti, poi nella poderosa concezione scientifica dei socialisti tedeschi che la riallacciarono per sempre alla azione sociale delle grandi masse proletarie, molta e molta parte dell’Europa era ancora sotto le strette del regime politico assolutista e feudale. Era passata da pochi decenni la rivoluzione francese, il suo solco profondo non ancora aveva instaurato definitivamente il dominio delle democrazie politiche, ma ne aveva poderosamente affermato il programma innovatore e rivoluzionario; sotto la bandiera dell’uguaglianza, libertà, fratellanza, con le storiche affermazioni dei diritti dell’uomo. Eppure il socialismo, inteso come fatto sociale, e non come processo culturale nel pensiero di questo o quel sociologo, non derivò da uno sviluppo della democrazia, ma si affermò come una solenne denunzia del fallimento storico della formola democratica, e degli inganni che questa conteneva. Per essere più esatti, il socialismo proclamò che la rivoluzione borghese nel campo economico e in quello politico, si andava compiendo nell’interesse di una nuova classe di dominatori che sopravanzavano i dominatori di ieri; che essa era l’avvento della borghesia commerciale, manifatturiera, industriale, sulla vecchia aristocrazia, agraria e feudale; che nella sua stessa formazione il terzo stato, ossia la borghesia, dava origine alla nascita di un’altra classe oppressa, il proletariato, poiché il contadino diventava operaio, il servo della gleba schiavo dell’officina, o comunque lavoratore salariato, ma seguitava ad essere sfruttato da qualcuno. E il socialismo mostrò come tutta la rosea costruzione filosofica della rivoluzione francese, col suo programma di uguaglianza e di libertà che aveva fascinato le masse, celava invece la genesi di una nuova forma di oppressione, di nuove disuguaglianze per lo meno così profonde come le antiche; che essa, agitando il concetto della democrazia, o dominio politico della maggioranza, preparava il dominio economico di una nuova minoranza, della nuova oligarchia del capitale.
Contro la nuova classe dominante sorse quindi la classe oppressa: il proletariato. Man mano che la formazione economica e politica della borghesia procedeva, si rafforzava di fronte ad essa la nuova classe sociale costituita dai lavoratori. Questa classe si va a sua volta man mano formando una propria ideologia, e questa è il socialismo. Mentre la borghesia, nata rivoluzionaria, dopo aver conquistato le sue posizioni sociali diventa per fatalità di cose conservatrice, il proletariato si fa rivoluzionario, capisce che non può accontentarsi della pretesa uguaglianza politica concessagli dalla democrazia borghese, e si prepara a ben altre conquiste. Il proletariato socialista pone esplicitamente il problema sul terreno economico, esperimenta con le sue organizzazioni di mestiere la lotta contro il capitalismo, e concepisce un suo programma di classe, che consiste nella espropriazione dei mezzi di produzione e di scambio, che esso si propone di socializzare.
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Con la formulazione di tale programma, che rimonta ormai a molti e molti decenni, ed è perseguito con costanza e concordia imponenti da milioni di lavoratori, le idee e le finalità della democrazia sono superate definitivamente. Questa cerca di far credere che nei suoi metodi c’è la possibilità di una ulteriore evoluzione, di un perfezionamento dell’ordine sociale nel senso di un maggior benessere per le masse. Ma tale propaganda é compiuta dalla democrazia non più con intendimenti di innovazione, ma per necessità di conservazione. La democrazia, anche laddove ha politicamente abbattute le vecchie classi feudali, e dove la nuova borghesia moderna le va economicamente sostituendo con processo più o meno avanzato, cerca di far credere al proletariato che la causa del disagio economico é la sopravvivenza delle classi che essa vuole abbattere. I democratici sostengono anche che la elevazione economica degli operai é problema di educazione e di cultura, e che per questa via essi si propongono di raggiungerla.
Ma la critica socialista ha distrutto da tempo questi sofismi. Il trionfo della borghesia democratica sulle vecchie aristocrazie é bensì il punto di partenza della formazione del vero proletariato socialista, ma esso non segna che il trionfo di una nuova forma economica che spesso, se non sempre, rappresenta un eguale sfruttamento delle masse. Il sopravvivere di partiti politici che contrastano le direttive democratiche non é quindi in relazione al malessere operaio, che dipende invece dall’ordinamento economico attuale della produzione, – ordinamento che anche la democrazia vuole conservato. Anzi lo sviluppo e la diffusione sempre maggiori del capitalismo moderno determinano, anche se non in maniera assoluta, una maggiore miseria nelle classi lavoratrici.
L’opera di cultura che la democrazia asserisce di voler compiere é una illusione, poiché essa è incompatibile con le condizioni economiche delle masse. Chi mangia poco e lavora molto ha il cervello in condizioni di evidente deficienza. Il benessere è la necessaria premessa della cultura intellettuale.
È il problema economico-sociale che va affrontato. Il socialismo lo pone, lo affronta e lo risolve assegnando al proletariato il compito di abbattere l’attuale ordinamento economico, e le relative istituzioni politiche, per sostituirvi un nuovo regime. Al problema filosofico della libertà di pensiero, tanto agitato dalla democrazia, viene così sostituito il postulato sociale del diritto alla vita.
Tale postulato non potrà raggiungersi mai entro l’orbita del presente ordinamento. L’evoluzione storica del regime politico democratico non é una continua ascesa verso l’uguaglianza e la giustizia, ma é una parabola che raggiunge il suo vertice e poi ridiscende verso una crisi finale, verso l’urto delle nuove forze sociali contro la classe attualmente dominante.
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Se ci é quindi una negazione completa della teoria e dell’azione democratica, questa è nel socialismo. Non si può enunciare nella forma più modesta e più semplice una delle elementari verità che sono il nocciolo della nostra propaganda, senza contrapporsi al metodo, ai concetti, alle finalità della democrazia!
All’armonia delle classi voluta da questa noi contrapponiamo la lotta di classe sul terreno economico e politico.
Alle sue teorie di evoluzione e di progresso noi contrapponiamo la realtà storica della preparazione rivoluzionaria.
Al suo educazionismo noi opponiamo la necessità della emancipazione economica delle classi lavoratrici, che sola potrà porre termine alla loro inferiorità intellettuale.
E quando non vi fosse altro, basterebbe rammentare che la democrazia moderna è intimamente colonialista e quindi militarista, per le necessità dello sviluppo economico della borghesia moderna, in cerca di nuovi mercati; mentre il proletariato è per definizione internazionalista e antimilitarista.
La democrazia vede nel sistema rappresentativo il mezzo per risolvere ogni problema di interesse collettivo; noi vediamo in esso la maschera di una oligarchia sociale, che si avvale dell’inganno dell’eguaglianza politica per mantenere oppressi i lavoratori. La democrazia vuole la statizzazione e l’accentramento delle attività e funzioni sociali; il socialismo vede nello stato borghese il suo vero nemico, il socialismo é nel campo amministrativo per la massima autonomia locale. La democrazia vuole la scuola allo Stato, noi vediamo in ciò un pericolo non minore che nell’insegnamento confessionale. La democrazia vede il dogma solo sotto la tonaca del prete; noi lo vediamo altresì sotto la casacca del militare, sotto le insegne dinastiche e nazionali, sotto tutte le istituzioni presenti, e soprattutto nel principio della proprietà privata.
Chi dimentica queste antitesi, chi accede ad accordi con i partiti democratici, che si fanno sul terreno elettorale ma invadono e sopraffanno, come sopra dicevamo, tutta l’azione ed il carattere del partito e tutta la coscienza più o meno sviluppata delle masse, colui si rimangia a pezzi e bocconi tutto il suo socialismo, colui non può più essere del socialismo l’assertore ed il propagandista.