Democrazia e socialismo Pt.2
Categorie: Democratism, Electoralism, Italy, Social Democracy
II
Nell’articolo dello stesso titolo apparso nel numero precedente abbiamo rapidamente richiamato all’attenzione dei nostri compagni i concetti fondamentali dai quali risulta la profonda differenza che corre tra le finalità della democrazia e quelle del socialismo.
Abbiamo mostrato come il confusionismo che é conseguente agli accordi contratti nel campo elettorale finisce col distruggere i frutti della propaganda socialista, la quale non può non essere continua critica e negazione delle tendenze e delle opinioni della democrazia borghese.
Ma comunemente si giustificano i connubi con i partiti affini, nel campo amministrativo, con un altro ordine di considerazioni. Ci si osserva che nelle questioni amministrative deve prevalere la pratica sulla teoria, che occorre aver di mira scopi immediati e concreti, di indole tutta locale, e lasciar da parte le discussioni politiche e sociali.
E si invocano, a seconda delle occasioni e delle località, particolari ragioni che dovrebbero indurre ai blocchi i socialisti, i quali, rinviando a miglior tempo l’opera di propaganda e di proselitismo socialista sulla base della lotta di classe, dovrebbero pensare per il momento ad aiutare la parte della borghesia più moderna, più avanzata, più onesta, a sbarazzarsi del vecchiume costituito dai partiti reazionari e dalle consorterie dominanti la vita amministrativa. La eliminazione di queste sopravvivenze dovrebbe costituire l’inizio di un’opera diretta ad elevare, ad educare le masse, a stabilire il minimo di civiltà, di pulizia, di decenza che trasformi la plebe in popolo. Dopo verrebbero la preparazione socialista del proletariato, la propaganda di classe e la politica intransigente da parte del partito socialista.
Questo ragionamento fa larghissima breccia nelle località dove é superficiale la coscienza politica. Eppure esso è fondamentalmente errato e non è che il trucco volgare sotto cui passano i motivi meno confessabili della alchimia elezionistica.
Una semplice distinzione basta a distruggerlo. Essere socialista vuol dire ritenere oggi, in base all’esame delle condizioni economico-sociali presenti, possibile un’azione di classe tendente a distruggere il capitalismo per sostituirvi un nuovo ordinamento sociale. Agire da socialisti, significa dare opera a che la coscienza di una tale possibilità si diffonda in un numero sempre maggiore di proletari, con la maggiore simultaneità possibile nei diversi paesi e nelle diverse nazioni.
Chi, pur riconoscendo che la distruzione del capitalismo sarà una bella cosa, non ritiene giunto il momento di agire in tal senso, ma crede opportuno prima risolvere ben altri problemi, non è un socialista. Altrimenti dovremmo ritenere socialista ogni nostro contraddittore che cominci a buttarci sul viso la solita frase: io sono più socialista di voi, ma….. Altrimenti dovremmo riconoscere socialista una gran quantità di antichi pensatori in base a qualche loro platonica affermazione, ed avremmo relegato il concetto di socialismo nelle plaghe dell’indefinibile, abbandonandolo ad esercitazioni onanistiche analoghe a quelle dei chiosatori che nel Veltro dantesco riconoscevano Vittorio Emanuele.
Per conseguenza, chi crede inutile pel momento la lotta di classe e intende dare opera alle questioni concrete che i blocchi assumono di risolvere, è un democratico buono o cattivo, non un socialista.
L’asserzione ci sembra poco contestabile.
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Abbiamo infatti nel precedente articolo sostenuto che il fenomeno elettorale – specie quando non è impostato su una base di partito – è tale da assorbire e scolorire ogni altra forma d’azione. La contraddizione, quindi, tra blocchismo locale e propaganda socialista è innegabile. E lo é anche per altre ragioni.
La nostra propaganda – seguitiamo, ben s’intende, a richiamare notissimi ed elementari concetti – si basa non sulla predicazione astratta di una teoria, ma sulla constatazione di certe condizioni economiche e materiali di vita comuni a tutti i lavoratori. Essa coglie tutti i momenti della esistenza dell’operaio nell’officina, nella famiglia, per dimostrargli che se vuol difendere i suoi interessi deve farlo accordandosi con quelli che sono in analoghe condizioni di vita. Del cieco egoismo noi tendiamo a fare un sentimento cosciente, in modo che l’individuo trasporti la difesa dei suoi interessi a quella degli interessi della propria classe, in modo che l’operaio non sia più concorrente e nemico dell’altro operaio, ma fratello e compagno di tutti gli altri operai, ed avverso alla classe degli sfruttatori.
A ciò si arriva gradualmente partendo dalla evidente comunanza degli interessi di categoria per gli operai di un dato mestiere, ed arrivando alla alleanza di tutti i lavoratori del mondo nell’Internazionale Socialista. Non é qui che occorre ricostruire le tappe di questa propaganda, che è la ragion d’essere del socialismo.
Ora, evidentemente, in questo processo di educazione degli individui all’azione di classe noi non possiamo saltare uno stadio così importante come la solidarietà dei lavoratori nella città in cui vivono, nel Comune; così ricco, specie in Italia, di tradizioni storiche di vera libertà, di libertà quasi anti-autoritaria, soffocata poi dall’invadenza dei piccoli e grandi stati autoritari.
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Chi, dunque, é per la lotta di classe, non può escluderla dalla vita comunale, senza dover rinunziare ad estenderla alla vita delle nazioni, ed a tutta la vita sociale della comunità umana.
Il blocchismo comunale nega, uccide, arresta la propaganda della lotta di classe; e sono ridicoli coloro che si dicono fautori della intransigenza solamente nelle lotte politiche e non in quelle amministrative.
La nostra politica, che non é accademia relegata sullo scenario dei parlamenti, ma è una risultante della realtà economica, prende le mosse dal piccolo incidente della vita del lavoratore per arrivare a tutte le forme di azione collettiva della classe operaia. Nel Comune altresì noi facciamo opera politica, ossia opera di propaganda, di proselitismo, di preparazione all’urto finale delle classi.
“Un socialismo municipale non esiste: esso é uno sproposito teorico, ed una bugia pratica”, disse il deputato Lucci al Congresso di Ancona. Benissimo. Non esiste un socialismo municipale, come non esiste un socialismo parlamentare, né un socialismo sindacale, poiché né con i comuni, né con i sindacati (checché dicano certi avanzi del sindacalismo di ieri) si attuerà la rivoluzione.
Il Socialismo compie un’opera di negazione e di demolizione in tutte le sue particolari forme di attività.
Ed appunto per questo non dobbiamo lasciarlo disperdere dietro alle ricostruzioni amministrative che i blocchi dicono di voler fare. Se noi, socialisti, sappiamo di non poter fare nel Comune del socialismo, perché dovremmo venderci l’anima e la dignità per farvi della dubbia e stinta democrazia? O con l’uno o con l’altra: il dilemma si precisa, guardato da ogni punto di vista.
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Ed anche l’obiezione della corta durata dei blocchi non regge. I blocchi durano poco tempo sol perché falliscono sempre anche agli scopi pratici che si propongono. Se i blocchi dovessero attuare tutte le loro promesse, l’accordo tra i vari elementi bloccardi dovrebbe perpetuarsi incondizionato per decenni e decenni.
Molti postulati bloccardi, con tutta la loro ostentata praticità, posti di fronte alle nostre aspirazioni teoriche ad una trasformazione fondamentale dell’ordinamento sociale presente, presentano dei coefficienti di probabilità molto minori. Può sembrare un paradosso, ma é così. Se le condizioni per lo sviluppo del socialismo fossero affidate alla buona volontà degli amministratori democratici, come mostrano di credere i socialisti bloccardi, il socialismo starebbe ad aspettare un bel pezzo.
Certe condizioni della miseria popolare sono inerenti allo sviluppo del capitalismo, e nessuna democrazia comunale o statale può sensibilmente raddolcirle. A Londra, Parigi, Berlino, la fame, la miseria, la delinquenza straziano i bassifondi cittadini forse più di quando, decenni e decenni fa, non imperavano ancora le moderne democrazie borghesi.
Ed è solo la riscossa del socialismo che potrà portare alla luce del sole tanti milioni di esseri umani, dissanguati dallo sfruttamento di chi si annida nelle grandi magioni e nei suntuosi edifici delle sistemazioni edilizie dei quartieri nei quali i Comuni moderni profondono milioni e miliardi.
Ora, quando i socialisti bloccardi dicono a loro difesa che il blocco é fenomeno transitorio e di breve durata, e che quindi non implica il rinvio senza data della lotta di classe, essi mostrano solo di essere coscienti del fatto che i blocchi mentiscono nel promettere e falliranno senza dubbio al mantenimento delle promesse. Ed allora perché fanno il blocco? Lo vedremo tra breve.
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Eliminiamo prima un’altra osservazione bloccarda. Il blocchismo sarebbe uno stadio necessario dello sviluppo socialista, visto che un tale stadio é stato attraversato nell’Alta Italia negli ultimi anni, dopo i quali si è venuti alla intransigenza da parte del partito. Neanche questo é vero. La tattica delle alleanze seguita nell’Italia settentrionale e centrale dal Partito Socialista lo aveva depresso pericolosamente. Del fallimento amministrativo dei blocchi i borghesi gettavano la colpa sui socialisti, e le masse si allontanavano dal socialismo. (La buona amministrazione é d’altronde in molte regioni italiane del Nord non un portato della democrazia, ma una tradizione che risale alla dominazione austriaca).
I blocchi fecero poco o nulla di concreto, ma screditarono dinanzi alle masse il socialismo. Basta vedere le cifre degli iscritti al partito. Venuto l’amaro risveglio della guerra libica, il partito si fermò sulla via pericolosa della degenerazione, e riprese il suo cammino e la sua ascesa. Quindi la attuale rifioritura si ha perché é intervenuta una salutare reazione alla tattica transigente, che si era rivelata disastrosa per il socialismo. Questo esperimento dovrebbe dunque persuadere i bloccardi a non farne altri in condizioni anche peggiori, perché qui non ci sono partiti democratici, ed é ancora minore la coscienza politica operaia.
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Dunque: o democratici, col blocco, o socialisti, fuori e contro il blocco.
Di qui non si esce. E perché ci sono individui che si dicono socialisti e questo non sentono? La risposta é unica, fatale, incontrastabile. Alle finalità del socialismo si è sovrapposta in costoro la mania del successo elettorale e l’arrivismo personale. Si é data la caccia ai seggi nei consigli comunali e provinciali. Si é disperatamente difesa la conquistata medaglietta parlamentare.
E, per questo, si é rinnegato il socialismo. È semplice, quanto evidente.