Partito Comunista Internazionale

Il Soviet ungherese

Categorie: Hungarian Revolution

Al potere dei Soviet è successo in Ungheria un governo dei leaders delle organizzazioni sindacali: verranno convocati i comizi elettorali a suffragio universale: il Parlamento nazionale riaprirà i suoi battenti, restaurando i sacri diritti della democrazia borghese e della proprietà privata.

   La dittatura del proletariato non aveva avuto il tempo di suscitare in Ungheria le condizioni del suo permanere e del suo svilupparsi: sorta per un confluire di cause eterogenee e in gran parte esterne al movimento proletario, è caduta per il venir meno di alcune di queste cause e per il verificatosi conflitto tra gli uomini del movimento operaio stesso.

   La borghesia ungherese aveva, con l’atto del conte Karoly, abdicato al suo potere, cedendo il governo ai comunisti: solo i comunisti, in quel primo momento, potevano ridare una combattività ai soldati demoralizzati dalla disfatta e potevano indurre gli operai a diventare soldati per difendere il territorio nazionale difendendo la Rivoluzione, per riconquistare il territorio nazionale, occupato dai Czeco-slovacchi, dagli Yugo-slavi, dai Galiziani e dai Rumeni, nell’idea di ampliare il dominio della Rivoluzione. Solo i comunisti potevano tenere un linguaggio da pari a pari col signor Clemenceau, desideroso di appagare le brame degli Stati vassalli della Francia (Serbia, Boemia e Rumenia) e di consolidare il prestigio francese nella Balcania, schiacciando e smembrando l’Ungheria. Il potere dei Soviet sorse in Ungheria con caratteri nazionali, dovette dedicare la massima parte delle sue energie a risolvere il problema dei confini territoriali, e perciò non poté e non ebbe il tempo di creare la sua organizzazione statale e di suscitare fra gli operai e i contadini la psicologia concretamente comunista.

   Il potere dei Soviet non fu subito abbattuto dagli eserciti vassalli della Francia, perché l’Italia e l’America si opposero. Si oppose specialmente l’Italia, che voleva esistesse ai confini della Serbia, uno Stato capace di minacciare l’esistenza stessa dello Stato Serbo – croato – sloveno o con la forza armata o con la propaganda rivoluzionaria. I giornali italiani più accesi per Fiume e la Dalmazia parlarono spesso con simpatia dell’attività dell’esercito rosso ungherese; i giornali francesi pubblicarono che alla organizzazione dell’esercito rosso avevano partecipato ufficiali italiani e che molti treni di munizioni italiane erano andati a finire in Ungheria; la missione militare italiana diretta dal colonnello Romanelli non partì mai da Budapest e ancora vi rimane. Naturalmente il Governo italiano perseguiva puri scopi di “sacro egoismo”, e il colonnello Romanelli a Budapest aveva l’ufficio del Rasputin della Rivoluzione. Egli era “amico” dei comunisti, ma più di tutto era il fedele servitore dei capitalisti siderurgici ed armatori di Milano e di Genova che vogliono tutti i porti dell’Adriatico.

   Ogni attività, ogni iniziativa, ogni sforzo eroico dei compagni ungheresi finiva per impigliarsi in questa rete di intrighi e di interessi capitalistici internazionali. L’Ungheria è un piccolo paese, la cui vita politica si accentra e si esaurisce spesso tutta in un unico vastissimo agglomerato urbano; gli intrighi rasputiniani della diplomazia capitalistica più facilmente possono ordirsi e riuscire. La notizia della caduta dei Soviet ungheresi è stata pubblicata insieme alla notizia che il problema di Fiume e della Dalmazia è finalmente stato risolto dalla Conferenza di Parigi; ormai il Governo italiano non aveva più bisogno dell’Ungheria; i Rumeni e i Czeco-slovacchi potevano avanzare. Ma lo sforzo militare dei Rumeni non sarebbe bastato; i Rasputin italiani e americani hanno lavorato all’interno. I leaders sindacali ungheresi hanno tolto il loro appoggio al governo dei Soviet, hanno disorganizzato psicologicamente l’esercito rosso. Già altre tre volte i dirigenti dei sindacati avevano cercato di sostituire Béla Kun; il 20 aprile, all’inizio delle ostilità coi Czeco-slovacchi e i Rumeni, il 2 maggio, dopo la presa di Szolnok da parte dei Rumeni, e il 31 maggio, poco prima dell’invio della prima nota di Clemenceau a Béla Kun. I leaders sindacali non avevano mai aderito al potere dei Soviet, non volevano che i proletari si organizzassero per fabbrica oltre che per mestiere, non volevano subordinare il loro potere al potere dei Soviet, al potere dello Stato proletario.

   Essi hanno voluto lao“Stato sindacalista”, cioè lo Stato della loro dittatura personale che durerà fin quando i proprietari, rinfrancatisi e spalleggiati dall’estero, non avranno posto termine alla lugubre farsa; purtroppo non i capi dei sindacati perderanno la pelle ad opera della “vera democrazia”.

   Ma i Soviet ungheresi non hanno certo vissuto invano e per gli operai di Ungheria e per il proletariato internazionale.