Partito Comunista Internazionale

I problemi del Soviet ungherese

Categorie: Hungarian Revolution

Relazione presentata dal Commissario del popolo Eugenio Varga al Congresso dei Consigli Operai e Contadini, tenuto a Budapest il 15 giugno 1919.

   Il nostro lavoro si è diviso subito in tre parti – una rivolta alla distruzione, una alla conservazione e una alla ricostruzione. La distruzione è consistita nell’espellere gli antichi proprietari dal possesso dei mezzi di produzione; – il lavoro di conservazione ci ha imposto il dovere di non annientare la produzione, distruggendo le forze del capitalismo; – il lavoro di ricostruzione consiste nel sostituire l’amministrazione capitalista con l’amministrazione proletaria, cioè con l’amministrazione degli operai tanto nelle gestioni particolari che nell’organismo generale dello Stato.

   Il nostro primo atto fu l’espropriazione delle banche, cioè il loro passaggio all’amministrazione proletaria; questo lavoro è quasi completamente ultimato e riguarda circa ottocento istituti di credito con le loro filiali. Abbiamo, con questa misura, potuto infrenare le tendenze controrivoluzionarie; ma per la vita economica propriamente detta l’espropriazione delle banche non ha molta importanza.

   Come secondo compito, ci siamo prefissi la socializzazione delle grandi proprietà. Per ciò che riguarda la forma, la socializzazione è in gran parte ultimata; ma sostanzialmente essa non poté essere attuata in molti casi e molti grandi proprietari, molti direttori di grandi industrie, di fabbriche ecc., continuano a occupare il loro posto. La loro espulsione è stata resa impossibile dal fatto che in molti luoghi manca una classe operaia cosciente e capace di assumere una gestione. Sono stati socializzati circa 1.200.000 ettari di terreno; 3.780.000 ettari continuano a essere gestiti da privati proprietari.

   La socializzazione delle aziende industriali è più avanzata della socializzazione terriera. La socializzazione delle miniere e di molte aziende industriali è già terminata e oltre 1.000.000  di operai lavorano comunisticamente.

   Ecco come sono state organizzate le aziende socialiste: sono stati incaricati di dirigerle dei Commissari di produzione e dei Comitati Operai di controllo. Gli organismi capitalistici accentratori, nati durante la guerra, erano solo strumenti di speculazione camuffati. E’ necessario innanzi tutto che tali organismi siano permeati e sostanziati di spirito socialista. Si sono verificati sempre abusi e se ne verificheranno ancora in avvenire. Fino a quando l’insieme della società non sarà modificato dall’educazione a spirito moderno, dalla concezione moderna della produzione, non sarà possibile introdurre in questi organismi lavoratori coscienti in numero tale da rendere possibile l’esclusione dei millantatori e dei chiacchieroni.

   L’oratore parla in seguito della necessità di controllare il commercio a causa della penuria delle merci, ma aggiunge che appena tolto il blocco e appena riattivata la produzione indigena si potrà essere meno rigidamente severi nell’applicazione delle attuali leggi e ristabilire la libertà di commercio in molti domini. Ciò è già stato fatto per il commercio delle primizie e dei legumi, merci che possono deteriorarsi e che non è possibile accumulare.

I limiti della socializzazione

Per ciò che riguarda la terra, le proprietà inferiori a 60 ettari saranno mantenute a regime privato. Anche le aziende dove lavoravano non più di venti operai devono rimanere di proprietà privata. Questi limiti furono osservati nella proprietà rurale, ma non fu possibile praticamente farli rispettare nelle imprese industriali. Non siamo stati noi a socializzare le aziende con meno di venti operai, ma gli operai stessi. E’ d’altronde comprensibile che operai coscienti, in grado di constatare i benefizi della socializzazione attuata nelle aziende vicine a quella in cui lavoravano, non abbiano voluto ammettere che la loro fabbrica non fosse socializzata perché impiegava solo 19 operai, mentre altre aziende con 20 operai godevano già i benefizi della socializzazione.

   Ci è stato proposto spesso l’esempio russo: in Russia il limite di socializzazione per le fabbriche è stato fissato a cinquanta operai, ma da noi le condizioni erano completamente diverse. In Russia, all’infuori delle piccole industrie cittadine e di villaggio, prevalgono le grandi e potenti officine attrezzate coi capitali venuti dall’occidente; l’industria media, di cui esistono tante varietà in Ungheria, manca completamente in Russia. Ecco perché in Russia il numero – limite degli operai è più alto che in Ungheria.

   Uno degli sbagli più gravi commessi nell’organizzare le aziende industriali è consistito nel non avere chiarito abbastanza i rapporti reciproci tra le Commissioni di produzione, i Comitati Operai di controllo e le direzioni tecniche. In molte aziende i Commissari di produzione ritengono che il loro ufficio consista nella direzione tecnica, ciò che non è assolutamente. Nelle imprese elementari e più piccole, come ad esempio nei lavori di imballaggio e nella fabbricazione dei mobili, la cosa è ancora possibile. Ma nelle aziende più vaste, nelle quali la direzione tecnica esige conoscenze speciali e approfondite e una preparazione di lunga mano, essa non può essere affidata ai Commissari di produzione, per quanto siano buoni proletari. L’ufficio particolare dei Commissari di produzione si riduce a giudicare, dal punto di vista politico, se in qualche azienda non si verifichino atti di sabotaggio.

   Questa confusione nei poteri ha determinato numerosi e spiacevoli incidenti: abbiamo cercato di rimediare dovunque era possibile scegliere i Commissari di produzione tra i tecnici e gli ingegneri: ma dove esiste ancora un abisso tra le idee dei tecnici e quelle della classe operaia, non è stato possibile affidare ai tecnici e agli ingegneri l’ufficio dei Commissari di produzione.

   L’attività dei Commissari di produzione sarà in avvenire ancor più nettamente separata dalla direzione tecnica e, in ogni caso, sarà più strettamente regolata. Un altro compito da risolvere in avvenire sarà quello di incorporare nei Comitati operai di controllo delegati dei Sindacati, scelti tra gli operai che lavorano nell’azienda interessata.

   Ma dobbiamo riconoscere che la produzione è impossibile senza i tecnici, e la classe operaia deve, specialmente in provincia, abituarsi all’idea che se i dirigenti intellettuali di un’azienda conservano ancora oggi una particolare maniera di parlare, questo inconveniente sparirà sempre più col diffondersi del costume proletario e l’espandersi delle idee socialiste.

L’organizzazione dello Stato

Per sostituire i 20 o 30.000 capitalisti che avevano organizzato la produzione, è stato necessario creare una burocrazia. Senza questa burocrazia l’opera nostra avrebbe naufragato e l’anarchia avrebbe regnato. E’ stato impossibile conservare la vecchia burocrazia; sarebbe stato troppo pericoloso. La vecchia burocrazia era stata costituita unicamente per servire gli interessi capitalistici; essa era assolutamente imbevuta di spirito “giuridico”, dello spirito che si limita all’esecuzione nella carta. Conservandola, non avremmo potuto giungere rapidamente a una organizzazione.

   Devo riconoscere che la nuova burocrazia non è affatto l’organo ideale che ci auguravamo. Molta gente non è al suo posto e molti sono giovani senza esperienza, immaturi dal punto di vista politico, e che hanno cambiato con troppa facilità le loro convinzioni politiche. Come Lenin ha detto, riferendosi allo stesso fenomeno verificatosi in Russia, noi dobbiamo liberare la Rivoluzione da questi elementi, che ne sono i pidocchi e le sanguisughe. Compagni! Un tale lavoro si sta compiendo e se voi seguite gli avvenimenti, potete vedere che noi sempre più riusciamo a mettere nei posti di comando della nuova burocrazia i vecchi e sperimentati capi dei Sindacati!( Interruzioni: Bisognava farlo prima! Devono contare solo i competenti!).

   Qualcuno mi ha gridato che sarebbe stato necessario far così fin dall’inizio, ed io rispondo sinceramente: Quando si è compiuta la Rivoluzione, due gruppi di uomini si sono fusi per raggiungere lo stesso fine. L’uno già da un pezzo viveva nell’ideologia comunista e da mesi si preparava a un lavoro di ricostruzione per il momento in cui la dittatura proletaria sarebbe diventata una realtà. L’altro gruppo era, in principio, pieno di paure dinanzi alla dittatura proletaria; nelle prime settimane rimase in condizioni di completo sbalordimento, e solo dopo qualche tempo ha potuto accingersi al compito, che gli è proprio nella dittatura del proletariato. Noi non volevamo che la produzione si arrestasse e che una completa disorganizzazione succedesse all’atto rivoluzionario; fummo costretti a rivolgerci ai compagni disponibili, preparati solo in quanto vecchi comunisti, perché si mettessero al lavoro con passione. Oggi si tratta di scegliere a poco a poco tra di loro i migliori, i più capaci, i più istruiti, tanto tra i vecchi che tra i giovani. A questo modo costruiremo la nuova organizzazione.

   Abbiamo sentito molte lagnanze sugli abusi della nuova burocrazia; non voglio contestarle, sebbene la vecchia ne commettesse molti di più e di molto più grandi; solo che la vecchia burocrazia era un tal labirinto che non era facile scoprirvi gli abusi. Oggi invece gli abusi si palesano immediatamente, appunto perché gli uomini della nuova burocrazia sono ancora molto inesperti e molto maldestri nelle loro concussioni. Oggi abbiamo un numero sufficiente di persone fra cui scegliere e possiamo sbarazzarci di questa gente improvvisata; scacceremo dal servizio proletario gli incapaci e i disonesti.

   Quando parlo di una nuova burocrazia, non intendo riferirmi soltanto agli elementi intellettuali, ma anche a quelli provenienti dalla classe operaia. Credo che gli elementi proletari debbano essere attirati nell’amministrazione dello Stato proletario; se ciò non avvenisse, non esisterebbe uno Stato proletario. Anche tra gli operai c’è però la tendenza a esagerare in modo speciale la burocrazia composta di proletari, e debbo dire apertamente che gli abusi si verificano tanto fra gli operai divenuti funzionari che tra i burocratici intellettuali. E non c’è differenza, per questo lato, tra Budapest e la provincia; anche in provincia esistono dei Direttorii i cui membri riempiono le loro case di tappeti persiani e si rendono colpevoli di numerosi abusi. Una grande opera di ripulimento deve essere compiuta in questo senso.

La diminuzione della produzione

Dobbiamo essere d’accordo nel riconoscere che anche lo Stato proletario non può offrire più merce di quanta ne producano gli operai; ma quando esamino il risultato, vedo che è veramente pessimo. In generale il rendimento è molto diminuito: un po’ meno per l’agricoltura, ma enormemente per molti rami dell’industria. Per quanto riguarda le miniere di carbone, per esempio, il rendimento in confronto all’epoca di Karoly è inferiore dal 10 al 38%; e ciò per quanto riguarda il rendimento individuale, perché ora non parlo della produzione per aziende. In confronto al tempo di pace, questa diminuzione è del 50%. Per l’industria è del 30% nella fabbrica di macchine Lang, del 75% nella fabbrica di ascensori di Mátyásföld, ecc. La diminuzione è un po’ meno sensibile in quelle aziende dove il lavoro degli operai si limita ad azionare le macchine: come ad esempio nell’industria chimica, e nel commercio delle farine. Se ricerchiamo le cause di questa diminuzione – e, ripeto, non si tratta di mancanza di carbone o di materie prime, ma di diminuzione del lavoro individuale, la prima ragione si presenta nella fine della disciplina capitalistica sul lavoro. Nella produzione capitalistica, c’era tutto un sistema che spingeva al lavoro; se l’operaio non produceva una quantità determinata di lavoro, era semplicemente licenziato. Questo stato di cose è cessato col rovesciamento della borghesia. E’ stata soppressa l’antica disciplina del lavoro; non se n’è   ancora formata un’altra, ma essa si va stabilendo. Si è constatato perciò un certo miglioramento, ma il male persiste ancora. Un’altra ragione va ricercata nella soppressione del lavoro a cottimo ed il passaggio al sistema del lavoro a ore che diminuisce appunto il rendimento del lavoro anche fra i migliori operai.

   Molte persone non si innalzano ancora alle cime della coscienza socialista che esisterà nelle prossime generazioni. Non è radicato ancora il concetto che ognuno deve lavorare quanto può, anche se riceverà la stessa parte nella produzione comune, dato che la forza muscolare e l’abilità sono differenti in ogni individuo: ecco il vero comunismo, la vera fratellanza. Ma oggi gli operai considerano ancora le cose dal vecchio punto di vista capitalistico, ed è perciò che noi dobbiamo ritornare al sistema del pagamento a cottimo.

Eugenio Varga