Un gigante in crescita / Condizione della classe operaia in Nigeria
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Per i nigeriani il nuovo anno si preannuncia tutt’altro che felice. Già alla vigilia di Natale dello scorso anno, gruppi armati hanno attaccato alcuni villaggi nel centro del Paese, uccidendo almeno 160 persone nell’ennesimo episodio di una lunga insurrezione che ha causato la morte di migliaia di civili.
Frattanto a Lagos, che conta circa 15 milioni di abitanti ed è la maggiore città del Paese, gli operai restano in piedi 12 ore al giorno a cucire scarpe in cambio di salari miseri, in condizioni che ricordano quelle vissute dagli schiavi salariati di Manchester all’apice della Rivoluzione industriale. Nessuna vessazione viene risparmiata ai proletari nigeriani i quali aspettano per ore fuori dai cancelli delle fabbriche locali, sperando di essere selezionati per il lavoro massacrante che si svolge al loro interno. Una volta entrati vengono messi al lavoro senza alcun controllo legale; non ricevono mai un contratto, né una conferma scritta del loro salario. Chiunque, per esempio, venga sorpreso a usare un cellulare viene licenziato in tronco senza alcun compenso o retribuzione per il tempo lavorato.
Queste condizioni miserabili sono tipiche di un capitalismo giovane, assetato di plusvalore assoluto.
Eppure l’economia nigeriana è tutt’altro che in buona salute anche dal punto di vista dei borghesi. La volatilità del prezzo del petrolio (la principale voce d’esportazione della Nigeria) negli ultimi anni ha provocato instabilità economica e assottigliato progressivamente le riserve di valuta estera dello Stato.
La burocrazia statale, minata dalla corruzione, impone un pesante fardello alle industrie in difficoltà del Paese. Enormi somme di denaro pubblico vengono sottratte da ministri corrotti a livello nazionale, statale e locale. A inizio gennaio il ministro degli Affari umanitari e della riduzione della povertà, Betta Edu, è stato sospeso per aver autorizzato il trasferimento di circa 640.000 dollari su un conto bancario personale.
Si potrebbe pensare che, grazie ai numerosi dazi e tariffe che impone alle imprese, lo Stato eserciti un controllo ferreo sul paese, ma non è del tutto così. Anzi, esso si è dimostrato incapace persino di mantenere il monopolio dell’uso della forza, dato che si susseguono gli attacchi delle bande armate e dei gruppi jihadisti che hanno già causato centinaia di migliaia di vittime.
I conflitti etnici, originati dall’arbitraria demarcazione dei confini nazionali da parte delle potenze coloniali, continuano a esacerbarsi anche a causa delle privazioni economiche. I giovani delle aree rurali non vedono nessuna prospettiva di trovare un lavoro anche scarsamente retribuito nelle città sovraffollate, molti di loro si dedicano al banditismo e all’estremismo religioso. Quanti non si lasciano attrarre dal mestiere delle armi si uniscono a un pletorico esercito industriale di riserva, esasperando la concorrenza con altri potenziali lavoratori e abbassando ulteriormente i salari.
Gran parte delle entrate dello Stato vengono dilapidate a causa dell’economia clientelare: interi dipartimenti, ognuno con i propri regolamenti, tasse e dazi, nascono da un giorno all’altro per garantire una posizione di prestigio agli amici dei funzionari governativi. Per il vasto commercio illegale di avorio la Nigeria è uno snodo logistico tra l’Africa subsahariana e i lucrosi mercati asiatici.
Le infrastrutture di base sono carenti e milioni di famiglie si affidano ai generatori elettrici per la corrente elettrica. Le undici società di distribuzione elettrica del Paese faticano a realizzare profitti, anche a causa delle tariffe imposte dallo Stato. Una di queste, la Kaduna Electricity Distribution Plc, è stata messa in vendita dall’autorità di regolamentazione dell’elettricità a causa del mancato rimborso di 130 milioni di dollari di debiti.
A causa della mancanza di liquidità il governo ha recentemente interrotto i sussidi per il carburante, con conseguente forte aumento del costo della benzina da circa 780 naire al gallone (circa 1 dollaro) a 2.160. Ciò ha aggravato le condizioni di vita di una popolazione già immiserita dall’aumento del costo della vita e dal deprezzamento dei salari.
Ma i lavoratori stanno reagendo a questo attacco alle loro condizioni. Nella prima settimana del nuovo anno oltre un centinaio di insegnanti delle scuole primarie e secondarie hanno protestato contro l’applicazione selettiva delle gratifiche natalizie da parte del governo dello Stato di Rivers. L’anno scorso i principali sindacati avevano già minacciato uno sciopero nazionale se non fosse stato ripristinato il sussidio per il carburante, ma questa minaccia non si è concretizzata dopo che i negoziati con il governo sono riusciti a blandire la direzione sindacale. Più di recente, i sindacati marittimi avevano minacciato di chiudere i porti se le compagnie petrolifere internazionali (IOC) e gli appaltatori di stivaggio non avessero rispettato le leggi sul lavoro relative alpagamento dei salari, ma lo sciopero è stato nuovamente annullato dalla direzione sindacale. Anche i lavoratori dell’aviazione hanno minacciato azioni e il Congresso sindacale nigeriano (TUC) ha chiesto ai padroni di porre fine ai tentativi di rendere più precari i contratti e hanno avanzato rivendicazioni per migliorare le condizioni di lavoro. Queste sono solo alcune delle lotte sindacali che si stanno sviluppando nella più grande economia africana.
Qui, in questo capitalismo relativamente giovane, si possono osservare chiaramente alcune delle caratteristiche distintive di questo modo di produzione: il brutale sfruttamento dei lavoratori e il degrado delle loro condizioni di lavoro; la natura dello Stato come parassita della produzione che, divenuto troppo ingombrante rispetto all’economia produttiva da cui dipende, la trascina verso il basso; la costante espropriazione dei piccoli proprietari terrieri, che vengono gradualmente assorbiti nel proletariato urbano, accelerando l’accumulazione e facendo scendere i salari al di sotto del livello di sussistenza.
La recente storia economica della Nigeria dimostra l’interconnessione di tutte le economie nazionali all’interno del mercato globale: l’economia trema a ogni aumento o diminuzione del prezzo internazionale del petrolio e i lavoratori nigeriani emigrano in tutto il mondo, a seconda delle convulsioni del capitale internazionale.
Il proletariato nigeriano ha dimostrato la sua volontà di resistere agli attacchi alle sue condizioni di vita e di lavoro, ma il suo istinto di lotta è stato mal indirizzato e confuso da una direzione sindacale che si limita a lanciare vuote minacce senza lottare per ottenere reali concessioni. L’opportunismo è una piaga dilagante nel movimento sindacale. La Nigeria non fa eccezione. Solo conducendo la lotta di classe più intransigente senza farsi ingannare dai bonzi sindacali i proletari nigeriani potranno ottenere autentiche vittorie per la loro classe.