Partito Comunista Internazionale

L’Assemblea della Sezione Metallurgica Torinese

Categorie: Italy, Party History

L’assemblea della Sezione Torinese della F.I.O.M. del 1° novembre u.s. nel quale è stato approvato a grande maggioranza il principio della costituzione dei Consigli operai di fabbrica mediante l’elezione dei Commissari di reparto, ha, nella storia dell’organizzazione operaia in Italia, una importanza tale che rende l’avvenimento degno di una considerazione attenta e di un commento che superi la nota di cronaca quotidiana.

La decisione di estendere e intensificare l’azione per la creazione dei Consigli, di fare di essi la vertebra su cui deve appoggiarsi e plasmarsi tutto l’organismo federale, e la conseguente nomina di un nuovo Consiglio direttivo col mandato esplicito di lavorare in questa direzione sono state precedute da una discussione che è valsa a ben metter in chiaro le posizioni reciproche, e che può fornirci una guida sicura per intendere il valore di ciò che già si èfatto, l’ampiezza e l’importanza di quanto resta afare.

Anzitutto si tenga presente una cosa: il fatto che nella maggior parte delle officine torinesi i consigli sono già stati costituiti e, aquanto pare, funzionano, il fatto di trovarsi quindi oramai di fronte a una trasformazione che sta effettivamente compiendosi, e in modo spontaneo, di fronte quindi non a progetti, ma arealizzazioni – ha impedito che la discussione dilagasse vanamente nel campo delle astrattezze, delle disquisizioni teoriche, dell’accademia. I fatti non si negano: la spontaneità della nascita e della vita dei nuovi istituti è stata riconosciuta da tutti. Ma come intendere questi fatti, come spiegarli, come giudicarli; che atteggiamento assumere per l’avvenire, di fronte alla innegabile prova che la massa operaia cerca e vuole qualcosa di nuovo? Qui il punto di divergenza.

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Logicamente, gli atteggiamenti possibili non sono che due: o accettare la realtà in tutta la sua estensione, riconoscere cioè senza reticenze e senza sottintesi, che per gli operai la costituzione dei Consigli è una nuova forma della lotta di classe, adeguata al periodo in cui viviamo, che deve essere di concreta preparazione rivoluzionaria, oppure limitarsi aconsiderare l’origine dei Consigli come un fatto interno dell’organizzazione di resistenza, fatto quindi che deve essere tenuto nei limiti dell’esistente organismo federale, essere disciplinato da esso, rientrare, insomma, nei vecchi quadri. Queste sono state in realtà le due tesi che si sono contrapposte e combattute nell’assemblea. Le proposte del vecchio Consiglio direttivo, nella lettera e nello spirito, si riducevano al tentativo, di cui non bisogna disconoscere il valore, di democratizzare l’organizzazione esistente, di provocare, mediante l’istituzione generale dei Commissari e delle C.I., una maggiore partecipazione della massa alla vita federale, un più efficace controllo di essa sull’operato degli organi direttivi. Su questa via il C.D. e la tendenza che faceva capo ad esso giunse fino al limite estremo cui poteva giungere, adare ai Commissari voto deliberativo, mentre dapprincipio non ammetteva che un voto consultivo. Giunse dunque molto in là, tanto che ad alcuno poté sembrare inutile e impossibile andare oltre, alcuno poté credere che, raggiunto questo scopo, null’altro vi fosse per ora darealizzare.

Eppure la massa operaia nella sua maggioranza dimostrò di bene comprendere che questa apparente concessione totale si riduceva a essere uno snaturamento del carattere proprio dei Commissari e dei Consigli, un disconoscimento del loro valore vero, del genuino significato del movimento. La differenza fondamentale apparve chiara, anche se nessuno degli operai che presero parte alla discussione la espresse in modo esplicito, dal tono generale dei discorsi. Mentre gli uni dicevano necessario il nuovo ordinamento per sveltire l’organismo federale, reso ormai pesante e impossibilitato a funzionare in modo democratico dallo stesso aumento numerico dei soci, gli altri parlavano di necessità di preparare gli organi del potere operaio e della dittatura proletaria. Da una parte si tenevano gli occhi fermi al passato delle lotte di resistenza, si ricordavano episodi di altre battaglie combattute in Torino, di discordie che avevano altre volte lacerata e divisa la compagine della classe, dall’altra si invocava e auspicava l’unità per la lotta finale, non solo di difesa ma di conquista e si portava l’esempio, l’ammonimento delle rivoluzioni russa e ungherese.

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Differenza fondamentale dunque, ma, come ho detto, più intuita e sottintesa che chiaramente espressa. Il punto esteriore di distinzione delle due tendenze fu quello della partecipazione o meno dei disorganizzati all’elezione dei Commissari, problema praticamente di scarsa importanza, specialmente nelle officine torinesi, problema quindi in un certo senso astratto, che perciò si limitò a essere una «questione di principio». Chi voglia limitare l’azione dei Commissari entro i confini dell’organizzazione di resistenza, chi veda in essi poco più che dei fiduciari degli organi centrali, e nei Consigli di fabbrica non veda altro che una specie di assemblee elettorali di secondo grado per la costituzione di questi organi, deve considerare cosa giuridicamente inconcepibile che i disorganizzati partecipino alla vita dei nuovi istituti. Ma se si porta la questione nel campo che le è proprio, e si pensa che bisogna formare degli istituti che servano alla classe operaia ad acquistare padronanza di sé, a dirigersi, a governarsi nella fabbrica, se si pensa che nella fabbrica il lavoro unisce tutti e l’autorità del padrone s’impone a tutti egualmente, si deve riconoscere che tutti devono prender parte all’opera di liberazione, e concorrere a creare gli organi della nuova autorità, l’autorità del lavoro. Il titolo richiesto per entrare nel nuovo sistema, forma embrionale della società nuova, deve essere uno solo: essere un lavoratore, una cellula dell’organismo produttivo. Altrimenti si corre il rischio di giungere a conseguenze assai pericolose, pari a quelle cui porterebbe, se accettata in tutta la sua estensione, la frase forse involontariamente sfuggita a uno degli oratori: che il controllo e il governo della fabbrica cioè il potere, non deve spettare alla massa degli operai, ma agli organi centrali dei sindacati.

Praticamente la questione dei disorganizzati avrebbe dovuto considerarsi superata per il fatto che nelle «Dichiarazioni di principi»dei Commissari si dice chiaramente che «tutti gli operai devono essere organizzati».Essa servì però al passato Consiglio direttivo e ai sostenitori di esso, come ottimo strumento di lotta e di polemica, specialmente per gli effetti sentimentali che si possono sempre ottenere scagliandosi contro ai «crumiri». La massa applaudì chi maledisse ai «crumiri», ma dimostrò di ben comprendere che oggi non si tratta di ciò, ma di ben altro, di prepararsi concretamente e sul serio a fare la rivoluzione.

Il Partito fa la propaganda massimalista, e gli operai di officina lo seguono e lo sostengono perché sentono e vivono il massimalismo. Sono rivoluzionari in modo positivo, perché lo sono diventati lì, dove positivi sono lo sfruttamento e la schiavitù. E per la rivoluzione oggi gli operai vogliono cominciare a far qualcosa. O noi sapremo comprenderli e camminare con loro, o essi andranno avanti senza di noi, cercheranno e troveranno gli uomini che sanno lavorare sul serio. Guai se a chi vuole agire noi non sapremo dare altro che delle sottigliezze giuridiche o delle tirate sentimentali.

In realtà, si deve riconoscere che vi è bisogno che il movimento non solo si estenda e si intensifichi, ma sia regolato e disciplinato con cura. È il compito cui crediamo si accingerà il nuovo Consiglio direttivo provvisorio, eletto appunto perciò. E non sarà male se esso terrà presenti le critiche e le osservazioni fatte dai compagni che, presentatisi come tendenza intermedia, finirono col fondersi coi sostenitori della tesi del passato C.D.. Questa fusione fu un male. Il Careno e il Chiavazza, i quali parlarono a nome di questi cosiddetti «centristi», dettero a vedere di aver ben compreso il valore dei nuovi istituti operai di officina, ma lasciatisi abbagliare e sviare dalla questione del voto ai disorganizzati, finirono per perdere di vista l’essenziale, e accettare il programma del C.D. il quale, a parer mio, anche dopo le modificazioni subite, si distaccava sostanzialmente dal loro modo di vedere. I «centristi» credettero avere vinto con l’ottenere il voto deliberativo ai Commissari, in realtà erano essi che avevano ceduto e cambiato, negando autorità suprema e, quel che più conta, vita autonoma ai Consigli di operai, e riducendoli a essere organi dipendenti e sussidiari della Federazione.

Ma specialmente il Caretto dimostrò di avere un senso esatto delle necessità presenti, additando alcuni difetti nella costituzione attuale dei Consigli, come il differente sistema di rappresentanza, e il pericolo della mentalità «estremista», che è quello di avanzare con le parole la possibilità dell’azione, di perdere il senso della realtà e creare soverchie illusioni.

Bisogna pensare che finora non è esistito nessun piano preordinato che abbia servito di guida all’azione: si è entrati spontaneamente, forse anche disordinatamente, in una via nuova. Quel che importa è non recedere da essa: la disciplina e il coordinamento sono voluti da tutti, per primi, credo, dai membri del nuovo C.D., che debbono appunto accingersi a unificare il programma e l’azione, e, se occorre, a rinnovare le elezioni, nella piattaforma del programma concretato.

Nell’assemblea del 1° Novembre il principio dei Consigli ha ottenuto un primo riconoscimento ufficiale, ma, senza pensare alle lotte che si dovranno sostenere per farlo trionfare generalmente, un grande lavoro si presenta ora a tutti: quello di portare ordine e regolarità in questo movimento di preparazione rivoluzionaria, senza spegnere l’entusiasmo, l’ardore che sono necessari ad esso e che sono così vivi in buona parte degli operai; bisogna creare il nuovo con ardire, con sicurezza, con fiducia. Nei reparti, nelle officine, nelle sezioni federali, nei Consigli, si facciano avanti gli uomini di volontà, si facciano avanti i giovani. Dove sono i giovani socialisti? Questo è il posto loro, qui, dove si lavora per l’avvenire, dove si tracciano le prime linee del nuovo ordine sociale, dove la fede e l’entusiasmo possono e debbono diventare, in modo concreto, azione e realtà. Non vogliano essi lasciare ad altri questo onore, di essere i primi.

p.t.