L’esempio della Russia
Categorie: Russian Revolution
La società borghese è tutt’altro che semplice, è un complesso di organismi che operando in modo apparentemente autonomo cospirano a uno scopo comune. Nemmeno la società comunistica sarà una cosa semplice. La riflessione sul problema dei Consigli mette in sempre più chiara luce la gravità dei problemi della ricostruzione e come non vi sia nessuna formula univoca che dia la soluzione di essi. Le informazioni provenienti dalla Russia, che oggi soltanto incominciano a esser tali da permettere una comprensione adeguata del movimento rivoluzionario e della linea del suo sviluppo, confermano quest’impressione. Costruire una società comunistica vuol dire anzitutto fare in modo che la lotta di classe porti alla creazione di organismi i quali abbiano la capacità di poter dare una forma a tutta la umanità. Un organismo, un istituto è tanto più rivoluzionario quanto più contiene in sé questa possibilità di sviluppo. E il giudizio si può dare evidentemente solo da un punto di vista storico. Perciò sono del più grande interesse le notizie relative alle discussioni e alle esperienze russe a proposito di rapporti tra i diversi organi della lotta di classe e dell’opera ricostruttiva: Consigli, Sindacati e Partito; il compagno Zinoviev, in una adunanza tenuta lo scorso ottobre a Pietrogrado – per trattare della fondazione d’una Terza Internazionale dei Sindacati comunisti, – pronunciò su questo argomento un discorso notevolissimo. Le tesi esposte in esso si può dire riassumano l’esperienza del proletariato russo.
***
È certo che i Sindacati assumono un carattere rivoluzionario soltanto se l’azione loro è rivolta non solo a fini immediati, ma ad un fine ultimo che valica i limiti della lotta di mestieri, e se questo fine è in essi esplicito e cosciente. Quei teorici del sindacalismo i quali sostenevano che i Sindacati puramente di mestiere erano di per sé organismi rivoluzionari, e volevano che essi non di altro si occupassero che delle controversie di carattere strettamente economico, sono ora portati logicamente a negar loro ogni capacità rivoluzionaria ricostruttiva. Ciò che garantisce ai Sindacati un avvenire è precisamente la «politica» che essi fanno. Nel 1913 i bolscevichi russi definivano appunto il Sindacato come «una duratura unione degli operai d’un ramo dell’industria, che dirige la lotta economica degli operai, e, in costante collaborazione col Partito politico del Proletariato, prende parte alla lotta della classe operaia per la suaemancipatone, per l’abolizione della schiavitù del salariato, per la vittoria del socialismo».
La pratica del riformismo e quella del sindacalismo, negando il lato politico dell’azione sindacale, ottengono uno stesso risultato: riducono il Sindacato a essere uno strumento di democrazia e non di lotta di classe. Riformismo e sindacalismo si equivalgono: la definizione bolscevica, lasciava invece aperta la via a uno sviluppo delle organizzazioni di resistenza anche in regime comunista, anzi, mirava senz’altro a questo sviluppo. Perciò, dopo la rivoluzione di ottobre, passato il potere dalla borghesia al proletariato, i Sindacati russi non provarono difficoltà a «trasferire il centro di gravità della loro azione nel campo della costruzione economica», a trasformarsi in strumenti tecnici della organizzazione produttiva, di quella degli scambi e così via.
L’organizzazione la quale non avesse saputo proporsi altro scopo che di raccogliere fondi per scioperi, preparare movimenti economici ecc., scomparso il padrone, scomparso il compratore della forza di lavoro, avrebbe dovuto venir meno. L’esempio della Russia ètipico, e si badi che la trasformazione dei Sindacati russi avvenne dopo che per un lungo periodo si era lottato per far entrare in essi la politica e si era riusciti a farlo. Oggigiorno, tra di noi, coloro che sostengono che l’organizzazione di resistenza deve mantenere uno stretto contatto con gli organismi rappresentativi che sorgono nelle fabbriche, che essa deve attingere da essi una ondata di sangue nuovo, deve cioè fare in parte suoi gli scopi degli istituti nuovi, e modificare la propria struttura, se ciò è necessario per permettere il loro sviluppo, coloro che sostengono ciò sono più solleciti dell’avvenire dei Sindacati di quelli che vorrebbero ad ogni costo respingere ogni innovazione e ogni modificazione. I Consigli evidentemente tendono a portare i Sindacati sul terreno della loro attività, cioè del controllo, dell’autogoverno dei lavoratori e della conquista del potere, ma è certo che i Sindacati hanno tutto l’interesse a seguirli su questo terreno, che è quello dell’avvenire. Può darsi che dopo le odierne discussioni e dopo gli esperimenti odierni si giunga a sistemare i rapporti tra Sindacati e Consigli in modo non molto diverso a quello che è avvenuto in Russia, dove, a quanto dice il compagno Zinoviev, i Soviet, i quali comprendono masse maggiori dei Sindacati, lavorano con essi in pieno accordo, pur avendo assunto alcuni dei compiti dei Sindacali stessi.
***
Ciò che risulta chiaro dalla esposizione di Zinoviev è questo, che i vari organi costitutivi della società comunistica russa sono tra di loro in tali rapporti che permettono un’influenza continua e reciproca dell’uno sull’altro, non solo, ma permettono agli uni di agire per correggere i difetti che possono essere connaturati alla costituzione degli altri, e fanno sì che tutti assieme essi siano animati da una volontà unica.
Il movimento puramente sindacale ha dei tali oscuri. Questi lati oscuri si rivelano anche nel periodo transitorio della dittatura del proletariato e precisamente come un impaccio alla instaurazione e al rafforzamento di essa. Gli operai i quali conservano una psicologia esclusivamente sindacale (e nei Sindacati naturalmente possono entrare tutti, anche quelli che non sono comunisti) sono portati a non vedere altre questioni che quelle della loro categoria, a pretendere che esse siano risolte senza tener conto dell’interesse della comunità, cioè come se ancora si vivesse sotto un padrone. Parimenti dannosa si rivela la tendenza a dare un valore preponderante agli operai industriali forniti di un mestiere in confronto delle masse meno progredite e non organizzate per mestiere. I comunisti non solo si oppongono a questa tendenza, ma anche a quella che vorrebbe dare la proprietà e la direzione di tutti i mezzi di produzione e di scambio ai Sindacati e ai loro comitati centrali, e non agli organi attraverso i quali i proletari esercitano la dittatura.
I comunisti russi combattono queste dannose tendenze del movimento sindacale e le combattono con la stessa arma con la quale sono riusciti a trasformare i Sindacati in organi di ricostruzione, cioè portando in essi la politica. «Il Partito Comunista ottiene influenza sui Sindacati con un quotidiano, tenace, pratico lavoro compiuto entro di essi». «In ogni Sindacato ci dovrebbe essere, a seconda del compagno Zinoviev, un gruppo comunista severamente organizzato e disciplinato» che si considerasse come il nocciolo del partito comunista entro la organizzazione, combattesse tutte le tendenze legalistiche e corporativistiche.
Come si vede anche in una società comunistica in formazione il Partito conserva la sua funzione caratteristica, di essere la più potente molla della trasformazione sociale, perché riunisce coloro in cui è più forte e chiara la volontà di lavorare per giungere al comunismo, «II Partito è la suprema sintesi di tutte le forme della lotta della classe operaia per la sua emancipazione dal giogo capitalistico, esso segna la via tanto alla lotta politica che alla economica».
***
Ed i Soviet? Essi sono da considerare come «le organizzazioni statali della classe operaia e dei contadini poveri che esercitano la dittatura durante il periodo in cui muoiono tutte le forme di Stato» sono quindi organismi a base vasta e naturale che il Partito non può né assorbire né creare dal proprio seno, ma deve conquistare ottenendo in essi una maggioranza.
I Consigli di produttori che sorgono in regime borghese non si possono certamente ancora paragonare ai Soviet, ma rappresentano, di fronte agli altri organismi della lotta di classe, un principio analogo. Estesi a tutta la massa dei produttori, a contatto con il processo produttivo, organi di autorità e di potere, forme che si impongono a tutti più che non debbano essere accettate, esse danno modo sia al Sindacato che al Partito di estendere la loro azione e di approfondirla fino a toccare e a sommuovere gli strati più riposti. In pari tempo i Consigli sorgendo costringono l’uno e l’altro a porsi il problema di dominarli, di non averli contro, che è poi il problema di dominare le nuove formazioni sociali, di cominciare a raggiungere gli uomini non attraverso all’uso diretto o indiretto di forme e di istituti democratici ma in modo nuovo.
I Consigli presentano al Sindacato una massa che non chiede più solo salari e orari buoni in regime borghese, ma che intravvede la possibilità del passaggio ad un altro regime; il Partito a sua volta trova una comunità che ha già una forma sua, senza bisogno di accettare l’inquadramento preparato dai borghesi, trova una massa che incomincia a reggersi da sé. E soprattutto il Consiglio offre, ciò che più conta, una formazione che non è per sua natura limitata da un determinato modo di lavoro, da un certo grado di sviluppo intellettuale e tecnico, ma può allargarsi indefinitamente, anzi, non è concepibile se non con caratteri di universalità. Lavorando di accordo coi Consigli i Sindacati acquistano tutto il prestigio ideale che viene dal fine ultimo che quelli si propongono, esercitando la sua azione nei Consigli il Partito viene a garantirsi lo stesso avvenire di continuo sviluppo che essi hanno davanti a sé, viene a far sì che esso sia avvenire e sviluppo dell’idea che il Partito incarna in modo pienamente cosciente.