Partito Comunista Internazionale

Soviet e consigli di fabbrica

Categorie: Italy, Russian Revolution, Union Question

Nell’articolo «Soviet e Consigli di Fabbrica» pubblicato in questi giorni dall’Avanti! il compagno C. Niccolini rivela di aver scritto il suo precedente articolo su «I Comitati di fabbrica» (cf. n. 6 di Comunismo) per mettere in guardia su certi errori dei compagni dell’Ordine Nuovo; – errori che sarebbero errori e secondo il compagno Niccolini e secondo la pratica dei compagni russi. Abbiamo riletto, poiché messi sull’avviso, l’articolo pubblicato in Comunismo; abbiamo ricercato, poiché messi sull’avviso le traccie dei nostri errori, tali e secondo il compagno Niccolini e secondo la pratica dei compagni russi. Dove sono i nostri errori? In che modo il compagno Niccolini «ha messo in guardia»? Abbiamo anche riletto nella collezione dell’Ordine Nuovo gli studi ampi e documentati sui Consigli di fabbrica in Russia del compagno americano John Reed, lo studio del compagno R. Arsky sul «controllo operaio», i ripetuti giudizi pronunziati dal compagno Lenin sui Consigli di fabbrica inglesi e ci siamo domandato: – il compagno Niccolini è informato seriamente delle discussioni avvenute in Russia intorno alle istituzioni di fabbrica? conosce l’opinione dei teorici della Terza Internazionale su queste istituzioni? ha meditato con l’attenzione e la profondità dovuta le tesi presentate da Lenin al Primo Congresso della Terza Internazionale? ha meditato con l’attenzione e la profondità dovuta lo studio di Radek su l’«Evoluzione del Socialismo dalla scienza all’azione»? ha meditato con l’attenzione e la profondità dovuta il «Programma dei Comunisti» del compagno Bucharin? ha mediato con l’attenzione e la profondità dovuta la relazione del compagno Zinoviev su «Il Partito comunista e i sindacati»? è informato sulle discussioni che si sono svolte in Germania, in Inghilterra, negli Stati Uniti, nella Catalogna sui Consigli di Fabbrica?

Noi ci siamo persuasi che il compagno Niccolini non conosce né la pratica dei compagni russi, né la pratica dei compagni torinesi e neppure gli scritti dell’«Ordine Nuovo». Egli afferma che i compagni torinesi «hanno masticato i Comitati di fabbrica in una specie di formula assoluta» e noi vorremmo che il Niccolini documentasse un qualsiasi nostro atteggiamento assolutistico e perentorio. Egli afferma che la nostra concezione «è in fondo riformista e semina illusioni dannose quale quella che la conquista della fabbrica può sostituire la lotta per la conquista del potere politico o precederla», e noi vorremmo che il Niccolini ci offrisse questa sua nuova definizione del riformismo e documentasse la nostra seminagione di illusioni.

No, no. Il compagno Niccolini non ha il diritto di parlare di «masticature» in un argomento di cui ignora i termini storici, di cui ignora i termini reali in Italia, di cui non sa valutare l’importanza e l’energia espansiva. Il compagno Niccolini dovrebbe riflettere all’importanza che avranno i Sindacati operai nella Rivoluzione comunista e all’urgenza di questi problemi: – come il Partito può ottenere che i Sindacati diventino strumenti di lotta rivoluzionaria e cessino di essere strumenti di ricatto ministeriale in mano ai riformisti e agli opportunisti: – come ottenere che i Sindacati si trasformino da organismi burocratici, lontani dalla massa operaia e dal mondo della produzione industriale, in organismi che tendano a coinvolgere, attivamente e consapevolmente, le grandi masse operaie nel processo rivoluzionario; – come ottenere che il Partito Socialista Italiano, da partito che si preoccupa di tutti i problemi possibili e immaginabili eccettuati proprio i problemi che tipicamente interessano la classe operaia, da partito che fa da spettatore nello svolgersi della lotta delle classi, diventi un partito operaio, un partito che vive sempre in mezzo alla massa operaia, che ne sia la coscienza e la volontà chiare e definite. Se il compagno Niccolini riflettesse su tutti questi problemi, e volesse trovare per questi problemi soluzioni reali e non solo giuridiche egli forse comprenderebbe il perché noi dell’Ordine Nuovo abbiamo con tanta ostinazione insistito sui Consigli di fabbrica, e anche perché non abbiamo voluto chiamarli Comitati, ma Consigli. Era necessario, in Italia, per smuovere le pigrizie mentali, per costringere violentemente i responsabili a prendere posizione, per far convergere l’attenzione sui problemi concreti della Rivoluzione, era necessario far irrompere sulla scena direttamente gli operai, le grandi masse umane, con le loro passioni, coi loro capricci, coi loro bisogni irrefrenabili; era necessario che i delegati delle masse operaie di fabbrica portassero nelle assemblee dei Sindacati la voce delle migliaia e migliaia di operai che non possono partecipare alle discussioni e alle deliberazioni dalle quali viene impegnata la loro azione e la loro volontà, in conseguenza delle quali si domanda loro disciplina e sacrifizi; era necessario costringere i propagandisti, gli oratori, i dirigenti a smetterla con le discorse roboanti e vuote di ogni sostanza, suscitando in mezzo alla massa l’interesse per i problemi concreti, per le discussioni reali, per le questioni che riguardano la vita della classe operaia e la cultura della classe operaia; per le questioni che riguardano la produzione industriale, l’organizzazione del lavoro e della produzione, l’origine delle materie prime, le esigenze della tecnica industriale, per tutto il complesso sistema di rapporti che costituisce la struttura della società attuale. Era necessario allo scetticismo e all’inconsapevolezza dei dirigenti contrapporre il fatto compiuto, era necessario creare le condizioni in cui fosse impossibile continuare nei vecchi metodi e nella tradizionale rilassatezza di volontà.

Il compagno Niccolini meno inconsideratamente parlerebbe di «masticature», se avesse una misura del lavoro che è stato compiuto a Torino dal gruppo di operai che si è stretto intorno all’Ordine Nuovo: lavoro compiuto nella Sezione Socialista, nei Sindacati, nei Circoli Socialisti, nelle fabbriche, lavoro che attraverso la rete delle organizzazioni esistenti ha finito con l’abbracciare tutta una massa di 150.000 operai. Errori? Certo si sono commessi molti errori, ma non sono quelli che suppone il Niccolini. Illusioni? Non certo le illusioni che suppone il Niccolini. Gli operai torinesi hanno compreso che non basta invadere le fabbriche e inalberarvi le bandiere rosse per fare la rivoluzione, sanno che la conquista della fabbrica non può sostituire la lotta per la conquista del potere politico o precederla; ma gli operai torinesi hanno compreso e sanno queste verità perché hanno conquistato queste verità sperimentalmente, attraverso le discussioni e la pratica dei Consigli di fabbrica; gli operai torinesi hanno imparato quanto sia necessaria la disciplina, la coordinazione, la preparazione d’insieme, hanno imparato che la Rivoluzione è una cosa difficile, ma appunto perciò non s’accontentano più delle solite minestre ideologiche per i parenti poveri. Illusioni? In questi ultimi giorni 50.000 operai metallurgici hanno dimostrato di non essere stati colpiti da nessuna di queste illusioni: hanno dimostrato di comprendere molto bene che non basta fare un gesto di imperio per essere diventati padroni di fatto. Compagno Niccolini la illusione di cui si ha paura, diventerà un fatto insopprimibile nella prima fase della Rivoluzione, poiché lo Stato operaio non riorganizzerà l’apparato di produzione e di scambio che dopo molti tentativi, molti sbagli e molto lavoro paziente e perseverante, poiché lo Stato operaio non troverà già attrezzati i superiori organismi amministrativi che immediatamente coordinino tutte le imprese di produzione e di distribuzione. Il compagno Niccolini ha parlato di riformismo: noi dell’Ordine Nuovo saremmo molto lieti di conoscere il giudizio dei compagni comunisti russi, su questo giudizio del Niccolini: «… Ma ciò non vuol dire, che in tutti i paesi alla nazionalizzazione si debba arrivare per mezzo del controllo operaio. Può darsi che in Paesi come l’Inghilterra, l’America, ecc., la conquista del potere politico segni nello stesso tempo il passaggio delle istituzioni economiche borghesi sotto l’amministrazione diretta (!?) del proletariato» (Comunismo n. 6 p. 402). È vero però che il Niccolini da allora ha «masticato» molto la questione del controllo operaio ed è oggi di opinione perfettamente opposta: oggi riconosce che non bisogna temporeggiare e che occorre impostare energicamente, il problema del controllo e dei Comitati.