Partito Comunista Internazionale

I valori politici e sindacali dei Consigli di Fabbrica

Categorie: Italy, Union Question

Relazione del compagno Angelo Tasca al Congresso della Camera del Lavoro di Torino e Provincia

Il Congresso straordinario della Camera del Lavoro di Torino, tenutosi nei giorni 14 e 15 dello scorso dicembre, si raccoglieva unanime in favore della costituzione dei Consigli di Fabbrica; otteneva invece in esso la semplice maggioranza l’o.d.g. che concedeva il voto ai disorganizzati e proponeva di sostenere al Congresso Confederale l’inizio immediato della propaganda «per la costituzione dei Consigli di produttori in tutti i paesi d’Italia».

Da allora la questione fu dibattuta in sfere sempre più larghe di lavoratori; divenne anzi la questione d’attualità, di fronte a cui tutti dovettero prendere posizione. Riconosciamo senz’altro che le discussioni di questo periodo portarono frutti copiosi, poiché in esse tutti coloro che erano inizialmente fautori o avversari delle nuove forme sindacali poterono approfittare delle esperienze che giorno per giorno si attuavano nelle officine torinesi e nelle file dell’organizzazione. Ognuno di noi ha lasciato per via qualcosa delle prime opinioni, appunto perché erano solo opinioni; la vita vissuta del movimento operaio ha arricchito dei suoi succhi rigogliosi le varie polemiche, rendendole ad un tempo più spassionate e più conclusive.

Noi tralascieremo adunque di ripetere qui la formulazione teorica del nuovo movimento, accontentandoci di fare delle osservazioni utili a chiarire gli equivoci che sono ancora rimasti tra di noi.

Tutti ormai siamo d’accordo della necessità di democratizzare le organizzazioni proletarie, di far loro vivere più la vita delle officine che quella degli uffici, di riordinarle con una articolazione che permetta il rapido giungere della espressione dei bisogni e delle tendenze delle masse agli organi dirigenti, e il contatto permanente, aderente, di questi con quelle. Già le Commissioni Interne nel passato erano sorte appunto per un bisogno di decentramento dell’azione sindacale, del quale hanno rappresentato per anni, e utilmente, la forma tradizionale. Ma la stessa C.I. non bastava più all’adempimento di tutte le mansioni che si doveva addossare nell’officina nell’interesse degli operai. Nel concordato 1° marzo 1919 all’art. 4 è riconosciuto che: «in caso di necessità, nella discussione di carattere tecnico fra Ditta e Commissione Interna, potrà essere sentita consultivamente una rappresentanza di tre operai del riparto». (V. Relazione sul movimento generale della F.I.O.M. dal 1° gennaio 1918 al 30 giugno 1919, pag. 32).

Il nuovo sistema di elezioni, facendo eleggere direttamente le C.I. dai commissari di reparto, e dando a questi ultimi compiti sindacali nell’ambito del reparto – compiti che non sono riconosciuti dagli industriali e dal cui riconoscimento ci separa ancora una ben aspra, non so se lunga, prova – veniva a ordinare sistematicamente la rappresentanza diretta degli operai in modo da metterla in grado di esser presente o di poter intervenire con conoscenza di causa per tutte le questioni, piccole o grandi, che interessano gli operai stessi sul luogo di lavoro.

Così veniva risolto il problema di creare una democrazia all’interno della fabbrica; rimaneva insoluto quello di democratizzare i sindacati.

Questo bisogno è riconosciuto anche da coloro che si separano da noi sulla questione del voto ai disorganizzati. Nella «Proposta di costruzione dei Consigli di fabbrica e riordinamento delle organizzazioni economiche» presentata dalla Presidenza della C.E. della Camera del Lavoro di Milano, su relazione Schiavello, si legge: «Il Sindacato deve essere l’espressione autentica del pensiero della massa. L’espressione genuina della Fabbrica. Fondersi colla fabbrica.

Vibrare, parlare, agire coll’anima collettiva della folla che nella fabbrica lavora, freme, spera.

Perciò, trasformazione dei Sindacati, della Camera del Lavoro, delle Federazioni che vorremo d’industria invece che di categoria, della Confederazione Generale del Lavoro che vorremo più vicina a noi: Stato maggiore preparatore, propulsatore, agitatore del grande esercito nostro, interamente nostro.

Le organizzazioni come sono attualmente costituite, potevano un tempo corrispondere alla bisogna, quando gli aderenti erano solo una minoranza che rappresentava un po’ l’aristocrazia del proletariato. Allora l’assemblea dei soci poteva essere la base di contatto fra i dirigenti e questa élite di lavoratori che partecipavano al Sindacato più come «cittadini» che come «produttori» svolgendo in esso un’opera puramente di democrazia sociale che ora non è più compatibile colle forme nuove di pensiero e di azione del proletariato.

Attualmente, con l’entrata in massa del proletariato nei Sindacati, i dirigenti hanno perso ogni contatto colla massa.

E i compagni milanesi si propongono col loro progetto dare al proletariato nella sua fonte naturale – la fabbrica – la possibilità di avvicinarsi e di portare la sua voce nel Sindacato, nella Camera del Lavoro, anche per evitare che la sua forza d’azione abbia a degenerare in una forma negativa di particolarismi o di egoismi di reparto o di stabilimento o di categoria, a tutto danno degli interessi generali della classe». (Proposta cit., pag. 2).

Sulle quali considerazioni noi conveniamo totalmente; esse poi ci danno il modo di affrontare il problema centrale della nostra relazione: quello dei rapporti tra Consigli di fabbrica e Sindacati.

Dalle due ali estreme delle nostre schiere è stato in passato ritenuto che fosse opportuno tenere assolutamente distinti i due organismi, attribuendo a ciascuno di essi mansioni ben precise. Così al congresso straordinario della C.d.L. di Torino, Garino affermava che «funzione principale del Sindacato non è quella di formare la coscienza del produttore nell’operaio, ma di difendere gli interessi dell’operaio come salariato» (V. Avanti!,16 dic.), confondendo cioè uno stato di cose creato dalle vicende storiche – e da esse oggi ben superato – e dalla degenerazione riformistica del movimento sindacale, con una fatale impotenza e limitazione che pesasse sui sindacati, per l’avvenire come pel passato.

Ora noi, aderendo in questo alla tesi di Zinoviev, respingiamo la concezione del Sindacato che ne fa «un’unione duratura di salariati d’una industria allo scopo di migliorare le condizioni di lavoro e combattere il loro peggioramento entro i limiti posti dall’economia capitalista» (V. Avanti!,7 gennaio 1920), e lo riteniamo invece l’organismo che, difendendo l’operaio salariato entro lo schema del sistema borghese, tende a liberare il proletariato dalla schiavitù del capitale, il che non può fare se non sospingendolo a superare i limiti dell’economia capitalistica, sostituendole la propria economia. La critica quindi delle colpe, degli errori del movimento sindacale non deve portarci alla negazione dei sindacati, ma al loro rafforzamento, ridando loro tutti gli scopi pei quali durante la prima Internazionale si erano venuti formando. Se il compito dei sindacati dovesse oggi limitarsi a discutere tabelle di orari e di salari, la loro azione sarebbe pur sempre utile ed indispensabile (anche in questo caso potremmo dire, che se i sindacati non ci fossero, bisognerebbe inventarli), ma di efficacia scarsissima, perché il mondo economico attuale non offre la possibilità di formarsi nel proprio seno di rapporti stabili, o per lo meno di una certa durata, tra gli elementi che lo costituiscono: capitale e lavoro.

Ora il Sindacato, senza la base di contrattazioni durevoli, a cui richiamarsi, senza la legislazione caratteristica delle varie industrie e delle varie piazze, si troverebbe, nel campo circoscritto in cui critici e difensori lo vorrebbero lasciare, condannato a una azione senza risonanze, senza possibilità di sviluppo. E sarebbe curioso che tutto l’apparato enorme delle organizzazioni, la montagna delle tessere non dovesse partorire che qualche topolino poco vitale nutrentesi di chiffons de papier.

D’altro lato il capitalismo tende sempre più, viziato com’è dalle abitudini di guerra, a spostare il suo campo d’azione dalla fabbrica alla banca, dalla produzione alla circolazione, dai singoli gruppi ai trusts politici che devono dominare i poteri centrali, e controllare tutta la vita nazionale; dai ministeri alle frontiere, dalle banche all’esercito. Cosicché la politica, che si sarebbe esclusa (e che si dovrebbe, sempre secondo amici e avversari) dai sindacati, cacciata dalla finestrella dei patti d’alleanza e delle mozioni dei congressi, rientra per la porta cocchiera, e costringe il sindacato a ubbidire oggi, come altri organismi, alla legge ferrea: o rinnovarsi, o morire.

La nostra conclusione è adunque questa: il sindacato non va soppresso, ma va portato all’altezza delle esigenze della lotta di classe in questo periodo storico.

All’estrema destra (usiamo quest’espressione pur riconoscendone l’estrema relatività) pare si vorrebbe mantenere la netta distinzione, non più però pei commissari di reparto al disopra ed oltre il sindacato, ma pel sindacato al disopra dei Consigli di fabbrica.

Gli anarchici lascerebbero al sindacato la pura funzione della resistenza; i riformisti (vedi articolo di Colombino, in Avanti!,18 febbraio 1920) ridurrebbero i Consigli di fabbrica a puri organismi tecnici di preparazione alla futura gestione della fabbrica stessa, e ridurrebbero i loro poteri deliberativi alle questioni che riguardano strettamente la fabbrica, facendone per le gestioni di carattere generale e nazionale solo degli organi di consultazione. Noi non accettiamo né la tesi Garino né la tesi Colombino: non crediamo possibile la creazione di due organismi distinti, vivi entrambi su una stessa materia: la classe operaia.

Essi finirebbero tosto o tardi per incontrarsi, per urtarsi, per elidersi a vicenda, e gli attriti loro impegnerebbero troppa parte, e inutilmente, delle energie della classe. Pensare come fa il compagno Colombino, che il problema della gestione diretta possa essere lasciato ai singoli consigli di fabbrica, e possano ad esso rimanere estranei i sindacati; pensare che sia possibile fare una distinzione tra questioni relative all’officina e quelle generali e nazionali, senza dubitare che da un momento all’altro la più insignificante questione nell’interno d’uno stabilimento – lo spostamento delle lancette d’un orologio, ad esempio! – può diventare generale e nazionale, è un voler risolvere il problema con un semplicismo comodo, ma assolutamente irreale.

Consigli di fabbrica e Sindacati non possono vivere mediante un «patto d’alleanza» che definisca le rispettive mansioni: essi non ne possono avere che una sola, e comune: la liberazione del proletariato e la creazione d’un ordine nuovo in cui quella classe rivoluzionaria, conquistato il potere politico, instauri la propria economia.

E poiché tutti ormai, dalle rive più diverse, sono convinti della necessità della trasformazione dell’organizzazione per mestiere in organizzazione per industria, noi prendiamo atto che il Consiglio di fabbrica – diviso topograficamente, ma saldamente inserito nel sindacato industriale – non può essere che I’elemento vitale di quella trasformazione.

Coll’estendersi graduale dei Consigli o comitati di fabbrica a tutte le industrie, le fabbriche singole, le aziende, diventeranno sezioni e sottosezioni del sindacato in ciascuna località: la Federazione metallurgica conterà le sue sezioni a numero di fabbriche invece che a numero di iscrizioni individuali, e gli uffici resteranno non per sostituirsi alle sezioni (fabbriche), ma puramente per le mansioni amministrative.

Noi dobbiamo sostenere che al termine di questa trasformazione anche il sindacato è l’organo naturale della lotta di classe non solo di difesa, ma di conquista, tanto nel campo della resistenza, quanto in quello della produzione.

Crediamo sia errata la tesi, sostenuta da uno di noi al Congresso del dicembre (vedi discorso Gramsci, Avanti!,15 dicembre), che il Consiglio di fabbrica deve funzionare come ampliamento del dominio sindacale, perché deve adattarsi «alle condizioni attuali prerivoluzionarie». Il sindacato non appartiene alla fase «prerivoluzionaria» se non in quanto conserva i metodi della seconda Internazionale; cosi come li può conservare ogni altro organismo: il partito socialista ad esempio, o i Consigli di fabbrica, anche, qualora si considerassero come organismi di collaborazione per la graduale conquista della fabbrica. Ma se il sindacato si trasforma, e reagendo contro le forze d’inerzia che lo vorrebbero mantenere sui vecchi binari, accetta il programma della rivoluzione, appunto perché la lotta di classe oggi non può che sboccare rapidamente nella rivoluzione, noi non dobbiamo avere verso di esso diffidenze, né accettarlo quasi come un male necessario, ma considerarlo come un formidabile campo di azione rivoluzionaria.

Passiamo ora in esame alcuni dei problemi relativi al movimento dei Consigli che ci paiono di maggior interesse. Essi sono:

1°) Possibilità dell’estensione dei Consigli a tutte le industrie;

2°) Sindacato d’industria e sindacati di categoria;

3°) Metodi d’elezione, organi deliberativi ed organi esecutivi;

4°) Eventualità d’un progetto di legge sui Consigli di fabbrica;

5°) Consigli economici.

I.

Si può osservare che il sistema dei Consigli è applicabile alle industrie in ragione inversa della facilità di gestirle direttamente. Tanto più cioè l’industria è accentrata e il lavoro vi è specializzato e diviso, tanto più essa è gigantesca per impianti, per impiego di enormi masse d’energia motrice e di forza di lavoro, tanto più facilmente gli operai sentono il bisogno di orientarsi in mezzo a quel colossale apparato tecnico e cercano di plasmare la propria organizzazione di difesa e di conquista in modo aderente all’organizzazione industriale, mantenendo col «nemico» un contatto senza soluzioni di continuità. La creazione dei Consigli è meno sentita nella piccola industria, nella zona grigia dell’artigianato che pure vive, o vegeta in margine all’organizzazione industriale modernamente accentrata ed attrezzata.

Vi sono poi alcune industrie dove i Consigli hanno scarso sviluppo per il tipo ancora precapitalistico di gran parte di esse: i poligrafici ad esempio, dove il grande stabilimento industriale non ha ancora ucciso, tutt’altro, la bottega o la piccola officina, il che, unitamente ad altre ragioni di carattere storico che non è il caso qui di discutere, conserva a quella categoria qualcosa dell’antico spirito delle corporazioni, celebri per la minuzia dei regolamenti con cui venivano definiti i rapporti col padrone nei più insignificanti particolari, e in cui detti rapporti difficilmente prendono quel carattere di tensione che si osserva nelle altre industrie, poiché qui il padrone quasi sempre lavora direttamente nella tipografia ecc., e la psicologia dell’operaio aderisce sì al luogo di produzione, ma vi aderisce troppo, perdendo la propria individualità, diventando una cosa sola col suo lavoro, che spesso richiede attitudini personali e non facilmente sostituibili e comunicabili. Ecco perché pei poligrafici i Consigli hanno così scarsa importanza, sì che essi tutt al più ne prendono atto (v. Avanti!, 9 marzo), come di cosa che non li riguardi, perché già attuata ed anche superata. Per questa categoria, come per altre, dove l’individualismo polverizzatore recide i nervi tanto della organizzazione tecnico-industriale che della coscienza di classe dell’operaio, il problema dei Consigli non potrà prender vita, acquistar significato se non colla trasformazione industriale, colla morte dello spirito corporativo, tradizionale, che dal mondo di una tecnica vieta e ostinatamente conservatrice stilla il proprio veleno soporifero anche sulla coscienza operaia.

La grande tipografia, il grande stabilimento poligrafico sono la condizione essenziale per la creazione di una coscienza rivoluzionaria anche in questa categoria.

D’altra parte, dato lo stato attuale di quest’industria, la gestione diretta da parte degli operai sarebbe tutt’altro che difficile. Nella quasi totalità dei casi il personale addetto all’officina poligrafica sarebbe in grado di far continuare, senza scosse, la produzione anche in assenza del principale, il quale dovrebbe essere sostituito non come capitalista, perché un gran capitalista non lo è quasi mai, ma sovente come lavoratore, addetto a qualcuna delle mansioni più delicate.

Un’altra categoria che merita d’esser considerata è quella degli edili. Anche qui noi ci troviamo davanti alla quasi impossibilità di creare, per alcuni gruppi, dei Consigli di fabbrica, come sezioni permanenti dell’organizzazione. I muratori propriamente detti, quando non lavorano stabilmente in qualche industria d’altro genere per riparazioni o lavori di carattere continuativo (nel qual caso apparterrebbero al Sindacato a cui appartiene la fabbrica ove lavorano), ed i decoratori ecc., cambiano gli uni almeno una volta all’anno, questi quasi ogni mese e spesso ogni giorno luogo di lavoro. E dove se ne va allora l’organizzazione per sedi di lavoro?

Se nell’inverno i decoratori corrono (o correvano prima della guerra) verso la riviera e in primavera i muratori in Svizzera, gli uni e gli altri a «fare la stagione», girando di paese in paese, di costruzione in costruzione? Vedasi a questo proposito la discussione sui Consigli fatta al Congresso Edile di Milano (v. Avanti!,ed. piem. 13-3-’20), e si dovrà concludere che per questa categoria il Consiglio d’azienda non può che sostituirsi all’intraprenditore e diventare il Consiglio d’amministrazione di una cooperativa di produzione.

In questa categoria cioè, la natura stessa del lavoro (che può essere modificata col tempo da un processo d’industrializzazione che noi non possiamo prevedere, benché probabile), non permette la creazione dei Consigli sul tipo di quelli della grande industria.

Del resto possiamo ben dire che i Consigli non sono degli stampi uniformi in cui si debba colare tutta la varia materia della vita operaia: essi sono soltanto un principio vitale, che può e deve dar luogo a tante creazioni quante sono le materie prime che deve plasmare. Poiché, ripetiamo, nelle categorie in cui i Consigli sono più difficilmente applicabili, vi è d’altra parte maggior facilità nell’assunzione diretta della gestione dei lavori.

Si è spesso paragonato, per notarne i lati comuni e le differenze, il movimento dei Consigli con quello delle ghilde inglesi.

Lo Schiavi anzi, in un suo pregevole studio su «Socializzazione e Consigli d’azienda» contrappone il carattere politico delle ghilde a quello più strettamente sindacale dei Consigli; ora poiché noi riteniamo che anche i Consigli di Fabbrica debbono avere dei fini politici, perché organi di potere e di lotta contro il sistema borghese, non sarà un’eresia il dire che quello che fanno, che debbono fare i Consigli di Fabbrica nella grande industria contro il capitalista, lo possono fare le «ghilde» contro l’intraprenditore nelle categorie dove l’attuale organizzazione del lavoro non offrirebbe ai «Consigli» modo di sorgere e di svilupparsi.

II.

Una questione che non fu finora affrontata, per quel che io conosco, è quella dell’utilità di conservare alle categorie, in seno ai sindacati, una certa fisionomia. Orbene io ritengo che entro i sindacati, abbracciando una determinata industria, dovranno rimanere a scopo puramente consultivo, per l’esame delle questioni particolari a ciascuna lavorazione, le commissioni di categoria, e dovranno anche convocarsi talvolta per lo stesso scopo, riunioni di categoria.

Prendiamo un esempio: i modellisti. Come risulta dall’Avanti! del 26-X-1919, costoro hanno voluto trasformare l’antica commissione di categoria in consiglio degli operai modellisti. Tale consiglio sarebbe formato dai commissari eletti dalle piccole aziende e da quelli eletti dai reparti modellisti della grande industria. Noi riteniamo ottima l’innovazione; ci pare però opportuno la conservazione del nome: «commissione di categoria», appunto perché il termine «consiglio» dovrebbe sempre essere adoperato per formazioni organiche, aventi per base una sede di lavoro (fabbrica o azienda).

Di qui si apre la via all’esame di un problema ben più grave: quello dell’organizzazione degli impiegati e dei tecnici. L’esperienza del passato e quelle recenti ci fanno più che mai convinti della necessità che impiegati e tecnici cooperino cogli operai nel consiglio di fabbrica, e di conseguenza, facciano parte dell’organizzazione industriale che comprende la fabbrica a cui sono addetti.

Potranno, anzi dovranno rimanere commissioni di categoria (ingegneri, capi tecnici, disegnatori, segretari di reparto, impiegati dell’amministrazione interna, impiegati del servizio commerciale, impiegati del servizio di contabilità e cassa, impiegati dei servizi ausiliari, come proporrebbe taluno, v. Impiego Privato, 20-12-1919: e a noi paion troppe tali suddivisioni), le quali potranno intendersi con le commissioni della stessa categoria di un’altra industria, e di un altro gruppo, ma è essenziale agli scopi sindacali e politici che animano il nostro movimento che avvenga nel più breve tempo possibile la fusione integrale.

E il Sindacato impiegati e commessi?

Si dovrebbe trasformare in Sindacato delle aziende commerciali, comprendente tutti gli addetti alle aziende non di produzione: banche, uffici commerciali, negozi; tutto, dico, dal direttore al fattorino, dal viaggiatore al conducente.

III.

Il problema del modo d’elezione dei Consigli di fabbrica e dei Consigli esecutivi delle sezioni delle federazioni o dei sindacati, fu da me minutamente esaminato nella relazione scritta per la Sezione socialista.

Raccolgo qui in alcune proposizioni i risultati di quell’esame:

1°) Il Consiglio di fabbrica o d’azienda, come quello che agisce nell’interesse e per la volontà di tutti i produttori, raccolti sul luogo di lavoro, deve essere eletto da tutti i produttori;

2°) Esso viene eletto però mediatamente dai commissari di reparto, i quali devono essere organizzati;

3°) La Federazione riconosce nel Consiglio di fabbrica l’organismo che sostituisce l’antica commissione interna;

4°) Il Comitato esecutivo (già direttivo) della sezione viene eletto dai soli organizzati su una rosa proposta dai commissari di reparto, che nomineranno all’uopo un comitato elettorale;

5°) Il Comitato esecutivo se d’accordo coi commissari di reparto può senz’altro adottare le decisioni risultanti da quell’accordo;

6°) In caso di disaccordo o di dubbio il comitato esecutivo può e deve convocare il Consiglio generale della Sezione, che è il massimo organo deliberativo, e che presenta il vantaggio di essere meno numeroso;

7°) Il Consiglio generale della Sezione è formato dall’assemblea plenaria dei Comitati esecutivi di fabbrica delle fabbriche in cui gli organizzati raggiungono il 75% più uno della massa; e dei Comitati federali, cioè delle commissioni elette dai soli organizzati, e perciò distinte dai Comitati esecutivi di fabbrica, nelle fabbriche in cui la percentuale degli organizzati è inferiore al 75% più uno della massa;

8°) Essendo primo dovere dei commissari di reparto quello di far organizzare i propri elettori, a mano a mano che gli organizzati raggiungeranno nella fabbrica il 75%, il Comitato esecutivo di fabbrica avrà il diritto di rappresentare la fabbrica nel Consiglio generale della Sezione; il quale si identificherà in breve coll’assemblea plenaria dei Comitati esecutivi di fabbrica.

IV.

Dobbiamo evitare con tutte le nostre forze che l’organizzazione per industria porti a una collaborazione col capitalista nell’interno della fabbrica, collaborazione che non sia quella imposta dal fatto che, finché il proletariato non avrà conquistato il potere, la sua forza-lavoro deve collaborare a creare gli utili materiali e la potenza politica della borghesia.

Noi non sappiamo quanto di vero ci sia nelle voci che attribuiscono al Governo l’intenzione di proporre un progetto di legge sui Consigli di fabbrica e d’azienda; certo è che il partito clericale verrà alla Camera presto con un progetto, il che ben si comprende dal momento che i suoi rappresentanti hanno a suo tempo votalo e fatta passare la mozione Rejna.

Orbene, noi dobbiamo opporci a qualsiasi tentativo che voglia regolare dall’alto i rapporti tra operai e padroni nell’interno dell’officina. Gli operai tendono al controllo della produzione, anzi, alla sua gestione diretta (che è la sola forma di controllo possibile), ma essi solo, colle loro organizzazioni, hanno il diritto di giudicare del miglior modo di tutelare i propri interessi, sia nel

piano della resistenza, che in quello della produzione.

Tutti i progetti legislativi, come già quello sui Consigli d’azienda in Austria e in Germania, come quello della relazione Whitley in Inghilterra, tendono a lasciare inalterati i rapporti di proprietà. La partecipazione agli utili, proposta dai clericali, rinverniciatura di specifici falliti fin dal tempo in cui Luigi Blanc scriveva la sua Organisation du Travail, non entra per niente nei criteri della classe proletaria. La quale non è mossa dalla brama di partecipare comunque alla divisione della torta rappresentata dagli utili di un’azienda; essa non vuol dividere il bottino del furto, della speculazione, del privilegio. Essa non vuol diminuire per questo lato la distanza che la separa dal capitalista; essa vuole discutere la legittimità, dal proprio punto di vista, dei rapporti creati dal capitale nel mondo della produzione. Il proletariato non vuol rendersi solidale, e cioè complice di una organizzazione sociale basata sull’individuo, sul fortuito gioco degli interessi particolari; esso vuol entrare nel gioco della produzione con tutte le proprie capacità di classe, facendo agire se stesso come classe, e portando così una forza produttiva assolutamente nuova e superiore a quella sviluppata dalla cosiddetta libera concorrenza della classe borghese. L’economia comunista: ecco l’elemento che il proletariato vuol portare nel mondo della produzione, quello con cui vuol parteciparvi. Il compito suo è quello di applicare a una società dove il processo di produzione non può che svolgersi per forme sempre più accentrate e interferentesi per essere sempre più unicentriche, un sistema di rapporti sociali perfettamente idoneo al massimo sviluppo della produzione. Il proletariato entra nella storia (non nella fabbrica a divider gli utili col padrone) con tutto il bagaglio dell’economia ch’esso solo, come classe rivoluzionaria, può attuare e che è realizzabile solo nella sua integralità.

V.

Passiamo ora in rapida rassegna la struttura degli organismi politici e sindacali, nei rapporti che potrebbero più naturalmente e più utilmente assumere in questo periodo. Formati rapidamente i Consigli di fabbrica, d’azienda, e di comunità agricola si avrebbero le basi del sistema dei consigli che deve per noi comunisti inquadrare oggi tutte le forze della rivoluzione, e identificarsi domani coll’impalcatura della società comunista. I Consigli di fabbrica e di comunità agricola sarebbero tante sezioni dei sindacati industriali e della terra, e sarebbe loro affidato in parte il controllo della produzione nell’interno della fabbrica e della comunità agricola. Diciamo in parte, perché tale controllo va esercitato anche dal di fuori, dal sindacato, al quale spetterebbe dunque il controllo della produzione della branca industriale a cui si riferisce. Il sindacato si occupa inoltre dei problemi dei salari e degli orari, e avrà in regime comunista l’incarico di mobilizzare la mano d’opera nell’esercito del lavoro; per cui allora l’iscrizione degli operai nei sindacati sarà obbligatoria, perché i quadri dei sindacati dovranno coincidere con quelli dell’esercito del lavoro.

I grandi problemi economici: materie prime, scambi, trasformazioni su larga base della produzione, la sua limitazione o la sua intensificazione secondo l’esigenza dello Stato comunista, l’utilizzazione delle energie motrici, ecc. dovranno essere discussi nei Consigli economici, nei quali saranno rappresentati i sindacati industriali ed agricoli, le cooperative, oltre che l’organo politico centrale (Soviet).

I Soviet saranno invece gli organi del potere politico, i veri muri maestri dell’edificio statale: i sindacati diventeranno gli organi della mobilitazione industriale ed agricola dello Stato comunista, come le cooperative gli organi della distribuzione: produzione e distribuzione i cui problemi tecnici generali saranno affrontati nei Consigli economici, sotto il controllo e colla partecipazione del potere politico (Soviet).

Traduciamo in questo schema le linee fondamentali del sistema ora descritto, e che riproduce più o meno la struttura statale russa.

In questo sistema noi dobbiamo però notare che come negli organi centrali deve poter giungere rapidamente la vibrazione che parte dall’elemento fondamentale, cellulare, così gli elementi singoli devono essere aperti all’intervento diretto dell’organo centrale, che rappresenta l’interesse della comunità.

Conclusione.

Non bisogna dimenticare che nel sistema comunista è necessario che tutta l’organizzazione, in ogni sua parte, risponda al ritmo dell’insieme, riproduca in sé le ragioni generali di tutto il sistema, al di sopra e, se è necessario, contro le ragioni che possono essere particolari a ciascuna parte. Le ultime esperienze russe pare abbiano portato alla necessità di affidare l’amministrazione della fabbrica singola non solo agli operai della fabbrica, ma anche a rappresentanti diretti nominati dai Consigli dell’economia popolare. Non abbiamo oggi elementi che ci permettano di trarre da queste notizie tutta la luce che noi ne aspetteremmo. Esse però non sorprendono chi, come noi, è convinto che i Consigli di fabbrica non hanno in sé stessi il proprio fine: essi sono mezzi per la lotta rivoluzionaria di classe. Se così come li vuole attuare il proletariato torinese, così come li ha attuati il proletariato russo, essi rispondono, come fermamente crediamo, al fine che i comunisti si propongono (e al quale tutto subordinano): la rivoluzione sociale, continueremo a crearli e a rafforzarli, pronti a trasformarli o a sopprimerli il giorno in cui diventassero un pericolo od un ostacolo alla causa del comunismo. Non la ricetta per tutti i mali e per tutti i tempi, ma un mezzo formidabile e necessario della rivoluzione, necessario almeno – per quel che noi crediamo – ad affrettarne l’avvento e a consolidarne i risultati dopo il trionfo. Presentiamo al Congresso la seguente mozione:

I.

Il Congresso della Camera del Lavoro di Torino riafferma la necessità di creare i Consigli operai e contadini nell’industria e nell’agricoltura, al fine di raggiungere i seguenti risultati, da proporsi come compiti effettivi dei nuovi organismi:

1° II «consiglio» rappresenta una più razionale e più redditizia articolazione del movimento sindacale, poiché la sede di lavoro offre una base naturale per l’inquadramento della massa proletaria. A tale scopo il «consiglio», coadiuvato dai commissari, può rapidamente e con conoscenza di causa tutelare gli interessi proletari nelle vertenze che sorgono ad ogni istante nella complessa vita della fabbrica e dell’azienda. A traverso il consiglio tali interessi, in quanto hanno di continuativo e di permanente, possono giungere agli organi centrali e fornire il materiale per le rivendicazioni da porre a base delle lotte sindacali;

2° II «consiglio» è organo di potere proletario sulla sede di lavoro, e tende a dare al salariato coscienza di produttore e a portare quindi la lotta di classe dal piano della resistenza a quello della conquista. Tale trasformazione parte dalla sede di lavoro, ma deve investire tutta l’azione sindacale: perciò il «consiglio» è l’elemento della trasformazione dell’organizzazione per mestiere e per categorie in quella per industria, che non rappresenta un semplice mutamento di forma, ma un vero e proprio mutamento di azione, per cui le organizzazioni sindacali prendono posizione per la rivoluzione comunista e si preparano a diventare, dopo la vittoria, elementi costitutivi nella struttura del nuovo regime.

II.

Il Congresso, circa i rapporti che devono passare tra consigli e sindacati, approva le considerazioni della relazione Tasca e le modifiche da essa prospettate al sistema di elezioni attualmente vigente presso i metallurgici torinesi, affermando che non si tratta già di organismi di diversa natura, di cui si debbano definire le competenze ed i limiti, ma di un unico organismo, poiché il «consiglio» non è che l’espressione dell’attività sindacale sulla sede di lavoro, e il sindacato l’organo d’insieme che raggruppa i consigli per branca produttiva, coordinandone e disciplinandone l’azione. Il «consiglio» è la cellula di un tutto: il sindacato; i compiti del primo sono diversi da quelli dell’altro soltanto per la divisione territoriale dell’unica attività: la lotta di classe. Tale divisione non va a detrimento dell’unità; le dà anzi un valore effettivo, perché la fa poggiare su tutta la classe operaia organicamente inquadrata.

III.

Il Congresso ritiene inopportuna e contraddittoria ogni lotta pel riconoscimento del Consigli di Fabbrica, perché il loro compito di controllo, per avere un significato, ha portata politica. Infatti il controllo della produzione non può che sboccare nella lotta per la eliminazione del capitalista come classe, e cioè per la distruzione dello Stato borghese e l’instaurazione di quello comunista. La lotta quindi pel riconoscimento integrale dei Consigli si farà, si deve fare, ma essa non può essere altro che la Rivoluzione.

Il Congresso ritiene necessario che sia svolta un’intensa propaganda e un’azione metodica da parte di tutti gli organismi sindacali per la costituzione dei Consigli, mettendone in rilievo il valore politico; ma la lotta che le organizzazioni dovranno, dopo tale preparazione, impegnare; dovrà limitarsi a chiedere pei Comitati di Fabbrica, che resteranno per gli industriali nulla più che le Commissioni Interne, la massima libertà di movimento sulla sede di lavoro. Tale libertà di movimento darà certo i suoi frutti; non è possibile tracciare ora i limiti delle mansioni dei Consigli nell’interno dell’officina con un ordine del giorno, perché dipenderà dalla capacità politica della massa operaia e dalla buona scelta che avrà fatto, il maggiore o minore rendimento ch’essa saprà ottenere dalla libertà ottenuta. La lotta dovrà ingaggiarsi per la conquista di tale libertà: alla coscienza operaia il farla fruttificare.

Nessuna conquista – è nostro dovere non Illuderci e non illudere – può esser fatta nella presunzione di strappare «lembi di potere» al capitalista: raccolga il Consiglio di Fabbrica tutto il potere dal fatto di essere l’espressione della volontà di una massa cosciente, non dal riconoscimento impossibile ed assurdo del capitalista, che non potrà suicidarsi. Il riconoscimento «politico» non deve essere chiesto; esso non può che essere unilaterale, come imposizione di una forza vittoriosa sull’altra. Le due parti sono, su questo terreno, nemici mortali; la vittoria dell’una è la morte dell’altra.

Può darsi, – è anzi probabile – che anche questa lotta (per la libertà del funzionamento delle Commissioni Interne, elette col nuovo sistema) trovi nei capitalisti, che ne hanno compreso tutta l’importanza, una resistenza accanita. Occorrerà dunque prepararla seriamente.

Il Congresso della Camera del Lavoro esprime la profonda convinzione che, se la rivoluzione in Italia scoppiasse per l’urto provocato anche sul semplice terreno della libertà sindacale, nessuna causa sarebbe più degna di mettere in giuoco tutte le forze del proletariato, e la vittoria della rivoluzione sarebbe in questo caso vinta sul terreno stesso della rivoluzione: quello del potere proletario comunista che vuol sostituirsi al potere anarchico della borghesia.