Polemiche sul programma dell’Ordine Nuovo (Pt.2)
Categorie: Italy, Party History
Benché il compagno Gramsci abbia presentato la mia azione ai Congresso camerale come un’improvvisa defezione, un adattamento non autorizzato delle tesi dell’Ordine Nuovo, egli sapeva, e ciò era noto a molti compagni, che cistanno piùvicini, che da lungo tempo con altri, mi andavo preoccupando della possibilità di creare una sistemazione non artificiale, ma razionale deirapporti tra Consigli di fabbrica e Sindacati, che presentasse il massimo possibile direndimento utile alla causa della rivoluzione. Di tali preoccupazioni s’eran fatta eco icommissari di reparto nel loro Programma: «L’esempio del funesto contrasto tra dirigenti Sindacali e potere dei Consigli in Ungheria ci ha spinti a tentare di prevenire il ripetersi del fatto nella rivoluzione italiana, fissando irapporti fra le due funzioni e fissando a ogni funzione quei compiti che la sua costituzione, il suo principio informativo, e il suo esercizio quotidiano le assegna» (0.N., I, n. 25. pag. 123).
Nel Comitato di studio nominato dalla Sezione socialista ci ponemmo all’inizio di buona lena per contribuire a una più precisa definizione dei limiti, delle competenze ecc. dei due organismi, poiché appunto il Comitato era stato eletto col preciso mandato «di precisare e regolare i rapporti che debbono correre tra i Consigli di Fabbrica e le Organizzazioni di resistenza per evitare i conflitti di competenza e impedire che l’attuale Organizzazione sia indebolita, e anzi acquisti un maggior prestigio di fronte alle masse» (Avanti!, 12 dicembre 1919).
Orbene, furono proprio taluni commissari operai, della Fiat Centro, dell’officina cioè dove l’esperienza dei nuovi istituti proletari sicompiè prima che altrove e meglio si sviluppò, che a più riprese ci richiamarono sulla vanità dei nostri sforzi, sull’assurdo, dei nostri tentativi, che finimmo coll’abbandonare essendoci accorti e persuasi che battevamo strada falsa.
Per queste premesse derivarono le proposte di modificazioni statutarie presentate al Congresso Camerale.Per esse il Congresso sarebbe venuto secondo me, a riconoscere la necessità che l’organizzazione sindacale potesse ad ogni momento giungere alle masse, tastarne il polso, averle collaboranti e spontaneamente disciplinate. Strumento essenziale per tale funzione i commissari di reparto sulla sede di lavoro o riuniti nelleassemblee di fabbrica e generali. D’altro lato era ugualmente necessario che all’organizzazione sindacale restasse la responsabilità dei movimenti, la loro direzione, il loro inquadramento, per cui accanto alla assemblea dei commissari, il Consiglio generale della Federazione o del Sindacato, formato dai Comitati esecutivi di fabbrica e dai fiduciari, meno numeroso, più selezionato, avrebbe potuto portare inogni movimento, se necessario, il criterio proprio, peculiare sull’organizzazione. Tale sistemazione risponde, o si sforza di rispondere, proprio al bisogno di creare «una situazione in cui non avvenga che un impulso capriccioso del Consiglio determini un passo indietro della classe operaia, una situazione cioè incui ilConsiglio accetti e faccia propria la disciplina del Sindacato – e a creare una situazione incui il carattere rivoluzionario del Consiglio abbia un influsso sul Sindacato, sia un reagente che dissolva la burocrazia e ilfunzionarismo sindacale» (V. O.N., II, n. 5: Sindacati e Consigli), come ben dice il compagno Gramsci.
Non già che io mi illuda che tale situazione si crei con delle norme; ritengo che essa deve rispecchiarsi nelle norme, non rigide, non immutabili come letavole della Legge, ma fotografia d’una situazione in cui lo «stato di fatto» si inquadra nelle preoccupazioni, negli sforzi coscienti dei comunisti di metterne in valore gli elementi fecondi e di contrastarne le tare pericolose. Se le norme rappresentassero un gioco di tavolino, un progetto, uno dei tanti, esse sarebbero condannate a priori;ma se sono un risultato, il frutto di una esperienza vissuta, restano in piedi in ragione dei dati vitali di cui hanno tenuto conto, che hanno espresso.
È indiscutibile pertanto che alla norma si debba arrivare. Perché ha un bel dire il compagno Gramsci che il Consiglio tende a uscire dalla legalità, eil Sindacato a permanervi. Quando il Consiglio esce dalla legalità, il padrone per mezzo delle guardie regie lo fa … uscire dalla fabbrica, e allora gli operai vengono al Sindacato, alla Camera del Lavoro: il fatto diventa di dominio dell’organizzazione che non può più e non può mai rimanervi estranea. E allora è necessario che l’organizzazione, la quale non può soltanto «assistere» gli operai di una data fabbrica nei loro tentativi di «uscire dalla legalità», ma riceve subito di rimbalzo in pieno petto l’urto che quegli operai hanno subito nello scontro coll’industriale, possa intervenire non solo a metter la sabbia o a «seppellire i morticini». È vero che il compagno Gramsci ha la formula bella e pronta, infallibile e perentoria: «I rapporti tra Sindacato e Consiglio devono creare la condizione in cui l’uscita della legalità, l’offensiva della classe operaia, avvenga quando la classe operaia ha quel minimo di preparazione che si ritiene indispensabile per vincere durevolmente» (art. cit., loc. cit.).
Grazie tanto! È proprio lì che bisogna arrivare, e per arrivarvi bisogna lavorar parecchio e di lena, e bisogna che i rapporti siano provvisoriamente sistemati in modo da rendere possibile un’attività comune che giunga a darci quella «condizione» che significa l’applicazione alla rivoluzione della legge del massimo risultato col minimo mezzo.
Per ottenere ciò non basta stampar degli ordini del giorno contro gli «spezzatori di sciopero», o trafiletti contro gli «avventurieri della rivoluzione»; bisogna occuparsi anche di quelle cose piccoloborghesi che sono le norme, le convenzioni, i regolamenti. Purché questa occupazione non sostituisca il resto del lavoro, che è ben più sostanziale: l’attività sindacale rivoluzionaria, che è il terreno su cui i due organismi possono vivere in funzione l’uno dell’altro.
Di ciò ero perfettamente conscio quando, nella relazione scritta per la Sez. Social. pur sostenendo che il Comitato Esecutivo dell’organizzazione dev’essere eletto dal Consiglio Generale dell’organizzazione stessa, osservavo che «un Comitato Esecutivo che non potesse collaborare coll’Assemblea dei Commissari di Reparto, vorrebbe dire che non gode la fiducia della massa e non ha saputo imporsi dandole la sensazione di difendere gl’interessi di quella. Un dissidio tra Comitato Esecutivo e Commissari di Reparto sarebbe l’indice di una situazione compromessa, a cui non si potrebbe provvedere con degli articoli di regolamento, ma con uomini nuovi e con azione illuminata».
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Il compagno Gramsci mi ha mosso appunto di non aver tenuto conto delle pubblicazioni sul funzionamento dei C. di fabbrica in Russia. In ciò ha ragione benché il mio punto di partenza fosse l’esperienza del movimento locale, nella cui sfera volutamente mi sono tenuto scrivendo la relazione. Posso però concludere ora, che ho potuto metodicamente rivedere tutto ciò che di notevole è stato pubblicato a quel riguardo dall’Ordine Nuovo, dall’Avanti!, da Comunismo, che la mia posizione in merito al problema dei Consigli di Fabbrica risponde perfettamente alla pratica e alla teoria del movimento russo.
Io ho sostenuto che il «Consiglio di Fabbrica» è la base dello «Stato operaio», ma che il suo sviluppo non può produrre automaticamente tutta la struttura dello Stato operaio.
Lo Stato operaio è quello in cui la classe operaia ha potuto, per mezzo della sua dittatura, organizzare comunisticamente la produzione, e quella stessa organizzazione espressa in una struttura statale di tipo assolutamente nuovo, l’Internazionale comunista.
Anzi, siccome base della dittatura proletaria dev’essere la capacità di organizzare la produzione, durante e dopo la crisi risolutiva, e il raggiungimento di tale capacità è compito proprio dei Sindacati, il compito di questi ultimi non può ridursi a vigilare, insieme col Partito Socialista, a che i Consigli di fabbrica possano liberamente svilupparsi, poiché allo Stato operaio, alla Dittatura proletaria, sua condizione, sono tanto necessari i Consigli di fabbrica, quanto i Sindacati, e, se mai, questi più dei primi, perché e possibile concepire il governo della produzione per mezzo dei Sindacati e senza Comitati di fabbrica e non viceversa.
«Ecco il magnifico campo che dovrebbe aprirsi all’attività dei Sindacati d’industria. Essi appunto dovran attuare la socializzazione, essi dovranno iniziare un ordine nuovo di produzione, in cui l’impresa sia basata non sulla volontà di lucro del proprietario, ma sull’interesse solidale della comunità sociale cheper ogni branca industriale esce dall’indistinto generico e si concreta nel sindacato operaio corrispondente». Art. di Gramsci su I Sindacati e la Dittatura, «O.N.» I, n. 33, pag. 176.
Se cioè è vero chei Sindacati possono attuare «il momento supremo della lotta di classe e della dittatura del proletariato» (V. O.N., n. 21, p. 160, e Gramsci cita l’esempio dei Sindacati d’industria in Russia), se essi sono «le solide vertebre del gran corpo proletario», se essi costituiscono per la loroparte «le superioristrutture della dittatura e dell’economia comunista», come è possibile concepire, senzacontraddizione, lo Stato operaio come qualche cosa di producentesi come processo di sviluppo dei Consigli di fabbrica, all’infuori e tutt’al più sotto la protezione del Sindacato?
Il compagno Gramsci s’è dunque, a parer mio, lasciato vincere dalla suggestione di un «mito» povero di sostanza storica, quando ha affermato che il Sindacato deve proporsi, col Partito, di «organizzare le condizioni esterne generali (politiche)» in cui il processo rivoluzione, cioè quello di sviluppo dei Consigli di fabbrica possa avere la massima espansione.
O si considerano come «condizioni esterne politiche» (V. O.N.,II, n. 4, pag. 26) le «superiori strutture della dittatura dell’economia comunista», e si direbbe una bestialità, o le une sonocosa ben diversa dalle altre, e in questo caso la «posizione» dei Sindacati verso i Consigli viene ad avere ben altra base di quella segnata dal Gramsci, perché il compito di realizzare quelle strutture, di trasformarsi in vista di esse, passa in prima linea e fa sì che iSindacati entrino come elementi essenziali del «processo rivoluzione». Al quale cioè non è meno indispensabile lo sviluppo delle capacità dei Sindacati ad assumere il governo della produzione della loro branca industriale di quello che lo sia lo sviluppo della capacità dei Consigli al controllo della produzione della singola fabbrica.
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In Russia i Sindacati hanno avuto una parte assolutamente preponderante nella nazionalizzazione della produzione, e cioè nel consolidamento della Dittatura proletaria.
Cosicché Bela Kun ha potuto affermare in un discorso che «il sistema russo si può riassumere a questo modo: l’apparato dell’industria socializzata deve basarsi sui sindacati abbraccianti dapprima la maggioranza, poi la totalità degli operai di una stessa industria» (O.N.,I, n. 25, pag. 195). I Sindacati, da «palude stagnante» come li definiva Lenin nel 1917, sono diventati «organismi ausiliari della Dittatura del proletariato» (Glebof, L’ufficio dei Sindacati operai nella Rivoluzione russa, «O.N.», I, n. 27, pag. 212), sono anzi dallo Zinoviev definiti «una duratura azione di tutti gli operai di una data industria» che «forma una delle principali basi organizzatrici della dittatura proletaria» (O.N.,I, n. 34, pag. 269 : Il Partito e i Sindacati).
Tate compito i Sindacati non possono assumerlo se non a due condizioni:
1) che siano guidati da comunisti;
2) che si trasformino da sindacati per mestiere in sindacati per industria.
Per la prima condizione risponde l’azione dei gruppi comunisti tendenti alla conquista delle organizzazioni, per la seconda, occorre un’opera metodica e razionale che raccolga i dati necessari e li ordini sistematicamente in modo che realmente la topografia sindacale coincida con quella della produzione. In Russia, ci informa il compagno Glebof nell’articolo citato, «durante gli otto mesi di potere democratico borghese, il proletariato lavorò affannosamente all’organizzazione dei suoi Sindacati» su base industriale (pag. 211 e 212). E fu la creazione delle amministrazioni centrali, collegate ai Sindacati, e talora loro emanazione, che rese possibile «il passaggio dal controllo operaio alla completa amministrazione delle fabbriche e degli stabilimenti da parte dello Stato operaio» (C. Larin, L’azione economica del potere dei Soviet, «O.N.,I, n. 33, pag. 259). In Russia i Sindacati funzionano, come leggiamo nel numero scorso dell’O.N., «come parti del meccanismo statale», e una corrente molto forte ne vuol fare «una parte sostanziale dei governo soviettista» (pag. 48).
Viceversa i Consigli di fabbrica, o meglio, Comitati di Fabbrica» non hanno nella gestione della produzione che una parte secondaria. Già la corrispondenza tradotta dall’Economist sull’O.N.sul meccanismo soviettista di nazionalizzazione spiegava: «I lavoratori nominano i loro rappresentanti per mezzo del loro Comitato di fabbrica, corpo questo che durante il regime anarchico-sindacalista aveva pieni poteri … Ma al giorno d’oggi i Comitati dei lavoratori non hanno poteri notevoli e sono poco più che clubs delle fabbriche, o società di mutuo miglioramento e ricreazione» (n. 14, p. 107). E il compagno Niccolini confermava in Comunismo più recentemente: «Quando si leggono i vari provvedimenti e regolamenti della Repubblica dei Soviet si osserva sempre la prevalenza e l’importanza attribuite alla rappresentanza del proletariato organizzato nella Associazione. Alla fine i Comitati di fabbrica in Russia si sono fusi con l’organizzazione sindacale» (n. 6, pag. 402-3: I Comitati di fabbrica).
È vero che il compagno Niccolini è stato anche lui «bocciato» dal Gramsci anche sulla teoria e sulla pratica della Terza Internazionale ma questo non toglie che la sua testimonianza abbia per noi qualche peso. Il valore dei Consigli di fabbrica, è come noi abbiamo più volte sostenuto, essenzialmente politico, e la loro importanza è grandissima nel periodo della lotta rivoluzionaria, mentre si riduce a mano a mano che lo Stato operaio si consolida e diventa capace di assumere il governo della produzione a cui è giunto a traverso la lotta per il controllo. Ma come nello Staro operaio «la controversia fra i Comitati di fabbrica e l’organizzazione sindacale è stata in Russia risolta col sopravvento della organizzazione sindacale che rappresenta gli interessi degli operai di tutta l’industria, contro gli egoismi locali per i principi della collettività» (E. Niccolini, art. cit., pag. 202), così nel periodo attuale, ai Sindacati spetta il compito prevalente di portare la lotta di classe dal campo della resistenza a quello della conquista.
Quando il compagno Gramsci afferma che il Consiglio di fabbrica «non può essere coordinato o subordinato al Sindacato» ma «col suo nascere e il suo svilupparsi, determina mutamenti radicali nella struttura e nella forma del Sindacato» (0.N.,II, n. 4. pag. 26), io osservo: o ciò non ha senso, o vuol dire che il Consiglio di fabbrica determina la trasformazione del Sindacato su base industriale. In questo caso non vi può essere tra i due organismi solo quel rapporto tra nascituro e levatrice che il Gramsci vorrebbe fissare tra Consigli e Sindacati, bensì quello determinato dai loro legami funzionali, e che io ho espresso come segue nella mozione presentata al Congresso : «Il «Consiglio» è organo di potete proletario sulla sede di lavoro, e tende a dare al salariato coscienza di produttore e a portare quindi la lotta di classe dal piano della resistenza a quello della conquista. Tale trasformazione parte dalla sede di lavoro, ma deve investire tutta l’azione sindacale: perciò il «Consiglio» è l’elemento della trasformazione dell’organizzazione per mestiere in organizzazione per industria, che non rappresenta un semplice mutamento di forma, ma un vero e proprio mutamento di azione, per cui le organizzazioni sindacali prendono posizione per la rivoluzione comunista e si preparano adiventare dopo la vittoria, elementi costitutivi nella struttura del nuovo regime». Se i mutamenti di struttura che il compagno Gramsci vede sono diversi da questi, ce li spiegherà rispondendoci, ma osserviamo che, poiché tanto i Comitati di fabbrica come i Sindacati d’industria sono elementi dello Stato comunista, perché elementi della produzione comunista, chiedo se è possibile concepirli separati e non coordinati o subordinati, dal momento che entrano a far parte di quella gerarchia organica che è Io Stato operaio.
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In una postilla alla seconda puntata della mia risposta (V. pag. 48) il compagno Gramsci mi invita al dovere di «penetrare e interpretare attentamente ed esattamente il pensiero del compagno al quale si contraddice» e confida che il «lettore intelligente» avrà rilevato un «grossolano abbaglio» che io avrei preso «credendo che il Gramsci sostenga che nello Stato comunista si avrà un ritorno al periodo «liberale» della economia».
Mi dispiace, ma questa volta il «grossolano abbaglio» lo prende proprio il Gramsci, il quale ha il torto in questo caso di convalidare il suo errore sotto le imparziali spoglie redazionali.
Scrivevo nella puntata in questione (p. 47, col. 2°): «Lo «Stato operaio» non consiste già in un ritorno puro e semplice alla fase «liberale», alla fase cioè in cui il capitale «aderisca» strettamente al luogo e ai modi di produzione; nel quel caso soltanto avrebbe un senso storico – anacronistico, ma storico – la concezione che il Gramsci ha tentato di darci dei Consigli di fabbrica».
Il che vuol dire cioè che la concezione di Gramsci avrebbe un senso storico, se lo «Stato operaio» consistesse nel ritorno puro e semplice alla fase liberale, ma siccome Io «Stato operaio» non consiste in ciò – neppure pel Gramsci – così la sua concezione non risponde alle caratteristiche dell’economia della fase liberale, perché il Gramsci non vorrebbe identificare lo «Stato operaio» coi singoli Consigli o colla loro federazione, non risponde d’altro lato alle caratteristiche della economia imperialistica, perché egli identifica lo Stato operaio con un processo di sviluppo (non ben delineato né molto concreto) dei Consigli di fabbrica, e mette i Sindacati, i veri strumenti produttivi idonei alla fase monopolistica, fuori dello Stato operaio.
La mia polemica è basata qui sopra un dilemma: o lo Stato operaio non fa che richiamare per mezzo dei Consigli il capitale nella produzione, e allora torniamo indietro di due secoli circa, o vuole sul serio dominare la produzione, avere «quella piena disponibilità dei mezzi di produzione e di scambio indispensabile per poter attuare una razionale divisione di lavoro in seno all’Internazionale comunista», e allora deve servirsi di altri organismi che i Consigli, dei Sindacati cioè, dei Consigli economici, ecc. La razionale divisione del lavoro non si produce, come il Gramsci affermava, perché lo Stato operaio, sorto coi Consigli di fabbrica secondo una configurazione produttiva, «crea già le condizioni del suo sviluppo, del suo dissolversi come Stato, del suo incorporarsi organico in un sistema mondiale – l’Internazionale comunista» (O.N.,II, n. 4, pag. 26, col. I), ma perché possiede gli organi capaci di dominare la produzione nel suo complesso e di determinarne volontariamente la selezione in ragione delle necessità dell’economia mondiale. Lo Stato operaio si delinea secondo una configurazione produttiva, ma tanto è configurato alla produzione il Consiglio di fabbrica quanto il Sindacato d’industria, solo che l’uno non l’è che per la propria sede di lavoro, l’altro l’è secondo tutta la propria branca industriale. La configurazione produttiva quindi che il Sindacato d’industria pone a base dello Stato operaio riproduce in sé assai più da vicino, che non il singolo Consiglio o i singoli Consigli, quella di tutto il sistema.
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Concludendo, ritengo che possono ben essere messe in quarantena le sfuriate del compagno Gramsci, se esse hanno potuto aprire una polemica necessaria, che spero non debba ridursi ad un dialogo continuato, con scarso piacere dei lettori e nostro.
Al compiacimento che possono provare taluni per queste «baruffe in famiglia», non possiamo che opporre il nostro sforzo costante, appassionato, disinteressato, di vedere sempre più chiaramente nella realtà in cui ci muoviamo, per contribuire a che la classe, a cui abbiamo legato consapevolmente la nostra sorte, affronti meglio preparata i problemi della rivoluzione e il Partito nostro domini con sicura intuizione la situazione storica da cui deve scaturire il trionfo suo e quello del proletariato.
Angelo Tasca