Partito Comunista Internazionale

Gli insegnamenti della rivoluzione ungherese

Categorie: Hungarian Revolution, Third International

Da fascicoli 21 e 24 della rivista Die Internationale riproduciamo questa interessantissima polemica tra Carlo Radek e Paul Levi sugli insegnamenti delle rivoluzioni di Ungheria e di Baviera. L’articolo di Radek è tradotto integralmente; quello del Levi è solo riassunto in gran parte. I problemi che vengono qui discussi non sono oziosi certamente per i Comunisti del Partito Socialista  Italiano: – Lo sfacelo della borghesia significa per sé solo potenziamento del proletariato? Quali sono i segni che indicano nel proletariato la reale volontà di fondare lo Stato operaio? Quale tattica deve seguire il Partito Comunista nei riguardi di altri possibili partiti politici della classe operaia? – Specialmente la soluzione di quest’ultimo problema crediamo abbia una enorme importanza per i Comunisti italiani. Intanto crediamo che una nozione esatta dei suoi limiti possa aiutare i Comunisti a comprendere bene il valore e la portata politica di una scissione dai riformisti e dagli opportunisti. Si teme che la scissione possa ledere profondamente la compagine della massa rivoluzionaria, per il fatto che la maggior parte delle posizioni sindacali e parlamentari sono in mano appunto agli elementi riformisti e opportunisti: ma la rivoluzione la fa la massa, anche se guidata da questi elementi, non il Partito, e oggi la situazione è confusa ed equivoca perché non esiste una organizzazione comunista indipendente che dia alla massa un indirizzo preciso e lanci parole d’ordine chiare e non equivocabili. Il Partito Socialista Italiano si trova già da oggi nelle stesse condizioni createsi in Ungheria dopo la Rivoluzione e che portarono allo sfacelo della Rivoluzione: in Italia, anche in questo campo, abbiamo la controrivoluzione in anticipo.

Il compagno Béla Szántó, uno dei Commissari del popolo ungheresi, racconta in questo volume, la breve storia dell’avvento al potere della classe operaia ungherese e la storia della sua caduta. Questa prima autentica storia merita di essere letta con la massima attenzione dal proletariato internazionale, perché tutte le esperienze, che il proletariato ungherese ha riunito colla sua lotta e acquistate con inenarrabili dolori, non vadano perdute per il proletariato degli altri paesi. Le sue vittorie e le sue sconfitte non vennero conquistate e sopportate solo per il proletariato ungherese, ma esse sono di grande importanza per tutto il proletariato internazionale.

 Due sono i principali insegnamenti dati dalla Rivoluzione ungherese: essa getta luce sulla questione dell’avvento al potere e illumina la questione dei nostri rapporti verso gli altri partiti operai, che senza essere comunisti, vengono costretti dagli avvenimenti ad andare al potere con il partito comunista.

 Quando il 21 marzo 1919 il telegrafo portò la notizia dell’avvento al potere del proletariato ungherese alcuni comunisti dei paesi occidentali ebbero l’impressione
che la Repubblica dei Consigli Ungherese fosse una creazione artificiale avvenuta per una transazione fra il partito comunista e quello socialdemocratico senza lotta da parte del proletariato contro la borghesia e che per esser nata senza lotta, dovesse anche cadere, perché solo nella lotta il proletariato può sviluppare quelle forze che son necessarie a conservare il governo dei Consigli. Quest’opinione venne esposta anche nella stampa tedesca, e quando la Repubblica ungherese fu abbattuta molti vollero vedere in ciò la conferma della giustezza dei timori espressi in marzo. Ci si richiamava per questo a una frase della lettera-programma scritta da Rosa Luxemburg per lo “Spartakus bund” nella quale è detto che il Partito comunista non doveva prendere il potere per la sola ragione che il Governo Scheidemann era andato in bancarotta.

Questa opinione sull’origine della Repubblica dei Consigli ungherese era in contrasto con i fatti che già eran noti nei primi giorni dalla nascita di essa.

   Anche quelli che, come lo scrittore di queste parole, non erano molto al corrente delle cose ungheresi né quindi in condizione di seguire tutte le fasi della lotta in Ungheria, dovevano sapere che quest’avvento al potere era stato preceduto da un periodo di sempre più acuta lotta fra la classe operaia e la coalizione socialdemocratico-borghese. Un articolo firmato “Vargas” apparso nella viennese Arbeiter Zeitung, immediatamente dopo l’avvento della Repubblica dei Consigli in Ungheria, lo ha dimostrato. Anche Karoly dichiarava da parte sua che il Governo socialdemocratico borghese si era ritirato solamente perché stava per cadere non solo per pressioni esterne ma specialmente per pressioni interne. Il libro stesso di Szántó fa un’esposizione dettagliata della dissoluzione della coalizione socialdemocratico-borghese e del continuo aumento della pressione da parte della classe operaia. E’ ridicolo quindi voler presentare la Repubblica dei Consigli ungherese come il semplice risultato di un compromesso dei dirigenti i partiti. Essa fu un risultato della lotta di classe rivoluzionaria del proletariato.

Chi, davanti a questi fatti, volesse incaponirsi a considerare il governo dei Consigli ungherese come un esempio da evitarsi, dovrebbe attaccarsi coi denti alla frase dell’opuscolo: “Che vuole lo “Spartakus bund?”, in cui è detto: “Che il Partito comunista non ha intenzione di conquistare il potere, solo perché il Governo Scheidemann-Ebert è penetrato in una via cieca o perché ha fatto fallimento”. Questa frase era pienamente giustificata come confutazione degli elementi putschisti del partito comunista tedesco, che nel dicembre 1918, quando la maggioranza della classe operaia era nelle mani degli Scheidemann, pensavano all’immediata conquista del potere. Ma il pensiero di uno sfacelo della coalizione socialdemocratico-borghese e dello Stato borghese non contemporaneo col processo di raccoglimento e sviluppo delle forze proletarie, questo pensiero è completamente antistorico. Lo Stato capitalista precipita quando manca talmente ai doveri di organizzazione della produzione capitalista, da far in modo che la miseria delle masse cresce e le porta alla rivoluzione. Se in tali condizioni il partito comunista non fosse in grado di influire moralmente sulle masse, di raccoglierle, di fare di esse un fattore di ricostruzione, vorrebbe dire che questo partito comunista non esiste. Se si volesse prendere alla parola la frase di Rosa Luxemburg bisognerebbe concludere che il partito comunista non può prendere il potere nemmeno quando si sfascia lo Stato capitalista, ma la testa di Rosa Luxemburg era troppo buona per concepire simili giudizi proibitivi. La succitata frase era solo un monito di fronte al tentativo di raccogliere senza aver seminato, e non una analisi né una visione storica.

I Comunisti ungheresi hanno seminato. Essi hanno lottato, organizzato, propagandato, ed il fatto che la socialdemocrazia ungherese, quando fu vicina alla sua fine, si rivolse ai Comunisti, dà la prova che i Comunisti rappresentavano una potenza. Che dovevano fare i comunisti, quando divenne un fatto compiuto lo sfacelo della coalizione social-democratico-borghese, quando i borghesi si ritirarono dalla coalizione e la socialdemocrazia si rivolse ad essi facendo la proposta di creare il governo dei Consigli? Le numerose difficoltà che si presentavano all’interno ed all’esterno erano certamente note ai comunisti ungheresi. Le fonti delle materie prime e dei rifornimenti erano in mano di stranieri ed i comunisti ungheresi sapevano certo che avrebbero avuto da fare con un mondo di nemici. Béla Kun scriveva nella sua lettera a Ignazio Bogar l’11 marzo 1919:Io non ci posso nulla: Io vedo gli avvenimenti con un certo pessimismo. Ci sono costretto dall’attuale situazione del movimento operaio mondiale”.

Se però i comunisti ungheresi ciò malgrado non rimasero colle mani in mano, ma impugnarono la spada, ciò dipende dal fatto che non erano dei ragionatori politici, ma dei rivoluzionari. L’analisi marxistica mostrava loro le incredibili difficoltà che stavano loro innanzi. Ma la stessa analisi diceva loro come l’Europa si stesse tutta apertamente dissolvendo, diceva loro che non si sapeva che cosa porterebbe il domani. Nell’articolo che scrissi dal carcere alla notizia della caduta dei Consigli ungheresi per confutare i giudizi dottrinari sulla rivoluzione ungherese, già citavo il Times del 19 luglio che ha caratterizzato la situazione mondiale con le seguenti parole: “Lo spirito del disordine domina tutto il mondo dall’America del Nord alla Cina, dal Mar Nero al Mar Baltico; nessuna società, nessuna civiltà è tanto forte, nessuna costituzione abbastanza democratica per potersi sottrarre a questo spirito maligno. Ovunque vi sono sintomi che i legami più elementari della società sono rotti e disfatti dal lungo sforzo”.

Questa era in verità la situazione, e in queste condizioni, l’evitare la lotta che non può essere evitata perché le masse la impongono, significava disertare e lasciare in asso le masse. Perché queste masse avrebbero lottato lo stesso, ma prive di guida avrebbero sopportato maggiori sacrifici ottenendo in cambio minori risultati. Parla a favore dei comunisti ungheresi l’aver accettato la lotta in così difficili condizioni e non rimane alcun dubbio che questa lotta ebbe conseguenze molto più profonde di quello che non credano i benpensanti critici della rivoluzione ungherese. Essa ha non solo espresso la volontà di liberazione della classe operaia ungherese ma l’ha rafforzata e approfondita. E se il suo risultato immediato è stato la sconfitta della classe operaia, verrà il giorno in cui, dal confronto tra la dittatura rossa e la bianca, il proletariato ungherese attingerà la ferrea volontà di lottare fino alla vittoria decisiva. La rivoluzione ungherese ha aumentato assai lo spirito rivoluzionario degli operai di altri paesi, ed avendo per parecchi mesi posto il bastone nelle ruote alla controrivoluzione mondiale, ha alleggerito le condizioni di opposizione alla repubblica dei Soviet russa, prima cittadella della rivoluzione mondiale, e facilitata la sua vittoria su Kolciak. Chi considera la rivoluzione mondiale come un tutto, come uno svolgimento, non parlerà della repubblica ungherese come di un esempio di cattiva politica rivoluzionaria, ma come di un esempio di lotta piena di sacrifici, combattuta da un avamposto rivoluzionario su di un ridotto avanzato. Coloro che son caduti in questa lotta saranno considerati nel libro della Storia non solo come i martiri della causa proletaria ma come arditi, valorosi ed intelligenti propugnatori di essa. E l’insegnamento che i loro miracoli, il loro martirio dànno a noi, che siamo contrari al tentativo di una piccola minoranza di prendere il potere, è che il nostro posto è là dove la classe operaia ha da combattere, dove essa si precipita nella lotta, tanto se abbiamo da vincere quanto se dobbiamo subire una disfatta.

Quest’insegnamento della rivoluzione ungherese è anche l’insegnamento della seconda repubblica dei Consigli di Monaco, la cui storia da poco è stata eloquentemente illustrata da Paolo Werner. E Béla Kun occuperà nella storia della lotta proletaria lo stesso posto di Levine, non come avventuriero rivoluzionario ma come capo rivoluzionario, come capo nel senso in cui Carlo Marx considerava la funzione dei dirigenti, come capo, al quale il marxismo mostra sì le difficoltà della lotta in tutta la loro grandezza, ma senza trasformarlo in un ragionatore, che crede di poter ingaggiare la lotta, solo quando la storia lo assicuri con atto notarile della vittoria.

Colla stessa risolutezza con la quale Szántó descrive la caduta del regime di Karoly, egli descrive pure la lotta e la caduta del Governo dei Consigli e ne scopre come una delle principali cause un errore di tattica che Béla Kun ed i suoi amici hanno commesso. Egli racconta che in una conversazione con comunisti il giorno dopo l’instaurazione del governo dei Consigli, Kun ha detto: “E’ andata troppo liscia: io non potevo dormire. Tutta la notte ho pensato in che cosa sta il nostro errore: perché in qualche cosa vi è un errore. E’ andata troppo liscia. Ce ne accorgiamo adesso, ma temo, troppo tardi”.

L’errore oggi è evidente. La socialdemocrazia ungherese che apparteneva all’organizzazione politica più corrotta, la Seconda Internazionale, era in bancarotta. Le masse sfuggivano alla sua autorità. Gli elementi sinistri del partito si decisero a fare un passo disperato, l’instaurazione della repubblica dei Consigli. Una parte dei dirigenti di destra si ritirò; ma la massa dei piccoli Sindacati e dei burocrati del partito seguiva i dirigenti di sinistra, quando questi si rivolsero al partito comunista con la proposta di costituire un governo in comune. Se il partito comunista non voleva abbandonare le masse, doveva per forza accettare di instaurare la Repubblica dei Consigli in collaborazione coi socialdemocratici. Ma l’errore consistette nel fatto che i comunisti aiutarono a coprire ciò che vi era. Ciò che vi era, era bensì il fatto della bancarotta della socialdemocrazia, non però il fatto del suo passaggio al comunismo. Non si diventa comunisti per il solo fatto che si accetta il programma comunista. I Weltner, Kunfi o come si chiamavano i dirigenti della socialdemocrazia potevano benissimo essersi proposti di attuare il programma comunista ma è chiaro che non potevano sviluppare in se stessi da un giorno all’altro l’energia rivoluzionaria e la penetrazione in quella misura che è data dal comunismo. E per questo era necessario tener desta nelle masse la coscienza che i dirigenti della socialdemocrazia, costretti a stare sul terreno del Comunismo solo allora avrebbero combattuto, che vi fossero costretti dalla situazione, e minacciati dalle masse.

Il partito comunista non doveva sciogliere la sua organizzazione separata, non doveva rinunciare alla funzione di grosso e pesante bastone che in ogni momento potesse essere messo in azione contro i Garbay, Weltner e Kunfi. La coalizione coi socialdemocratici era necessaria, ma i comunisti dovevano tener pronta, accanto al palazzo del governo, la forca, sulla quale eventualmente potessero dimostrare ai loro cari alleati, che cosa significhi veramente la dittatura proletaria. Il partito comunista invece non curò le precauzioni necessarie, e si abbandonò agli elementi ambigui della socialdemocrazia. Per questo il destino del governo dei Consigli in Ungheria è di tanta importanza per il proletariato dell’Europa occidentale. Dovunque il partito comunista è sul punto di affermarsi, la socialdemocrazia è costretta a scendere sul terreno comunista. Dappertutto, i comunisti possono esser costretti dagli avvenimenti a una coalizione e dappertutto quindi dalle masse proletarie che anelano all’unione, essi verranno spinti non solo a fare alleanza, ma ad unirsi coi socialdemocratici.

E allora l’esperienza ungherese ci dice: l’unione si fa solo coi comunisti, e non è comunista chi sulla carta aderisce alla dittatura del proletariato, ma colui il cui sangue si è già mischiato nella lotta al sangue dei comunisti, colui insieme col quale i comunisti hanno sofferto in carcere, colui che ha dimostrato coi fatti che le sue mani non tremano, che i suoi piedi non vacillano nella lotta, quando ne sia il caso, per la vita e per la morte.

Ora, ciò che seguì alla caduta della Repubblica dei Consigli ungherese, cioè il vigliacco e infame tradimento della socialdemocrazia che si presta adesso a fare da foglia di fico al governo di Horthy, senza che i Kunfi e i Weltner la rompano dinanzi al mondo con essa, tutto ciò guarirà una volta per sempre i proletari ungheresi da ogni illusione sulla socialdemocrazia. Ciò mostrerà loro che vi è un solo partito che è deciso a lottare fino all’ultima goccia di sangue: il partito comunista.

E come l’errore dei comunisti, che qui Szántó sinceramente espone, così anche il tradimento della socialdemocrazia servirà a diffondere ben oltre i confini dell’Ungheria gli insegnamenti della rivoluzione ungherese. Questi insegnamenti consistono in ciò, che la nuova epoca, in cui non si tratta più di parlamentarismo e di discussioni, ma di testa e di collo, che questa nuova epoca richiede partiti comunisti forti e ben decisi, che sappiano tener con pugno fermo il timone nella tempesta. Il libro di Szántó non narrerà ai proletari di tutto il mondo le sole vicende della rivoluzione ungherese: esso, grazie alla sua sincerità nell’esame dei propri errori, per cui si distingue il libro dello Szántó, è figlio di quella stessa risolutezza che faceva impugnare ai comunisti ungheresi la spada il 22 marzo; è la continuazione delle loro lotte. Essa non ha minor valore dello spirito di sacrificio dei migliori che sono caduti per la Repubblica ungherese dei Consigli. Il proletariato combattente di tutto il mondo dovrà esser grato ai comunisti ungheresi per la loro sincerità non meno che per il loro coraggio.

Berlino, 12 gennaio 1920

Carlo Radek

La risposta di Paul Levi

I.

Il compagno Radek nel suo articolo sugl’insegnamenti della rivoluzione ungherese (fascicolo 21 dell’Internazionale) parla di critici benpensanti e di ragionatori politici. Io ho ragioni per credere che egli si riferisca a me, così credo mio dovere di ragionare anche su quest’argomento.

   E prima i fatti. 22 marzo 1919: proclamazione della Repubblica dei Consigli in Budapest. Il 24 scrissi sulla Freiheit un articolo in cui dicevo:

   “Il proletariato in questa situazione creata da Karolyi e dalla borghesia scende sul terreno, proclama la Repubblica dei Soviet in Ungheria e prende il potere. Grande momento. Un popolo schiacciato che pareva non avesse più speranze si getta in braccio all’Internazionale e suona a stormo le campane, facendone udire lo squillo a tutto il mondo.

   In tutto ciò però non dobbiamo perdere di vista le condizioni storiche in cui ciò avviene. E bisogna dire: questa rivoluzione non è conseguenza di una lotta vinta dal proletariato contro la borghesia e il nazionalismo; è la conseguenza del fatto che la borghesia è scomparsa vergognosamente e che unico rimasto è il proletariato.

   E’ il caso da noi prospettato nel nostro programma, là dove diciamo che il Partito comunista non è obbligato a prendere il potere solo perché gli Ebert-Scheidemann sono entrati in un cul di sacco o sono andati in rovina. Ora il caso si è presentato e si è visto che noi avevamo ragione. Per noi vi può essere dittatura del proletariato non quando la borghesia cade ma solo quando il proletariato ascende e si conquista in una lotta rivoluzionaria la maturità spirituale, tempra in essa il suo volere, quando in questa lotta fin l’ultimo proletario viene penetrato della fede nel socialismo. Per dare un esempio: il 9 novembre il proletariato tedesco aveva per sé la forza. Perché non ha mantenuto la sua posizione di predominio? Perché la sua forza non si fondava sopra una vittoria ma sopra una bancarotta e perché al proletariato in quel momento mancava il proposito di doversi impadronire della dittatura. La volontà del proletariato tedesco veniva frustrata, perché il 10 novembre egli cessava di avere una volontà, perdendosi sulla via della “unione di tutti i socialisti” cioè sulla via di ridare il potere alla borghesia.

   E in Ungheria? Il proletariato giunge al potere per lo sfacelo borghese. Ha egli egualmente la maturità spirituale? Siamo alle solite: anche all’inizio di questa rivoluzione troviamo “l’unione di tutti i socialisti”; anche i mascalzoni che hanno tradito il proletariato ungherese si entusiasmano ora per la Repubblica dei Consigli e per la dittatura proletaria.

   Questo è il pericolo che minaccia fin d’ora la rivoluzione ungherese e che dobbiamo additare”.

   Non credo che oggi siano molti coloro i quali ritengano errata questa analisi, credo anzi che nessun critico possa dire cose diverse. Neppure Radek lo fa. Quando egli infatti scrive che il vile tradimento della socialdemocrazia guarirà per sempre i proletari ungheresi dalle illusioni socialdemocratiche, egli non fa che porre in luce lo sbaglio di avere fatto causa comune con costoro all’inizio dell’opera costruttiva del governo dei Soviet.

   Mi si concederà quindi che ciò che io scrivevo allora fu giustificato dal corso degli eventi e che il mio scetticismo poneva in luce il tallone di Achille della rivoluzione ungherese.

   Nella mia polemica con l’amico Radek io sto inoltre per la verità. E la verità sta in questo caso nello stabilire che il proletariato ungherese e quindi il proletariato mondiale ha subito una sconfitta che non si può nascondere dicendo che questo fatto avrà conseguenze più profonde di quanto suppongono i critici benpensanti della rivoluzione ungherese perché non ha solo dato espressione alla volontà di liberazione del proletariato ma l’ha resa più forte e più profonda. L’affermazione non è diversa da quella dei professori e letterati tedeschi, che la sconfitta tedesca ha rafforzato “l’intima essenza” dei tedeschi e così via, è la constatazione che ogni cosa, anche il più grande male della terra, ha un lato buono. Noi comunisti dobbiamo però tener fermo nella sua sostanza il fatto della sconfitta. Fissato questo punto dobbiamo rispondere a queste domande:

   1. Si poteva il 22 marzo prevedere la prossima caduta?

   2. E’ da comunista il seguire una tattica che secondo le previsioni deve portare a una sconfitta?

II.

Alla prima questione mi accosto non senza un senso di disagio. Assai facile è il senno del poi. Vado più in là, non so se al posto dei compagni ungheresi avrei agito diversamente da essi; si sa che nell’azione il giudizio dei politici dipende non solo dal calcolo teorico, ma da imponderabili influenze pratiche. Qui si tratta di fare una ricerca critica sugli avvenimenti ungheresi in relazione coi punti del nostro programma.

   Io non credo che la frase di Rosa Luxemburg nel programma dei Comunisti da me citata sia stata dettata solo da condizioni di opportunità come sostiene Radek, ma credo che sia un principio dedotto da una superiore premessa politica. Dobbiamo fissare questo punto e vedere poi di applicarlo alla rivoluzione ungherese. Radek avrebbe dovuto leggere anche il passo successivo del programma dello Spartakusbund in cui è detto: “Lo Spartakusbund non prenderà la direzione del Governo che per il chiaro, indiscutibile volere della grande maggioranza del proletariato tedesco, non altrimenti che come espressione della cosciente adesione della maggioranza alle vedute, ai fini e ai metodi di lotta della Spartakusbund. Con ciò si spiega la frase di Rosa Luxemburg, che il segno positivo della conquista del potere è dato dal proletariato e si esprime nella sua evoluzione rivoluzionaria. Quindi secondo Rosa Luxemburg è decisivo non l’elemento negativo borghese, ma quello positivo che è nel proletariato. Radek ribatte che è un pensiero antistorico quello di credere a uno sfacelo della coalizione socialdemocratico-borghese che non sia contemporaneo a un processo di raccoglimento e sviluppo delle forze proletarie. Ebbene io oso avere questo pensiero antistorico. Secondo Radek quanto l’uno perde l’altro dovrebbe acquistare a guisa di due vasi comunicanti. Io credo che questi pensieri formulati meccanicamente siano essi antistorici e che nel caso speciale sia antistorico pensare che ad un aumento di coscienza e volontà del proletariato debba corrispondere un aumento di disorganizzazione della borghesia. Ci serva d’esempio il novembre 1918 in Germania dove una momentanea debolezza della borghesia corrispose ad una non meno grande debolezza del proletariato.

   Il caso che Radek prospetta, cioè quello della contemporaneità e simultaneità della ascesa del proletariato e della caduta della borghesia è possibile ma non necessario, anzi si può dire che fra la notte borghese e il giorno proletario vi sarà un crepuscolo. In questo crepuscolo nel quale la borghesia già vien meno, e in cui materialmente una piccola minoranza può prendere il potere con la violenza, esiste per noi comunisti un grande compito positivo: l’organizzazione del proletariato come classe nei Consigli. Io credo che il successo e lo sviluppo di questo processo di organizzazione fornisce la misura per l’assunzione dei comunisti al potere. Credo che questo e non altro intendesse dire Rosa Luxemburg.

   Questo pensiero condividevano anche i comunisti di Monaco e con essi il morto Levine, che non vollero il potere perché il governo di Hoffmann precipitava, ma solo quando si furono persuasi del volere della massa attraverso le elezioni dei Consigli di fabbrica. Un altro fu l’errore dei comunisti di Monaco. Ma questo modo di agire, quello di indire nuove elezioni dei Consigli di fabbrica, un programma di opposizione ai passati dirigenti, era buonissimo, tanto che avrebbe dovuto essere seguito anche in Ungheria.

   Tutti i compagni ungheresi e io pure sono d’accordo con Radek sulla constatazione del distacco delle masse dai socialdemocratici e sulla tendenza degli elementi di sinistra alla fondazione dello Stato dei Consigli. Per non staccarsi dalle masse, i comunisti furono costretti a fondare la repubblica dei Consigli insieme coi socialdemocratici.

   In questa constatazione vi sono però due cose che bisogna esaminare a parte: anzitutto il punto di consolidamento e la forza di decisione raggiunti dalle masse e in seguito il contegno dei comunisti per rendere queste condizioni di solidità e di decisione durevoli e profonde. I comunisti ungheresi si unirono ai socialdemocratici i quali dichiararono di porsi sul terreno del programma comunista. Radek approva questa linea di condotta, purché si eriga una forca che insegni ai socialdemocratici che cosa significhi la dittatura proletaria. Riconosco che questo accenno alla forca fa una impressione di forza e di virilità, specialmente dal punto di vista morale. Credo io pure che contro la borghesia è necessario agire severamente, specie in momenti difficili, così come contro i traditori.

   Ma, specie durante il consolidamento del proletariato, l’usar la forca come metodo per l’unione e l’accordo, invece di fondarsi sulla chiara volontà della maggioranza del proletariato e sulla sua approvazione libera e cosciente del programma comunista (come dice Rosa Luxemburg) mi sembra, un metodo molto infelice. Io credo anzi che questo metodo non sia nemmeno mai stato adoperato. Non credo che la Repubblica dei Consigli russa abbia innalzato la forca accanto alla falce ed al martello. La fune che unisce in classe il proletariato non sarà di rose ma nemmeno è una corda da forca. Quindi secondo me questo proposito di Radek non si deve nemmeno seriamente discutere. L’unico metodo è interrogare la volontà della massa con l’elezione dei Consigli di fabbrica, o meglio ancora con le elezioni dei Consigli operai con programma di opposizione ai passati dirigenti “socialisti”. Se il proletariato aderisce, vuol dire che è pronto a passare il Rubicone, se no i comunisti non debbono agire come se avesse aderito.

   Mi manca la competenza necessaria per dire quale avrebbe dovuto essere il programma in Ungheria; ma certo avrebbe dovuto additare all’attenzione della massa la condotta dei Weltner, Garbay e Kunfi. Così si sarebbe evitato quell’errore che Béla Kun ha espresso così bene con le parole: “E’ andata troppo liscia”. Quindi alla prima questione che noi abbiamo messa, se si potesse prevedere la caduta della Repubblica dei Consigli ungherese, rispondiamo: Sì.

III.

Eccoci al secondo quesito: si deve seguire una politica che si prevede conduca ad una sconfitta?

   Veramente questo caso riguarda meno l’Ungheria, perché i compagni ungheresi non prevedevano la caduta, e piuttosto Monaco dove invece essa era preveduta. Radek non porta nessun argomento per provare che chi aspetta l’assicurazione notarile della vittoria da parte della storia è un ragionatore politico e non un lottatore politico; del resto nessuno ha mai affermato il contrario di questo luogo comune. La cosa non è in discussione. A Monaco infatti i nostri compagni sono entrati in lotta sebbene capissero e prevedessero l’assoluta mancanza di probabilità di riuscita. Questa è la questione: se e come si debba intraprendere la lotta in questo caso.

   Radek dice che il nostro posto è dove combatte la classe operaia tanto se vi abbia da esser vittoria quanto se vi abbia da esser sconfitta. Questa non è una risposta. Certo è logico che noi non potremmo assistere colle mani in tasca all’entrata in azione delle masse, anzi dovremmo guidare l’azione, è falso però che il condurre l’azione significhi l’accettazione del programma e degli scopi coi quali le masse vogliono entrare in lotta. Al contrario i comunisti nei loro fini debbono levarsi al di sopra dalla grande massa. Vi è fra essi una certa distanza e l’essenza della rivoluzione consiste appunto nel togliere questa distanza. L’adottare sempre la parola d’ordine che la massa ha sulla bocca è “indipendente” e non comunista. Per noi ci sarebbe la rinunzia alla nostra funzione di dirigenti nella rivoluzione: da testa della massa diventeremmo coda. E’ il caso di Monaco: i dirigenti, nonostante vedessero l’insostenibilità della posizione data la situazione generale in Germania, seguirono la parola d’ordine della massa per la Repubblica dei Consigli. Io penso che non convenga anticipare simili possibilità locali, ma mi sembra che siano questi i momenti di cui Lenin dice che non basta essere un rivoluzionario o un comunista, ma che bisogna saper afferrare in ogni momento il corrispondente anello della catena, con tutte le forze, per avere tutta la catena e preparare il passaggio agli altri anelli.

   D’altra parte, e riferendoci al caso di Monaco, bisogna dire la verità alla massa, e paralizzare con ciò tutta la lotta, o infiammarla con la visione della vittoria e con ciò dire una menzogna? Le nostre parole debbono rispondere sempre alla verità; e con ciò non giungo a dire che si debba attendere l’assicurazione notarile della vittoria. Sappiamo bene tutti che senza sconfitte non si fa la Rivoluzione, e che esse servono d’insegnamento; perciò se vengono noi non perdiamo il nostro coraggio perché conosciamo la brevità di esse e conosciamo invece la solidità e durevolezza della nostra vittoria. Ma Radek e i compagni di Monaco non si sono posti questo problema. Forse una volta anch’io pensavo come loro che non ha importanza se si abbia vittoria o sconfitta. Dopo la battaglia del gennaio e marzo 1919 a Berlino e dopo i fatti di Monaco e di Ungheria la mia fiducia nei miracoli delle sconfitte è stata scossa. Non credo come Radek che la sconfitta del proletariato ungherese abbia rinforzato e approfondito la sua volontà di liberarsi. Per me Monaco e l’Ungheria sono due passività nel bilancio della Rivoluzione mondiale. Fa male Radek a voler insinuare che una simile critica tenda a giudicare come avventurieri rivoluzionari dei martiri come Levine e Béla Kun. Essi sono tanto cari a me quanto al compagno Radek e ripeto che se fossi stato al loro posto forse non avrei agito diversamente. Ma avrei errato anch’io. Quindi non ho voluto fare una critica dei loro errori, ho solo voluto dire una parolina contro coloro, che come Radek, innalzano gli errori a teoria comunista.

Paul Levi