L’Internazionale rossa dei Sindacati
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La tendenza delle organizzazioni sindacali a unirsi in una Federazione nazionale si era già chiaramente palesata nel primo congresso internazionale di Ginevra, nel settembre 1866.
Questo congresso riconobbe il valore dei sindacati nella lotta quotidiana per la difesa degli interessi della classe operaia contro «i continui abusi del capitale», e in pari tempo esprimeva la necessità che tali associazioni estendessero l’attività loro mediante «l’unione sotto una bandiera internazionale delle organizzazioni dei diversi paesi».
I fini del movimento sindacale quali venivano indicati da quel congresso in termini ancora applicabili ai paesi capitalisti, erano i seguenti:
«Oltre la lotta contro gli abusi del capitale queste organizzazioni dovranno sostenere con l’azione loro ogni movimento rivoluzionario sociale e politico, che si proponga come scopo ideale la liberazione completa della classe operaia. Esse costituiranno dei centri militanti capaci di difendere gli interessi dei lavoratori meno favoriti, in special modo degli operai rurali. Tale atteggiamento farà aderire alle sezioni internazionali del proletariato coloro che finora sono rimasti indifferenti agli appelli dei militanti, e inspirerà alle masse lavoratrici la convinzione che l’Internazionale non cerca la soddisfazione di interessi ristretti, ma combatte per la liberazione di milioni di oppressi».
I primi tentativi per attuare le deliberazioni del congresso del 1866 ebbero luogo 25 anni più tardi, al Congresso internazionale di Bruxelles, nell’agosto 1891. In questo momento l’Internazionale era già in grado di esercitare una efficace influenza sui movimenti operai di tutti i paesi. Per utilizzare questa influenza il Congresso raccomandò la creazione di segretariati del lavoro in ogni nazione, di modo che in caso di conflitto tra capitale e lavoro gli operai degli altri Stati fossero in grado di adottar subito utili misure di solidarietà.
Un nuovo passo avanti fece il Congresso di Londra approvando la seguente deliberazione:
«È urgente e necessario creare un C.C. dei sindacati in ogni paese in modo da rendere possibile una attività sindacale uniforme. Questi comitati dovranno informarsi della condizione del mercato del lavoro, opereranno regolarmente uno scambio di informazioni statistiche e prepareranno relazioni su tutti i fatti importanti de’ movimento operaio nei rispettivi paesi. Provvederanno a che i sindacati di ogni paese ricevano e si sforzino di attrarre nelle loro file gli operai stranieri, in modo da impedire una diminuzione di salari conseguente all’impiego di mano d’opera straniera. In caso di sciopero, serrata o boicottaggio, dovranno prestare ai comitati locali aiuto materiale secondo i mezzi a loro disposizione».
D’allora in poi il movimento sindacale ha fatto progressi enormi. La creazione di leghe internazionali di imprenditori, lo sviluppo dei sindacati capitalisti internazionali e dei trusts diede un forte impulso allo sviluppo dei servizi di informazione e accrebbe la solidarietà delle organizzazioni operaie dei diversi paesi. I comitati sindacali si unirono strettamente per discutere questioni di interesse generale; apparvero regolarmente relazioni sui movimenti locali. Al principio della guerra i sindacati potevano già contare più di nove milioni di membri.
A dispetto però di questo incremento, gravi dissensi incominciarono a sorgere nel movimento sindacale internazionale, ed essi allo scoppio della guerra per poco non provocarono una completa rottura dei rapporti internazionali. L’antagonismo tra i sindacati dei paesi belligeranti era così acuto che ognuno di essi sembrava pronto a difendere con le armi gli interessi del suo paese. L’animosità crebbe in seguito, ispirata dalla rivalità delle nazioni capitaliste sui mercati mondiali. Nei diversi congressi internazionali della metallurgia, dei cuoi e delle pelli, dei tessili, dei lavoranti in legno, si trascinavano ostinate e infruttuose discussioni per le sedi da scegliere alle centrali dell’Internazionale sindacale. Dovevano esse aver sede a Londra, a Parigi, a Berlino, a Bruxelles o a Ginevra? I francesi accusavano i tedeschi di voler avere la supremazia e di aspirare all’egemonia sul mondo intiero, i tedeschi rimproveravano ai francesi di non avere spirito di organizzazione, i sindacati inglesi urtavano la suscettibilità dei loro colleghi con il loro atteggiamento aristocratico e con l’assenza di sociabilità.
Le contese di questi gruppi per la supremazia internazionale, simili in tutto alle rivalità tra i diversi aggruppamenti capitalistici nazionali per la priorità economica sui mercati, dovevano portare delle modificazioni alle deliberazioni adottate dalla prima Internazionale fino al punto di far perdere loro ogni valore. In questo modo, quando le organizzazioni capitalistiche dei paesi rivali, incerte esse pure tra l’internazionalismo e il desiderio di fare di questo internazionalismo uno strumento di egemonia, si trovarono trascinate alla guerra mondiale, esse non trovarono altro che l’opposizione di un’organizzazione operaia fittizia mentre gli organismi sindacali erano disposti a secondare gli interessi loro.
La facilità con la quale, dopo i primi giorni della sanguinosa guerra, Legien, Jouhaux, Gompers, Henderson, ecc. rinunciarono ai loro obblighi internazionali si spiega col fatto che questa rinuncia era stata preparata già molto tempo prima della dichiarazione di guerra dalla ostilità sorta tra i sindacati dei diversi paesi, conseguenza a sua volta dell’organizzazione imperialistica dei principali Stati capitalistici.
Durante la guerra gli stessi dissensi continuarono a manifestarsi in seno al movimento operaio, con la differenza che lo Stato di guerra inaspriva i conflitti e rendeva necessaria una precisa dichiarazione di principi. A partire da questo momento i sindacati, conservatisi «rossi» fino a che erano rimasti in conflitto col capitalismo, divennero sempre più «gialli», quantunque perdurasse contro di essi la pressione del sistema capitalistico. Verso la fine della guerra e durante la tregua armata i sindacati diventarono tutti «gialli». La conseguenza fu che molti elementi proletari, specialmente tra i lavoratori coscienti di Germania e di Ungheria, furono tratti a considerare il movimento sindacale come una forma desueta della lotta sociale delle classi, la quale non poteva ormai essere altro che nociva agli interessi del lavoro.
Questo atteggiamento ha portato a una revisione dei principi dell’organizzazione sindacale, resa più facile dalla chiara percezione cui grande parte del proletariato è giunta durante l’armistizio, degli scopi veri e delle conseguenze della guerra imperialista.
Le nazioni vincitrici e vinte, per non parlare dei neutri, fronteggiano un’eguale rovina. Dappertutto il capitalismo prepotente e trionfante si è rivelato nemico inconciliabile della classe operaia. Dappertutto esso ha resi nulli e vani i vantaggi realizzati dai lavoratori. Un semplice tratto di penna ha abolito le libertà di sciopero, di riunione e di parola. Il capitalismo ha instaurato l’assolutismo e la propria dittatura con una tale insolenza e con un tale cinismo che le masse lavoratrici non hanno trovato altra via di uscita che nel ritorno alla prima Internazionale e nel tentativo di ricostruire l’edificio sindacale secondo i suoi principi.
Questa opera di revisione progredisce rapidamente. Essa ha già portato il proletariato di tutti i paesi a decidere, non di rinunciare all’azione sindacale, ma di darle un indirizzo nuovo e di farne una potente arma contro il capitalismo nella grande lotta mondiale. Nuovi principi si elaborano, il movimento torna a essere «rosso», i capi «gialli» e i loro fautori vengono denunciati. La rottura tra capitale e lavorò si è di nuovo prodotta in tutti i paesi.
In Inghilterra le vecchie Trade Unions perdono il loro prestigio sulle masse; i grandi scioperi degli ultimi mesi hanno avuto luogo senza di esse. La direzione è in molti casi passata ai Consigli di fabbrica e di laboratorio che compiono funzioni finora ignote al movimento sindacale.
Lo stesso fatto può essere osservato in America dove la creazione di «una sola grande organizzazione» (opposizione del sindacalismo «industriale» al corporativismo) fa passare in seconda fila i capi del genere Gompers e riduce al minimo l’ufficio loro.
Non meno notevole è la rinascita del movimento sindacale in Germania, dove si sfrutta l’esperienza delle organizzazioni russe. I Consigli di fabbrica spazzano senza pietà i resti dell’autorità dei «capi gialli» che in modo inatteso si ritrovano dall’altro lato della barricata. Nuovi problemi vengono arditamente affrontati, si chiede il controllo della produzione e la nazionalizzazione delle grandi industrie, la vecchia e ormai abbandonata concezione della neutralità del movimento sindacale sparisce mentre si tende a spingersi a fondo nella lotta politica in unione con tutto il proletariato. I sindacati di tutta una serie di industrie sono già nelle mani dei rossi. Così è avvenuto di alcune potenti organizzazioni, ad esempio di quella dei metallurgici. Lo sviluppo rivoluzionario del movimento sindacale è una sfida per il capitalismo imperialista. Se oggi i sindacati italiani si oppongono all’invio di armi e munizioni ai generali controrivoluzionari, se i lavoratori inglesi organizzano scioperi colossali, chiedono che si faccia la pace col governo dei Soviet e che si richiamino le truppe inglesi dalla Russia, se i sindacalisti francesi apertamente dichiarano di essere con noi solidali, – la logica della guerra di classe, acutizzata dalla rovina generale e dalla miseria sempre crescente spingerà tutti costoro domani a pronunciarsi in modo decisivo sopra gli affari dei loro paesi.
La simpatia che tutti dimostrano per noi e l’aiuto materiale che talora essi ci danno stanno a prova della loro forza e non della loro debolezza. Prendendo gli operai russi sotto la loro protezione, essi cominciano a impratichirsi della lotta, senza tentare ancora un attacco decisivo ai loro nemici interni. La simpatia che essi hanno per noi è come una scuola per i sindacati dell’Europa occidentale: essa crea una linea di demarcazione ogni giorno più accentuata tra le tendenze rosse e le gialle.
I difensori della forma di movimento sindacale che sta morendo tentano con ogni mezzo di ridargli vita e di far risorgere metodi da tempo abbandonati. Con questo scopo poco tempo dopo la «pace di Versailles» i capi «gialli» dei diversi paesi hanno fatto ripetuti e separati tentativi per riportare l’Internazionale sul terreno del vecchio sindacalismo. Hanno supposto che, facendo rivivere l’Internazionale sindacale, essi avrebbero potuto nuovamente stringere le masse in un quadro di solidarietà fittizia che praticamente si risolverebbe in un accordo col capitalismo e in una sorda ostilità contro gli operai di nazionalità differente. Lo scacco subito dagli sforzi miserevoli del Congresso di Amsterdam, dove i rappresentanti dei paesi dell’Intesa non hanno saputo resistere al dubbio piacere di umiliare nuovamente gli operai tedeschi davanti al capitalismo, è riconosciuto di solito anche dai sostenitori del sindacalismo giallo. Gli sforzi di esso sono stati accolti senza approvazione e senza entusiasmo. I tentativi fatti dai sindacati per giungere ad un accordo con gli imprenditori e fondare su queste basi una nuova Internazionale del lavoro a Washington, debbono pure essere considerati come una pietosa commedia. Il corso dei lavori della conferenza di Washington, anche senza parlare dell’atteggiamento assunto verso i paesi vinti o anche verso i neutri, non può suscitare altro che un sorriso di pietà anche tra gli organizzatori di questa farsa ipocrita e malsana.
Nella stessa atmosfera malsana si sono compiuti i recenti sforzi di Legien, un tempo uno dei capi del proletariato tedesco, oggi un giallo per eccellenza. In nome di 12 milioni di lavoratori, organizzati, egli dice, in una mitica organizzazione che non si sa dove abbia sede, egli si rivolgeva, se si deve credere ai giornali, ai sindacati di Mosca, Pietrogrado e Odessa per chieder loro che gli fornissero particolari sopra la loro organizzazione e che entrassero in relazione con le leghe gialle, in nome delle quali egli prometteva un aiuto materiale alla Russia dei Soviet. Si ignora chi lo abbia autorizzato a fare queste dichiarazioni. Non sono stati di certo né i Consigli di fabbrica di Germania, né le organizzazioni rivoluzionarie d’Italia e Francia, né le masse operaie di Inghilterra, perché esse svolgono una insuperabile azione di opposizione ai loro capi gialli.
La sola risposta che possono dare i nostri operai agli inviti di Amsterdam, di Washington e di Legien, inviti ispirati dal desiderio di abusare della confidenza delle masse, sta nell’organizzare le vere forze della rivoluzione, d’accordo con i rossi dei paesi occidentali, per creare una nuova Internazionale che una barriera insuperabile separerà dalle organizzazioni gialle, nel definire la posizione reale delle due parti, nel preparare, sopra un terreno internazionale, la via alla dittatura del proletariato.
Sappiamo che la creazione di questa Internazionale sindacale non può essere oltre ritardata. La conferenza internazionale degli operai dei trasporti che sta organizzandosi dà una evidente prova che la simpatia della maggioranza dei lavoratori è per la III Internazionale.
Ogni giorno porta nuove testimonianze della stretta unione tra le organizzazioni dei diversi paesi, e della comunità di aspirazioni dei lavoratori davanti ai loro nuovi doveri.
La decadenza della II Internazionale e la sua capitolazione davanti all’Internazionale comunista danno ai rossi un’arma potente per la lotta politica.
II primo scopo da raggiungere è il rafforzamento dello spirito di fraternità tra i sindacati di tutti i paesi e di unirci non solo in idea, ma in pratica.
Il primo scopo che si devono proporre i sindacati è di costituire, tanto in pratica che in teoria, una potente organizzazione internazionale, pronta a combattere su tutti i fronti a Iato dell’Internazionale comunista per instaurare la dittatura del proletariato, e a creare ormai nuove forme di relazioni proletarie internazionali e nuove organizzazioni di vita comunista.
La prima Internazionale chiedeva ai suoi membri un semplice scambio di informazioni e di simpatie: oggi invece è necessario rendere utilizzabile da tutti l’esperienza acquistata nell’organizzazione e nella tecnica e di coordinare le azioni dimostrative e di attacco. Si deve stabilire un piano uniforme per il controllo della produzione mondiale, del rifornimento, della distribuzione dei prodotti. Si deve creare un solo centro dal quale si calcolino e distribuiscano le forze del lavoro, si provveda alla protezione e alla sicurezza sociale. Tale è, a grandi linee, il compito della nuova Internazionale sindacale. Invece di isolarsi dalla III Internazionale, essa seguirà la via segnata da essa, per instaurare dappertutto la dittatura del proletariato, solidamente basata sopra le relazioni esistenti tra i produttori di tutti i paesi.
È di una evidenza indiscutibile che i problemi politici del proletariato industriale sono eguali in tutto il mondo; perciò possiamo fin d’ora fissare le misure pratiche da adottarsi sulla base nuova della solidarietà di classe per ristabilire le relazioni tra i sindacati dei diversi paesi, oggi momentaneamente interrotte. La lotta per l’instaurazione della dittatura proletaria è ormai la sola forza motrice del movimento sindacale; la vittoria del comunismo mondiale è il suo scopo unico. Si può prevedere senza tema di andar errati che non è lontano il momento in cui le due grandi correnti del movimento proletario si fonderanno insieme nella III Internazionale, quando i partiti comunisti di ogni paese, in pieno accordo coi sindacati rossi formeranno un fronte unico contro il capitalismo. Facendo ciò essi riprenderanno la tradizione della Prima Internazionale.
G. TSIPEROVITCH
Presidente dell’Unione dei Sindacati professionali di Mosca