La tattica dell’Internazionale Comunista Pt.2
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II.
Nel precedente articolo abbiamo insistito sul fatto che le iniziative tattiche che l’Internazionale Comunista oggi si prospetta e si compendiano nella formula del fronte unico proletario non comportano in quelli stessi che ne sono fautori alcuna rinuncia alle direttive fondamentali del movimento comunista, quali finora si sono affermate e in special modo contrapposte alle equivoche manovre di socialdemocratici e centristi. Lo abbiamo provato con le parole stesse di Zinovief e non sarebbe difficile fare altrettanto in base ad esplicite dichiarazioni di quegli stessi compagni che hanno avanzate le proposte che appaiono più arrischiate, come quelli della Centrale del Partito tedesco e della Rote Fahne.
Si potrebbe però dai nostri avversari obiettare che quelle dichiarazioni verbali di fedeltà ai principi non hanno altro scopo che di dissimulare una conversione a destra, mentre le opposte tattiche di cui ci occupiamo contengono in se stesse una contraddizione colle direttive fin qui seguite dalla Internazionale Comunista e col suo atteggiamento passato verso i partiti socialdemocratici. Ma nemmeno questo e vero, ed anche se si ritiene dal punto di vista comunista e nel nostro stesso campo che quelle proposte, o almeno alcune forme di applicazione di esse, sono da respingere, nessuno ha il diritto di sostenere che siamo dinanzi ad una crisi di principi nel movimento comunista mondiale, ad un riconoscimento di errori sostanziali nel metodo fin qui tenuto.
Colla somma enorme di elaborazioni teoriche e pratiche di cui la Terza Internazionale si gloria, il metodo rivoluzionario è uscito per sempre dal campo iniziale ed embrionale delle dichiarazioni astratte e del semplicismo, per portarsi su tutto il fronte al cimento della formidabile complessità del mondo reale.
I problemi tattici vanno intesi in un senso più concreto di quanto gli atteggiamenti da assumere erano vagliati soltanto al criterio del loro effetto di propaganda e di educazione delle masse, e il gioco delle loro influenze, oggi che si tratta di agire direttamente sugli avvenimenti, acquista una complessità ed una capacità di superamento di apparenti contraddizioni che d’altronde era perfettamente contenuta nella dialettica del metodo marxista.
La semplice critica della realtà si completa nella effettiva demolizione: adattarvisi ieri equivaleva a rinunziare all’unica opera che si poteva svolgere per il superamento di essa, adattarvisi oggi può voler dire agguantarla per sottometterla e vincerla. La luce vivissima di un faro splendente segue la sua magnifica linea retta e vince le tenebre, ma si arresta contro il più fragile schermo: la fiamma del cannello ossidrico striscia docile sul metallo, ma solo per rammollirlo e disfarlo passando oltre vittoriosa…
Non vi è marxista che non debba essere con Lenin quando esso denunzia come malattia infantile un criterio di azione che preclude certe possibilità di iniziativa in base alla semplice considerazione che esse non sono abbastanza rettilinee e adagiate sullo schema formale delle nostre idealità senza stonature e deformazioni antiestetiche. Il mezzo può avere aspetti contrari al fine per il quale lo adoperiamo, dice il fondo del nostro pensiero critico: per un fine alto, nobile, seducente, il mezzo può presentarsi meschino, tortuoso e volgare: ciò che importa è poter calcolare la sua efficacia, e chi lo faccia col semplice confronto delle forme esteriori scende al livello di una concezione soggettivista e idealistica delle casualità storiche che a qualche cosa di quaccheristico, ignorando le superiori risorse della nostra critica, che oggi diviene una strategia, e che vive delle geniali concezioni realistiche del materialismo di Marx.
Non siamo noi forse che sappiamo come la dittatura, la violenza e il terrore si presentino quali mezzi specifici per arrivare al trionfo di un regime sociale di pace e di libertà, e abbiamo sgombrato il campo dalle ridicole obiezioni liberali e libertarie che attribuiscono al nostro metodo la sola capacità di fondare tenebrose e sanguinarie oligarchie perché vincolato dai caratteri esteriori dei mezzi adottati?
Come non vi è una argomentazione da prendere sul serio che possa escludere l’utilità di adoperare i mezzi di azione della borghesia per abbattere la borghesia, così non si può negare aprioristicamente che coll’azione dei mezzi tattici dei socialdemocratici si possano abbattere i socialdemocratici.
Non vogliamo essere fraintesi e ci riserviamo di esporre in appresso il nostro pensiero, e del resto chi voglia coglierne la costruzione non ha che da studiare le nostre tesi sulla tattica. Dicendo che il campo delle possibili e ammissibili iniziative tattiche non può essere limitato con considerazioni dettate da un semplicismo falsamente dottrinale, metafisicamente dedito ai confronti formali e preoccupato della purezza e della dirittura come fini a se stesse, non intendiamo dire che il campo della tattica debba restare illimitato e che tutti i metodi siano buoni a raggiungere i nostri fini. Sarebbe un errore affidare la difficile soluzione della ricerca di mezzi adatti alla semplice condizione che si sia intenzionati di valersene per scopi comunisti. Non si farebbe che ripetere l’errore di rendere soggettivo un problema che è oggettivo, accontentandosi del fatto che chi sceglie, dispone e dirige le iniziative è deciso a lottare per le finalità comuniste e si lascia guidare da queste.
Esiste e deve quindi essere sempre meglio elaborato un criterio tutt’altro che infantile, ma intimamente marxista, di tracciare i limiti delle iniziative tattiche, che non ha nulla di comune con i preconcetti e i pregiudizi di un errato estremismo, ma che raggiunge per altra via l’utile previsione dei legami, ben altrimenti complessi, che legano gli espedienti tattici a cui si ricorre con i risultati che se ne attendono e che poi ne derivano.
Zinovief dice che proprio perché abbiamo dei partiti forti e indipendenti da influenze opportuniste possiamo arrischiarci a esperimentare tattiche che se la preparazione e la maturità nostra fossero minori diverrebbero pericolose. E’ certo che il fatto che sia pericolosa non basta a condannare una tattica: esso è un elemento unilaterale del giudizio: si tratta in realtà di giudicare l’entità del rischio in rapporto ai possibili benefici. Ma, d’altra parte, man mano che la capacità di iniziativa del partito rivoluzionario cresce, la maturità delle situazioni tende in generale a portare il suo sforzo su di una direzione sempre più precisa, facendo apparire più chiaramente lo sbocco dell’azione.
Nel giudicare le proposte tattiche che oggi vengono affacciate bisogna insomma guardarsi dal frettoloso semplicismo. Solo questo può condurre a dire che il partito comunista tedesco, proponendo una azione comune al partito indipendente e a quello socialdemocratico, rinnega la ragione della sua formazione attraverso le scissioni dell’uno e dell’altro. Per poco che si guardi alla cosa, si scorgeranno una infinità di differenze e di nuovi aspetti, che sono in realtà più importanti di quel ravvicinamento formale.
Anzitutto Zinovief osserva utilmente che una alleanza non è la stessa cosa di una fusione. La scissione organizzativa da certi elementi politici può rendere meno difficile il fare un certo lavoro insieme ad essi.
Vi è poi questo: che la proposta di fronte unico non è la stessa cosa di una proposta di alleanza. Sappiamo quale sia il senso volgare della alleanza politica: dalle varie parti si sacrifica e si sottace una parte del proprio programma per venirsi ad incontrare su di una linea intermedia. Invece la tattica del fronte unico come è concepita da noi comunisti non contiene affatto questi elementi di rinuncia da parte nostra. Essi restano solo come un possibile pericolo: noi crediamo che questo diviene preponderante se la base del fronte unico viene portata fuori dal campo dell’azione diretta proletaria e della organizzazione sindacale per invadere quello parlamentare e governativo, e diremo per quali ragioni, connesse allo sviluppo logico di questa tattica.
Il fronte unico proletario non vuol dire il banale comitato misto di rappresentanti di vari organismi in favore del quale i comunisti abdicano alla loro indipendenza e libertà di azione per barattarla con un certo grado di influenza sui movimenti di una massa più grande di quella che li seguirebbe se agissero da soli. Vi è ben altro.
Noi proponiamo il fronte unico perché ci sentiamo sicuri che la situazione è tale che i movimenti di insieme di tutto il proletariato, quando questo si ponga dei problemi che non interessano solo una categoria o una località, ma tutte, non possono effettuarsi che in senso comunista, ossia nello stesso senso noi daremmo ad essi se dipendesse da noi guidare tutto il proletariato. Noi proponiamo la difesa degli interessi immediati e del trattamento che è attualmente fatto al proletariato contro gli attacchi del padronato, perché questa difesa, che non è stata mai in contrasto con i nostri principi rivoluzionari, non si può fare che preparando e attuando l’offensiva in tutti i suoi sviluppi rivoluzionari, così come noi ce li prefiggiamo.
In una simile situazione – e non ripetiamo qui le considerazioni che dimostrano che tali sviluppi essa presenta, collegandosi alle manifestazioni economiche e politiche dell’offensiva capitalistica – noi possiamo offrire un accordo in cui non pretendiamo che si accetti dagli altri contraenti, ad esempio, il metodo delle azioni armate o di lotta per la dittatura proletaria, e se non pretendiamo questo, non è perché ci siamo accorti che è meglio per il momento rinunziare a tutto ciò e contentarci di meno, ma perché è inutile formulare tali proposte quando sappiamo che la loro esplicazione sarebbe contenuta nella semplice accettazione di difendere i modesti obiettivi delle rivendicazioni che devono servire di piattaforma al fronte unico.
Per poco che si approfondisca il valore dialettico di questa situazione si vedrà che tutte le obiezioni di una intransigenza semplicistica cadono totalmente. L’alleanza con i disfattisti e i traditori della rivoluzione, per la rivoluzione? Grida esterrefatto il comunista tipo quarta internazionale o il ruffiano centrista tipo tra due e tre. Ma non ci soffermiamo su questa esercitazione terminologica. E neppure diciamo: siamo dei comunisti a tutta prova, sappiamo quel che ci facciamo, ogni nostro atto non può che essere ispirato alle finalità rivoluzionarie, e possiamo trattare anche con il diavolo. Ma rispondiamo con un esame critico della situazione e dei suoi possibili sviluppi, che ci tranquillizza sul timore che le cose vadano come vuole. . . il diavolo.
La corrente di sinistra marxista ha sempre sostenuto la intransigenza, e aveva mille ragioni, quando i riformisti proponevano le alleanze con certi partiti borghesi. Questa alleanza avrebbe infatti avuto l’effetto sicuro di paralizzare lo sviluppo organico di un partito capace di propaganda rivoluzionaria e, in successive situazioni, di preparazione e azione rivoluzionaria, mentre i suoi risultati avrebbero effettivamente tracciato innanzi al proletariato una via che, pur essendo cieca, impegnava le sue energie nella sostentazione dell’assetto borghese. Non si tratta oggi di rinnegare quella intransigenza. Anzitutto non è nemmeno formalmente lo stesso collaborare con i partiti borghesi e collaborare con partiti che reclutano i loro aderenti in seno al proletariato, con la condizione implicita che essi rinuncino al blocco borghese. E poi non è neppure una collaborazione che si vuole stabilire con partiti di tal genere, ma un tipo di rapporti ben diversi a base dei quali non sta il fatto che il partito comunista sposti la sua attenzione e il suo sforzo dagli obiettivi rivoluzionari suoi propri su altri più attenuati, illudendosi che i controrivoluzionari della socialdemocrazia possano a loro volta con una conversione a sinistra puntare su questa meta mezzo riformista e mezzo rivoluzionaria, ma sta la convinzione che si deve continuare a lottare per il programma comunista, e che gli opportunisti continueranno a lavorare per la controrivoluzione, con il proposito di creare una situazione da cui esca la lotta con l’indirizzo comunista di tutto il proletariato, dopo che gli opportunisti saranno stati smascherati definitivamente per essere stati messi a confronto colle loro stesse promesse di graduali e pacifiche conquiste.
Il definire i termini precisi della tattica del fronte unico è dunque un delicato problema per i comunisti. Occorre riuscire a tradurla in atto e occorre garantire che essa non smarrisca quei caratteri che la rendono non solo compatibile con le nostre finalità, ma specificamente indicata per lavorare al raggiungimento di esse in una situazione come l’attuale. Su tutto ciò si deve e si può discutere, dopo aver fatto giustizia delle paure di talune vecchie zitelle puritane, come dell’insulso compiacimento di navigatissime prostitute in atto di profetizzare ad altri la loro stessa fine.
III.
Prima di passare alla parte finale di questa trattazione, in cui esporremo il nostro proprio punto di vista, non vogliamo abbandonare la esposizione di quello di altri compagni e organi dell’Internazionale Comunista prima di avere detto qualche cosa sullo spirito che anima alcuni altri documenti ultimamente comparsi. Un nuovo articolo di Radek, I compiti immediati della Internazionale Comunista che completa un altro suo scritto Di fronte alle nuove lotte, ed inoltre due documenti ufficiali: il manifesto agli operai di tutti i paesi, della Internazionale Comunista e della Internazionale dei Sindacati Rossi, e le tesi adottate dal Comitato Esecutivo nella tornata del 18 dicembre, che saranno date per intero dai nostri giornali.
Ancora una volta alla base di tutte le discussioni e determinazioni in ordine alla tattica da seguire non sta affatto in un ripiegamento dalle posizioni su cui la Internazionale combatte. Più che mai si tratta di aprire la strada alla vittoria della rivoluzione proletaria nell’unica forma che essa può assumere: il rovesciamento violento del potere borghese e la instaurazione della dittatura proletaria.
Il problema consiste nel portare sul terreno della lotta per la dittatura tali forze che possano avere ragione di tutte le risorse difensive e controrivoluzionarie della borghesia mondiale. Queste forze non si possono attingere che nelle file della classe lavoratrice, ma per sconfiggere l’avversario capitalista occorre concentrare sul terreno rivoluzionario lo sforzo di tutto il proletariato. Questo è sempre stato lo scopo fondamentale del partito di classe secondo il punto di vista marxista. Si tratta di realizzare una unità effettiva e non meccanica, si tratta di avere l’unità per la rivoluzione e non l’unità per se stessa. Questo scopo si raggiunge per la via sulla quale si è decisamente messa dopo la guerra la Terza Internazionale: concentrare nelle file dei partiti comunisti gli elementi che hanno una concezione delle necessità rivoluzionarie della lotta, che non si lasciano deviare dal raggiungimento di scopi parziali e limitati, che non vogliano collaborare in nessuna situazione con frazioni della borghesia. Messi su questa piattaforma iniziale e fatta giustizia di tutte le gamme degenerative del movimento, questi elementi costituiscono il nucleo attorno al quale si realizza l’effettiva unità delle masse, con un processo progressivo la cui rapidità e facilità dipendono dalla situazione oggettiva e dalla capacità tattica dei comunisti.
Radek nei suoi articoli non pone nemmeno minimamente in dubbio tutto ciò. Le risorse tattiche che egli affaccia sono tali che egli sostiene possano servire – data la situazione attuale – a spingere larghe falangi del proletariato alla lotta per la dittatura rivoluzionaria.
Abbiamo visto come la situazione generale è caratterizzata dalla offensiva capitalistica contro il tenore di vita del proletariato, perché il Capitalismo sente che non può evitare la catastrofe se non aumenta il grado di sfruttamento dei lavoratori. Nello stesso tempo che il capitalismo potrà deprimere economicamente le masse coll’aiuto di mezzi offensivi economici e politici, esso avvierà il suo tentativo di riorganizzazione, ma nella stessa misura, accentuando i caratteri dell’imperialismo industriale, andrà verso il baratro della nuova guerra. Questo il concorde giudizio comunista sulla situazione, che quindi conduce alla necessità urgente della riscossa rivoluzionaria del proletariato, e per affrettarla e sol per questo vuol trovare le vie per utilizzare rivoluzionariamente gli sviluppi di una tale situazione. Da questa sorge, l’abbiamo visto, che una lotta economica anche puramente difensiva del proletariato pone un problema di azione rivoluzionaria e di abbattimento del capitalismo. Perché non era ieri rivoluzionario chiedere un forte aumento dei salari e lo è oggi domandare che non vengano abbassati? Perché quell’azione poteva svolgersi da parte di limitati gruppi locali e professionali di operai, in modo saltuario, mentre questa azione che oggi si impone e che è la sola possibile a meno che il proletariato non rinunzi ad ogni forma di associazione e di movimento organizzato, esige una simultanea scesa in campo di tutte le forze operaie, al disopra delle divisioni di categoria e di località anzi addirittura su scala mondiale.
La vecchia unità formale e federalista della tradizione socialdemocratica che mal nascondeva sotto una vuota retorica la divisione in gruppi di interessi e movimenti non amalgamati, la divisione stessa in partiti nazionali proletari, va cedendo in questo periodo risolutivo della evoluzione capitalistica il posto alla vera unità di movimento della classe operaia, la quale irresistibilmente conduce verso quella armonica centralizzazione del movimento proletario mondiale a cui la Internazionale Comunista ha già dato lo scheletro della organizzazione unitaria e l’anima della coscienza teorica della rivoluzione. Vi è ancora una divisione di idee, di opinioni politiche nel proletariato, ma vi sarà una unità di azione. Pretenderemo noi che la unità di dottrina e di fede politica debba per chi sa quale condizione astratta precedere quella dell’azione? No, perché noi capovolgeremmo il metodo marxista di cui siamo assertori, che ci dice come, dalla unità effettiva di movimento creata dalla dissoluzione del capitalismo, non potrà uscire che una unità anche di coscienza e di dottrina politica.
Avremo per tale via realistica della unione di tutti i lavoratori nella azione concreta anche la loro unione nella professione di fede politica, sulla fede politica comunista, e non già su un guazzabuglio informe delle tendenze politiche attuali. Ossia avremo la unità dell’azione successiva per i postulati rivoluzionari del comunismo.
Tutti vogliamo fare tutti i sacrifici per avviare le cose su questo favorevole pendio. Si tratta nel predisporci a tanto di avere bene intesa la situazione e di tener in vista tutto il vasto corso delle sue fasi successive. Radek giunge a proporre il fronte unico del proletariato non solo per i problemi di resistenza all’offensiva capitalistica, ma anche per il problema del governo. Egli si riferisce alla situazione del proletariato tedesco. In Germania vi è una speciale situazione economica, non perché una barriera la separi dal resto del mondo, ma appunto perché nella situazione dei paesi tedeschi si imperniano le caratteristiche del procedere della crisi mondiale.
Parliamo del formidabile problema delle riparazioni da pagare ai vincitori. La classe produttrice tedesca sostiene uno sforzo incalcolabile per ammonticchiare prodotti da lanciare sui mercati esteri per realizzare il valore delle indennità da sborsare all’Intesa, ma questo si raggiunge attraverso uno sfruttamento senza nome del proletariato. Il Governo tedesco qualunque esso sia deve occuparsi di questo supremo problema: dove prendere i miliardi per le riparazioni. Sulla soluzione di questo problema riposa tutto il fragile edificio della tentata ricostruzione capitalistica. Radek si mostra convinto che se un governo operaio si formasse sulla piattaforma: sono i capitalisti tedeschi che devono pagare, e non i lavoratori e gli altri strati sociali più miseri, si determinerebbe una tale situazione che la lotta del proletariato tedesco per la dittatura e il sabotaggio del programma mondiale borghese ne uscirebbero come unico sbocco.
Questa necessità della situazione è sentita dal proletariato tedesco solo nelle sue apparenze immediate, almeno per la parte che sta con i partiti socialdemocratici parlamentaristicamente forti. Quindi il proletariato li spinge al potere. Se essi ci vanno si porrà il problema della guerra civile. Se non ci vanno, le masse li abbandoneranno. Ma essi potrebbero trovare una via di salvezza per il loro opportunismo in questo argomento: che i comunisti impediscono loro questo gesto audace, e così creare un alibi alla collaborazione colla borghesia. Radek pensa che sia bene togliere loro quest’alibi. Gli lasciamo la sua opinione, ma insistiamo nel fatto che anche i compagni tedeschi che agiscono su tale via non hanno smarrita la direttiva delle massime realizzazioni comuniste, e d’altra parte insistendo ci siamo prefisso l’altro risultato: di incoraggiare molti nostri compagni, specie tra i giovani e gli audaci a disprezzare la pigrizia del semplicismo che si trincea dietro un preconcetto o una frase fatta senza penetrare nella complessità delle ragioni tattiche che oggi sorgono dallo studio delle situazioni, e con ciò stesso si privano del mezzo più efficace di intervenire in un simile dibattito e lavoro formidabile di preparazione per evitare che si incappi nella trappola sempre aperta dell’effettivo opportunismo.
Per venire infine ai documenti ufficiali dell’Internazionale ci limitiamo a notare come il manifesto non sia diretto né a partiti né a organi sindacali delle altre Internazionali, ma al proletariato di tutti i paesi. Lo stesso fatto che si invitano al fronte unico anche i lavoratori aderenti a sindacati cristiani e liberali, dimostra quale differenza vi sia tra i due concetti: nessuno infatti penserebbe ad un fronte unico con partiti cristiani e liberali.
E d’altra parte le tesi del C.E. se evitano per ora l’inquadramento generale teorico della questione, stabiliscono alcuni capisaldi importantissimi, la indipendenza di organizzazione dei nostri partiti comunisti, non solo, ma la loro assoluta libertà, mentre prendono l’iniziativa del fronte unico, della critica e della polemica attiva contro i partiti e gli organismi delle Internazionali Due e Due e mezzo; libertà di agire “nel campo delle idee”, per il nostro ben preciso programma; unità di azione di tutto il fronte proletario.
Questa apparente contraddizione o soppiantamento di posizione non è né una novità né una conclusione inconsueta. Il partito deve avere la completa e sicura visione: nelle masse essa deve essere condotta innanzi con infinito accorgimento e senso della misura, propagandone i lati salienti e sviluppandone il meccanismo man mano che i fatti stessi lo metteranno a nudo.
E’ inevitabile che le masse partano da questa nozione superficiale: o si va verso la scissione o si va verso l’unità immaginino che le due direzioni sono opposte. Ma in realtà non è così. Unità dei lavoratori e separazione dagli elementi degeneri e soprattutto dai capi traditori sono invece due conquiste parallele: noi lo sappiamo da tempo, le masse lo vedranno solo al termine del movimento. L’essenziale è che questo sia intrapreso nel senso della lotta, della resistenza alle imposizioni capitalistiche.
Libertà e indipendenza di organizzazione e disciplina interna, di propaganda, di critica; unità di azione: ecco ciò che i partiti comunisti devono proporre e realizzare per vincere.
La formale contrapposizione non è che quella per cui la nostra parola d’ordine è sempre stata: Proletari di tutto il mondo, unitevi. Per essa abbiamo smascherato come traditori coloro che nella guerra divisero il proletariato, che nell’azione sindacale ogni giorno lo dividono evitando che si fondano in una sola le mille vertenze e agitazioni che le vicende attuali sollevano. Questa contrapposizione non è che quella per cui noi siamo per la selezione politica più severa, ma per la unità di organizzazione sindacale, concezione e tattica questa che il partito controlla sui risultati di ogni giorno, in quanto l’andamento felice della nostra lotta contro l’opportunismo riformista italiano è figlio della posizione tattica, per cui dopo la scissione politica di Livorno siamo tenacemente rimasti nella organizzazione sindacale malgrado che la dirigessero i riformisti da cui ci eravamo staccati; e vi siamo rimasti a combatterli efficacemente.
Il problema va dunque considerato su due piani. L’Internazionale Comunista non ritorna oggi sulla sua opera di ieri, essa invece ne raccoglie i frutti su quella via che conduce al doppio risultato di avere alla testa del proletariato un movimento politico rivoluzionario, e avere attorno alla bandiera di questo movimento tutto il proletariato.