Partito Comunista Internazionale

La tattica dell’Internazionale Comunista Pt.3

Categorie: Third Congress, Third International

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IV.

Nei precedenti articoli ci siamo prefissi uno scopo espositivo, tratteggiando lo stato della questione del “fronte unico” nei documenti ufficiali della Internazionale Comunista e nelle enunciazioni di taluni partiti e compagni comunisti su cui molto si discute attualmente. Abbiamo contemporaneamente cercato di immedesimare i nostri lettori del metodo che nel dibattere tali questioni deve essere adottato se si vuole essere all’altezza dell’esperienza teorica e tattica dell’Internazionale Comunista e sollevarsi per sempre dalle pigrizie mentali del semplicismo e della sterilità pratica di un’azione guidata dalle fobie di preconcetti formali. E attraverso tale esposizione abbiamo voluto rivendicare il diritto di questi nostri compagni a sviluppare i loro piani tattici perché siano giudicati su ben altro tono di quello spregevole degli opportunisti che vanamente attendono un ripiegamento dei comunisti dal contenuto fermamente e saldamente rivoluzionario del loro pensiero e della loro azione.

Diremo ora brevemente il nostro pensiero, a un titolo un po’ più che personale, poiché ci riferiamo alle discussioni esaurienti fatte in materia dal C. E. del nostro Partito nel formulare il mandato per i compagni che lo rappresenteranno alla imminente riunione di Mosca. Non essendo un mistero per nessuno che la tesi che i comunisti italiani difenderanno sarà alquanto diversa, e se si vuole servirsi della vecchia dizione più di “sinistra” di quella ad esempio affacciata da Radek e sostenuta dai compagni di Germania, facciamo riflettere ai compagni tutti e specie ai più giovani e generosamente “estremisti”, quanto maggior peso avrà il contributo del nostro partito nella discussione di un così arduo problema, se dimostreremo che una nostra divergenza non nasce da superficiali incomprensioni, ma da un esame della questione condotto con perfetta conoscenza dei termini di essa e tenendo conto di tutti gli elementi da cui scaturisce il pensiero di altri compagni senza trincerarci in assurde negazioni di certe conclusioni, che non riuscirebbero a convincere nessuno. E riaffermiamo dinanzi a chiunque quello che è un dato di fatto incontrovertibile: che cioè non esiste nemmeno lontanamente il pericolo che la Internazionale Comunista abbandoni anche per poco quella piattaforma del marxismo rivoluzionario dalla quale ha lanciato alle masse del proletariato mondiale il suo grido di guerra contro il regime capitalista e tutti indistintamente i suoi fautori e complici.

Richiamiamo i compagni a quella visione della situazione presente che ci ha tutti indiscutibilmente concordi e che si compendia nella diagnosi della offensiva borghese come risultato della presente fase di crisi del capitalismo. Diamo anche per accettata definitivamente, e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre costruzioni tattiche, la tesi che la agitazione e preparazione rivoluzionaria comunista si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega la tattica della unità sindacale, fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno di opportunismo. E nello stesso modo si dimostra opportuna e felicissima la posizione tattica che oggi in Italia è tenuta dal nostro Partito con la sua campagna per il fronte unico di tutti i lavoratori contro l’offensiva padronale. Fronte unico vuole in questo caso dire azione comune di tutte le categorie, di tutti i gruppi locali e regionali di lavoratori, di tutti gli organismi sindacali nazionali del proletariato, e lungi dal significare informe guazzabuglio di diversi metodi politici si accompagna alla più efficace conquista delle masse al solo metodo politico che contiene la via della loro emancipazione: quello comunista. Dottrina e pratica si incontrano nel confermare che nessun inciampo o contrasto si trova nel fatto che come piattaforma per agitare le masse siano formulate rivendicazioni economiche concrete e contingenti, e come forma di azione si proponga un movimento di insieme di tutto il proletariato nel campo dell’azione diretta e guidato dai suoi organismi di classe, i sindacati. Da tutto questo risulta direttamente la intensificazione dell’allenamento proletario ideologico e materiale alla lotta contro lo Stato borghese e della campagna contro i falsi consiglieri dell’opportunismo di tutte le tinte.

In una tattica così delineata, a parte le varianti di applicazione che si possono pensare come dipendenti dalla varia situazione nei diversi paesi dei partiti e organi sindacali proletari, nulla si incontra che comprometta le due condizioni fondamentali e parallele del processo rivoluzionario, ossia la esistenza e il rafforzamento da una parte di un saldo partito politico di classe fondato su una chiara coscienza della via della rivoluzione, e dall’altra parte il sempre maggiore concorso delle grandi masse, sospinte in modo istintivo all’azione dalla situazione economica, nella lotta contro il capitalismo cui il partito fornisce una guida e uno Stato Maggiore.

Quando si voglia invece esaminare la portata agli effetti dei nostri comuni scopi, affrettare e facilitare la vittoria del proletariato nella lotta per abbattere il potere borghese e istituire la dittatura, di altre linee di tattica come quella proposta dal Partito comunista di Germania e prospettata negli articoli di Carlo Radek, nelle quali viene ad interferire un impiego per l’azione del proletariato del meccanismo politico dello Stato democratico, si deve constatare che i caratteri del problema, e quindi le conclusioni a cui si deve giungere, mutano radicalmente.

Il quadro che ci presenta Radek è impostato su analogie evidenti con quello della situazione di offensiva capitalistica da cui siamo partiti nel precisare la nostra tattica del fronte unico sindacale. Abbiamo il proletariato che vede intensificare al massimo il suo sfruttamento da parte del padronato per effetto dell’influenza irresistibile della situazione generale sull’azione e la pressione di questo. Noi comunisti e i compagni che sono con noi, sappiamo benissimo che una via di uscita definitiva non può trovarsi che nel violento abbattimento del potere borghese, ma le masse, per il loro limitato grado di coscienza politica per il loro stato d’animo influenzato ancora dai capi socialdemocratici, non vedono questo come sbocco immediato e non si lanciano su tale via rivoluzionaria anche se il Partito comunista voglia darne loro l’esempio. Le masse sentono e credono che una data azione dei poteri statali possa risolvere l’impellente problema economico, e quindi desiderano un governo il quale, ad esempio in Germania, decida che il peso del pagamento delle riparazioni debba gravare sulla classe dei grandi industriali e proprietari, oppure attendono dallo Stato una legge sulle ore di lavoro, sulla disoccupazione, sul controllo operaio. Come per il caso delle rivendicazioni da ottenere con l’azione sindacale, il Partito comunista dovrebbe sposare questa attitudine e spinta iniziale delle masse, unirsi alle altre forze operaie che si propongono o dicono di proporsi quel programma di benefizi per mezzo della pacifica conquista del governo parlamentare, mettere in moto il proletariato sulla via di questo esperimento per approfittare dell’immancabile fallimento di questo allo scopo di provocare la lotta di tutto il proletariato sul terreno del rovesciamento del potere borghese e della conquista della dittatura.

Noi crediamo che un simile piano si basi su di una contraddizione e contenga praticamente gli elementi di un fallimento immancabile. E’ indubitato che il Partito comunista deve proporsi di utilizzare anche i movimenti non coscienti delle grandi masse e non può darsi ad una predicazione negativa puramente teorica quando si trovi in presenza di tendenze generali ed altre vie di azione che non siano quelle proprie della sua dottrina e prassi. Ma questa utilizzazione riesce proficua se nel porsi sul terreno su cui muovono le grandi masse, e lavorare così ad uno dei due fattori essenziali del successo rivoluzionario si è sicuri di non compromettere l’altro non meno indispensabile della esistenza e del progressivo rafforzarsi del partito e di quell’inquadramento di una parte del proletariato che già e stata condotta sul terreno nel quale agiscono le parole d’ordine del partito.

Nel giudicare se questo pericolo esista o meno si deve tener presente che, come purtroppo una lunga e dolorosa esperienza insegna, il partito come organismo e il grado della sua influenza politica non sono dei risultati intangibili, ma subiscono tutti gli influssi dello svolgersi degli avvenimenti.

Se un giorno, dopo un più o meno lungo periodo di avvenimenti e di lotte, la massa operaia si trovasse finalmente dinanzi alla vaga constatazione che ogni tentativo di riscossa è inutile, se non si viene a cozzare contro la macchina stessa dell’apparato statale borghese, ma nelle precedenti fasi fosse rimasta compromessa gravemente l’organizzazione del Partito Comunista e dei movimenti che lo fiancheggiano (come l’inquadramento sindacale e quello militare), il proletariato si troverebbe sprovvisto delle armi stesse della sua lotta, del contributo indispensabile di quella minoranza che possiede la chiara visione dei compiti da affrontare e che per averla da lungo tempo posseduta e tenuta in vista si è dato tutto un allentamento e un armamento nel senso lato della parola, indispensabili per la vittoria della grande massa.

Noi pensiamo che questo avverrebbe, dimostrandosi la sterilità di ogni piano tattico come quelli che stiamo esaminando, se il Partito comunista assumesse prevalentemente e clamorosamente atteggiamenti politici tali da annullare od inficiare il suo carattere intangibile di Partito di opposizione rispetto allo Stato e agli altri partiti politici.

Ci sembra di poter dimostrare con elementi di ordine critico e di ordine pratico che questa tesi non ha nulla di astratto e non deriva dal desiderio di tracciare in questo argomento tanto complesso degli schemi arbitrari, ma rispondere ad una valutazione concreta ed esauriente dell’argomento.

L’attitudine e l’attività di opposizione politica del Partito comunista non sono un lusso dottrinale, ma, come vedremo, una condizione concreta del processo rivoluzionario.

Infatti attività di opposizione vuol dire costante predicazione della nostra tesi della insufficienza di ogni azione di conquista democratica del potere e di ogni lotta politica che voglia tenersi sul terreno legale e pacifico, fedeltà ad essa nella critica continua e nella divisione di responsabilità dall’opera dei governi e dei partiti legali, formazione, esercitazione e allenamento di organi di lotta che solo un partito antilegalitario come il nostro può costruire, fuori e contro il meccanismo che è quello della difesa borghese.

Metodo questo che è teorico per quel tanto in cui la coscienza teorica è indispensabile sia posseduta da una minoranza dirigente ed è organizzativo nella misura in cui la maggior parte del proletariato non è matura per una lotta rivoluzionaria si provveda alla costituzione e all’istruzione dei quadri dell’esercito rivoluzionario.

Sotto questo aspetto, noi fedeli alla più fulgida tradizione dell’Internazionale Comunista, non giudichiamo i partiti politici col criterio con cui è giusto giudicare gli organismi economici sindacali, cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, e la classe in cui tale reclutamento si compie, bensì col criterio della loro attitudine verso lo Stato e il suo meccanismo rappresentativo. Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità. ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e in un certo senso basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista o anarchico), pur ponendosi fuori dai limiti della legalità rifiutino di accettare il concetto della organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura.

Non vi è qui che la enunciazione della piattaforma difesa dal nostro partito: fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali.

Gli sviluppi della nostra argomentazione li rimandiamo al prossimo articolo. Non vogliamo però tacere che se la collaborazione parlamentare e governativa sono escluse completamente dal momento che si adotta una tale piattaforma, non si rinuncia però, come mostreremo, ad una utilizzazione molto migliore e meno arrischiata di quelle rivendicazioni che le masse sono portate a porre come richieste al potere dello Stato o ad altri partiti, in quanto si possono indipendentemente sostenere come risultati da raggiungere attraverso l’azione diretta, la pressione dall’esterno, e la critica stessa della politica del Governo e di tutti gli altri partiti, attraverso l’esperimento di essa.

V.

Vogliamo concludere queste nostre note, stese durante la discussione del problema che ci occupa e tenendo via via conto degli elementi che sopravvenivano col prospettare gli argomenti che sorreggono la posizione assunta dal Comitato Esecutivo del nostro Partito, secondo il quale l’unità di azione del proletariato deve essere perseguita e realizzata sulla base della politica di opposizione allo Stato borghese e ai partiti legalitari che il Partito Comunista deve incessantemente svolgere. Le ripetizioni di alcuni punti essenziali, se non hanno giovato all’ordine della esposizione, non potranno certo nuocere allo scopo che essa si propone, di richiamare il massimo di attenzione dei compagni sui termini delicati e complessi del problema che si discute.

Con una distinzione sufficientemente utile si suole indicare che vi sono condizioni soggettive e oggettive della rivoluzione. Quelle oggettive consistono nella situazione economica e nelle pressioni che essa direttamente esercita sulle masse proletarie, quelle soggettive si riferiscono al grado di coscienza e di combattività del proletariato e soprattutto dell’avanguardia di esso, il Partito comunista.

Una indispensabile condizione oggettiva è la partecipazione alla lotta del più largo strato delle masse, direttamente sollecitate dai moventi economici, anche se in gran parte non hanno coscienza di tutto lo sviluppo della lotta, una condizione oggettiva è l’esistenza di una minoranza sempre più estesa di una chiara visione delle esigenze del movimento nel suo corso, accompagnata da una preparazione a sostenere e a dirigere le ulteriori fasi della lotta. Ammettiamo che sarebbe antimarxista non solo il pretendere che tutti i lavoratori partecipanti alla lotta avessero una chiara coscienza del suo sviluppo e un orientamento volitivo verso i suoi fini, ma altresì il ricercare un tale “stato di perfezione” in ciascun militante del Partito Comunista singolarmente preso, mentre quelle condizioni soggettive dell’azione rivoluzionaria risiedono nella formazione di un organo collettivo, quale il partito, che è al tempo stesso una scuola, (nel senso di una tendenza teorica) ed un esercito con adatta gerarchia ed adeguato allenamento di esercitazione.

Ma crediamo che si ricadrebbe in un soggettivismo non meno antimarxista, perché volontaristico nel senso borghese qualora si condensassero le condizioni soggettive nella illuminata volontà di un gruppo di capi che potrebbero impiegare sulle più complicate vie tattiche il materiale costituito dalle forze del Partito e da quelle che esso più direttamente inquadra, prescindendo dalle influenze che ha su queste forze lo svolgimento stesso dell’azione e il metodo scelto per condurla innanzi. Perché il Partito non è il “soggetto” invariabile e incorruttibile delle astruserie filosofiche, ma a sua volta un elemento oggettivo della situazione. La soluzione del problema difficilissimo della tattica del partito non è ancora analoga a quella dei problemi dell’arte militare; in politica si può correggere ma non manipolare a piacere la situazione: i dati del problema non sono il nostro esercito e quello avversario, ma la formazione dell’esercito a spese di strati indifferenti e delle stesse schiere nemiche si attua – e può attuarsi tanto da una parte come dall’altra – mentre si svolgono le ostilità.

Una ottima utilizzazione delle condizioni oggettive rivoluzionarie, senza alcun pericolo di menomare quelle soggettive, anzi colla certezza di svilupparle brillantemente, è data dalla partecipazione e dal suscitare azioni di masse per le rivendicazioni economiche difensive che solleva nell’attuale momento della crisi capitalistica l’offensiva padronale, come già abbiamo detto. Per tal modo spingendo le masse a seguire impulsi che esse già chiaramente e potenzialmente sentono, le conduciamo sulla via rivoluzionaria da noi tracciata, sicuri che lungo questa le condizioni soggettive a noi contrarie saranno superate e le masse si troveranno dinnanzi alla necessità della lotta per la rivoluzione integrale per la quale il nostro partito darà loro una attrezzatura teorica e tecnica che la lotta verrà migliorata e potenziata. La indipendente posizione politica del nostro partito gli avrà permesso di svolgere nel corso dell’azione la preparazione rivoluzionaria ideale e materiale che è mancata in altre situazioni che pure spingevano le masse alla lotta, perché tra altri motivi si verificava la assenza di una minoranza differenziata in quanto a coscienza rivoluzionaria e a preparazione alle decisive forme di lotta.

La difensiva borghese si prefigge di contrapporre alla rivoluzione proletaria delle contro-condizioni soggettive, di compensare la pressione rivoluzionaria oggettiva nascente dalle asprezze e dalle strette della crisi mondiale colle risorse di un monopolio politico e ideologico dell’attività del proletariato, per il quale la classe dominante tenta di mobilitare la gerarchia dei capi proletari.

Una vasta parte del proletariato attraverso le organizzazioni dei partiti socialdemocratici, è inceppata dalla ideologia borghese e dalla mancanza di una ideologia rivoluzionaria, e qui più che alla concezione ideologica nel senso individuale bisogna pensare alla attitudine a muoversi collettivamente con un indirizzo sicuro ed una organizzazione di lotta nel campo politico. La borghesia ed i suoi alleati lavorano a diffondere nel proletariato la persuasione che per la sua lotta di miglioramento non è necessario servirsi di mezzi violenti, e che le armi di essa si trovano nel pacifico impiego dell’apparato democratico rappresentativo e nell’orbita delle istituzioni legali. Questa illusioni sono oltremodo pericolose per le sorti della rivoluzione perché è certo che esse ad un certo momento cadranno, ma in quello stesso momento non si realizzerà per la caduta di esse l’attitudine delle masse a sostenere la lotta contro l’apparato legale e statale borghese coi mezzi della guerra rivoluzionaria, né a proclamare e sorreggere la dittatura di classe, solo mezzo per soffocare la classe avversaria. La riluttanza e la inesperienza del proletariato ad usare queste armi risolutive tornerebbero a tutto vantaggio della borghesia: distruggere nel più gran numero possibile di proletari questa ripugnanza soggettiva a dare all’avversario i colpi decisivi, e prepararli alle esigenze di una tale azione, è per contrapposto compito del partito comunista. Illusorio è perseguire tal fine colla preparazione della ideologia e della esercitazione alla guerra di classe fin dell’ultimo proletario, indispensabile è garantirlo con la formazione e consolidamento di un organismo collettivo la cui opera ed attitudine in tale campo costituiscano il richiamo della più gran parte possibile di lavoratori, perché possedendo un punto di riferimento e di appoggio la immancabile delusione che disperderà domani le menzogne democratiche e socialdemocratiche sia seguita da una utile conversione sui metodi di lotta rivoluzionaria. Non possiamo vincere in questa senza la maggioranza del proletariato, ossia mentre la maggioranza del proletariato si trova ancora sulla piattaforma politica della legalità e della socialdemocrazia, ha detto il Terzo Congresso, ed ha avuto ragione, ma appunto per questo dobbiamo preoccuparci di adoperare tale tattica che nei movimenti delle grandi masse che le oggettive condizioni economiche suscitano vada progressivamente crescendo l’effettivo di quella minoranza che, avendo a nucleo il Partito Comunista, ha impostata la sua azione e la sua preparazione sul terreno della lotta antilegalitaria.

Nulla si oppone dal punto di vista critico a quello delle reali esperienze pratiche che possediamo, ad un passaggio dell’azione del fronte delle grandi masse per rivendicazioni che il capitalismo non può ne vuole concedere e contro le quali adopera la reazione aperta di forze regolari ed irregolari, all’azione per la emancipazione integrale dei lavoratori, perché come questa, così quelle sono divenute impossibili senza l’abbattimento della macchina borghese di dominio politico-militare, contro la quale i lavoratori sono condotti, mentre già per la lotta contro di essa si era organizzato il Partito comunista, inquadrante direttamente una parte delle masse, che non hanno mai nel corso della lotta nascosto che si doveva lottare contro forze di tal natura, e hanno presa su di sé la prima fase della battaglia nei suoi aspetti di azione diretta, di guerriglia di classe, di cospirazione rivoluzionaria.

Tutto invece ci conduce a condannare come cosa affatto diversa e di effetto contrario il tentativo di un passaggio del fronte delle grandi masse ad un’azione che, se pure ha per obbiettivo rivendicazioni immediate e accessibili alla massa, si svolge sulla piattaforma politica della democrazia legale, ad una azione antilegalitaria e per la dittatura proletaria. Qui non si tratta più di mutamento di obbiettivi, ma del mutamento del piano di azione, dei suoi schieramenti, dei suoi metodi, e la conversione tattica è possibile, a nostro credere, solo nei piani di condottieri che abbiano dimenticato l’equilibrio della dialettica marxista, e immaginato di operare con un esercito giunto al perfetto automatismo delle armate inquadrate e allenate da tempo anziché colle tendenze e le capacità in via di formazione di elementi da organizzare ma sempre pronti a ricadere nelle incoerenze delle azioni individuali e decentrate.

La via della rivoluzione diviene un vicolo cieco se il proletariato, per constatare che il sipario variopinto della democrazia liberalesca e popolaresca nasconde i ferrei bastioni dello Stato di classe, dovrà procedere fino in fondo, senza pensare a munirsi di mezzi atti a sventrare l’ultimo e decisivo ostacolo, che nel momento in cui dalla fortezza del dominio borghese usciranno per precipitarsi su di lui, armate di tutto punto, le schiere feroci della reazione. Il partito è necessario alla vittoria rivoluzionaria in quanto è necessario che molto prima una minoranza del proletariato cominci a gridare incessantemente al rimanente che occorre armarsi per l’urto supremo, armandosi essa stessa ed istruendosi alla lotta che sa inevitabile. Appunto perciò il partito per assolvere il suo compito specifico non deve solo predicare a dimostrare con ragionamenti che la via pacifica e legale è una via insidiosa, ma deve “trattenere” la parte più avanzata del proletariato dall’addormentarsi nell’illusione democratica ed inquadrarla in formazioni che da una parte cominciano a prepararsi alle esigenze tecniche della lotta col fronteggiare le azioni sporadiche della reazione borghese, dall’altra abituano se stesse e una larga parte circostante delle masse alle esigenze ideologiche e politiche della azione decisiva colla loro critica incessante dei partiti socialdemocratici e la lotta contro di essi nell’interno dei sindacati.

L’esperimento socialdemocratico in certe situazioni deve verificarsi ed essere utilizzato dai comunisti, ma non si può pensare questa “utilizzazione” come un fatto subitaneo da avvenire alla fine dell’esperimento, bensì come il risultato di una incessante critica che il Partito comunista avrà ininterrottamente svolto, e per la quale è indispensabile una precisa separazione di responsabilità.

Di qui il nostro concetto che il Partito comunista non può abbandonare mai la sua attitudine di opposizione politica allo Stato e agli altri partiti, considerata come un elemento della sua opera di preparazione rivoluzionaria, di costruzione delle condizioni soggettive della rivoluzione, che è la sua stessa ragione d’essere.

Un Partito comunista confuso con i Partiti della socialdemocrazia pacifista e legalitaria in una campagna politica elettorale parlamentare o governativa non assolve più il compito del Partito comunista. Allo sbocco di una tale parentesi le condizioni oggettive porranno il dilemma fatale della guerra rivoluzionaria, l’imperativo di assalire e distruggere la macchina dello Stato capitalistico; Il proletariato sarà soggettivamente deluso in ogni speranza dei metodi incruenti e legali, ma mancherà l’elemento di sintesi delle condizioni oggettive e soggettive che è la preparazione indipendente del Partito comunista e della minoranza che esso ha saputo da lunga mano stringere intorno a sé. Si produrrà una situazione non dissimile affatto da quella che il Partito socialista italiano quando comprendeva opposte tendenze ha più volte attraversata; le masse deluse dei metodi riformisti e del loro fallimento aspettano una parola d’ordine che non viene perché gli elementi estremi non hanno una organizzazione indipendente, non sanno le loro forze, dividono le responsabilità dei riformisti dinanzi alla sfiducia generale, e nessuno ha pensato a tracciare i lineamenti di una organizzazione che possa funzionare, lottare, guerreggiare, quando l’urto della guerra civile si delinea implacabile.

Per tutte queste ragioni il nostro Partito sostiene che non è da parlare di alleanze sul terreno politico con altri Partiti, anche se si dicono “proletari”, ne di sottoscrizioni di programmi che implicano una partecipazione del Partito comunista alla conquista democratica dello Stato. Ciò non esclude che si possano porre e prospettare come realizzabili dalla pressione del proletariato anche rivendicazioni che si attuerebbero per mezzo di decisioni del potere politico dello Stato, e che attraverso questo i socialdemocratici dicono di volere e potere realizzare, poiché con una tale azione non si disarma il grado di iniziativa di lotta diretta che il proletariato ha raggiunto.

Ad esempio tra le nostre rivendicazioni per il fronte unico, da sostenere con lo sciopero generale nazionale, vi è l’assistenza ai disoccupati da parte della classe industriale e dello Stato, ma noi rifiutiamo ogni complicità coll’inganno volgare dei programmi “concreti” di politica statale del Partito socialista e dei capi riformisti sindacali, anche se questi accettassero di prospettarli come programma di un governo “operaio”, anziché di quello che sognano di costruire coi partiti della classe dominante in degna e fraterna combutta.

Tra il sostenere un provvedimento (che si potrebbe per parodiare vecchi dibattiti chiamare “riforma”) dall’interno o dall’esterno dello Stato, vi è una formidabile differenza stabilita dall’evolversi delle situazioni; che con l’azione diretta delle masse dall’esterno qualora lo Stato non possa e non voglia cedere si giungerà alla lotta per rovesciarlo, qualora ceda anche in parte si sarà valorizzato ed esercitato il metodo dell’azione antilegalitaria, mentre col metodo della conquista dall’interno se anche esso fallisce, giusta il piano che oggi viene sostenuto, non è più possibile contare sulle forze capaci di assalire la macchina statale per aver interrotto il loro processo di aggregazione intorno ad un nucleo indipendente.

L’azione delle grandi masse sul fronte unito non può dunque realizzarsi che nel campo dell’azione diretta e per intese con gli organi sindacali d’ogni categoria località e tendenza, e l’iniziativa di questa azione spetta al Partito comunista poiché, gli altri partiti, sostenendo la inazione delle masse dinanzi alle provocazioni della classe dominante e sfruttatrice, e la diversione sul terreno della legalità statale e democratica, dimostrano di disertare la causa proletaria e ci permettono di spingere al massimo la lotta per condurre il proletariato all’azione colle direttive e coi metodi comunisti sostenuti al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane o lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno.